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Posts Tagged ‘mogli’

Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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Tutte le mattine, da vent’anni, si alzava facendo piano, scendeva in cucina e, con le imposte ancora chiuse, preparava il caffè e glielo portava a letto. Due zollette di zucchero e una lacrima di latte. Magari un grazie le avrebbe fatto piacere ma aveva smesso di aspettarlo. Provvedeva poi, mentre lui fumava la prima sigaretta, ad aprire da per tutto e a pettinarsi per finire di prepararsi dopo che lui era uscito per recarsi al lavoro. Solo allora, quando restava sola, poteva dedicarsi il proprio tempo e finire di truccarsi e scegliere l’abito da mettere per quel giorno. In fine finiva di riordinare la casa e usciva in tempo per le prime compere quando ancora non trovava affollamento nei negozi. Era così che cominciava ogni sua giornata con quelle cadenze sempre uguali. E sempre uguale finiva nell’attesa di un gesto di tenerezza quando lui tornava immancabilmente stanco. Anche quella mattina era salita puntuale con la tazza di caffè fumante, ma lui non aveva fatto caso che era già pronta per uscire. Infatti dopo scese e prese la valigia che aveva preparato dalla sera, quando lui già dormiva, e si chiuse la porta dietro le spalle dando inavvertitamente anche un giro di chiavi. Ci pensò che era ormai in taxi; alzò le spalle e infilò il cellulare nella fessura del sedile.

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pittura informale nero su bianco con macchia rossaLa musica gli aveva messo tristezza e malinconia. Per fuggire i pensieri che lo inseguivano provò a condurla attraverso un valzer o quello che credeva un valzer. Ricordava che anche quella sera… L’immenso lampadario di cristallo non aveva pietà, non dava vie di fuga, non permetteva nessuna menzogna. Solo non aveva ancora voluto ascoltarlo e crederci. Aveva continuato a farlo con sempre maggiori difficoltà. O forse aveva solo coltivato quel bisogno di lei. Nemmeno di lei ma del suo corpo. Ne provò vergogna; non era gentile nemmeno nei confronti di Gloria. Come se stesse girando un film per l’ennesima volta pur sapendo come sarebbe finito anche questa volta. Chiuse gli occhi e contò i passi: uno, due e tre; uno due e tre; e ancora. Lei non riusciva ad abbandonarsi al suono né lui a condurla. Non era mai stata una brava ballerina, come non erano mai stati una grande coppia. Lei aveva il viso di una donna stanca. Una ciocca di capelli le era caduta sul volto con l’ombra di un taglio netto. Il collo era ornato di perle e di un intrico di rughe sottili. Si accorse di come, nonostante fosse pronta per uscire e l’abito, avesse il profumo dolciastro della morte. Non capiva come avesse fatto a non accorgersene prima e cercò di accontentarla.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSolitamente i messaggi anonimi non erano presi in considerazione; lo mise nel cassetto e se ne scordò. Sebastiano non avrebbe saputo dire perché l’aveva conservato, forse per la stranezza della denuncia: “Mio marito è un cornuto”. Forse perché ne aveva riso o perché a Quattrocase non succedeva mai niente. In più l’anonimato del biglietto, scritto con lettere di una nota rivista di gossip, era tradito dall’autore, cioè l’autrice, che non aveva risparmiato macchie e impronte e aveva scritto la busta in stampatello con tanto di mittente sul retro. Se ne ricordò davanti a quella segnalazione di sequestro prima di recarsi sul luogo. Riprese in mano la prima comunicazione e l’indirizzo era lo stesso. Era quello che si dovrebbe dire un indizio. Venne ad aprirgli una donna rossa, piccola, con gesti rapidissimi e una vocina squillante, che impegnava ogni gesto ad essere graziosa. Lo invitò a sedersi e gli chiese se gli poteva offrire qualcosa. Lui non prendeva mai niente in servizio e non fece cenno di quello che sapeva. Lei si dilungò a descrivere il rapito e solo alla fine si disse certa che fosse tenuto segregato da quella smorfiosa del ventisette costringendolo a fare quello che voleva, quella viziosa, che aveva sempre provato invidia e guardava suo marito con degli occhi…

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Non c’è niente da fare: lo sono sempre stato, distratto. Come quella donna che ha perso i figli. Per quanto faccia, per quanto stia attento. E’ più forte di me. Forse me l’hanno scritto nel dna. Alzo gli occhi e incespico nel gradino. Eppure è sempre stato là. Eppure l’ho fato per anni, ogni giorno, ogni santo mattino. Rincaso e suono al piano di sopra. Al piano di sotto; che quella è anche bisbetica. Se non avessi sempre avuto persone attente vicino a me chissà quante ne avrei combinate e come sarei finito.
Non conto neanche tutti gli ombrelli di cui ho disseminato ogni posto in cui sono andato. E quelli non sono nulla: mi son perso due cani, peccato che uno era uno splendido esemplare di terrier di razza, e persino un cardellino. Per non contare quante volte prendo il giornale, lo pago e lo lascio all’edicolante.
Come quel giorno che mi sono accorto solo dopo essere arrivato in ufficio che non avevo gli occhiali sul naso. A proposito di giornali è successo quando mi sono messo per leggere il giornale. E’ stato imbarazzante perché alle dieci avevo un appuntamento. Ho detto prego si accomodi a Giselda e ho accolto l’ingegnere Fillicuti con un sonoro e garbato dica pure signora. Fortuna che non m’è passato a tiro altrimenti rischiava che mi scappasse anche una gran pacca sulle chiappe.
Non fossi in questa situazione mi verrebbe da ridere a pensare alla faccia che avrebbe potuto fare. Che poi, a rifletterci, comunque, in quello stato, mica avrei potuto vedere la sua espressione. Insomma ho combinato comunque un gran casino. Alla fine son dovuto correre a casa. Perché tutto poi si risolve. Ma la pacca a quello di Giselda l’ho data appena son tornato. E mi son preso anche gli interessi; perché in fondo sono sempre stato anche fortunato. E poi anche lei, Giselda, non è proprio un aquila; porta lenti proprio spesse. Comunque a lei non importa come sono, tra noi funziona perché lei mi accetta per quello che sono. Chissà come avrà preso la notizia. Non si è ancora fatta vedere. Forse deve ancora riprendersi.
Per quello nemmeno mia figlia si è ancora fatta vedere. Avrà avuto da fare. I giovani hanno sempre da fare. Mi spiace solo che non mi ha portato a far vedere il nipotino. I bambini danno sempre allegria. Deve essere stata proprio la mano che la santissima vergine non ha mancato di mettermi in testa se non sono caduto dentro quel giorno che ho aperto la porta dell’ascensore e la cabina non era al piano. Certo che li dovrebbero fare più sicuri certi arnesi e non si dovrebbe aprire la porta. Quella volta me la sono proprio vista brutta. O come quella volta che dovevo andare a Firenze e son finito a Mantova. Ho preso il treno sbagliato, ma, in quel caso, non è stata tutta colpa mia. Hanno cambiato il binario all’ultimo momento. Non ho sentito l’annuncio per l’altoparlante. C’è sempre una gran confusione nelle stazioni. E poi proprio in quel momento mi ha sorriso una che era proprio una bella bionda. Insomma è stato un insieme di coincidenze. Poteva capitare a chiunque, solo che capitano sempre e solo a me.
Quando ho visto Clara ai giardini ero certo che si stesse baciando con uno. Se non era lei a dirmi che stava semplicemente parlando con un’amica sarei rimasto nella mia convinzione. Certo che è una strana ragazza, ma dovevo immaginarlo perché mia figlia è anche sempre stata molto seria. Non mi sono mai dovuto preoccupare di lei. E non era nemmeno la prima volta: andava alle medie quando l’ho vista armeggiare con l’ipod credendo di vederla fumare. Anche quella volta avevo messo quelli da sole di Assunta invece di quelli miei da vista. Il fatto è che ho sempre tante cose per la testa.
Sono arrivato da Varalli senza la pratica. Sottobraccio portavo l’elenco telefonico. Ma ne potrei raccontare da restare senza voce. L’ultima volta non sono stato attento di respirare come si deve. Così mi sono distratto una volta di troppo. Deve essere stato con i funghi. Mi sono soffocato come un qualsiasi stupido. Assunta, mia moglie, lo sapeva come ne vado ghiotto. Più che mangiarli li ho sempre divorati; con ingordigia. Non posso che dare la colpa a me stesso. Non posso che dirmi: “Così impari”; non fosse che a volte, come questa, è un po’ tardi per imparare la lezione.
Figuriamoci poi se da me ci si può aspettare che me ne accorga quando mia moglie è stata dal parrucchiere. Eppure almeno quando sono alla guida mi sembra di essere sufficientemente presente. Non sono solo colpa della mia distrazione quei quattro incidente, di cui due per tamponamento, che ho avuto. Ora mia moglie, Assunta, continua ad aver cura di me. Continua a parlarmi anche se non le posso rispondere. Viene a portarmi i fiori e a sistemarmi. E non è mancata nemmeno puntualmente per il due di novembre. La tomba è sempre perfettamente in ordine; santa donna.
Ma chi è quel tipo che arriva e va via sempre con lei, sottobraccio? E che l’aspetta mentre lei sistema la mia ultima dimora? Ha un comportamento strano e non è che mi piaccia proprio tanto. Soprattutto non mi piace che si tocchi davanti a me e che le tocchi il culo mentre si allontanano. Però la sua faccia non mi sembra nuova. Ho come la sensazione di averla già vista, anche se non ricordo dove. Però ricordo solo ora quello che dovevo dire ad Assunta. Speriamo si sia accorta da sola che ho lasciato acceso il gas con la moka sopra.

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Forse dovrei sentirmi in colpa? Non provo che un senso di liberazione. Effimero, certo. Poi il niente. Mi sento solo vuota. Svuotata. Vuota e stanca. Solo questa frustrazione. Questa attesa. E un altro mattino comincia. La casa. Il lavoro. Già non ne potevo più. Questa vita non è vita. Non è quello che volevo. Certo non era quello che sognavo. Lo so che i sogni sono solo sogni. Ma qual è quella donna che non ci si è mai nascosta dentro? Cosa ci resterebbe? Le donne e i sogni sono sempre andati d’accordo. Solo che nulla è come sembra. E adesso niente mi spinge a continuare. Qualcosa si è rotto. Rotto per sempre. So che non può tornare. Io non ci volevo uscire per quella maledetta cena. “Ho visto come lo guardavi”.
Non l’ho mai sopportato quand’è così. Lui aveva bevuto. Beve sempre per quelle occasioni. Poi diventa così. Poi è così. Lui è sempre così. Prima tutto gentile ed educato. Poi trova il coraggio di essere uomo; cioè torna bestia. Allora la alza quella voce. Allora comanda. E diventa sgarbato. Lo sapevo già. Non sarei più tornata a casa. Stavolta lo sapevo che non sarebbero bastate le scuse. Sapevo che era un “Basta”! Dovevo pensarci prima. Ma viene quel momento. E’ il momento che non si torna indietro. Ha cominciato in macchina. Ma le mani no. Dovevo andarmene prima che succedesse. Certo non mi avrebbe lasciata andare. Certo mi avrebbe supplicata. Certo poi mi avrebbe inseguita. Si sarebbe fatto forza di quel coraggio. Cos’ero per lui? Quello che sono sempre stata. Quella che non può dire di no. “Sei mia moglie”. Sono quella che ti stira le camicie. Quella che lavora e corre a casa per farti la cena. Quella che è lì quando hai la voglia. Solo quando te ne ricordi e hai la voglia.
La so la sua risposta. Me l’ha gridata tante volte. Prima “Ma io ti amo”. Poi il suo amore è quella cosa sputata addosso. Le sue offese. Il dialogo finisce lì. Ma quello no. Non è giusto. Non si doveva permettere. E ho cercato solo di essere gentile. Era lui che l’aveva voluto. Era sua la cena. Suoi i colleghi. Giovanni è stato solo cortese. E se proprio lo voleva sapere… Sarei dovuta essere così. Per meritarselo se lo meritava. Non li potevo sopportare più i suoi sospetti. Era da tempo. Quando le cose finiscono si dovrebbero lasciare lì. E’ finita e basta. Me ne dovevo tornare dai miei. Niente sarebbe stato peggio di questo. “Sono stanca”.
Perché le parole non le sputa da un’altra parte. Vorrei non mi stesse addosso. Adesso… non voglio le sue mani. Cosa fa? Cosa crede? E’ tardi. Questo senso di nausea. Quel vino. E ho anche mal di testa, veramente. Una cosa così, quando succede torna a succedere. Poi non te la puoi scordare mai. Ma chi si credeva?
Stanca un cazzo! adesso me la devi dare”…
Non ti devo niente”.
Sono tuo marito. E volevi farlo con quello. Con lui sì e”…
Questa volta no. Sono stanca. Stanca delle sue sfuriate. Stanca delle sue mani addosso. Stanca di essere cosa. Stanca di tutto. Di vivere. Il nostro tempo è finito. Non devi gridare; capisci? Non ti permetto di… Il suo tempo è finito. Non farlo. Non c’è una ragione ma non lo posso sopportare ancora. Cosa fai?
Se non stai buona ne prendi un altro”.
Sia quel che sia. Arriva sempre quel punto in cui… non puoi più tornare. Non avrei mai creduto di raggiungerlo. Eccomi qui. Eccolo lì. Sembra quasi che stia dormendo. Non mi fa pena. Mi fa ancora schifo. Una donna non può solo perché è donna. Dovevo andarmene quella prima volta. Ho voluto credergli. Sono solo una stupida. Non me ne frega di quello che diranno. L’inferno era la mia vita. Quell’inferno è finito, finito per sempre. Finalmente. Lo so che mi sono presa la sua vita, ma io non potevo togliergliela che una volta mentre lui mi ha tolta la dignità e me l’ha tolta per ogni giorno a venire.

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Certe sere torna a casa stanco, povero caro. Il lavoro dice che è lavoro. Tutto gli comporta fatica. Si mette lì in poltrona e aspetta che lo chiami. Dopo avergli portato le ciabatte e il giornale. Ha gli occhi fondi. Rossi come la brace e spenti come un caminetto in agosto. A cena la testa gli cade nel piatto. Si addormenta mentre è nel bel mezzo del suo avvincente racconto sulla geografia di tutti i suoi dolori. Mi consola il fatto che è talmente esausto che gli manca persino la forza di sognare. Quelle sere mi infilo a letto e ascolto in silenzio il suo respiro. Tutto mi sembra tranquillo e sento i rumori raggiungermi anche da lontano. E allora che prego iddio: Potesse durare.
Certe sere arriva a casa annoiato e nemmeno le veline attirano la sua attenzione. Non c’è nulla allora che valga la pena, che dia sale alla vita, ma tutto su cui lagnarsi. Non c’è culo che tenga. Persino il punto di cottura della pasta sembra cospirare contro il suo umore. Il mutuo che è rincarato; porcocane. Le ciabatte che son finite in fondo al letto; povero amore. Io che non mi faccio mai trovare pronta; sempre con questa faccia senza sale che sembro delusa per costruzione ideologica. Che non riesco a lavare due piatti senza fare il disastro e inzaccherare da per tutto. E ci metto talmente tanto a farli che è chiaro che poi a lui fa a tempo a passargliene la voglia. Potrei mettere quello che voglio, o togliere tutto. Non mi resta che portare pazienza e lo senti mugugnare nel sonno.
Certe sere c’è la partita, e quando c’è la partita c’è la partita. La cena la vuole davanti alla televisione che lui ha bisogno del training. La forchetta la vuole sulla destra e il gotto di rosso alla sinistra e la sciarpa intorno al collo. Rosso-nero per sempre. Povero piccino, la sua squadro non gli dà troppe soddisfazioni. Ma lui la sua partita la gioca. Un’ annata come questa non aiuta certo la serenità dei focolari domestici. Perdere quattro derby su quattro non è cosa accettabile. Poi i cugini… e cosa c’è di peggio dei cugini? quei baùscia; che mica lo so se lo sa cosa vuol dire, ma lo dice anche Alfredo. Fortuna che certe sere se la va a vedere al bar con gli amici che mi chiedo perché abbiamo avuto bisogno del ricevitore e dell’abbonamento. Certo che quello ormai ci va a passeggiare per il campo; ma, dice lui, che io non posso sapere, i problemi è il resto della squadra che quello passeggia e gli altri se lo stanno a guardare.
Certe sere è solo incazzato quando rincasa. E lui quando ha l’incazzo se lo deve far passare. Non sa sempre tenere a posto le mani. Perché lo debba pagare io questo ancora mica lo so. Per quanto faccia ogni tanto qualcosa gli scappa. Eppure cerco di tenermelo distante, ma povero cocco ha bisogno anche lui dei suoi sfoghi. Non che sia cattivo, infatti il mattino dopo si alza sempre grondante di pianto e di pentimento. Mi chiede scusa con tutte le sue costrizioni e io non posso che scusarmi dopo una notte passata a massaggiarmi ed ad ascoltare il suo roboante russare. Dimentico tutte le maledizioni che gli ho mandato. Mi vergogno per averlo odiato. Mi promette quel regalo che vendono solo in quel negozio che continua a trovare chiuso. Dovrei rammentarglielo ma non trovo mai il momento. Certo la memoria, almeno per certe cose, non è mai stata tra le sue doti migliori. Ma la buona volontà, almeno quella, ce la mette tutta.
Tutte le sere vuole trovare pronto appena arriva, il tempo di lavarsi le mani; quando le lava. Di cambiarsi perché lui non può mettersi a tavola con i vestiti che ha tenuto tutto il giorno. Di farsi quel minimo di toilette che per lui consiste nel traslocare ogni cosa che gli ingombri le narici e spazzolarsi i denti con le unghie listate a lutto. Si fuma la cicca del prima, ma io non sono abbastanza veloce a raccogliere la cenere che gli cade con il posacenere. Non mi ricordo più quand’è l’ultima volta che ha fumato quella del dopo. La mia memoria non è più la stessa. Ma l’amore è anche questo. Forse non dovrebbe essere solo questo. Preferisco non parlarne con lui per non fargli venire una di quelle sere in cui torna incazzato. Ha bruciato sulla manica anche il vestito buono e la prima volta che si accorge devo sentirlo io povero scricciolo. Che poi mi ripete che sono la sua regina e io sto a chiedermi quale regina.
Quelle sere che torna a casa allegro allora è perché ha bevuto. Ma quando lui beve lo fa con impegno. Non so come riesca a trascinarsi fino a casa. E’ in bilico anche se si mette seduto. Puzza e sputa e il puzzo non sarebbe neanche il troppo. E’ allora che si sente romantico, tra una risata e l’altra, sguaiate; perché è solo allora che è allegro e ci pensa alle cose. Ne avrebbe almeno voglia ma come allunga la mano è già collassato per il sonno. Lo devo spogliare e mettere sotto le coperte. E mi rimangono i suoi quattro stracci ridotti alla pietà, tutti macchie. Ma qualche volta riesce ad arrivare prima di vomitare. Gli uomini son uomini, cazzo, e debbono pur avere i loro attimi di sosta; mi dice. Si prende la camicia fresca di bucato e si taglia nel farsi la barba, povero piccolo. E che di quel piccolo, per pudore, preferisco non parlare. Finisce che a parlare e parlare non la finiamo più. Allora tiriamo diritti e chiamiamo le cose per nome: povero piccolo un cazzo.
Ormai sono come quelli che non leggono un libro da una vita. Se faccio i conti nella mia sono due. Non ho mai un attimo di tempo; per me. Dicevo di quelli che li chiamano dell’analfabetismo di ritorno perché si ricordano a stento come si scrive il nome. Anch’io allora ho raggiunto la verginità di ritorno. ché l’ultima volta c’era ancora il re. Ho fatto richiesta per una vita di ricambio e in subordine per poter interpretare Maria per il prossimo presepe vivente. Solo che a lui dovrebbero affidare la parte di Lazzaro che a far la guardia alla porta del sepolcro ci penso da sola. Il fatto è che a fare Giuseppe si allena da tutta la vita.

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4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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3.Per quella che definisce la mia seconda volta ho già pagato abbastanza a star lì ad ascoltare quello che aveva da dirmi per una bazzecola simile”.
Come facevo a saperlo; pareva più morto che vivo. Con un piede già di là e quell’odore addosso. Ci avrei giurato che era già pronto per concimare il suo ultimo pezzetto di terra. Lo so anche io da solo che dovrei mostrarmi solo quando sono sicuro che la persona che mi è stata affidata è proprio destinata al suo destino. Ma come potevo immaginare che non era il suo ultimo momento ma solo il penultimo. Che quello, dopo una vita dissipata e poi il coma, prende e si risveglia e torna anche a parlare. Sembra che più sono mascalzoni e più il cielo li aiuta. Ne aveva già fatte tante che anche metà erano più che sufficienti. Da non credersi. Apre gli occhi, alla sua età che lui la preistoria la potrebbe raccontare per averla visita di persona, e ancora allunga le mani sull’infermiera. Certo non va a raccontare di avermi visto a gatti e maiali e trote, cioè al mondo intero, a tutto il creato, ma non sa trattenersi dal confidarlo almeno alle amicizie più care. Ha anche una memoria incredibile persino per i particolari. Per fortuna anche loro lo prendono per matto e pensano ad un delirio nel male. Mi sarei perdonato anch’io di uno sbaglio tanto veniale. Direi piuttosto che se una colpa c’è la colpa è sua che si è aggrappato così testardamente alla vita e che si è rifiutato di accettare la sua ora. O che almeno mi si possa considerare come particolarmente sfortunato.
Giuro che un attimo prima aveva gli occhi vitrei e la bava alla bocca anche se un attimo dopo era vispo e arzillo come appena uscito da un sonno ristoratore. S’è persino fatto portare una porzione abbondante di pasticcio chiamando il ristorante con il cellulare di quella infermiera. Lei l’ha presa ridendo portando pazienza per la sua età senza trovarci nulla di male, nemmeno nel dargli il cellulare. Si era limitata ad una breve frase, mentre faceva il gesto di sottrarsi, in quella lingua ormai quasi sconosciuta negli ospedali che è l’italiano. Anzi dopo se n’è andata come se quello le avesse restituito un poco di orgoglio. Strane creature le donne. Non finirò mai di capirle. Ma io non ero certo lì per capire le donne, ma solo per assistere un moribondo. E torno a parlare solo di lui perché voglio aggiungere che il fatto stesso che sia un moribondo lascia supporre che sia lì solo per aspettare la morte. Quello invece si era solo preso una pausa dalla vita e ora mangiava la sua pietanza con un gusto che sembrava fossero mesi che non toccava cibo, mentre era sempre stato alimentato con flebo fino ad un attimo prima. Si infila persino le ciabatte e se ne va da solo a orinare che mi ha lasciato lì con tanto di naso. Quando mi ha chiamato per farmi rapporto non ho potuto evitare la ramanzina ma le ho ben cantate le mie ragioni. Dico mi mandate da uno che aspetta la morte come se aspettasse il tram e quello decide di farsela a piedi o di prendere un taxi lasciandomi lì come un baccalà. Se avessi potuto gli avrei stretto io stesso le mani torno al collo. Se uno non sta ai patti ci dovrebbe essere concesso di poter farglieli rispettare se è il caso anche con mezzi energici. Che poi bastava che appena arrivato gli staccassi la spina. Una cosa tanto semplice che potrebbe farla anche un bambino. Semplice e, quasi sempre, indolore. No! Lui no. Avevo anche proposto di riparare; potevo sempre provare a fargli incontrare un incidente con la macchina. Gli avevano ritirato la patente e poi mi ha ripetuto sgarbatamente che quello non era compito mio. Fosse stato solo per la giuria non me la sarei cavata con una semplice lavata di capo. Quelli sono sempre pronti a giustiziare il primo che gli capita sotto le unghie. Fai una norma e la prendono per un comandamento. Di quelli dieci ce ne sono e a nessuno viene in mente di aggiungerne altri.

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2.In fondo come si potrebbero considerare e chiamare gravi precedenti due piccoli episodi senza vere conseguenze come quelli che mi sono successi”?
Andiamo con ordine. Meglio aspettarsi il peggio, in questi casi. Sì! va bene, ma era la mia prima missione. E non è certo un mestiere facile il nostro. Puoi vedere tutto e gli altri non ti possono vedere. Dovresti prenderti cura di una persona a cui nemmeno puoi parlare. Puoi certo cercare di muovere il loro buon senso o la loro coscienza. Chi ascolta oggi la propria vocina dentro? Tutti a correre dietro a tutto e al primo impulso. Tutti disposti a tutto per il primo piacere, anche se piccolo e volatile. Mi dice “Guarda quel Enrico Maria e non perderlo d’occhio mai”; sempre a me poi capitano questi nomi che non sai mai se hai a che fare con uno o con una folla. Che fosse depresso lo vedevo anche se non me l’avesse detto. Come faccio a sapere cosa passa per la testa di uno in quella condizione. Per guardarlo lo guardo ma lui nemmeno una parola. Ho chiesto in giro e mi hanno spiegato che già da prima, e da sempre, era un tipo taciturno; che non si confidava mai con nessuno. Che poi ero appena subentrato a quello stesso che mi aveva spiegato chi era il soggetto che nemmeno lui ci capiva più di me. A chi potevo andare a chiedere? Così quando mi ha passato le consegne mi sono informato di tutto quello che in quel momento mi passava per la testa e mi sembrava utile. Ma chissà perché a lui gliel’hanno tolto per mettere nei guai me. Dovresti difenderli da se stessi ma come puoi fare bene il tuo lavoro se non li puoi nemmeno sfiorare?
C’è per tutti una prima volta. Non puoi certo aver paura del fuoco prima di scottarti. Gli avessero fatto un’analisi seria si sarebbero accorti che era stato avvelenato e il veleno stava per fare il suo mestiere. Ma chi si prende la briga di fare le analisi a uno che si butta dal settimo piano? Lui era salito per farlo e fino a poco prima ero certo che era deciso e l’avrebbe fatto. Poi si ferma lì, sul cornicione, a pensarci. E’ facile dire che davanti al vuoto, alla fine, ci avrebbe ripensato ma chi può dire cosa sarebbe successo se non fosse successo quello che è successo? Dicono anche che così un assassinio e rimasto innocente e non si è potuto perseguire un crimine. E’ stato il più banale degli incidenti. Avessi potuto l’avrei trattenuto. E’ quello che ho cercato di fare nonostante fossi a conoscenza del divieto di intervenire. Si dovrebbe lasciar fare a chi deve fare. Aspettare la polizia e i vigili del fuoco. Credevo che non ci fosse più tempo per aspettare, e poi non è forse vero il detto che detta che “chi ha tempo non deve aspettare che passi”? C’era quella maledetta base dell’antenna che sporgeva e non si vedeva. Non l’ho fatto apposta ad incespicare, ma giuro che l’ho appena sfiorato. Quello m’è caduto giù gridando prima ancora che potessi allungare le mani. E tutti a dire che s’era buttato e a chiedersi perché. Ma io stesso non avrei sospettato la presenza nello stomaco di quel veleno né che si fosse buttato contro la sua volontà. Avevo visto sua moglie affaccendarsi ma niente era diverso da altri giorni. Non mi potevo certo insospettire solo non vedendola assaggiare se andava di sale. Forse l’unica cosa che ho trascurato è stata di dare fede alla sue parole. La credevo solo una burlona. Anche se credo che la sua ultima volontà era quella di buttarsi.

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