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Posts Tagged ‘moglie’

Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

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Carola sapeva che lui la amava. Non era vera violenza, era stato solo uno scatto d’ira. Sì! era un po’ geloso, ma chi non lo è? Chi ama è sempre un po’ geloso. Senza gelosia non c’è amore. Lei sapeva di non aver fatto nulla. Come avrebbe potuto? Non era uscita. Era rimasta in casa. Non aveva parlato con nessuno, nemmeno al telefono. Non aveva aperto nemmeno la porta. Non era stato giusto. Quello schiaffo non le aveva fatto troppo male, le faceva male dentro. Cosa gli aveva preso?
Carola si massaggiava la guancia. Cosa voleva? Non la trovava sempre pronta in casa ad aspettarlo? Non trovava sempre la sua cena pronta? Ora era al lavoro, come non fosse successo. Avrebbe voluto chiamarlo. Chiedergli un perché. Lei non riusciva a trovarlo. Non c’era nulla di tragico, solo avrebbe voluto saper capire. Forse era perché ieri aveva parlato con Valerio? Non poteva essere per una cosa così… così banale. Stupida e banale. Lo aveva solo incontrato davanti al macellaio. Non si era fermata più di un attimo. Era vero che Valerio riscuoteva un certo successo. Che aveva un certo fascino. Valerio era Valerio. Si erano solo chiesti come andava. E le aveva domandato come lei facesse lo stufato. Era colpa sua: non glielo doveva dire. Non a Valerio, non dello stufato, a suo marito.
Carola non avrebbe voluto confidarlo a nessuno, ma non era la prima volta. Era solo la seconda. Era solo che era impulsivo. E, povero caro, aveva un lavoro faticoso. Era solo tensione. Doveva capirlo. Non doveva essere facile per lui, con tutti i suoi pensieri. Non le faceva mancare niente. Non era per quello… Si guardò allo specchio, si piaceva ancora. La volta precedente era stato per la camicia. Non aveva trovato stirata quella maledetta camicia. Ne aveva altre, dello stesso modello, dello stesso colore, della stessa stoffa. Aveva bisogno proprio di quella. Sì! lei lo doveva sapere che le camicie andavano lavate e stirate il giorno appresso. E messe piegate nel cassetto. Però, anche lui, poteva anche metterne un’altra. Aveva rinunciato anche al lavoro ma tutto il suo tempo non era sufficiente; era troppo poco tempo.
Carola decise di chiamarlo, a Valerio. Era al lavoro. Non aveva nascosto la angoscia. La sua voce era una supplica. Stava per scoppiare in lacrime. Gli disse che aveva bisogno di parlare con qualcuno. Assolutamente! Che era importante. Alla fine lui aveva accettato di raggiungerla. Gli aveva dato l’indirizzo. Ora aveva giusto il tempo di mettersi in ordine. Di prepararsi ed aspettarlo. Forse aveva sbagliato. Non era paura, ma era timore. Lui non lo sarebbe venuto a sapere. Aveva imparato la lezione. Ma già voleva non averlo fatto. E non aveva più voglia di niente. Aveva lasciato che il tempo passasse. Era solo pigrizia. Cosa aveva che non andava? Era indecisa tra la maglia perla e quella sul verde marcio. Quale le si intonava meglio. Ma forse quella era un po’ troppo scollata. Andava bene anche così. Era tutto a posto. Aveva anche troppo.
Carola quando aveva suonato il campanello non aveva ancora deciso. Ne era anzi rimasta sorpresa, come se non aspettasse nessuno. Non si era ancora pettinata. Non aveva nemmeno finito di truccarsi. Era ancora come si erano salutati. La guancia era ancora arrossata. Tenendo chiusa con la mano la camicetta corse in fretta ad aprire la porta. Non voleva essere scortese e farlo aspettare. Quando se lo trovò davanti si sentì una stupida e lo restò a guardare. Lui le chiese se aveva intenzione di lasciarlo fuori della porta per tutta la vita. Se poteva entrare. Lei scosse il capo come per rinsavire e si scostò per farlo passare. Aveva dimenticato tutto quello che gli voleva dire.
Carola osservò che Valerio era alto. Non bello ma interessante. All’improvviso si sentì una stupida. Guardò l’orologio ed era presto. Era stato veloce. Per quello non aveva avuto nemmeno il tempo… Gli tonò in testa tutto. La rabbia e il bisogno di parlare. Non ne aveva più alcuna voglia. Si accomodò sul divano. Lo osservò. Lo vedeva incerto. Per provare ci provò: “Volevo dirti che lui… No! non è più così importante. Credo che… vieni qui. Accomodati vicino a me. Abbiamo tanto tempo per parlare; e tante cose da dire. Ho tante cose che ti voglio mostrare. Al diavolo lui e al diavolo tutto. E al diavolo lo stufato. Magari ti scrivo la ricetta dopo”.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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Mi sono versata un bicchiere di buon chianti e l’ho mandato giù tutto di un sorso. Di storie come la mia ce ne sono tante, fin troppe. E non sono cose da raccontare. E non nego che ci sia stata anche un poca di colpa da parte mia. Mi ero fasciata la testa di storie piene di sentimenti e credevo ancora alle favole. Alle favole non credo più ma quel senso di colpa è rimasto. Credo non andrà mai via. Ma forse è troppo anche ricordare.
Noi donne sappiamo vivere anche di noi stesse, e da sole. Non abbiamo bisogno di nessuno al nostro fianco. Io non ne ho bisogno. L’ho imparato col tempo. Tutto è cominciato quell’aprile. Eravamo tra amici al bar e lui s’è avvicinato. Un ciao ragazzi! S’è presentato e poi s’è messo a parlare con me. Era un po’ più vecchio di noi, ma non era grave. La volta dopo mi ha aspettata davanti a casa e siamo andati a prendere qualcosa. Mi sembrava bello come un dio. Lo guardavo e lo ascoltavo. Ha pronunciato il mio nome con una delicatezza che non l’avevo sentito dire da nessuno: “Giorgia”. Sì! Giorgia, proprio come quella della canzone. Ed era pieno di attenzioni e premure. Non è che ne capissi molto ma mi sembrava proprio galante. Diventare amici e poi fidanzatini è stato un attimo; naturale. Credo di essermene innamorata subito. Al primo bacio.
Ero così giovane allora, anche se non si è mai abbastanza giovani per sognare, e non si è mai pronti per vivere e capire. E lui era così deciso, così sicuro di sé. Le sue mani su di me erano una sensazione unica. Al solo sfiorarmi mi mandava in paradiso. Non c’è voluto molto. Donna lo sono diventata dopo, e con lui. E’ stato tutto così veloce, all’improvviso; anche troppo veloce. Ero così affascinata. Non avrei mai saputo dirgli di no. E così mi ha convinto a salire a vedere casa sua. Ero nuda prima ancora di togliermi i vestiti; e mi sono vestita solo di me stessa. Ho provato un grande orgoglio. Mi sembrava il massimo essere la sua donna. Toccavo il cielo senza nemmeno alzare quel dito. Non c’era stato nessuno prima, niente di importante, intendo, e pensavo: Non ci sarà nessuno dopo. Non sapevo quanto avevo ragione.
Tutto sembrava una favola. Quando mi ha chiesto di sposarlo gli ho detto subito “”! Poi c’è stato quel piccolo contrattempo: uno schiaffo. Sembrava una cosa da poco. E non da lui. Era nervoso quella sera. Forse per quella nostra promessa. Mi ha chiesto subito “scusa!” tutto pentito. Sembrava pronto a piangere. Mi son detta “Cose che capitano”. Una discussione che è andata oltre. Un semplice litigio tra innamorati. Non ero mai stata innamorata veramente. Ad un certo punto del litigio aveva perso le staffe e mi ha chiesto: “Perché ti guardava così”? Volevo dirgli tante cose, che non potevo essere nella testa di quello, alla fine gli ho chiesto solo “Scusa”. Passata la tempesta mi ha coccolata tra le sue braccia. Ho dimenticato tutto in un attimo. Mi ha assicurato che non sarebbe successo più e io gli ho creduto. Alla fine mi ha anche chiesto di aiutarlo: “Anche tu, però, dovresti cercare di non contraddirmi sempre, di non farmi uscire così dai gangheri che pare ti diverta”. Cosa potevo fare se non perdonarlo?
Pioveva a dirotto quel giorno, un’acqua come non avevo mai visto. Ero tutta zuppa. Mi vedevo bella come non lo sarei mai stata. E poi dicono “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Aveva controllato lui le liste degli invitati. Non aveva voluto i miei amici. Aveva detto che una donna deve sapersi lasciare dietro il passato. Che per noi semplicemente iniziava una nuova vita. Mi dispiaceva soprattutto per Enrico, è sempre stato così caro. E per Cristina, non avevo mai avuto un’amica come lei. E la sera stessa siamo partiti per la Costa azzurra.
Scusatemi ma ha parlarne mi sento ancora confusa. Così non l’ho mai fatto con nessuno. Spero di non doverlo rifare. La prima notte me l’ero immaginata diversa. E anche tutto quello che chiamano luna di miele. Di miele ne era rimasto subito poco. Non capivo perché ma sembrava lo avessimo lasciato a casa. Ce lo fossimo dimenticati nel fare le valigie. Non che il posto non fosse bello, e anche dell’albergo non potevamo lamentarci. Aveva scelto e deciso tutto lui. Aveva detto “Una sorpresa per il mio grande amore”. Invece sembrava che tutto lo annoiasse. Era diventato taciturno e silenzioso. Giravamo quasi come due estranei. E non mi piaceva come lo diceva: “Spogliati che adesso devi fare il tuo dovere di moglie”. Dov’era finita quella sua iniziale gentilezza, quando le parole sembravano tutte di zucchero? Quando sembrava mi dovesse chiedere permesso anche per un semplice bacio? E diceva che ero il suo piccioncino? Lo vedevo preoccupato. Mi rimproverava per il minimo nonnulla. E guardava malamente tutti quelli che mi guardavano. Non mi sapevo comportare. Non ero mai coperta abbastanza. Non ero mai abbastanza seria; ridevo troppo e per troppo poco. Insomma non ero mai alla sua altezza e all’altezza del mio compito. Eppure ci mettevo tutta la mia attenzione e buona volontà. Qualsiasi cosa sbagliavo.
Prima di lui il vino proprio non mi piaceva. La nostra casetta era proprio un incanto. Piccola e facile da tenere in ordine, ma il sogno è durato poco. Lui non poteva capire la fatica che facevo perché tutto fosse a posto. Lui era un uomo, gli bastava tornare a casa alla sera e trovarmi ad aspettarlo. Certo non potevo tardare. Ho Lasciato il canto perché era un’attività troppo frivola per una donna maritata. Per lui ero solo un’incapace. E son cominciate le botte. Mettevo sempre troppo sale o troppo poco sale. Non era mai in ordine abbastanza. Controllava ossessivamente ogni granellino di polvere. Ma lui aveva sempre una sua soluzione per tutto. E subito ha cominciato ha cercare di convincermi di lasciare anche l’impiego. Inizialmente con le buone: “Una brava moglie deve pensare solo alla casa”. Io ho cercato di resistere per quanto ho potuto. Ha cominciato a venirmi ad aspettare al lavoro e poi a capitarmi in ufficio. Non sapevo più come giustificarlo. E non sapevo più come nascondere i segni dei suoi scatti d’ira. Mi ha detto: “Sei una cretica. Una moglie deve ascoltare il marito”. Ha cominciato a spiegarmi come dovevo tenere la casa. Quali erano i miei veri compiti. Come mi dovevo comportare: “Non devi sorridere a tutti così; vuoi capire che sei mia moglie”. Volevo dirgli tante cose, che non era colpa mia, che “non posso essere nella testa degli altri”. Alla fine ho dovuto lasciare il lavoro ed è stato allora che ho cominciato a bere. Ma le cose hanno continuato ad andare di male in peggio. Tornava stanco e nervoso. E quando era nervoso volavano sberle, pugni e calci. Il mattino dopo si scusava sempre e mi chiedeva perdono, ma sempre meno e con meno convinzione. Era tutta colpa mia, perché non lo ascoltavo, non capivo e non mi sapevo comportare, non mi impegnavo e leggevo quei stupidi libri che mi rintronavano la testa; e io mi rifugiavo sempre più nel vino.
Quando felice gli ho detto che stavo aspettando l’ha presa male. Ero tutta contenta perché speravo che almeno quello ci avrebbe aiutati a stare meglio. Che avrebbe potuto migliorare le cose. Mi ha detto subito che non lo voleva. Le sue parole sono state terribili tanto che non le voglio raccontare. Ormai non vedevo più nemmeno la mia famiglia. Ero completamente sola. Volevo tenerlo lo stesso. Contro il suo parere e quello di tutti. Non ho abortito. L’ho perso quando mi ha fatto cadere già dalle scale. All’ospedale è risultato un aborto spontaneo. Ho pianto per giorni e settimane. Mi ha detto che non mi capiva. Che ero una stupida. Un’illusa. Che nella nostra vita non c’era spazio per nessuno. Per nessuno tranne che per noi. Tanto meno per il mio moccioso. Perché lui aveva me e me avevo lui. Perché eravamo tutto e ci bastavamo. Perché aveva il lavoro. E tutti i suoi pensieri. Io non potevo capire ed ero solo superficiale. Una sciocca donnetta. Che pensavo solo a me. Che avrei capito con il tempo. Mi promise che saremmo andati in vacanza, e che mi sarei scordata di tutto. Compresa quella follia. Quel giorno bevvi fino allo sfinimento. Non riuscivo più ad alzarmi dal letto. Non facevo che vomitare. Da allora mi costrinse a prendere la pillola. Saltai di proposito vari giorni, ma ormai non mi toccava più, tranne che per punirmi. Per picchiarmi.
Avevo i suoi occhi sempre addosso, anche quando lui non c’era. Diceva cosa leggevo a fare se poi non le capivo le cose, le cose importanti. Era in grado da solo di spiegarmi cos’era bene per me. Questo ripeteva in continuazione. Ormai gli amici di un tempo non li vedevo più, e persino Cristina mi evitava, e io evitavo lei. Eravamo amiche da sempre, non volevo farle vedere i miei occhi che si intristivano. Non volevo far triste anche lei. E lei non sapeva più cosa dirmi, come consolarmi. Mi aveva detto “Lascialo”. Non l’avevo ascoltata. Dopo era tardi; non aveva più un consiglio da darmi. Al mio primo ricovero venne a trovarmi in ospedale. Mancavano le parole tra noi. Non sopportavo la pena nei suoi occhi. Ho cercato di spiegarle che non potevo denunciare mio marito. E lui a casa ormai controllava tutto. Mi dava i soldi per le piccole spese al mattino e mi dovevano bastare per tutto il giorno. In quella sorta di questua era compreso il mangiare. Era diventato attento anche al centesimo. Diceva che in ogni casa bisognerebbe evitare gli sprechi. Quante volte mi ha detto “Sei già ubriaca a quest’ora”? Era l’unico modo che mi restava di scappare, di nascondermi da lui e da me stessa. Ma lui segnava il livello sulle bottiglie. Le prime volte era un dramma. Ed erano botte; naturalmente. Poi ho imparato e di nascosto prendevo quello nei cartoni e lo nascondevo. Certo non è molto buono ma il prezzo basso mi permetteva di acquistarlo con gli spiccioli che riuscivo a racimolare senza che se ne accorgesse.
Non ero mai stata brava ad oppormi e a controbattere. Forse ero nata vittima; non potevo difendermi. Se solo in una camicia trovava anche solo una piegolina me le spiegava tutte e le dovevo ristirare dalla prima all’ultima. Quando ho creduto di non poterne più mi sono decisa. Ero uscita dall’ennesima visita all’ospedale e quella volta me l’ero vista proprio brutta. Mi sentivo una cretina e nemmeno io avrei creduto alle balle che mi dovevo inventare. Per quanto ubriaca non erano credibile tutte quelle mie distrazioni e quelle cadute. Quando mi hanno dimessa avevo il polso ingessato e naturalmente dovevo nascondere gli occhi dietro ad occhiali scuri. Non gli ho detto nulla e mi sono allontanata in silenzio; senza avvertirlo ne dirgli niente. Aveva una riunione di lavoro. Ormai se andava ad una festa ci andava da solo. Diceva che si vergognava di me. Mi chiudeva in casa. Sono andata alla «Casa della donna» e loro mi hanno aiutata e nascosta. Sono stati i primi momenti belli dopo tanto tempo. Mi ero quasi ristabilita. Mi ha trovata. Ha detto che l’unico posto di una donna è in casa con il marito. Mi ha riportata indietro, con varie fratture ed ecchimosi, trascinandomi per i capelli. Quella volta mi ha spiegato che non mi sarei mai liberata di lui: “Meglio morta”. Nell’odio dei suoi occhi furenti ho letto che parlava sul serio. Mi sono nascosta e mi sono scolata un cartone tutto d’un fiato.
Ripeto che non sono cose da raccontare. Mi controllava anche le telefonate. Ero prigioniera di un incubo. Ma durante l’ultima visita Irene mi aveva detto che la prossima volta sarebbe stata l’ultima volta che mi avrebbe picchiato. E io gli ho creduto. E ho continuato a pensare a quelle sue parole; a sperare, non le potevo dimenticare un attimo. Era una gran brava donna quella donna. Brava e decisa, che sapeva il fatto suo. La pace è durata un paio di settimane, forse meno. E quella sera forse aveva ragione, ero ubriaca. E forse la pasta era veramente scotta. Ha buttato il piatto per terra rompendolo. Mi ha detto “Mi fai schifo”. Mi ha lanciato un bicchiere di vino sul viso. E tutto è cominciato con uno spintone. Poi le cose sono naturalmente trascese. Quella volte credevo che mi avrebbe ammazzato sul serio. Eppure mentre mi picchiava selvaggiamente pensavo all’assicurazione di Irene. Lo sfidavo. Avevo tanta paura e allo stesso tempo speravo che presto sarebbe tutto finito. Vedevo il mio stesso sangue e sognavo che sarebbe stato l’ultimo. Non so cosa mi dette la forza. Ci avevo già provato ma lui mi aveva salvata in tempo, era finita con una lavanda gastrica. Ero decisa: o mi avrebbe ammazzata o non avrebbe più alzato quelle mani contro di me. Alla fine è stato costretto a chiamare l’ambulanza anche se continuava a ripetermi che “Non è niente”.
In ospedale è passato a visitarmi anche l’avvocato della «Casa». L’ho ringraziato e gli ho detto che non avevo bisogno. Che se proprio voleva rendersi utile mi poteva portare una bottiglia di vino. Ma Irene non è venuta. Di lei non avevo più avuto notizie ma in cuore sapevo che di lei mi potevo fidare. Quando si è presentato il maresciallo ero ancora immobile a letto, con il braccio fasciato e la gamba in trazione. La commozione celebrale era stata scongiurata. Mi sentivo anche un grande mal di testa e mi girava ancora tutto. Non dovevo essere molto presentabile, anzi ero proprio uno straccio. Ho faticato a fargli un sorriso quando è entrato, mi doleva anche quello, ogni muscolo. Era serio e molto preso dall’incombenza e dal suo ruolo. Era venuto a comunicarmi che purtroppo il mio povero marito era stato vittima di una presunta rapina, da quello che dicevano i primi rilievi, la notte precedente. Che purtroppo non c’era più nulla da fare, era stato ricoverato già morto. Diciassette coltellate inflitte con rabbia inaudita. Pare che l’autore poi avesse sputato sul cadavere ancora agonizzante e lo avesse, come si dice? evirato; credo sia questo il termine giusto. Non riuscii a mostrarmi credibilmente addolorata. Avevo troppo male per pensare anche a quello di altri. Per fare la vedova afflitta in modo credibile. Quando l’uomo uscì tirai un sospiro di sollievo. Era finalmente finita. Chi? Ma era veramente finita? Stentavo a crederci. Erano stati tredici anni di completo inferno.
Appena a casa la casa era vuota e silenziosa. Non sembrava più nemmeno la nostra casa. Mi sono versata un altro bicchiere di buon chianti e ho mandato giù anche questo tutto di un sorso. Ormai avevo tutto il tempo per pensare e liberarmi di tutto quello che mi ricordava lui. Avrei dovuto anche trovarmi un lavoro. La mia vita era cambiata. Ora lui non c’è più ma nelle vene mi sono rimasti amarezza e vino. E’ il modo in cui mi nascondo ed è l’unico modo che ho di dimenticare. Di lui mi hanno liberata ma io del vino non mi potrò più liberare. E’ l’unica cosa che mi è rimasta di lui.

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015-finestra02Cosa dire? Fogli strappati da un calendario che non va. I giorni che si arrampicano sulle cose. Paura e noia del telefono. La voce roca e la gola secca. Una canzone ereditata dal mattino. Le bollette sopra il mobile d’entrata a lasciare impronte sulla polvere. Quasi una lotta per non esserci. E’ tutto solo pigrizia, ma tutto scappa. Questa insoddisfazione, cos’è? Chiudo il libro. Lei e di là e ne sento solo parlottii di cose. Gocciolio sul lavello. Sbattere tintinnante di piatti. Esco. Il desiderio di non incontrare nessuno. Ogni voce si fonde e tutto è rumore. Ma la canzone resta là. Una bestemmia soffocata. Da quanto tempo sono in questo stato? non ne ho la più pallida idea. So solo che… anzi non so. L’unica cosa certa è che va tutto bene eppure… Buona domenica. E’ la vicina del terzo piano. Ha un culo interessante. Forse ha una certa simpatia per me. Le debbo apparire interessante. Forse mi considera qualcosa. Povera donna. Accenna a fermarsi. Accelero il passo. Chi la sentirebbe Marisa. Con lei ogni cosa è dramma. Per lei tutto ha necessità di una spiegazione. Soprattutto con quella donna. E Venezia non è una città dove ci si può nascondere. Non ha rispetto. Non le puoi fuggire. Ti mette sulla bocca di tutti. E’ intimamente perversa e portata alla chiacchiera. Non c’è un angolo di intimità. Quasi mai. E’ in quest’angolo, mentre passo, un ricordo mi prende alla sprovvista: proprio qui ci nascondevamo la sera dalla luce dei lampioni e dagli occhi troppo curiosi. Lì per qualche fugace bacio. Ma era un’altra città. Io ero un’altra persona. Dov’è finita quella persona. Strano ripensarci dopo tutta una vita, ma forse non è tanto strano. Forse lo strano sarebbe non ripensarci. Mi allontano con un sospetto. Ho voglia di caffè. Lo sciabordio appena percettibile del remo sulla superfice dell’acqua. Se conoscessi altre lingue continuerei a parlare solo la mia. E tutte le lingue diventano una, si fanno brontolio. Il ponte interrompe i miei pensieri: mi impone attenzione; ai gradini. Ieri davano Ferro 3, fortunatamente ce lo siamo perso. E’ ora di tornare. Anche questo gesto mi costa, quanto è più di altri. Cosa aveva detto? Latte e patate? Pane e formaggio? Le macerie non sono solo pietre. Decido senza fatica: la lascerò brontolare. Non ho alternativa, o imparo ad ascoltare quando parla. Da tempo seguita a dire che non siamo più gli stessi. Nessuno resta per sempre lo stesso. La vita cambia le cose e le persone. E forse non siamo mai stati gli stessi. Quelli che abbiamo detto di essere. Quelli che abbiamo cercato di mentire come persone. Eppure ha la domenica libera, come poche. E stasera tornerà a dire che non mi capisce. Nemmeno io riesco a farlo. Non potevo certo vendere la vita per una canzone. E la verità è che a lei della musica non è mai interessato molto. Lei è una donna pratica, non ha tempo per i sogni; a differenza di me. Ricordo un giorno d’estate al lido. Inutile cercare di illudermi, lei non c’era. Non rintraccio un ricordo preciso con lei, con Marisa. E’ come se fossimo sempre stati un’abitudine uno per l’altra. Eppure ci sono stati giorni e mesi e poi altre cose. E’ uno di quei giorni che non va. Semplicemente uno dei tanti. Ormai non vale nemmeno la pena di parlarne. E non lo facciamo. Io non cerco nemmeno le parole; per dirsi cosa? Che ho scordato i pantaloni in pulitura? Che bisogna ricordarsi di dare da mangiare al gatto? Non ho mai sopportato i gatti. Sono mesi che sono bloccato su quel libro. Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto la voglia di scrivere una benché misera cosa. Ci ho provato. Me le racconto in testa le mie cose, e continuo a faticare a prendere sonno. Anche con i tranquillanti. Mi sembra tempo sprecato; buttato. E’ sempre stato così. Alla fine me la accendo la sigaretta, perché non c’è un motivo valido per rinunciare e resistere. Certamente lei se ne accorgerà dall’alito. Tutto sembra relativo. Non c’è una vera ragione, potrei essere felice. Eppure… e poi c’è questa voglia di sapere. E questo desiderio di non capire. E lei che all’improvviso mi torna alla mente. Lei e il nostro tempo perduto. Quei due ragazzi. Il nostro angolo buio. Tutte quelle parole dette, e anche quelle non dette. Quella che sembrava una storia banale. Una storia di ragazzi, appunto. Un amoretto tra un esame e l’altro, tra un romanzo e una poesia. Tra un disco comprato e quello che avremmo voluto prendere ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza. Canzoni che cantavamo assieme, piano o a squarciagola. Le risate davanti ad una pizza o spinte a forza fuori delle labbra dall’alcol che ci rendeva coraggiosi, o almeno meno vigliacchi. Strani anni quelli. Chissà dov’è, cosa le è successo. Se si è fatta una famiglia come quasi tutti gli amici del tempo. Chissà tante cose. Eppure di tanto in tanto lei continua a tornare. E i miei pensieri riavvolgono i fili di quei giorni così magici e così irripetibili. Come avrei potuto conservare il ricordo di averle regalato un mio disegno? Ma era solo un maledetto e straziante ed emozionante sessant’otto. E chi non sognava semplicemente non era. In questo preciso momento vorrei provare a richiamarla ancora, in silenzio, solo per sentire il suono della sua voce; ma allora non c’erano ancora i telefonini. E lei certo non può aver conservato lo stesso numero che non ricordo più. La vita è proprio una puttana che si vende per poche lire e subito dopo è di un altro.

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Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

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Gialli2. Se il delitto perfetto, come s’è dimostrato, esiste, infatti per la disgrazia della terrazza non fu nemmeno avviata un’indagine, è altrettanto vero che il caso a volte ci mette lingua, ma anche questo era stato detto. Forse è il secondo crimine quello che più avrebbe bisogno di attenzione, calma e cura. Quando le cose diventano ripetute aumenta il rischio che vengano risapute. In realtà a lei non si poteva addossare nessuna colpa per un incidente che era stato e rimaneva puramente un incidente, anche se i soldi dei fitti non se li beveva adesso tutti il defunto che l’aveva resa vedova. L’estate c’è tutti gli anni. Quelle luminarie per la festa del patrono le avevano sempre messe. Che lui beveva lo sapevano tutti. La scala era sicura ed in buone mani. Se si era rovesciata era solo perché quelle mani, che non erano le sue, s’erano distratte. E se lei aveva detto “spingi!” era stato solo per un attimo di debolezza, voleva solo sentire l’effetto che lei faceva su quell’uomo. E lui aveva tolto le mani. Non essendoci nessun contratto lui non aveva mai occupato quel letto. E tutti potevano continuare a vivere in pace. Tutti tranne naturalmente il suo ex coniuge.
I protagonisti della questa vicenda, tanto vale ricordarlo, sono lui, che nel precedente capitolo era l’altro ma visto che non c’era più l’altro era solo lui, lei e l’altro, un nuovo altro e la bassa padania. Un po’ di attenzione eviterà al protagonista di fare confusione. Ricordiamo che non si possono nominare i protagonisti cioè dire che lui altri non è che Gino, che si fa chiamare anche Franco e, per vezzo americanofilo, pure Frank, lei è sempre Giovanna detta anche Cora, gran bella donna, Giuseppe Pappadakis è il morto e pertanto non verrà più ricordato, e l’altro, quello nuovo, altri non è che l’altro. D’altro canto per quell’appartamento in affitto a letto si succedono tante persone che farebbe confusione e sarebbe vano ricordarli tutti. Tutto questo per pure ragioni di riservatezza e per evitare spiacevoli querele. La storia potrebbe sembrare un libro o anche un film, e in un certo senso lo è stata, ma come ogni storia poi se ne va per la sua strada e i protagonisti non sono che il pretesto per raccontare il fatto. E in questo casi i fatti sono fatti delittuosi.
Per un po’ lei e lui non si erano visti e le ore passavano monotone. Poi lei aveva incontrato lui, cioè l’altro, che potremmo anche chiamare lo spagnolo ma che non lo faremo per prudenza e tutela, nel modo più banale. Gliel’aveva presentato un’amica, ora ex amica, come il proprio fidanzato. Non era vero che erano fidanzati o almeno lui non lo sapeva o non era molto d’accordo, e comunque non lo erano ufficialmente. Anche lui aveva avuto bisogno di una stanza e gli aveva dato la più bella, cioè aveva dato a lui, cioè l’altro, la stanza che allora aveva dato a lui e che era rimasta libera da quando se n’era andato a Sottomarina senza poi fare ritorno. Non se n’era scordata completamente, di lui, ma col tempo le cose cambiano, e il ricordo si faceva sempre più lontano. E poi anche l’abitudine è una gran brutta compagnia. Comunque lui era lontano e l’altro, che non era nemmeno spagnolo ma qualcuno s’era fissato di chiamarlo così forse per l’abbronzatura e i tratti somatici, era lì tutti i santi giorni che con la scusa dello studio usciva anche poco. Lui, cioè l’altro, in verità sembrava più un messicano ma questo certo poco importa al lettore. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Se ne stava lì ad ascoltar la pioggia, per così dire l’una tra le braccia dell’altro, e a farsi raccontare una storia di viaggi, che le sembrava piuttosto inverosimile, ma che lui, cioè l’altro, la giurava, e se la stavano fumando cioè si passavano la canna mentre si scambiavano parole, opinioni e, diciamo così, coccole, quando senza preavviso lui tornò. Fortuna volle che fossero nella stanzetta dell’altro e non nel suo letto matrimoniale altrimenti chi l’avrebbe sentito. Lei un marito ce l’aveva già avuto e la cosa non le era piaciuta. Non aveva nessuna voglia, almeno quella, di ripeterla quell’esperienza. Quando aveva sentito in campanello non avrebbe certo potuto immaginare chi poteva essere. Si alzò. Si mise addosso la prima cosa che trovò ed andò ad aprirgli. Se lo trovò di fronte con gli occhi arrossati e tutto bagnato. La macchina s’era rotta durante la strada e aveva dovuto lasciarla da un meccanico. Lei pensò che quando uno se la porta dietro, la sfiga, meglio sarebbe stargli alla lontana. Gli sorrise, ma cercò di trattenere quel suo solito sorriso e di esprimere un sorriso per così dire… più pacato, e lo fece entrare. Non poteva certo lasciarlo sulla porta o fingere di non riconoscerlo. In fondo erano stati buoni amici. E poi era rimasta vuota la parte del letto del defunto, e lui se lo ricordava. Forse era arrivato sotto la pioggia per quello. Come se il posto gli spettasse e senza pagare una lira. Ma come avrebbe giustificato il fatto di dirgli che non aveva posto se lui sapeva che almeno quello, e soprattutto quello, c’era?
A volte si chiederebbe alle donne di avere un coraggio che nemmeno gli uomini hanno. Così lo fece accomodare, ma per prima cosa lui aveva bisogno di mangiare e di farsi una doccia e poi di cambiarsi. La confuse quell’ordine e come l’aveva messo in fila lui. Ricompose l’ordine nella sua testa: aveva fame, e c’era qualcosa anche se poco che lei gli poteva offrire, solo che gli sembrava che già campasse pretese. Poi certamente aveva bisogno di una doccia poiché si sentiva senza il bisogno di avvicinarsi troppo. Infine dopo, ma solo dopo, aveva bisogno di vestirsi. Era lì in piedi immobile senza valigia. Lei sperava che gli andasse qualcosa del suo defunto marito, anche se non è che il defunto avesse particolare gusto nel vestirsi, ma non si può pretendere tutto, la pancia piena e la moglie serva. Mangiare a sbaffo e dormire in compagnia. Cavolo! Mentre lui era sotto la doccia corse e lo avvertì, l’altro, facendo tutto con una fretta da toglierle il fiato. Proprio come una ladra. Per adesso gli aveva raccontato, all’altro, che era suo fratello, tornato dall’Australia, come le era venuta quella scusa? e che non voleva sapesse di loro. Magari gli avrebbe spiegato meglio in seguito e con più tempo. Certo che si vedeva la vita complicarsi e trasformare la noia in una corsa sfrenata e senza fiato. Non la preoccupava tanto quel farsi in due ma il per chi? che le sembrava irragionevole. Non poter essere sincera e doversi inventare sempre frottole nuove e correre dietro ai ghiribizzi di due. Non aveva voluto bambini anche per quelli che con quelli c’è da venir matta. Ma sapeva che in qualche modo e con qualche storia ce l’avrebbe fatta.
Appena aveva avuto il tempo per riordinare le idee s’era inventata di raccontare che l’altro era uno studente che non era troppo intelligente e lei, purtroppo, doveva aiutarlo negli studi; e tutto allo stesso prezzo del letto. A l’altro aveva raccontato che lui non era proprio suo fratello ma un cugino, e anche alla lontana, che si era messo delle strane idee in testa su di lei, ma lei niente; se l’era, come si dice, fatta e detta, solo che aveva contratto lì, in Guinea, una malattia strana e aveva bisogno delle sue attenzioni e delle sue cure. La spaventava il pensiero di dover lavare le mutande di tutt’e due. E non sapeva decidersi se averne due, ma non assieme, era una fortuna o poteva trasformarsi in una specie di lavoro. Con molta oculatezza e enormi sacrifici, ma anche con l’aiuto dell’oste e del bancario, che l’avevano presa in simpatia, aveva acquistato un altro appartamento. Non aveva ancora finito di sistemarlo ma lui, intanto avrebbe potuto mandarlo lì. Così non l’avrebbe avuta sempre sotto gli occhi. Ma anche questo non avrebbe saputo come dirglielo. Quello pensava di sistemarsi proprio dentro casa sua magari senza un minimo di pensione. Capiva che non ce l’avrebbe fatta per molto. Non poteva continuare così. Tra l’altro l’altro era pure vegetariano e già non poteva cucinare mattina, mezzodì e cena per due, figurarsi cucinare per due e due pasti differenti. A sé non pensava, lei era una che si adattava, e mangiava quello che trovava.
Certo che bastava guardarla per capire cosa un uomo poteva fare per lei, anche se lei non era certo una che chiedeva. Era comunque curiosa di vedere la nuova collezione di biancheria intima. Lui diceva di averla dovuta lasciare in macchina. Lei sperava che non se la fosse persa, che non si fosse fatto licenziare o che non se la fosse fatta sequestrare. Non lo sentiva mai parlare di lavoro né lo vedeva uscire; restava sempre lì, tra i piedi. Almeno l’altro era divertente, anche se come studente era molto improbabile, o almeno dopo i primi tiri tutte le sembrava più divertente. Lei non l’aveva mai provata né ci aveva mai pensato, colpa di quei paesini, tutti uno sputo come quello, che sono tutti di idee ristrette, e sembrano vere e proprio prigioni. Non ci sono sbarre, è vero, ma ci sono lingue, e poi gli zotici sono zotici, quando tornano dai campi non hanno altri interessi. Magari una botta e via. Magari dopo essersi ubriacati. Ne era certa che anche senza nessuna sensibilità ne preoccupazione per il piacere della donna. E quelle si lagnavano e poi erano le prime a giudicare e a lavare i panni delle altre. Umanità perduta e anche scordata. Appena avesse avuto in tasta la possibilità lei se ne sarebbe andata da quel buco del culo del mondo. Non era nata per andare a raccogliere pomodori, e zucchine. E poi a lei la stoffa ruvida le irritava la pelle. Pensò che però anche il detersivo le rovinava le mani, e tornò ad aver terrore di dover lavare le mutande per due.
Certo che lui era diventato anche possessivo. Una vera Ossessione. Lei non gli aveva chiesto con chi era stato quei mesi a Sottomarina. Non lo voleva sapere, lei. Non se la doveva essere passata troppo bene. Il vestito con cui era tornato era da buttare. Aveva accennato qualcosa, sugli affari che non andavano bene e sui negozi che chiudevano. Le solite cose da uomini, che alla prima difficoltà vanno in panico e in confusione. Come bambini. In verità l’uomo resta sempre un eterno bambino. Le aveva solo detto, ma questo una vera infinità di volte, che era stata dura senza di lei. Che non faceva che pensarla e il tempo non passava mai. Ma mille volte aveva preso in mano il telefono per chiamarla ma che poi aveva messo giù. Sapeva che non doveva chiamare ma non riusciva a fare senza, almeno della sua voce. E le aveva anche detto, altrettante volte, che non riusciva a scordare. Che continuava a vederlo cadere all’infinito. Che non trovava pace. Neanche di notte. Che non riusciva a vivere con quel rimorso. E gliele diceva, tutte quelle cose, stando nel suo letto; nella parte del morto. Ma non le aveva mai spiegato chiaro e tondo che rimorso. Certo che gli uomini le sanno raccontare bene, le balle. Pur di infilarsi tra le gambe di una brava donna.
Forse aveva provato simpatia, per lui, e forse anche tenerezza. Doveva aver sbagliato perché per lei era un amico, un vero amico, ma ora stava rovinando tutto. Forse non si era spiegata. A lei piaceva la vita tranquilla ma a tutto c’è un limite. Lui avrebbe voluto il caffè a letto. Che se ne stesse lì a perder tempo, a farlo sentire importante. A chiamarlo caro. Mica era il marito, che di quello ce n’aveva già avuto uno, e le era bastato. Anzi uno e uno di troppo. E ora le sembravano uno la copia carbone dell’altro. Uguali come due gocce d’acqua. E anche questo aveva preso amore per il vino. Non come l’altro, cioè il suo ex consorte, certo che no! anche perché lui non lo reggeva per niente l’alcol. E si sentiva male subito. E poi lei doveva fare da crocerossina. E lei non si vedeva proprio a star dietro ad un malato, soprattutto quando uno il male se lo vuole. Non aveva l’aspirazione per il sacrificio e il martirio; lei. Per star lì a sostenergli la fronte. Lei la pensava così: la compagnia è bella finché non puzza, cioè le storie sono belle finché durano. E la loro era durata fin troppo. Era andata in scadenza; anzi… da consumarsi entro… anzi era scaduta. Trovava che quel consumarsi fosse un brutto termine. Il marito consuma, una sola volta, la prima. Quella notte. Cercava di ricordarsi se c’era stato qualcosa di speciale. A parte il letto che cigolava.
Quel giorno, quello del matrimonio, sarebbe stato da raccontare, ma non centrerebbe nulla con i fatti; forse un giorno qualcuno lo farà. Era stato tutto una delusione. La prima notte di nozze non era stata diversa da tante altre. E prima il pranzo che non finiva mai e che era costato una vera fortuna. Per dar da mangiare a quei quattro bifolchi dei suoi parenti. Lui che era già ubriaco e rideva sguaiato con gli amici. Lei in bianco a star attenta a non macchiare il vestito che alla fine lo aveva macchiato. Tutte quelle risate piene di sottintesi come se: vedrai che sorpresa. Come se stesse sposando un uomo con la coda. Un uomo con la coda davanti; ma cosa finiva per pensare? Che se lei avesse aspettato lui, lui che le avrebbe insegnato a volare. No! che non aveva imparato a volare. Russava ancor prima di cominciare. Bella festa. E aveva tutto il sugo colato sul colletto e sulla cravatta. Sul mozzicone, anche quello, di cravatta. E alla fine? E alla fine il rospo che non si era mai trasformato in principe. E nemmeno in farfalla. Era lui che avrebbe dovuto imparare a volare. Che lei glielo aveva chiesto: “Non vorrai mica mettere le luminarie al poggiolo”? Non aveva mai avuto fortuna con gli uomini.
Quella sera non aveva nulla di speciale e lei non sapeva perché avesse scelto proprio quella sera. Forse perché di sabato gli uomini si fermano più volentieri in compagnia e stanno meno a contare il goccio. E poi avevano la mesata in saccoccia. Ma quella sera o un’altra faceva poca differenza. L’importante era che: o uno o l’altro, o meglio ancora, a quel punto, nessuno. Lei sapeva bastare per sé. E avrebbe anche avuto bisogno di liberare quella cameretta. Stavolta però all’altro spiegò le cose bene e per filo e per segno, meglio pensarci prima che trovarsi nei pasticci dopo. L’altro, che non era nemmeno spagnolo, non è che possedesse il coraggio di un leone ma alla fine si fece convinto. Convinto di una decisione che era tutta sua. Ed era vero che non brillava certo per intelligenza e perspicacia. Era come parlare con uno che conosce approssimativamente la tua lingua. Bisognava dirgli le cose dalle due volte in su. Poi al dunque, quando c’era da prendere una decisione, era una vera nullità. La vita della donna era stata sempre costellata da incontri simili. Quando uscì dalla porta lei cominciò a stare in pena per lui, cioè l’altro. Eppure anche lui, cioè l’altro, era tanto sprovveduto ma quand’era il momento ne sapeva ben trovarne di pretesti, di scuse, ne sapeva raccontare di ciance, in questo caso la sapeva lunga, per cercare di toglierle le mutandine.
Ma bisogna dire che lui aveva fatto, almeno per un volta, le cose per bene; come lei gli aveva consigliato. Sembravano proprio due amiconi di vecchia data. E’ pur vero che un bicchiere tira l’altro e che il vino affratella. Così all’osteria l’aveva fatto bere e bere e bere, non stancandosi mai di alzare il fiasco. Rosso, le hanno poi riferito, ma da quelle parti per il bianco non c’era mai stata gran simpatia. Ed è altrettanto vero che il vino veritas, cioè ti fa dire anche quello che non vorresti, cioè che Bertoldo bevendo si confessa. E quello, cioè lui, aveva la lingua lunga, anche troppo lunga, soprattutto quando cominciava a bere. E tutti intorno li stavano a sentire, poiché ormai vociava, nonostante la bocca impastata, che c’era persino il maresciallo dei carabiniere intento in uno scopone. E lui, poco prima di finire sotto il tavolo, s’era messo a piangere da far pena, come un bambino, che aveva distratto anche quelli che giocavano la loro partita. Persino quelli alle macchinette, che uno ha vinto e quasi non se n’era accorto. Ma era stato solo un attimo. E alla fine l’altro gliel’aveva fatto dire e ripetere e lui, quasi con tempismo perfetto, appena il vincitore aveva raccolto la sua cascata di soldini, lo aveva detto a voce alta: “Sono stato io, io a buttarlo già dalla scala. Non è stata una disgrazia”.
La domenica dopo si era anche scordato delle pastarelle. Certo non si può lasciar fare niente agli uomini. Sono così… incapaci. Era stata fortunata, ma meglio non sfidarla un’altra volta la signora. Meglio era se si fosse arrangiata da sé. Odiava quelli che facevano le cose pressappoco, senza testa, approssimativamente e senza pazienza. L’avesse fatto lei non avrebbe lasciato al caso nemmeno il più piccolo dettaglio. Ma lei non si vedeva come criminale. Era incapace del male. E poi il delitto è sempre al maschile. Sono loro i bruti; i violenti. Loro che fin da piccoli fanno pratica con l’odio e la battaglia. Era convinta che il delitto perfetto esistesse ma lasciava agli uomini provarci. Lei amava il suo prossimo. Era incapace di pensare a far del male. Non aveva potuto esimersi dal dichiararsi quale parte lesa, dopo che l’avevano chiamata persino a deporre. Che aveva messo il suo iban sopra ogni letto e aveva la valigia già pronta. Perché a quarant’anni, che non aveva ancora quarant’anni, lei, si può anche ricominciare. Ché lei si sentiva già la signora Moroni. Quello sì era un vero signore. Anche se un po’ avanti con l’età. Oltretutto il campionario non era stato neanche granché. E non c’era nemmeno un costume da bagno.

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