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Posts Tagged ‘migranti’

«C’è un mondo dentro e c’è un mondo fuori. Quello che chiamano occidente e l’altro. Ma non c’è un limite geografico, solo un confine economico. Tu non lo puoi capire con la tua testolina, tesoro. Una sorta di muro li divide. Un muro non sempre fisico anche se qualche volta lo è. O c’è del filo spinato. O c’è il mare. Dove navigano le nostre navi e affondano le loro barche. C’è un mondo che spia e un mondo che viene spiegato. Noi siamo di qua e loro sono di là. Nessuna carta segna questo e quello, né traccia un confine. Non saremo mai uguali. C’è un mondo che resiste e un mondo che tracima. Un mondo che ha è uno che non ha. Chi ha la democrazia e chi la miseria. Chi fa le armi e chi le compra. Chi quando ode un boato pensa ad una bomba mentre è un tuono e chi sa che quel boato è proprio una bomba. Chi è destinato a vivere e chi a soffrire. Chi ha molte scarpe e chi deve camminare a piedi scalzi. Chi ha il pane e chi ha solo la fame. Chi ha la democrazia e chi fa il terrorista. Chi ha la pelle più chiara e chi ce l’ha cotta dal sole. Chi manda i figli a scuola e chi li deve vendere. Così come c’è chi ha la fabbrica e chi ha solo le mani, è per questo che quei figli bambini finiscono per strada o nella fabbrica. Ma non ti voglio annoiare quando sei fresca di parrucchiera e mentre leggi il rotocalco di domani. Quella famosa cantante s’è fatta un selfie in bagno e loro non hanno nemmeno la forza di cacare. E sono a stomaco nudo. E’ ridicolo.
Sembra impossibile che tutto questo stia dentro una diavoleria di chiavetta, ma è così. C’è un mondo che si difende e uno che offende. Arrivano. Ma non li leggi i giornali? Già! Il tuo mondo è il mondo bello. Fuori c’è la guerra, dentro si canta messa. E’ il progresso. Noi siamo il progresso e loro il caos. Noi diamo l’odine e loro chiedono l’anarchia. Gli offriamo la disciplina e pretendono la libertà. Quale? Ridicolo: vogliono i giornali, la stampa. Che se ne fanno? Possono farli mangiare? Tu cosa pensi? Lascia stare. Non ti cruciare. Lascia a me questi pensieri. Cosa dici? Sì! è proprio bella la tinta di rossetto e lo smalto che hai messo. Ti sta bene. Anche il profumo è adorabile. Ah se non fosse già sera e troppo tardi… Dobbiamo sbrigarci a fare in fretta. Il tempo è denaro. E’ quello che vogliono. Perché poi, mi chiedo, piantono gli olivi, o gli ananas. Vogliono far guerra anche al deserto. Il fatto è che non possono e non vogliono comprare. Non lo farebbero nemmeno se potessero. Te l’ho detto: sono diversi da noi. Basta guardarli. Basta sentirli. E non abbiamo colpa se il Signore li ha fatti così.
C’è chi ha la zuppa Campbell’s al tomato e chi solo i barattoli. Come se la zuppa fosse un diritto e fosse anche buona. Basta aprire le finestre che senti che già si lagnano. Come se la fortuna arrivasse da sola. Se non avesse bisogno di aiuto. Di essere cercata e lusingata. Nessuno regala niente a nessuno. Noi ci siamo sudato tutto. E quando dico noi intendo noi. Non proprio noi due ma anche noi due. Noi siamo parte di una cosa più grande. Superiore. E invece trovano sempre una scusa per sfogare la loro rabbia. Gridano perché le periferie sono periferie. Per le baracche. Vorrebbero le nostre case. Il nostro lavoro. I nostri soldi. Le nostre donne. Sai cosa ti dico: sono bravi a fare tutto per non avere niente. E quello che c’è lo distruggono. Questo te lo dico io. Sono una piaga. Sono la peste. Vandali. I nuovi barbari. Loro adorano la pietra e pregano il sole. E’ il destino.
Metti il vestito più bello che hai e indossa più gioielli che puoi. Stasera ti porto al cinema e poi andiamo a cenare e dopo torniamo e facciamo l’amore. Sbrighiamoci prima che quel altri ci portino via anche il nostro letto».

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Non dite a Laura quello che non vuole sentire. Lei, di parole, perbacco, le aveva tutte. E veloci. Avrebbe voluto anche capire, ma era già così faticoso farlo di sé. Se poi… perché… mica era sicura. A volte quello che voleva dire… non era quello che precisamente era riuscita… poi… a dire. A volte. certe cose, maledizione, se le ricordava dopo. Solo dopo. Forse era fretta.
Mica era per quello, assolutamente no… ma erano sporchi. E poi erano loro. Alla fine non riuscivano ad essere come noi. Non c’era nulla da fare. Erano loro. Anche con lui. Lei lo amava. Cioè l’aveva amato. Non per essere cattiva. Era finita. Non poteva comprendere quanto soffriva. Già le era gravoso ammettere quanto aveva sofferto. E quanto stava soffrendo. Non è un discorso di chiodi. E’ solo che se uno sapesse cosa dire allora lo direbbe.
P.S. amare rende confusi ed impacciati; essere amati infastidisce; amarsi è un’alchimia che raramente avviene e coINCIDE.

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Era arrivato più morto che vivo. Accompagnato da un compatriota. Caduto da una impalcatura. (L’uno e l’altro hanno dichiarato da un albero). Né l’uno né l’altro parlavano un italiano appena decente. Il suo era un lavoro duro già di per sé. Un lavoro che faceva sfinire la pazienza. Arrivava gente di tutti i tipi e il turno era lungo e logorante. Ed era, appunto, a fine turno e le si era fermato l’orologio da polso. Continuava a chiamare a casa ma la figlia non rispondeva a quel maledetto telefonino. Voleva ricordarle di non tornare tardi e doveva ancora finire il giro delle pastiglie.

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raccontiNon c’era più pane nei negozi di pane ma bastava questo per parlare già di carestia? Le code davanti ai cantieri si facevano interminabili. Pensò che s’era scordato di farsi la barba; quella sorta di ansia lo faceva deragliare dalle cose e dalle abitudini. Si frugò in tasca e chiese una sigaretta ad un passante. Oreste, questo era il suo nome, la fumò guardandosi intorno in silenzio; un nome epico e tragico il suo. Passò il tram e lo schizzò di pioggia vecchia e fango di piscina, anche il cielo era tornato a rabbuiarsi. Ci si trovò quasi per caso in Piazza dei Signori e, si fermò sotto le volte della grande porta di pietra, indeciso se entrare o continuare a guardarsi in giro. Indeciso osservò i gesti d’un ragazzetto, era ancora un bambino, un giovane ladro intento a rubare ad un vecchio ladro distratto. Non fu abbastanza rapido e l’altro lo afferrò per un orecchio; era durata troppo poco l’infanzia. Il giornale aveva spiegato che sarebbero arrivati ancora a migliaia, alla stazione, ma nei campi non c’era più nulla da raccogliere. Non sapeva cosa avrebbe potuto ancora raccontare ad Elena, povera donna. Un cane ed un uomo, anch’esso male in arnese, si abbeveravano alla stessa fontana: era sempre più facile lasciarsi andare. Anche gli occhi del cane avevano un che di rassegnato. A volte sono più sagge le scritte sui muri, soprattutto quelle tracciate nella notte. Di tutto quel vuoto si sentiva stanco. Decise di entrare e di sedere. Perché darsene pene? C’erano gli dei e alla fine ci avrebbero pensato loro.Disegno 1981 05_05B

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poesiaDopo una colpevole assenza torno a parlare di poesia attraverso chi sa fare poesia, e grande poesia. E nel particolare di quella poesia spagnola che ho amato e nel tempo continuo ad amare. In un mondo che assassina la poesia ancora e sempre i poeti riprendono le arpe dai rami e cantano e allora questa poesia circolò perché si fece canzone. Tutti conobbero il poeta esule che era ormai quasi italiano e mi sentivo vicino a lui come italiano; non tanto come compagno-poeta, perché sarei stato fin troppo poco modesto. Chi non ha poesia non ha cuore.

BALADA PARA LOS POETAS ANDALUCES DE HOY
di Rafael Alberti

¿Qué cantan los poetas andaluces de ahora?
¿Qué miran los poetas andaluces de ahora?
¿Qué sienten los poetas andaluces de ahora?

Cantan con voz de hombre, ¿pero dónde están los hombres?
con ojos de hombre miran, ¿pero dónde los hombres?
con pecho de hombre sienten, ¿pero dónde los hombres?

Cantan, y cuando cantan parece que están solos.
Miran, y cuando miran parece que están solos.
Sienten, y cuando sienten parecen que están solos.

¿Es que ya Andalucía se ha quedado sin nadie?
¿Es que acaso en los montes andaluces no hay nadie?
¿Qué en los mares y campos andaluces no hay nadie?

¿No habrá ya quien responda a la voz del poeta?
¿Quién mire al corazón sin muros del poeta?
¿Tantas cosas han muerto que no hay más que el poeta?

Cantad alto. Oiréis que oyen otros oidos.
Mirad alto. Veréis que miran otros ojos.
Latid alto. Sabréis que palpita otra sangre.

No es más hondo el poeta en su oscuro subsuelo encerrado
Su canto asciende a más profundo
Cuando, abierto en el aire, ya es de todos los hombres.


Canzone: Versione italiana di Riccardo Venturi

POETI ANDALUSI

Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?

Cantano con voce d’uomo, ma dove sono gli uomini?
E con occhi d’uomo guardano, ma dove sono gli uomini?
Con cuore d’uomo sentono, ma dove sono gli uomini?

Cantano, e quando cantano sembra che siano soli
Guardano, e quando guardano sembra che siano soli
Sentono, e quando sentono sembra che siano soli

Che cantano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che guardano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che sentono i poeti, i poeti andalusi di oggi?

E quando cantano, sembra che siano soli
E quando guardano, sembra che siano soli
E quando sentono, sembra che siano soli

Ma dove sono gli uomini?

Forse che l’Andalusia è rimasta senza più nessuno?
Forse che sui monti andalusi non c’è più nessuno?
Nei campi e nei mari andalusi non c’è più nessuno?

Non ci sarà più nessuno a rispondere alla voce del poeta,
A guardare al cuore senza muri del poeta?
Così tante cose sono morte, che non c’è più altri che il poeta

Cantate alto, sentirete che altri orecchi sentono
Guardate alto, vedrete che altri occhi guardano
Gridate alto, saprete che palpita altro sangue

Non è più sommerso il poeta, rinchiuso nella sua buia fossa
Il suo canto sale a qualcosa di più profondo
Quando è dischiuso nell’aria da tutti gli uomini

E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini.

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Mutandine appese al filoSi! certo. Avrebbe potuto andarci; in ferie. Almeno una settimana. Magari anche una decina di giorni. Non sarebbe certo stato quello a rovinarlo. Né aveva viste di cose. Sarebbe passata. E ne aveva proprio bisogno. Poteva tener duro. Che poi ad agosto non è che ci sia tutta questa gente. E quei pochi non hanno voglia di comprare. Quello che dovevano l’hanno speso. Certo ma con i tempi che corrono meglio esserci. Non tanto per la buriana. E’ proprio questo il tempo. Sopravvivono i migliori. Non ti puoi distrarre. Il lavoro cala ma finisce per chi non lo sa fare. Per chi si fa trovare impreparato. Per chi non si fa trovare. E’ il momento di esserci. Chi non molla è chi sopravvive. Che poi ci sono anche i cinesi. Tutti quei cinesi. Ormai si sono presi tutti i bar. E anche qualche ristorante. Giri l’angolo e ci sbatti addosso. Te li ritrovi da per tutto. E vendono tutto a meno. Come faranno? E’ chiaro come fanno. La mafia cinese. Vendono merce che non ha costo. La merce viene da là. Le borse le mandano a vendere ai neri. Loro, i cinesi, non amano la fatica. Lavorano per quattro ma non vanno in strada con quelle borse che pesano un casino. Ci mandano i neri. Fanno sudare loro; quelli. E quelli, i neri, sanno stare al loro posto e sanno pietire. Hanno pazienza da neri. Ti chiedono scusa e ti strapazzano i cuore. Il cuore e i maroni. Se si dovesse badare a loro si finirebbe tutti come loro. Che i soldi non nascono mica sugli alberi; da soli. Non per essere razzista ma ormai sembra di essere a casa loro. Che non è colpa di nessuno se ci stanno male, là, a casa loro; ai loro paesi. Se c’è guerra e dove c’è non è certo colpa di chi sta a casa sua, e se li suda. E’ fin troppo facile. Un piatto di minestra lo si da volentieri. Si trova sempre. Ma quel ch’è troppo è troppo. Lui aveva anche simpatia. Gli facevano pena. Una volta. Perché lui non era uno di quelli. Mica si divertiva ad andare a mazzolarli. Se lo lasciavano stare li lasciava stare. Per lui vivi e lascia vivere. Non aveva simpatia per loro, per quelli con la bandiera verde. Un po’ gli stavano là. Erano pieni di quella, della loro ignoranza.

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1967. Montava la rabbia. Allora la mia compagna era “la rossa”. E’ durata troppo poco. Non è finita mai. Ci siamo ritrovati. Tutto è sembrato tornare uguale. In questa epoca di menestrelli, imbonitori, ruffiani, ho bisogno, a volte, di riascoltare certe canzoni a cui sono particolarmente legato perché, al di là del loro valore musicale, mi ricordano che non sono cambiato. Anche se non è una nostra canzone.  Non credo servano molte parole. Oggi la può ascoltare con me.  Ma la dedico anche alla più cara delle amiche perché è meraviglioso avere una donna accanto. Non riuscirò mai ad accettare un mondo dove c’è chi ha troppo e chi non ha niente. Dove c’è chi deve attraversare mari e monti per scappare alla morte. Dove non c’è un sogno, un progetto di città futura. Contro ogni schiavitù e i vigliacchi. A tutti i compagni che lo sono rimasti, nonostante tutto e i tempi, e compagni lo sono per davvero; non solo per qualche vecchio slogan recuperato dalla memoria.
Pierangeli Bertoli: Rosso colore [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Rossocolore.mp3”%5D

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colombaUn caro amico mi ha invitato a raccontare qualcosa del mio sessantotto. Non c’è nessuna ricorrenza particolare. Ha visto oggi gli studenti e il loro movimento. Lui nel sessantotto c’è nato e ne ha sentito solo parlare. Io, a modo mio, non racconto una storia né la storia, forse ci proverò. Voglio qui dare solo un piccolo accenno alle mie emozioni di allora; per lui e non solo per lui.
Capelli lunghi, cioè si! avevo i capelli lunghi. Un gay per strada mi apostrofò con un “Tanti uomini e nessun maschio”. Altri anni. Per la prima volta erano apparsi i ragazzi nella storia del mondo, o almeno in Italia. Improvvisamente eravamo diventati un mercato da mungere, ma era ancora un’Italia povera.
E’ il miracolo economico, ma un miracolo economico che si fa pesantemente sulla pelle degli operai, e dei poveri “terroni”; quelli delle valigie di cartone, migranti. Un miracolo che si chiama catena di montaggio, cottimo, Ritmi di produzione insostenibili. Un paese dove le disegualianze sono ancora tante e naufragano le aspirazioni nate nella Resistenza perché resiste ancora un’organizzazione del paese che risente del ventennio.
Paolo Pietrangeli: Ugualianza [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Uguaglianza.mp3”]La sinistra, la sinistra storica, il P.C.I., in ritardo, un ritardo storico, incapace di rinnovarsi. Dopo i fatti di Reggio Emilia, dopo tanto sangue, una nuova generazione sta crescendo e lo fa al di fuori delle organizzazioni dei partiti. Nascono mille piccoli gruppi spontanei che si richiamano al Marxismo e non; anche ai personaggi scomodi della lotte delle sinistre nel mondo. Una vampa investe anche altri paesi che chiama alla solidarietà. Al libercolo di Lenin “Estremismo, malattia infantile del comunismo” risponde un altro libercolo che diverrà un manifesto di quei giorni “Comunismo, malattia senile dell’estremismo”. Gli studenti prendono coscienza e scendono in piazza, ma il percorso da dove arrivano non è stato breve.
Paolo Pietrangeli: Valle Giulia [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Valle Giulia.mp3”]E’ la presa di coscienza. Ci si rende conto di essere consumatori e, allo stesso tempo, burattini; che altri vogliono decidere per una intera generazione. Oggi ho come l’impressione che quel 68 sia esistito quasi esclusivamente in città. Io l’ho vissuto, il 68 e gli anni prima, a Venezia, e poi a militare impegnato in qualcosa che assomigliava a quelli che avrebbero poi chiamato i “proletari in divisa”. Ci si interroga sui temi dello sfruttamento. Grandi idee, grandi teorie e tutto ne viene investito. Porterà al 69. Quei giovani studenti andranno a Porto Marghera, davanti alle fabbriche. Si recheranno a conoscere la “classe sfruttata”, la classe operaia.
Gualtiero Bertelli: Studenti e operai [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero Bertelli – Studenti e operai.mp3”]Grande attenzione sarà prestata ai mezzi dello sfruttamento. Per non dilungarmi troppo trascurerò alqune cose, in alcuni punti estremamente precise. Per la prima volta una rivolta generazionale. Figli contro padri. Tutto messo in discussione. Nascono riviste che formeranno nuove coscienze. Il cinema, il teatro, tutte le arti e l’intero pensiero non può restare estraneo agli avvenimenti. I riferimenti sono mille, vanno dai Quaderni piacentini a Ombre Rosse, da Marcuse a Russell a Gandhi a Luther King, dal Living a I pugni in tasca, da Fabrizio De Andrè a Bob Dylan, da Parigi a Praga, dalla politica al disagio e alla frustrazione. Infondo è una generazione disarmata, forse cavalcata; solo qualcuno percepisce i rischi, per la maggioranza la sfida è il gioco.
Ivan della Mea: O cara moglie [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Ivan della Mea – o cara moglie.mp3”]Tutti sanno che niente sarà più lo stesso anche se nessuno sa ancora cosa sarà. Ci si impadronisce dalla piazza. Nei cortei si canta anche Bandiera rossa, ma si canta soprattutto Contessa (che denuncia il “revisionismo” e il tradimento di quel PCI) e soprattutto We shall overcome. Si sperimenta. Si ipotizza. La lotta viene portata nei posti di lavoro, le università sono occupate. La polizia carica duro.
Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Il vestito di Rossini.mp3”]Il movimento non recede. La rivoluzione sembra ad un passo. Le frange filosovietiche sono poco meno che marginali. Dentro la stessa chiesa nasce il germe della rivolta. L’epicentro organizzativo restano le fabbriche, o lì dovrebbe essere. Per i più la divisa è un eskimo. Per molti l’idea è confusa. Si sa che si sta andando ma non dove. Si sa che non si può che resistere.
Gualtiero Bertelli: A portomarghera [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Gualtiero bertelli – A Portomarghera.mp3”]Le grandi lotte del ’69 porteranno ad un’Italia radicalmente diversa. Preparano alle grandi conquiste dei diritti civili. Ad un paese molto vicino alle maggiori socialdemocrazie europee. Avanzato. Ad un nuovo senso della stato. Ad una solidarietà diffusa. Le grandi manifestazioni percorreranno l’Italia per intero. E’ una enorme spinta che nasce dal basso, spontanea. Difficilmente canalizzabile. Che si da i suoi leaders, nuovi leaders. Pochi sopravviveranno a sé stessi.
Giovanna Marini: I treni per Reggio Calabria [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Giovanna Marini – I Treni Per Reggio Calabria.mp3”]Eppure quasi una intera generazione, quella del ’68, resterà schiava del suo sogno, incapace di crescere. Continueranno, patetici, a fare gli Hippies o gli estremisti pronti a gridare contro tutto e tutti. Cresceranno figli talmente liberi da non poter possedere una etica. Lentamente si isoleranno, si chiuderanno torno a quegli slogans o si venderanno. Torneranno a rifugiarsi nel privato. In questo sconfitti anche dalla strategia della tensione. Assisteranno impotenti alla follia degli “anni di piombo”. Ma in quei due anni si è cominciato a cambiare il mondo e il 68 italiano finirà solo con l’assassinio Moro che ci farà ripiombare nel buio.
No! quei ragazzi non assomigliavano a quelli che scendono in piazza. O forse si! Spero solo che una parte di quella storia si possa ripetere ma che un’altra parte non torni.

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Ha ragione. Quando ce l’ha ce l’ha. Bisogna dargliela. Sono calunnie fatte circolare da una minoranza ideologica e rissosa, prevenuta; con cui nessun dialogo è possibile. Non è assolutamente vero che si sta instaurando (ed è già in atto) una dittatura morbida. Il nostro premier chiede solo tempo e vedrete se è morbida.

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Nell’assentarsi della parola
per lei parla il silenzio
(testardo, insistente, ingombrante).
Non c’è alcuna difesa
nessuna consolazione
alla sua testarda compagnia
e non ho più poesia,
facile a dirsi,
perché non ho parole di fascino ingombranti:
non c’è ne una che mostra meraviglia,
non c’è ne una che tradisca questo vuoto.
Abbiamo ormai persino paura del nostro egoismo,
nemmeno la vergogna di tacerlo,
solo la rassegnazione del sonno vuoto
incapaci di sognare in altri posti
in altri momenti;
eppure non mi so rassegnare
perché in ogni angolo ho un fratello che soffre.

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