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Posts Tagged ‘Milano’

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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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fotogramma dal film

“Vik Utopia. L’omicidio di Vittorio Arrigoni”

Milano Film Festival, Sezione “Colpe di stato”.
Regia di Anna Maria Selini, montaggio di Marco Careri e Milvio Micheloni, fotografia di Anna Maria Selini con la collaborazione di Fadi Hanona. Musiche di Juzhin, Shirley Said, Marco Arturo Messina, Francesco Taskayali. Con immagini di Alberto Arcè e Rosa Schiano.
Teatro Auditorium San Fedele/ Duomo San Babila

Domenica 23 settembre 2012. Spesso è solo il tempo che manca. Certo avrei voluto parlarne a caldo; prima. Darmi testimonianza di una bella giornata e di forti emozioni e di grande commozione. Gli occhi lucidi. Tanti amici, e tutti con la Palestina nel cuore. E tutti con un ricordo di Vittorio. E alla fine della proiezione una domanda: “E’ stata fatta giustizia ma sapremo mai la verità?” Una domanda che ormai si pone da tempo e in più parti. A volte mi chiedo cos’è la verità. Brutta storia questa brutta storia. Sì! a suo modo il processo e la condanna sono stati esemplari. Si sa, quasi da subito, chi sono (chi potrebbero essere, chi si pensa siano, chi fanno da capi espiatori come…) gli esecutori materiali. Certo manca di chiarire la figura di questo “giordano”. E perché proprio Vittorio? Vittorio come Juliano ucciso dai suoi, da chi difendeva? Un grido attraversa tutte le gole: “Vogliamo la verità. Una verità vera”.
E dopo a cantare Bella ciao. Io non voglio altre verità. Ho una mia verità: Vittorio è stato ammazzato da chi ha scritto la sua condanna, dagli estremismi dell’una e dell’altra parte. Vittorio è stato ammazzato da chi combatteva: dalla violenza arrogante del potere. Non ho bisogno di sapere nessun’altra verità perché una cosa è certa: nessun’altra verità e nulla ci potrà ridare Vittorio.

Vittorio_arrigoni:_una sentenza senza verità

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Logo di Diritto al ritorno rappresentante un muro con dei bambini davantiSiamo alla vigilia e si prospetta un sabato pieno, affollato. Sembra si siano dati tutti appuntamento lo stesso giorno. Ecco qualcuno di questi appuntamenti sperando di non dimenticare nessuno, almeno fra quelli più rilevanti:
■ In vista della sessione delle Nazioni Unite del 20 e 21 settembre in alcune città italiane, come Milano, Torino, Roma, si organizzano manifestazioni o presidi in favore della Palestina davanti ai consolati e alle ambasciate americane per “il diritto al ritorno”. A loro abbiamo dedicato l’immagine introduttiva a questo avvenimento. Mi raccomando: non mancate a questo importante appuntamento.
■ Quelli che si definiscono “Indignati” chiamano a raccolta gli italiani con lo slogan: Tutti a Roma in piazza Montecitorio a sostegno di Gaetano Ferrieri” con la speranza di dare una spallata al governo e a tutto il sistema politico richiamandosi alla primavera araba, alla Spagna e soprattutto alla Finlandia. Auguri di cuore a tutti e all’Italia, anche a quelli che non vorrebbero la partecipazione dei compagni. Senza ironia, né pregiudizi né polemica. Chi può non faccia mancare la sua presenza.
■ A Venezia per domenica si preannunciala solita calata barbara della lega con la solita carnevalata di tutti gli anni. Si prepara una accoglienza cordiale, com’è costume del nostro popolo, riempiendo la città di tricolori di benvenuto. Ma il sabato, questo stesso sabato, veneziani e italiani si danno appuntamento perché vorrebbero mandare il messaggio, attraverso una manifestazione, che farebbero volentieri a meno della calata di questi zotici un po’ fascistoidi e un po’ xenofobi. Ci vediamo là.

Avrei voluto dire tante cose e parlare di tutto. Il tutto non esiste, non si può parlare di tutto. Ma oggi è anche l’anniversario dell’ignobile sterminio nei campi profughi palestinesi in Libano di Sabra e Chatila. E’ l’occasione di un altro giorno della memoria. Ancora oggi, nessuno ha mai pagato per questo crimine. Il 31 dicembre 1983, il Presidente Sandro Pertini, dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione: Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società”. Ero molto più giovane allora, ma ricordo ancora le drammatiche immagini. Non vi erano resistenti nei due campi profughi che avevano avuto l’assicurazione dell’Onu. Per tale assicurazione quei resistenti avevano lasciato i campi stessi. C’erano solo donne, vecchi e bambini. L’esercito sionista di invasione aveva circondato le aree e sotto la sua tutela armata aveva mandato i suoi sgherri libanesi. Erano cristiane le milizie dai sionisti armate che sono entrate per compiere quell’immane massacro (qui molto ben ricordato). Uno di questi giorni vorrei fermarmi un attimo per parlare di chi sono i veri terroristi. Che dire ancore se non che quelle immagini non potrò mai più cancellarle e mi danno ancora angoscia e vergogna. Ricordiamo quelle vittime che sono vittime di tutti noi e della vigliaccheria. RESTIAMO UMANI.

Uomini che reggono lo striscione Per non dimenticare Sabra e Chatila

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteMilano. Milano centro. Notte. I negozi sono aperti. Le luci. La gente va frettolosa. Sotto gli ombrelli. Il bavero alzato. Il vento imbizzarrito. Spettina. A quello vola il cappello. A quello cola il naso. Interno bar. Novembre è un mese crudele? L’Italia va sotto. Piove. Piove da giorni. E il cielo promette solo pioggia. Nuvole scure si accumulano. Si affollano. Le une sulle altre. Ora il cielo si è fatto solo una tavola nera. E’ cieco. Nemmeno un riflesso. Milano è una città che non dorme. Non ho voglia di mettermi in viaggio. Solo un caffè. Un caffè è sempre un caffè. Solo noi sappiamo cos’è un caffè. Guardo il cellulare. Ha campo. Non è per quello. Non suona. Non suona mai quando vorresti. Potrei chiamare Lisa. Sentire come va. Ma anche lei. Chi gliel’ha fatto fare. Infilarsi in quella merda di posto. Lontano da tutti. Con quella lingua del cazzo. Nessun posto è migliore di quello in cui stai bene. Nessun posto è più bello.
Il rumore delle notizie. E’ tutto fuori. Un allarme lontano. Nessun silenzio è mai solo silenzio. Ma il silenzio che fa più male è quello di chi ti sta vicino. Di chi è lì a due passi. Chissà cosa starà facendo? Chissà se sa che sono qua? L’ultima volta era sporco. Non potevamo restare in macchina. Eppure un posto vale l’altro. A quest’ora. Nemmeno posso restare qui. Devo decidermi. E’ pigrizia. Nemmeno la forza di andare alla macchina. Per prendere le valigia. Non ho portato che lo stretto necessario. Dovevo fermarmi solo questi due giorni. Questa cazzo di riunione. Se non era per lei… non sarei qui. In mezzo a tutto questo presente. E tutto questo passato. A tutti i miei ieri. Come cambiano i giorni. Basta poco. Basta niente. Non facevo che aspettare. Aspettare una occasione come questa. Sono qua e piove. Sono qua e lui nemmeno lo sa. Non gliel’ho detto. A che sarebbe servito? Non gliene doveva importare? Forse. Cosa conta? Perché rinvangare?
Le cose finiscono. E dopo sono finite. Lo dovevo sapere. Lo sapevo fin dall’inizio. E’ che le cose non le sai mai. E poi ti mancano solo quando ti servono. Ne hai bisogno. Cosa ci fai a Milano quando non hai altro da fare? Quando hai tutto un pomeriggio libero? Piove. Non è nemmeno il freddo. Non sono triste. Ho troppe cose e nessuna. Mi sento vuota. Non ho una vera ragione. E forse nemmeno è tristezza. E’ solo il tempo. Questa pioggia, appunto. Il mese. Una serata così. E’ così che ti prende la malinconia. Quello mi guarda. Niente di meglio che un po’ di compagnia. Proprio quello di cui avrei bisogno. Proprio quello che non voglio. Non ho voglia di parlare. Delle solite cose. Di qualche carineria forzata. Dei giochini. Mi va? Mi andrebbe anche. Ma il solo pensarci mi mette angoscia. Mi da alla nausea. Perché non possiamo semplicemente dircelo? Trovare quell’elementare coraggio? Chiederci: Andiamo da te o da me? Ma non sempre ciò che sembra facile lo è.
Anzi, sembra tutto così complicato. Anche una cosa così semplice. Basterebbe gli dicessi: Senti, mi sento sola. Più direttamente: Ne ho voglia. E’ un sorriso quello? Invece non so che vestire questi panni. Che essere donna. Cosa avrei da perdere? Nemmeno mi ha mai vista. Mai andare con gli sconosciuti. Come non accettare le caramelle. Sono cresciuta. E poi non ne ho voglia. Non veramente. Non proprio. Solo che è una notte così. Dove niente sembra andare. Solo un momento di quelli. E viene come senza motivo. Da solo. All’improvviso. E mi sento nervosa. Non ho voglia di dormire da sola. Lui si alza. Continua a guardare verso di me. Anche mentre esce. Ecco, è andato. In fondo siamo tutti estranei. Ed estranei per sempre. E non mi piaceva di chiamarlo. Di corrergli dietro. E poi per cosa? Magari mi avrebbe messo tristezza. Non sarebbe la prima volta. Magari avrebbe aggiunto tristezza alla tristezza. Non lo saprò mai. E’ meglio così. A volte non ti senti meglio nemmeno dopo. Ti lascia altro vuoto. Aggiunge altra solitudine. Aggiunge rimpianti.
Mi trovo a rinfacciarmelo: Diventa grande. E’ tardi per tutto. Anzi è proprio il dopo che mi spaventa. Forse è il dopo che mi ha sempre spaventata. Non ci sono parole per il dopo. Anche volessi cosa potrei dirgli? E se mi risponde lei? A volte le cose semplicemente sono. Sono e non lo vorresti. Non lo accetti. E’ la tua testa. E’ il tuo cuore. O quello che chiamiamo così. E’ qualcosa dentro che non lo vuole accettare. E le cose sono anche se non vuoi. Anche quando le sai prima non le vuoi sapere. E poi… sembrava tutto così semplice. Come se bastasse un: fanculo. Bastasse girare le spalle perché tutto svanisca. Invece non finisce niente. E continua a piovere. Ma non c’è niente che veramente cambia. E niente è più importante delle cose tue. E’ questa la vera verità. Nessun dolore fa più male. Niente è più nostro di noi. E’ forse questo che mi fa paura. Tutto comincia così. Tutto comincia ed è cominciato come avventura di una sera. Con una risata. Un momento in simpatia. Leggero. Con un’alzata di spalle. Con un: Va bene così. L’uomo non sa cambiare. Non si può uscire dagli schemi. Persino i passi ti riportano sugli stessi posti. I piedi, quasi da soli. E’ lì che tutto è cominciato. Insomma c’è un lì. E lì è rimasto un ricordo preciso. Imprigionato. Incatenato. E quel ricordo si fa ferita. Condanna. Nessuno è mai innocente. Siamo tutti questo e quello.
Guardo il cellulare. Ha campo. Continua a non suonare. Semplicemente anche lui è rimasto senza parole. E tutto sembra contro. Il tempo. La natura. La fortuna. E… persino la sua Inter; proprio non va. Sarà sicuramente di cattivo umore. Dovrebbe vincere una finale al giorno. Era tenero quella sera. Dopo Barcellona. Ma era Barcellona? Faccio fatica a ricordare. Lo sa che non ne so. Che non mi interesso. E che non me ne importa. Che lo facevo per lui. Per essere gentile. Per essere carina. Non gli importava. E facevamo entrambi come fosse vero. Non è sempre obbligatorio un motivo per festeggiare. Ma se serve perché ammalare il momento. Quando era contento ero contenta anch’io. In fondo gli uomini, tutti gli uomini, sono semplicemente complicati. Li può prendere per la gola. Attraverso le loro vanità. Per le loro debolezze. In mille altri modi. Anche per il tifo. E vorrei ancora quello che credevo che non avrei voluto più. Stasera lo vorrei. Stasera vorrei lui. Disperatamente. Ma forse è colpa di questa sera. Devo cercare una stanza. Una doccia. Un letto. Un cuscino. Il sonno. Mi sento stanca. “Perché ci si accorge dell’amore solo quando lo si ha perduto”?

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raccontiSessant’anni ti sembrano troppi. Esci di casa e sai che non riattraverserai la porta. In fondo era stata un’ottima compagna, fin quando era durata. Poi il tempo consuma le cose; inesorabilmente. Un lavorio lento e continuo. Che quando è in atto mica te ne accorgi. Poi lei aveva scoperto che aveva un’altra missione nella vita che quella di pazientare per lui. Improvvisamente se l’era chiesto e la risposta non gli era garbata. Era stanca di fare solo la donna. Era solo stanca e non aveva più energie per litigare. Voleva solo starsene tranquilla. Le cose importanti. Il lavoro. In verità Aldo si chiedeva ancora confuso. Non sapeva cos’era successo. Era stato un addio senza nessun rimpianto; definitivo. Non aveva avuto il tempo di guardarsi dietro. Per poi trovarsi in una casa estranea; nella provvisorietà. Tutto era rimasto alle sue spalle, tranne quelle poche cose. Non avrebbe mai creduto che lei potesse trovare quel coraggio. Non sapeva se era sempre così perché non gli era mai successo. E si sentiva strano perché non avrebbe mai creduto di dover ricominciare a sessant’anni. E si sentiva vecchio.
Che poi Milano è Milano. Ti sbatti per un buco. Trovi un buco dove andare e te lo fanno pagare, e come. Hai un bel dire che è una rapina. Devi dire anche grazie. E così Aldo s’era ritrovato solo. Si era lasciato andare sul letto; svuotato. Le stanze che non conosceva, due. Era tutto lì. Una vita, consumata in modestia, è vero, per ritrovarsi inutile. Senza alcunché. E nemmeno un buco dove parcheggiare. Che aveva dovuto camminare. Il poco infilato nell’armadio. Odore di muffe. Che fretta c’era? Il frigo vuoto che fa andare il rumore ronzante del motore. Il rubinetto del lavello querulo che perde cadenzando la monotonia. La televisione, piccola, nebbiosa, senza telecomando. Il calendario appeso è dell’anno passato. Tutti uguali questi mini. Metà in nero. E si poteva dire anche fortunato. Un silenzio afoso sale dalle finestre vuote. E fuori una Milano vuota; altro che come la raccontano. Tanto vale uscire. Anche per fuggire da quella depressione. Anche per cercare il minimo indispensabile. Quando anche uno sbadiglio è un sentimento forte. E feroce. Una voglia di donna che non ricordava da tempo. E chiudendosi la porta alle spalle aveva pensato che avrebbe anche potuto finirla lì.
Appena fuori si era accorto che non sentiva la voglia di mangiare. Non aveva notizie dallo stomaco. Ché, in realtà, non c’era un posto dove volesse andare. Aveva solo voglia di una sigaretta. Fu preso dall’impulso di tornare indietro. Dall’ennesimo sconforto. Eppure Elsa. Non lo avrebbe mai immaginato. Ma indietro c’era quel malinconico niente. E davanti? lo stesso deserto. Le macchine rade degli ultimi pigri ritardatari. Tutti di fretta che attraversare ne andava della ghirba. Fretta di andare dove? Perché a Milano tutti devono avere fretta? Forse scappavano quella città. Città inutile. Ma l’indomani era domenica. Fortuna non doveva andare all’officina. Magari glielo avrebbero letto in visto. Ma forse il suo viso era da troppo l’immagine di una lenta agonia. Ultimamente non era stato certo una buona compagnia. Come poteva. Così vuoto. Avevano ragione a dire che non era più lui. Le parole gli pesavano. Ma le domeniche così rischiano anche di essere peggio. Quando sei solo la festa ti fa sentire ancora più solo. Magari poteva andare fin dalle parti di Porta Vigentina. Provare a fermarsi al solito bar. Magari trovare Eugenio. Per due chiacchiere. Tanto per fare due chiacchiere. Solo due chiacchiere. Un caffè. Forse avrebbe potuto chiamarlo. Guardò l’ora. Probabilmente era a cena. A quell’ora, la gente che una casa ce l’ha ancora, insomma, gli altri, solitamente sono a cena. E mica gli doveva niente Eugenio. E’ che lui non ci aveva pensato troppo agli amici. Sempre in casa. Di giocare a carte, poi, non gli piaceva. Ci pensi quando sei solo. E’ tardi. Se n’erano tutti andati. Sembravano tutti andati. Nella sua testa erano tutti andati. Non riusciva a fissare un pensiero che fosse uno.
Fuori dal centro nemmeno sembra più Milano. Intorno c’era solo buio quando Aldo l’aveva visto avvicinarsi. E in quel buio era solo un ombra, anche lui. Scalciava qualcosa che lui non vedeva. Le mani nelle tasche. La cicca che si consumava tra le labbra. Capelli lunghi. Aldo non li sopportava con quei capelli lunghi. A Dante li aveva fatti tagliare. Ai suoi tempi erano altri tempi. Sono cose che non ritornano. E Ester portava i capelli corti come uno di loro, allora. Quegli sì che erano anni. Di anni ne avrà avuti una trentina. Trenta e, naturalmente, niente da fare. Null’altro che bighellonare. E fumare. Si sentiva appena inquieto. Ma quel ragazzo non aveva nulla da perdere. Era il padrone del mondo. Bel mondo. Non avevano rispetto neanche dei più vecchi. Magari era di quelli del Leoncavallo. Certo. Che ci hanno sempre troppo da fare anche per dormire. E che le vogliono spiegare loro le cose. Senza palle. E intanto gli cresceva dentro la voglia. “Ce l’hai una sigaretta”?
Puzzava di sudore. E ad Aldo non era piaciuta la sua risposta. Nemmeno il tono. Che lui non si trovava mai senza. E lui ce li aveva i soldi per comprare tutte le sigarette che voleva. Mica era uno di quei disperati. Un barbone. O un bauscia. Solo la maledetta macchinetta era fuori servizio. E si era anche tenuta venti centesimi. Un taxi era passato vuoto. Poi più niente. Per arrivare dalla Linda gli sarebbero occorsi ancora una buona ventina di minuti. E lui la voglia ce l’aveva in quel momento. Non dopo. In fondo non gli aveva chiesto che una sigaretta. Non era stato gentile. Ma lui sì. Solo che non era la serata giusta. A volte le cose le puoi anche accettare. Non tutte le ore sono uguali. Era proprio un pezzo di merda. E si era comportato da quello che era. Aveva anche riso, almeno così gli era sembrato, mentre gettava la cicca accesa. Lui, Aldo, non voleva più farsi mettere i piedi in testa da nessuno. No! non era la serata adatta. Non quella sera. Non gli andava di essere preso per il culo. In giro non c’era un anima. Dopo il primo colpo, quello, il minchione, sorpreso, era riuscito solo a dire: “Che cazzo fai; nonno”. Quelle parole non gli erano proprio piaciute. Aveva ripulito la lama sulla sua maglietta del cazzo. Poi l’aveva gettato nel cassonetto. Il coltello, non il ragazzo. Quello, il ragazzo, aveva finito di lamentarsi. E di rompere. Un altro drogato di meno. Proprio un compleanno di merda.

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