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Posts Tagged ‘Mi sono innamorato di te’

Io amo una donna. In fondo ho sempre amato una donna. E oggi amo la donna che mi ha insegnato ad amare. E’ così che nel mio mondo è ancora l’8 marzo. E’ perciò che vorrei dedicare a TE che ami, a tutti, due canzoni d’amore. Di quell’amore che unisce un uomo e una donna; cioè due esseri umani. Due piccoli gioielli di Luigi Tenco, sperando che youtube mi aiuti. Due piccoli preziosi gioielli di quel cantautore che è stato (purtroppo troppo poco) Luigi Tenco. Autore ed interprete raffinato e sensibile, e preparato.

Luigi Tenco:

Mi sono innamorato di te

Ho capito che ti amo

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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yin-yangEra piombato nella sua vita, quell’uomo che sembrava avere una storia da raccontare. Aveva corso sempre per fuggire al suo destino, lui, poi un giorno l’aveva incontrato. La sua storia era fatta di piccoli segni minuti; l’aveva scritta nel viso. E poi rughe che lo facevano più vecchio. E quei silenzi che sembravano fatti di mille altre cose da dire. Nella sera si stemperava la sua gentilezza. Lui, come aggrappato a quell’istante. Come se fosse nell’atto di annegare. E Rossana era incuriosita da quel volto. Di quelle poche e dolorose cose. Dalle ombre che sembravano affollare i suoi occhi. Dai piccoli lampi nelle tenebre. A lei piacevano le storie belle, quelle con un finale triste. Non si era mai risparmiata. Non aveva mai lesinato. Un vago senso di confusione le si insinuava in petto. Delle domande affioravano, pensava che non avrebbe più cercato una risposta. In fondo era bello ritrovarsi ragazzina. Non pensare ad altro. Riandare con la mente. Illudersi di poter dimenticare. Ogni donna si sarebbe lasciata affascinare. E lui a perdere i suoi occhi dietro al fumo della sigaretta. Il passato non serve che a riportare fantasmi. Non amava quel passato. Non amava il passato. Come avrebbe potuto?
Pensò a come aveva creduto di fuggire. Non era la prima volta che provava a farlo. Era stata stupida a pensarsi più vecchia. A pensare che gli poteva essere madre. Si sentiva inadeguata, eppure quello era il suo posto. Ancora una volta il suo destino aveva deciso per lei. Ancora una volta gli era andata incontro. Aveva raccontato di essere stanca e ormai rassegnata. Pensava a lui e a come era finita. Forse pensava che non si può vivere tutta la vita a tavola con un dolore. Cenare e avere già paura della notte. Girare quelle stanze senza trovare il sonno. Infondo era lei a chiedergli aiuto. Le donne in nero hanno una loro dignità e gesti parchi. Forse cercava semplicemente il modo in cui potersi tornare ad illudere. Si era rifiutata di chiederselo. Era solo una piccola emozione confusa. E poi le cose non si sanno mai prima. Così nemmeno quella volta il suo addio era stato così fermo da non nutrire un dubbio mai detto. La reazione di quell’uomo era stata violenta. Non aveva accettato il gesto di lei. Ma era tutto passato. Ancora. Ora eccolo là, davanti a quella cena. Ospite improvviso e improvvisamente gradito. Per entrambi c’era qualcosa a cui aggrapparsi. Lei pensava di non saperlo. Si sarebbero sentiti ancora o forse per l’ultima volta. Poi se n’era andato, in silenzio, com’era venuto. In un saluto cordiale, da amici. Le sue sfortune lo guidavano ed erano la sua fortuna. Era tornata, in cuor suo, a sperare. Una donna non può resistere mai alle lacrime¹.


1] Naturalmente tuti i personaggi di questa “storia infinita” sono puramente immaginari. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti, o a persone, è fortenente e decisamente perseguito; con una certa compiaciuta approssimazione.

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