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Posts Tagged ‘montagna’

tazzina di caffèAlbeggiava. Il giorno chiaramente non nasceva ma cresceva da dietro quel bosco. Di là arrivavano rumori di un mattino che ancora non c’era. Un ululato fradicio e alcuni colpi secchi distanti che poi sparpagliavano pigramente i loro echi. La porta era aperta e tutto era stato fin troppo semplice. Sembrava assorta e assente quando la raggiunse. Lei guardava tutto con occhi spalancati colmi di meraviglia e di sorpresa. Era sempre come se vedesse ogni cosa per la prima volta. Lo sapeva anche se gli dava le spalle. Mise un ceppo a crepitare sulla fiamma. Fino ad allora era parso che lei non avesse minimamente sentito la sua presenza. Rimase dov’era ignorandolo. Forse nemmeno la interessava la curiosità di controllare chi fosse. Aveva una maglia bianca molto morbida col collo alto. Sapeva solo che il freddo dell’inverno si era insinuato sotto la lana. Lui sapeva che non doveva chiedersi troppo e non voleva interrompere quel silenzio. L’odore del caffè era ancora nella stanza. Le cinse le spalle e la sua mano scivolò sotto la maglia a cercarle il cuore. Non lo sentì, era probabile che Emilia non avesse un cuore, ma ne aveva due deliziose; non troppo esuberanti (come tutto di lei) ma di buona fattura. Si sfilò la maglia da sola e sospirò cercandolo. Erano quegli occhi, tondi e sgranati a mettere un po’ in soggezione: Aristide si chiese se erano di compiacimento o di delusione. Smise di porsi domande e di seguire il percorso dei propri pensieri. Ci sono di quei giorni in cui la cautela sarebbe un ottima compagna.

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La vacanza

La strada si incuneava fra due pareti fiere come un canyon. Costeggiava un fiumiciattolo sempre rabbioso che ne aveva dovuta avere di tenacia per farsi spazio tra quella roccia. L’ultimo tratto era ripido che era una fortuna quando si poteva inserire la terza o far respirare il motore. Senza preavviso, dietro una curva, c’era il piccolo paese. Semplici costruzioni di gente che non viveva perché viveva ancora il passato. Cammini che all’aria di cristallo fumavano. Poi le prime case di vacanza e queste si sporgevano sul paesaggio. Nuove. Con le pareti lisce di cemento. Dove i vetri trasparenti. Con quell’aria di silenziosità.
Era momento per la messa. I pochi si affrettavano per l’ora e per il freddo. L’uomo era ingobbito, mani in tasca, sul filo della sigaretta. La barba di qualche giorno. La moglie lo rincorreva con piccoli passi frenetici. La testa coperta da uno scialle nero. La vita era tutta lì.
Entrarono. La donna si sfilò la pelliccia mentre il compagno ordinava un caffè per lei e una grappa per sé. Chiese se c’era qualcuno che potesse andare a prendere le valigie. Si sentì rispondere, con due occhi più contrariati che sorpresi, che lì nessuno portava le valigie. L’uomo al banco aveva un grembiule che doveva essere stato bianco e che aveva un paesaggio di memorie di cibi. Aveva occhi che non si scordano, curiosi ma tenuti a freno, e una pelle di cuoio che pareva aver ereditato dal padre. Si stava asciugando le mani e continuò a farlo, con calma. Strana gente quella di quel posto. Non parevano per niente amichevoli e loro dovevano sbrigarsi perché lì il giorno non aveva che sei ore.

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Irma non aveva idee politiche, non sue, non così chiare. Tutto quello le sarebbe stato completamente estraneo, non era vita, ma sapeva come Augusto, Scintilla, la pensava. E lui era ancora il suo uomo. Se n’era dovuto scappare per quelli. Ma quello che importava era che quelli erano solo ragazzi. Stava andando a legna. Li aveva visti lì, intirizziti, da farle pena, proprio ragazzini. La barba lunga, gli occhi enormi della paura. Le avevano colpito il cuore. La fame è una gran brutta bestia, la peggiore, di più insieme a quella paura. L’avrebbe fatto per chiunque. Forse anche per quelli altri. No! forse per quelli proprio no. Non ci sarebbe riuscita. Non erano ragazzi uguali. La pensavano troppo diverso da lei. Avevano occhi piccoli da belve. E non gli era mai piaciuto il nero; la faceva triste. Era il colore del dolore. Ed erano stati loro che gli erano corsi dietro, al suo Scintilla. Loro a farlo scappare. Ancora loro che avevano picchiato Attila, e tutti quegli altri. Non sapeva di politica ma sapeva chi aveva ragione. Quale era la parte. Sapeva distinguere le mele marce in un canestro di buone. Non aveva molto, erano tempi veramente grami, ma di quello che aveva ne portava, lo divideva. Non ci pensava: la cosa andava fatta. Era un atto di pietà cristiana. E lei era una che credeva. Era certa che quella era la parte; che anche lui, Cristo, sarebbe stato da quella parte. Non lo diceva forse proprio lui che bisogna sfamare gli affamati? Si arrampicava su con la sua gerla. Fin che c’era strada la faceva in bicicletta. Poi a piedi. In mezzo ai boschi. A volte cominciava ad imbrunire. A volte era buio quando tornava. Gli avevano fatto paura; ma solo all’inizio. Non sai mai cosa fa la paura. E un po’ alla volta aveva imparato a voler bene, a quei ragazzi. Soprattutto a quel biondino che aveva ancora la barba sottile come una lanugine e a cui colava sempre il naso. Sì! c’erano volte in cui si fermava, con qualcuno di loro. Non si vive di solo pane. Aveva creduto di non poterlo fare. Era stato invece tutto così semplice. Anche Scintilla avrebbe capito; meglio però non dirglielo quando tornava, se tornava. Non era nemmeno amore, era solo disperazione la loro. Bisogno di stringere una donna tra le braccia, di calore, di scappare per quel poco. Non era stato difficile ma solo un po’. Non faceva ancora così freddo, quella prima volta. Sotto una luna piena che sembrava arrogante e curiosa. Aveva chiuso gli occhi e per un attimo aveva creduto che fosse lui. Forse era stato l’unico attimo in cui l’aveva tradito. No! non li aiutava: lei li sfamava. Per quel poco. Con quel poco. Aveva anche rubato quel pezzo d’agnello per loro. Lo avevano divorato. Bisognava vederli. Lo sapeva da sola che sarebbe stato poco. Ma con un po’ di polenta. Con quel pane raffermo. Avevano buoni denti. E poi sempre meglio quel poco che il niente. Non poteva di più. Il parroco avrebbe potuto, ma non ci si poteva fidare di quello. Uno era stato soldato, persino tenente. Il biondino era salito prima ancora di poterlo diventare, soldato. Aveva quelle mani; delicate e da studente. Si vedeva che era uno di città. Aveva paura che la Nora potesse capire che quella farina non era solo per le galline. Una cosa aveva imparato: non si poteva fidare che di se. Sarebbe stato orgoglioso di lei, il suo Scintilla. Anche se lei non lo faceva per una idea, e nemmeno per lui. Lo faceva solo… perché sì! Ma quella sera non era una sera come le altre. Si sentì chiamare: “Dove vai Irma che viene giù sera”? Era quello stupido, il Nevio. Ma lo voleva capire, una per tutte, che lei era troppo vecchia per lui, e che era impegnata? Eppure lo sapeva di Scintilla, e che poi il suo uomo non gliel’avrebbe perdonata. Forse il Nevio l’aveva denunciato proprio per lei. Forse perché ci credeva. Le sembrava impossibile che si potesse credere anche nella cosa sbagliata. Eppure doveva essere così. Poi lo vide arrivare, Davide, il biondino. In silenzio. Lo vide scivolare tra i pini, nel bosco. Era come se avessero avuto un appuntamento. E’ così che devono andare le cose. L’altro, il Nevio, scherzava e le sorrideva. Cercava di essere simpatico, e carino. Lo sapeva bene lei cosa cercava, quello. La trattava come una ragazza libera, e come se intorno non ci fosse tutto quello scempio. E fossero ancora quello che erano stati. E le spiegava che le voleva bene veramente. E che con lui sarebbe stata bene. Non si può stare bene con uno se non si ha un sentimento. Gli si mise davanti perché quello, il Nevio, desse le spalle al biondino. E quando risuonò lo sparo fu solo un attimo, ma le sembrò che avesse risuonato in tutto il bosco.
Cazzo! Irma, ti sei lasciata seguire”.
Anche se era solo uno studente lei sapeva che lo doveva fare. Non potevano rischiare. Lo sapeva appena l’aveva visto. Quella morte non era poi così brutta, ma non lo poteva guardare, al Nevio. Non lo voleva vedere mentre la camicia nera diventava rossa. Aveva fatto quello che doveva fare. C’erano anche gli altri. Non era un uomo, ma era un mondo che stava morendo. Forse ne stava per nascere uno nuovo. Chi lo poteva dire? Lo chiamavano libertà. Lei mica lo sapeva che cosa era. Cosa volevano dire. E quel ragazzo non sarebbe più stato ragazzo. Lo salutò per l’ultima volta. Si ricordò che non gli aveva mai chiesto nemmeno come si chiamava. Cercò di liberarsi anche di quella tenerezza.

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Eccoli quei ragazzi, eccoli ancora la
con occhi grandi quanto il paesaggio
e il cuore aperto a succhiare
l’aria sottile da succhiare
e tutto raccontarsi in quel tacere
lasciando scorrere gl’occhi
in quell’immenso cheto mare
di cielo azzurro così azzurro
come se così non fosse mai scritto
azzurro tanto da abbacinare
così confusi e così sicuri
come solo i ragazzi che amano possono
a sognarsi ognuno tra le braccia dell’altro
senza nemmeno il tempo di un sospiro,
di una parola, col solo tempo per sognare
quel sogno infinito ch’è la vita
e la paura che tutto possa finire.
E’ disperato l’amore dei ragazzi che si amano
è sempre per sempre
è senza misura
e in quella ricerca
cercando se stessi
hanno trovato l’infinito.
E’ bello vederli
e sono ancora là
niente li può distogliere
da quel raccontarsi ogni silenzio.

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Per chi avesse un po’ di tempo da perdere anche a questo indirizzo può trovare il mio raccontino del mese:

Vita breve ed altre cose

 

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