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Posts Tagged ‘migrante’

Non posso certo dire che mi resta il tempo per annoiarmi, ma nemmeno che mi trattano male. E non ho grandi rimpianti da lasciarmi dietro. Solo che quando non c’è lei, come si dice qui da voi, i sorci ballano. Ballano si fa per dire. Cerco di non pensarci e di pensare solo alle mie cose, che ne ho da pensare, e a quello che debbo fare. Il tempo corre anche troppo in fretta. Certo non si possono lagnare. Non parlerò perfettamente la vostra lingua ma so fare il mio lavoro. Non fosse per quello. Non fosse per il padrone. Ma è sempre la mattina ad essere la più complicata.
Entra ciabattando e mi dice: “Martina, ci sarebbe il letto da fare”. So dove vuole andare a pensare, non sono scema, ma osservo ugualmente annoiata che è appena stato rifatto. Lui, così, coi pantaloni del pigiama, con la canottiera che dovrebbe essere messa in lavatrice, mi fa, con un sorriso che crede furbo, deve credersi spiritoso: “Dopo sarà da rifare”.
Ci avesse almeno pensato prima. Non so se mi piace che pensi che tutto gli è dovuto. Che anche questo è compreso nei quattro soldi che mi danno a fine mese. Mi pagano per lavare, per stirare, per pulire, per occuparmi della casa e del frigo; non per occuparmi del padrone, né per le sue voglie. Certo non mi fa piacere la volgarità del suo gesto. Solo che ho bisogno del lavoro. Però… Intanto non mi chiamo Martina. Chi è questa Martina? E non sono mica stupida, che se viene all’orecchio della signora devo trovarmi un altro posto prima ancora di poter finire di dire “Scusa”. Fortuna che gli è sempre bastato un attimo, e non è nemmeno di troppe pretese. E’ un porco ma nemmeno come porco è un gran porco. Forse sono gli anni. Credo invece che non è vera nemmeno la scusa degli anni. Che è sempre stato così: un buono a nulla; come in tutto il resto. Ci sono certi uomini che si credono più di quello che sono. E forse si illude anche di farmi piacere. O non gliene frega niente. Non ho mai fatto molto per farglielo credere. Non fosse che è per bisogno… Sono costretta e lo lascio fare. Intanto continua a ripetermi con la sua voce affannata, raccattando il respiro dove solo un miracolo glielo può far trovare: “Dopo ti sposo. Dopo ti sposo”. Non è mai riuscito ad arrivare oltre la terza dichiarazione, ma ormai ho smesso di credergli da sempre; sono certa che sarà il signorino a prendersi cura di me.

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Prima alcuni fatti. Ieri ero seduto al solito bar, al bar da Clara; tra amici. Si avvicina una ragazzetta carina, gentile, migrante. Vende rose. Il primo è uno spontaneo cenno di diniego. Poi mi guardo intorno. Agli altri tavoli sono sedute quattro donne. L’età della più giovane le consentirebbe di essermi quasi mamma. Non resisto alla tentazione di comperare dalla ragazzetta quattro rose. Non so tirare sul prezzo. Io sono fatto così: prendere e lasciare. Anche nei gesti estremi. Come quando a Martino è scappata una battuta volgarmente infelice. Gli ho spalmato in testa il mio bignè allo zabaione. Ed era l’ultimo bignè di quel tipo. Ho dovuto rinunciare, per quella sera, alla pastorella di cui sono più ghiotto.
Alcuni giorni fa prendo in mano il telefono e chiamo alcune persone che era un po’ che non sentivo. Una amica in Toscana, ora che ci penso non ho mai parlato di lei e ci sarebbe da raccontare. Ero leggermente preoccupato, per lei. Anche attraverso i suoi silenzi. Poi altri. Sono un poco pigro e così sembra che mi dimentichi delle persone. Alla fine ho chiamato una ex-moglie che non sentivo da tempo. Veramente è ancora moglie, in realtà la separazione non basta a renderla ex ma lo siamo, ex, a tutti gli effetti. Lei resta leggermente sorpresa; A cosa devo? Volevo solo sapere come andavano le cose. Abbiamo passato una vita assieme. Mescolato un po’ le famiglie, come sempre; avviene. Non ci siamo picchiati ne tirati i capelli. Insomma lo ha deciso lei e ho portato con me poche cose e nessun rancore. Questo era il tutto. Mi sembrava normale, a distanza di un po’, informarmi della sua salute; di quella dei suoi. In quel momento mi sembrava bello e poi, insomma, era un gesto, telefonare, che mi dava piacere. L’ho fatto per me. Sono certo di non aver disturbato; tutt’altro. Altri problemi restano non miei.
Ora sto aspettando degli amici che non vedo dall’anno scorso. Arriveranno per il week-end. L’insieme delle cose, o forse già da prima, mi ha fatto tornare su questi, ed alcuni altri, piccoli accadimenti che mi hanno leggermente colpito. Stare qui è anche incontrare delle persone. Persone che magari non incontrerai mai di persona. Persone che impari a conoscere per quanto si mostrano e si espongono qui, cioè in un loro blog, in un sito, attraverso il loro parlare scritto e inciso luminescentemente in un monitor. Magari solo attraverso le musiche o le immagini che scelgono di postare. Come te che mi stai leggendo in questo momento e magari lo fai perché non hai nulla di meglio da fare. Cazzo se sono culturalmente formative certe esternazioni retroilluminate.
E’ così che ho incontrato un’amica. Leggo un suo commento critico e rilancio, forse con un po’ di supponenza, scoprendo poi che collaboriamo entrambi ad un sito-rivista. Due semplici conoscenti, complici sconosciuti. Lei ha dei piccoli disagi per postare, se ricordo bene, mi sembra naturale farlo e lo faccio: mi offro in soccorso. Un gesto completamente disinteressato. Come tutto quello che faccio. Io conosco solo il suo nome da blogger. Forse mi ha detto anche il suo nome da donna ma non ha nessunissima importanza. Fisicamente sta, anche, in un luogo alquanto distante.
Poi incontro un’altra amica di rete, la storia è di poco diversa. Poco importa. Mi capita di darle un incoraggiamento che le suona cortese. Mi capita anche, ma in seguito, di vederla nelle sue fattezze su foto che lei stessa posta. Ma questo molto dopo. Non avrebbe cambiato di una virgola. La sento giù e cerco di tirarla su. Scrive per se poesie strappandosele da dentro, come molti. A differenza dei molti le sue sono poesie che è un piacere leggere ma che le pesano. Lei è in lotta. Temo di aver smesso di lottare.
Potrei anche aggiungere altri esempi a sostegno ma non aggiungerebbero altro. In entrambi i casi di questi gradevoli incontri mi viene mostrata sorpresa. Entrambe mostrano meraviglia per il gesto per me del tutto naturale e spontaneo. Io, che non riesco a fare una cosa per farne un’altra, mi chiedo se in questo mondo ci sia tanta parsimonia da rendere così rari i gesti di disponibilità e cortesia; gesti che non costano proprio niente. La qualcosa mi sconvolge e magari questa fosse solo prosa. Magari qualcuno si può fare di me un’idea non proprio lusinghiera ma mi chiedo: in che cazzo di mondo vivo?

Su uno dei temi trattati, il disinteresse, ecco cosa dice il solito Giorgio Gaber in Buttare lì qualcosa e andare via:

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/ButtareLQualcosa.mp3”%5D

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