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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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