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Posts Tagged ‘morale’

Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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III. Le fortune capitano sempre alle altre. Giuro che a me non è mai successo. Eppure le ho provate tutte. Non va più fuori di casa. Sta lì tutte le sere ad aspettarmi. Si è allontanato anche dagli amici. Trascura persino il calcio. Aspetta sperando che torni con qualche novità. Ma non tutte le sere può essere così. E allora mi interroga. Insiste. Non mi crede. Eppure lui ci riesce una volta alla settimana. In casi eccezionali due. Non può pensare che Guido sia disponibile per me tutte le sere. Che ha anche una moglie, che lo aspetta. E, non gliel’ho mai chiesto ma, credo che qualche scappatella ancora, se si presenta l’occasione, non se la lasci scappare. Anche se non vorrebbe darlo a vedere perché ha il mito di essere quello ma anche lui ha i suoi limiti. E certe sere sono veramente stanca. Anzi mi va sempre meno.
Potrei finire di confonderli: Alfio con Guido o Guido con Alfio. Lo so che non sarebbe possibile e non è possibile. Debbo tutto a Alfio. Con lui sono diventata grande, un’altra. Ho imparato a credere nel futuro. Ad assumermi responsabilità. Una vita fatta di fatica ma anche di obiettivi. La sua è una sorta di forma di voyeurismo delle parole. Come una malattia. Per lui sono più desiderabile perché mi sa desiderata. E questo gli mette più voglia, più fretta, ansia. Però, se è possibile, è anche più frettoloso. Di più pretese. Più superficiale. Ama le mie tette e tutto di me attraverso il mio racconto di come le gusta un altro; l’altro. Senza quel pensiero non riuscirebbe a desiderarmi. Senza vedere le mani dell’altro su di me. A cercarmi. A frugarmi. A provocarmi emozioni intense. E nella sua testa è presente. Vuole imitare. Vuole competere. Vuole il suo posto in platea e sul palco. Per lui conta più quello che le mie parole gli suggeriscono, quello che riescono ad infiammare nella sua mente, che la realtà che ha davanti. Ma io non sono uno psicologo. Non sono in grado di analizzarlo. Mi salvo solo la vita.
Ma debbo tutto a Guido. Lui mi ha ricordato che ero donna. Mi ha fatto sentire donna. E me lo ricorda. Anche se forse non posso dare tutte le colpe a lui. Forse sono stata proprio io l’artefice di tutto. Forse aveva ragione Alfio e sono una puttana. Forse lo sono sempre stata, senza saperlo. La verità è che con Alfio non è mai stato così bello. Ma forse è proprio perché è Guido. Perché non ho obblighi. Perché non debbo farlo. Perché ci lavoro, ed è a portata di mano. Perché è iniziata per caso. Nel modo più stupido. Come una rivendicazione. La risposta ad una debolezza. Ad un torto. O perché sono le due facce di una medaglia. E quella medaglia sono io. O almeno ero perché alcune cose si trovano e molte si perdono. Andare con Guido, cioè fare all’amore con lui, o meglio, diciamo le cose come stanno, scoparci mi imbarazza. Non tanto per quanto, dal momento che sono stata come spinta fra le sue braccia proprio da mio marito. E’ come se fosse diventato un dovere contravvenire al dovere. Insomma mi sento confusa; dentro in testa.
Guido stava diventando quasi un altro marito. All’inizio con lui, sembrava diverso. L’inesperienza? La stupidità? Il fatto che non ci credevo? Che non mi riconoscevo? E in testa mi ero detta: allora è questa la passione? Per loro, gli uomini, la libido? E’ questo che fa di una donna una puttana? Un’amante? –cercando di ripetermi che era solo sesso. Che non mi potevo lasciare coinvolgere. Ed era come se con lui c’era un’altra donna. Poi è diventato abitudine. Noia. Ho avuto l’impulso di dire basta. Cominciavo ad averne abbastanza. E non sapevo come uscirne. E Alfio, per mostrarsi più uomo, di quel loro stupido gareggiare, è diventato ancora meno attento. Meno ricco di premure e più di frette. E a ben guardare anche Guido. Nonostante la sua sciolta prosopopea. Le sue arie. Le sue certezze. Quel pelo di arroganza. Anche con Giudo è cambiato, me ne rendo conto. E’ finita la meraviglia; la sorpresa. Ora è come se fosse normale. Se glielo dovessi. Ormai siamo amanti. Gli spetta di diritto. Il prezzo degli amanti. Strano, come ho smesso subito di provarne vergogna.
Dopo quella prima volta, per un po’, è stato un crescendo di esigenze e di richieste. E poi, pian piano, tutto è diventato ripetitivo e monotono. Lui che si slaccia i calzoni. Io che mi tiro giù le mutandine. Tutto alquanto meccanico. Altrettanto squallido. Quasi privo di fantasia. Ed erano solo ricordi quei primi giorni. O le mie solo illusione. Quello che credevo. Che mi ero messa in testa. Forse quel desiderio irrefrenabile, irresistibile, lo vedevo solo io. Forse per lui ero solo la soddisfazione della preda. Il suo modo di farmi sentire abbietta. Infedele. Sapendomi la donna di un altro. Il suo sentirsi più uomo. Ero disponibile a tutte le sue fantasie e richieste come se non ci fossi. Se il mio corpo non fosse più mio. Se gli appartenesse. Mi sentivo lusingata ma il resto, l’incanto, è finito quasi subito.
Una sera, dopo la chiusura ha voluto in ufficio. Mi ha detto che non poteva più resistere. Che il mio profumo da solo lo faceva perso. Che era tutto il giorno che mi guardava e che mi desiderava. Che aveva rischiato di fare una stupidaggine. Lì per lì ne sono rimasta compiaciuta come una stupida. Aveva fretta anche perché lo aspettavano a casa. E mi ha presa sulla scrivania. Ed è stato scomodo e estraneo; mentre lui mi spiegava quanto ero brava e quanto lo facevo godere. E mi riempiva di epiteti irripetibili. Strappandomi anche le calze. Mi ripromisi che questo non lo avrei raccontato a Alfio. M’era sembrato troppo… squallido. Me ne vergognavo troppo. Ad Alfio ho raccontato solo dopo qualche sera il fatto della macchina. Ma non anche la fine. Ho evitati i particolari che mi sembravano troppo imbarazzanti. E troppo personali. E che avrebbero anche un po’ messo in cattiva luce il mio amante.
Il fatto è stato che anche lui, come tutti gli uomini, o almeno i pochi che ho conosciuto, dopo i primi giorni ha smesso di ricordarsi di me preoccupandosi solo di sé. Per me è diventa una cosa tecnica. Mi sento usata. Toglitele. Fammela vedere. Apri le gambe. Ancora un po’. Fai così. Mettiti cosà. Oggi ciò questa fantasia. Questo Ghiribizzo. Quello che ho raccontato al curioso cornuto, perché è giusto chiamarlo come si merita, è che una sera, tornando, ancora in macchina, a Alfio è venuto uno dei suoi soliti capricci. Non ce la faceva nemmeno ad aspettare di arrivare a casa. E così… ho voglia delle tue labbra. Non ero ancora del tutto abituata a tutte le sue stravaganze. Lì per lì nemmeno avevo capito. Me l’ha fatto intendere senza nemmeno troppa delicatezza. E qui mi sono fermata con il racconto perché il suo piacere è stato solo il mio disgusto. unicamente un conato di vomito. Ho soddisfatto il desiderio di sapere di Alfio con un “Sì! Abbastanza. Forse; è stato bello”. E me la sono cavata dicendogli che ero molto stanca quando avrebbe preteso di farlo allo stesso modo. Due volte in una giornata, e con la parmigiana sullo stomaco, non sarei riuscita a trattenere il rigurgito.
Quando ho incontrato Samuele mi è stato tutto chiaro all’improvviso. Quasi non l’avevo riconosciuto; era da allora. Era cambiato molto. Un po’ di pancetta. Molti meno capelli. Gli occhiali sulla punta del naso. La stessa timidezza di allora. A pensarci bene tutt’altro che affascinante. Ma ci siamo incrociati, dopo tanto, per puro caso. E come un fulmine ho capito. La persona giusta, comunque la persona che passava al momento giusto. A casa aveva una moglie e due bambini. E un lavoro privo di soddisfazioni e di certezze.
Così ci perdiamo un po’ in chiacchiere. Andiamo a prendere un caffè. Debbo insistere. Non ho molta pazienza. Debbo inventarmela. Per me è tutto chiaro. Ma il mondo di ognuno è diverso. Dopo tanto tempo due dovrebbero avere molte cose da dirsi. Non mi sembra. Fatico anzi a trovare argomenti. Lui ha un sorriso opaco. Non scrive più poesie. Non si ricordava più nemmeno di averne scritte. Penso a noi due. La nostra storia è stata breve e nemmeno molto intensa. Soprattutto è stata molto virtuale e assolutamente innocente, cioè platonica. Qualche bacio. Se ci penso ha provato timidamente ad allungare le mani, anche lui poco convinto. E molto impacciato. Gliele ho tolte. Com’ero stupida. Sempre stata. E lui mi ha chiesto persino scusa. Mi aveva solo sfiorata. Ora quella storiella banale mi sembrava bella.
Ho preso il coraggio a quattro mani. Anche se… perdio: sono io la donna. Possibile che… eppure allora… Ho interrotto il fiume di parole con cui cercava di celare l’imbarazzo e gliel’ho chiesto direttamente io, senza perifrasi e senza stare nemmeno troppo attenta al tono della voce: “Sam, starei a parlare con te per giorni interi. Lo sai. E sai che quello che ti dico non l’ho mai detto e non lo direi mai. Mi conosci. E nemmeno è facile ma… Scusa se te lo dico. Non è che ne ho voglia. Per dirla tutta nemmeno ci pensavo. Ma come ti ho visto me n’è venuta. Voglia. Il nostro ricordo mi fa impazzire. Perdere la testa. Se non andiamo subito finisce che ti salto addosso qui. Davanti a tutti. Scusa, ma ho voglia di scoparti”.
Ma io”…
Cerca incredulo di sottrarsi o almeno tergiversare. Lo metto all’angolo con un classico del genere «o ci stai o ti sputtano cioè libido e terrore»: “Non puoi dirmi di no. Hai presente Meg Ryan in Harry ti presento Sally ”?¹
Ma io”…
Era allibito: “Nessun problema. Ce l’ho io il posto”.
E non avrei detto di Samuele né a quel buono a nulla di Alfio né a quello stronzo di Guido. Doveva restare un segreto tra me, Sam e il mondo. E dopo la prima gli ho concesso anche il bis che, poveretto, è rimasto senza fiato. E mi sentivo libera, finalmente libera. Libera e innamorata. Disinibita. Scatenata. Era quello l’amore ed era fin troppo facile. Ce l’avevo a portata di mano; povera stupida. Bastava prendere l’iniziativa. Dirlo per prima. E non lasciargli il tempo di replicare. Del dubbio. Della paura. Del rimorso. Gli uomini sono esseri, in fondo, molto semplici. Basta sbatterli in un letto e togliergli le brache. Anzi, a volte nemmeno quello. A volte basta togliersi le mutandine o far vedere che non le hai messe. Anche solo mostrargli un po’ di pizzo. Appena l’attaccatura di una tetta. Basta un certo sorriso. E si mettono in trappola da soli. E con lui ora ci vediamo ogni martedì e ogni venerdì; i giorni in cui dovrei essere a yoga.
E nel tempo mi son fatto furba. La storia con Guido langue, è quasi finita. Ci si vede sempre più raramente. Sono io che ho cominciato ad evitarlo prima che sua moglie si insospettisse. Ci mancherebbe altro… Alle numerose e ossessive curiosità di Alfio rispondo con la fantasia e… Nel frattempo ho anche letto “Memorie di una gheiscia², e altro. Il che aiuta. A lui va bene e nemmeno se ne accorge anche se riciclo cose passate e già raccontate. Gli basta il niente ormai per eccitarsi. E a volte nemmeno il tutto funziona. Mi sono accorta di aver sempre sognato questa vita. E anche lui ha quello che ha sempre anelato. Una moglie sempre pronta, quelle poche volte. Brava a fingere. E un bel paio di corna in testa. Mi dice che sono porca. Forse è vero. Lui mi voleva porca e porca sono diventata. Mi dice di peggio ed è tutto vero.
Samuele alla faccia della pancetta, dell’incipiente calvizie e della sua aria svagata e da sognatore squattrinato non ne ha mai abbastanza. Se ha una pausa basta e avanza la mia fantasia. Gli ho dato tutto e anche di più. Anche quella soddisfazione che avevo sempre negato a tutti. A tutto il resto ho smesso di pensare. In fondo si tratta della mia vita. E se ho voglia di qualche distrazione me la prendo. Senza tanti rammarichi. A cuor leggero. Non so cosa ne pensa lui, Samuele, non gliel’ho chiesto. Per dirla, l’unica cosa che facciamo poco è parlare. Lui non è mai stato troppo loquace. Io solitamente vado di fretta. Non arrivo all’appuntamento per rifarmi una cultura. Vado solo per riempire questo buco dentro. Per sentirmi meglio. Soddisfatta. Appagata; in tutto. E poi il suo parere non avrebbe nessuna rilevanza. Sono una donna libera. Alla faccia di Gloria. Della sua invidia. Della sua perfidia. Ora che avrebbe di che parlare è in malattia e all’oscuro di tutto.


1. Harry ti presento Sally (When Harry Met Sally…) film di Rob Reiner; 1989.
2. Memorie di una geisha di Arthur Golden. Tea editore 2008.

Le foto sono state trovate, come tutte le altre, nella rete e non hanno nessuna relazione con quanto poi si racconta.

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varie2I. Quando il gigante arrivò in vista della città eterna si fermò un attimo a contemplarla. Era ammirato dall’opera dell’uomo, da quelle alte mura, da quelle grandi porte. Non poté farne a meno anche se era per quello che aveva affrontato quel viaggio, se era quello il suo destino. Allora impugnò la sua enorme clava con una mano e il pugno dell’altra brandì la torcia. E cominciò a menare colpì tremendi alzando enormi boati e distruggendo tutto quello che arrivava a portata delle sue braccia. Avanzava lasciando sul suo cammino solo un enorme ammasso di rovine fumanti. E fiamme che si alzavano fino al cielo. Gli uomini cadevano schiacciati come formiche e in quel frastuono i loro lamenti non erano che silenzio. Lui non poteva certo sentirli e niente poteva distrarlo dal suo lavoro. Loro non avrebbero comunque potuto ribellarsi ma erano stati colti nel sonno e sazi di cibo ed ebbri di vino. Non aveva rimorsi, il gigante, né altri sentimenti perché era quello che andava fatto. I suoi passi facevano vibrare il terreno, i suoi colpi facevano tremare la volta del cielo. Era tutto come doveva essere ed era tutto come i giorni e il destino: inevitabile. Una madre corse in strada trascinando il suo piccolo, lui nemmeno la vide; finì calpestata dalla suola dei suoi sandali. Col colpo successivo spazzò via le scuderie del palazzo con tutti i cavalli e i guardiani. Allo stesso modo fu distrutto il palazzo. Poi le pietre furono solo pietre e non si distinguevano quelle dei palazzi da quelle delle catapecchie. E il sangue che le bagnava era tutto uguale, dello stesso rosso. In fondo la morte rende uguali tutti. Si accucciò solo per togliersi una grossa pietra che si era incastrata tra le dita del suo piede sinistro. Alzò gli occhi al cielo e lanciò il suo verso rauco mentre si preparava la pioggia, lui era un essere di poche parole. Però i lampi lo intimidivano e alla fine era stanco.

RITORNELLO: Sulla città avrebbe regnato la pace. In verità dopo il crepitio delle vampe avrebbe regnato il silenzio. Si alzavano ancora i roghi con crepitio raggelante. La città eterna non esisteva più. Di lì a poco non ne sarebbe rimasto nulla. E nessuno più l’avrebbe cantata. Non c’era un fine narratore ad osservare la sua fine Nessuno che potesse ricordarla. Il vento soffiava la cenere su tutte le campagne.

II. L’uomo l’aspettava seduto su un sasso. Subito vicino al sentiero a poche leghe di distanza dall’immane disastro. Era un piccolo uomo con abiti dismessi. Una creatura insignificante nel verde del prato, proprio dove finiva il bosco. A prima vista si sarebbe detto parte dello stesso; e affamato. E aveva la barba di qualche giorno, mal rasata. E il gigante si inginocchiò per poterne udire la voce. “Hai fatto il tuo dovere e niente ti potrà essere rimproverato. E’ stato quello che doveva essere”. Poi, con un sberleffo fulmineo, scaglio la freccia che si infisse proprio nel centro del largo petto di quella figura imponente. La piccola freccia provocò nel gigante solo una quasi impercettibile puntura, come d’insetto, ma subito il colosso sentì diffondersi il veleno dentro tutto il suo corpo e le forze venirgli meno. “Ti chiederai perché. E magari ti chiederai anche la morale di questa storia. Nessun perché. La storia non ha bisogno di perché. Né ha troppi e nessuno, alla bisogna. E sempre di nuovi. E non c’è nessuna morale. Io dirò che hai fatto tutto da solo, e loro mi crederanno. E mi festeggeranno come quello che ha salvato l’uomo. Magari domani verrà qualcuno a dire che è stato lui e che era giusto; magari che io sono un millantatore e tu solo il frutto di una mente malata. E nessuno ha bisogno di una morale. Il giusto e il suo contrario sono leggende, sono interpretazioni, solo per il gusto di riporre in qualche cassetto delle misere idee. Io sono il nuovo mondo. Tu e la città siete solo il passato. Un posto dove rifugiarsi in cerca di una illusoria consolazione. –e si accese una sigaretta beffardo– Non saremo quello che siamo se qualcuno non ne avesse pagato il prezzo. E poi ognuno può darsela la sua illusoria morale. Il tempo scorre in fretta; soprattutto ora per te. Le forze vengono meno. Le senti fuggire? Manca anche a me il tempo di dirti di più. Senti gli uccelli che gridano come impazziti. Siamo stati noi a scrivere per loro questa canzone. Tutto, prima o dopo, torna niente. I giganti esistono finché non vengono abbattuti e precipitano fragorosamente al suolo”. Il crollo provocò un boato tremendo. L’uomo si incamminò e riprese il suo cammino.

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Il personaggio, di cui al titolo, è facile incontrarlo per le nostre calli. A parte un piccolo errore ortografico dello scrivere girovagando con sole due dita e gl’occhi fissi sulla tastiera. Dovendo parlare prese la parola. Alcuni occhi si spostarono su di lui. Gli sembrava normale… già! normale; cosa voleva dire normale? Avrebbe voluto affermare che tutti… almeno per cominciare. Ci sono parole che tradiscono. “Tutti” è una di queste. Sembrò volergli restare in gola. Trattenersi ancora un attimo. Appena uscita provò quella inadeguatezza. Già in due ce n’era uno di troppo per quel tutti. Su tutta la linea. E cercava di dare velocità al suo rimuginare. Di non soffermarsi nel guado. Cercava i termini perfetti. Ad esempio: “tutti sognano il grande amore”. Sembra una frase scontata. Un po’ al femminile, se vogliamo; ammettiamolo. Invece? Gabriele sognava la vittoria della Spal. Ma lui era di Ferrara. Anzi di un paesino lì vicino. Ester si immaginava già a fare la velina. Ma Ester era rimasta a casa. E così via viaggiando. Perché la testa mica la fermi. Perché tutti, e il suo singolare tutto, è una parola non solo estremamente imprecisa, ma anche pericolosa come in amore un “sempre”. Ma ci sono Le 10 cose per cui vale la pena vivere? Al solito Amedeo mette al primo posto: fare all’amore. Anche Giuseppe. E pure Ernesto. E anche Cristina, che me l’ha confidato a parte. Per Riccardo c’è ma è terzo. Credo che Antonella farebbe lo stesso, l’unica cosa che ignoro è il posto in graduatoria; certamente all’inizio della hit. In questa corsa pare che nessuno lo scordi. Allora è valido per tutti? Certo, basta non dare nome al soggetto.
Ho spiegato a Sandro di non aver detto d’essere bravo a fare all’amore. L’affermazione era che sapevo amare. Ma questo molto tempo fa. Troppo. Credo di non ricordare più come. E poi è tutto così complicato. Ero solo stanco di ascoltare le sue grandi imprese, di Sandro. Ed Elvira dissentirebbe di sicuro. Lei così decisa e decisionista. Così profondamente donna da essere molto più maschio di molti maschi. Ha deciso, caparbiamente, che si può farne senza. Nessuno ha trovato il coraggio di chiederle se dell’amore o dei gesti del farlo. Di qualsiasi dei suoi gesti. Ma forse tutti sapevano già la verità. La risposta. E volevano evitare di imbarazzarla. Solo che non l’ho mai vista provare un vero imbarazzo. Solo quei rossori di lusinga. Certo che dovrebbe riprendere l’esercizio del reggiseno. Smettere di lasciarli nel cassetto. Non vuole rendersi conto ma ormai comincia a non bastarle più quel pudore. E nessun ammiccamento. E solo che ognuno si loda a modo suo. Ed io sono uno che ha sempre amato con parsimonia. Diversamente però mi sono dato ai miei pochi amori con spreco. Soffrire fa parte del mio modo di amare. Ma torniamo a quel “tutti”. L’indomani avrebbero dovuto essere tutti in piazza. Samuele aveva da fare. Carlo i bambini. Cristina avrebbe ritrovato la scusa del parrucchiere. Chi era lui questa volta? Certamente qualcuno avrebbe timbrato. A quel modo nessuno andava da nessuna parte. Io non m’ero ancora deciso. Era stato così che il nostro oratore s’era preso un attimo di riflessione.
Ne ho viste troppe per lasciarmi ancora affascinare. Da credere nel suono delle parole. E mi stava soccorrendo una certa sonnolenza. Forse un pranzo pesante. E così vagavo nelle mie fantasie. E pensavo alle tette di Elisa. Ora era pronto. Ne sapeva di cose. E ne aveva imparate. Ed era aduso ai linguaggi della politica. E anche a quelle trappole. Era completamente proprietario delle due parole. Del “Ma” e del “Però”. Ma era veramente pronto? Comunque come cominciava a pronunciarle io cominciavo a tremare. Lo so bene che vogliono dire tutto il contrario del già detto. Ormai credo che tutti vi abbiano fatto caso e l’abbiano imparato. E anche stavolta promettevano che la cosa non sarebbe finita lì. Che tutto ricominciava e che sarebbe durato ancora per molto. Alle fine del “tutto quanto detto dal collega (collega?) che mi ha preceduto mi trova completamente d’accordo” poi, senza sorpresa, eccolo quel “però”. Come da prassi non restava nulla di valido nel precedente intervento. Il nuovo relatore, naturalmente, dopo quel “però” dissentiva su tutto (e qui il tutto era veramente tutto). Persino sul nucleare c’era un distinguo che comportava un progetto diverso, certo frutto di un analisi diversa. Persino per quanto riguarda l’acqua. E aveva annunciato “sarò breve” esibendo una pila di un palmo di fogli di appunti. Non aveva certo alcuna intenzione di andare a braccio. Forse voleva non correre il rischio di dover scordare qualcosa. Quello che era più bello è che gli appunti erano chiaramente stati redatti prima. A casa. All’oscuro di quanto avrebbero detto quelli che avevano parlato prima del suo turno. Avevo deciso che stava abbondantemente giustificando il nome che gli avevano dato.
Intanto me ne stavo a sorbirmi quell’ennesima pippa. Alla fine non sapevo più cosa c’entrava la politica. e si mescolava la politica al letto. O almeno mi distrassi. Non mi affascina più. Preferivo pensare a questa sera e a Rebecca. Certo che ha un nome da film, ma è quello vero. Uno non può scegliere di chiamarsi con un nome diverso da quello che si trova. Ecco un’altra parola di sproposito. Nessuno si prende la briga mai di chiamarsi, cioè di chiamare sé. Ilenia l’ha fatto ma lei Sandro l’ha incontrata in chat. I suoi l’avevano chiamata Veronica ma non le piaceva. E’ così che l’ha incontrata come Ilenia. Ma è stato affascinato anche dal cognome che s’era inventata. Non era stata una gran prova d’ingegno ma aveva funzionato. Non si può non chiedere subito l’amicizia ad una che si chiama in rete Ilenia Porcona. Poi gli aveva mandato una foto con quell’aria fatale e quelle labbra gonfie da scoppiare. Una foto che non era evidentemente sua. Ma tanto non se la doveva mica sposare. E nemmeno lei aveva messo quel profilo in rete a quello scopo. Credo che da qualche parte un marito ce l’abbia. Sandro dice che a pensarlo lo eccita anche di più. Ma per ora lo fanno solo per chat.
Sempre meglio che chiamarsi Efrem, o Astarita. Ma dove vanno certi genitori ad inventarsi i nomi? Credo sia una vera crudeltà. E lei ormai non ci fa più caso a sentirsi malignamente raddoppiare la t nel nome. E intanto stamattina hanno trasmesso per la settima volta lo stesso telegiornale. Mi chiedo perché mia moglie si intestardisca ad accendere la tele appena alzati. Intanto l’attenzione langue. E mi sembra di partecipare al festival dell’ipocrisia. O di presenziare al funerale del buonsenso. Manca solo il prete che come un attore smaliziato fascina la platea narrando le meraviglie dei suoi giochi di prestigio. Lui si è veramente padrone delle parole. Ma lui possiede un vocabolario proprio. E ogni parola si relativizza già prima di prendere suono. Avrei voluto solo non essere là. Meglio il calcio. L’unica cosa di cui sono rimasto certo è che non sono un masochista. Si fermò giusto in tempo così da non lasciarsi imbrogliare dall’unica domanda impronunciabile: “Come”?

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoPerché lo faccio? Non lo so. E’ solo un ragazzo. Uno come tanti. Non può avere molto di più di diciotto anni. Forse meno. Non ho avuto coraggio di chiederglielo. Soffre già abbastanza. E’ chiaro che ama ancora quella ragazza. Perché continuo in tutto questo? Dovrei avere almeno pietà per le persone. “Mi è stato detto che era il ragazzo di Silvana”.
Diversamente dall’altro non è in grado di sostenere il mio sguardo. Abbassa gli occhi. Come fosse in colpa. Eppure so che non ha nessuna colpa. Non lui, almeno. “L’ex. Solo ex. E’ finita un paio di mesi fa”.
Anche questa era una cosa che sapevo. Ho chiesto in giro. E’ stata facile da scoprire. Lo chiedo perché da qualcosa dobbiamo pure cominciare. Vorrei farlo sentire a suo agio. So che non può esserlo. Sono solo un idiota. “Perché”?
Ha un piercing al naso. Non mi da nessun fastidio. Sono affari suoi. Mi hanno detto che è uno di quelli che scrivono sui muri. Questo gli potrebbe causare qualche guaio. Non siamo qui per questo. Spero che gli vada sempre tutto diritto. La sua voce prende un tono ancora più amaro. “Non lo so, commissario. E’ stata lei. Mi ha detto una delle solite cose. Ho sentito dire… ma sono solo voci”.
Dovrei finirla qua. Non so ma non ci riesco. Mi sento di merda. “Non ha pensato di chiedere spiegazioni”?
Ed eccolo un briciolo di rassegnazione. “Non mi sono mai fatto illusioni. Sapevo che doveva durare quanto doveva durare. Era anche troppo bella, per me. Ci conoscevano fin da bambini. Quando se ne andata me ne son fatta una ragione. Era come se me l’aspettassi. Se lo sapessi che prima o dopo sarebbe successo. Se posso dirlo però non credevo sarebbe stata così dura.” –il ragazzo sembra sul punto di piangere. Si trattiene a stento– “Naturalmente non me l’aspettavo. Che finisse così. Non se lo meritava”.
Intanto mi portano il caffè. “Riesce a darsi una ragione? Gliene aveva mai parlato”.
Mai. Era una persona solare. Sembrava felice anche di quel niente. Credo mi amasse. Quando stavamo assieme. Poi l’ho vista perdere quella luce. Ho capito che qualcosa non andava. Gliel’ho chiesto. Credo sia stata felice con me. Di averla fatta felice. Almeno per un po’. Almeno questo pensiero mi consola. Ho cercato di restarle amico. Ma ci siamo persi un po’ di vista. E doveva esserci qualcosa di cui non mi voleva parlare. Forse un altro”.
Certo un altro. “Lei conosce l’ingegner Garbin”?
Quello? E chi non lo conosce. Qui. Il campione. E’ rimasto il campione del mondo. Qui è il padrone di tutto. E’ figlio del padrone. Era il padrone anche di ogni goccia del suo sudore. Ma poi lei ha lasciato quel lavoro. Non lo so perché. Me lo sono chiesto. E anche come faceva. Lei lo sa che non poteva contare su casa. Una famiglia mica ce l’aveva. Aveva solo i suoi sogni. Forse troppo grandi. Non ho capito ma quando è finita c’era qualcosa che non andava. Era strano Mi ha detto che non voleva finire così. Restare povera. Che non ce la faceva più. Che si meritava un’altra vita. Non la stavo più ascoltando. Lei mi capisce? Una donna che ti ha appena lasciato. Credo volesse dire che le cose stavano cambiando. Doveva essere felice e invece non lo era. Bisognerebbe chiederlo a lei ma a lei non lo si può più chiedere; credo”.
E’ possibile che loro due… cioè che si vedessero”?
Mi guarda perplesso. Se non lo è lo sa fare bene. Ne dubito. Eppure deve sapere. Forse nemmeno lui ci vuole credere. “Intende dire che ci fosse qualcosa? E che ne so. Lui non mi piace. Non credo. Non ne abbiamo mai parlato. Lei era ancora così giovane. Quasi una bambina. Non c’è stato niente tra noi. Niente di importante. Mi capisce? Qualche bacio. Niente di più. Un amore puro. Cose da ragazzi. Certo che quando lo incontravamo la guardava in quel suo modo. Che pare che tutto sia suo. Forse… credo di ricordare… penso mi abbia accennato qualcosa. Che una sera l’aveva invitata per un aperitivo. Un aperitivo. Silvana si può dire che nemmeno sapeva cos’era. Si fa per dire. Offrire un aperitivo a una che a stento ha di che mangiare. A una sua operaia. Allora m’è sembrato semplicemente ridicolo”.
E’ perfettamente inutile mettergli altri dubbi. O mettergli in corpo del rancore. Si vede: è già pieno di ricordi. E di amarezze. E di rimorsi. Si sta chiedendo cosa ha fatto. E temo se lo stia chiedendo da molto tempo. Forse c’è anche qualcosa da cui vorrebbe tornare indietro. “Non volevo dire quello. Semplicemente non so perché gliel’ho chiesto. Vorrei capire. E il Garbin mi sembra uno che le chiacchiere le fa fare. E le fa. Uno che le cose le sa. Ma ripeto: era una domanda come tante. Nemmeno a me piace. Scusi se mi permetto. So che non dovrei. Scordi di avermelo sentito dire”.
In fondo è solo il ragazzo di una che dopo averlo lasciato ha deciso di annegarsi nel Brenta. Di una che per quanto bella adesso sta sotto un lenzuolo. Nel bigliettino che abbiamo ritrovato, vergato di suo pugno, quella ragazza aveva lasciato detto «Lui non è come Riccardo. Credo di aver sbagliato tutto. Sono solo tanto stanca». Vorrei consolare quel ragazzo. Dirgli che lei lo aveva amato. Che quello era amore. Non so se faccio bene. Alla fine decido di tenere quel segreto per me.

Primo lo trovo al bar il giorno dopo. E’ lui che mi ha detto tutto quello che non sapevo. Ma parla mal volentieri. E lo vedo da me che ci sono cose che non vuole dire. Forse per pudore. Forse per salvare un ricordo. Forse perché sono troppo difficili da dire. “Si diceva che stava diventando la più bella che si fosse mai vista per le nostre strade”.

Certe conclusioni non stanno proprio a me. Sono solo un magistrato.
Qui la storia finisce. Se una storia come questa trova mai una fine. Ma tranquilli: non c’è nessuna Silvana; non ancora, almeno.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoForse dovrei chiederlo ad Enrica. Ma lei non può averlo mai visto. Non mi piacerebbe comunque vederla guardarlo come lo guardano tante mogli di tanti che poi sono così riverenti con lui. E lui deve essere considerato un gran bell’uomo. Non so con che occhi guardano le donne ma ci potrei scommettere. Ed è sempre perfetto come si è presentato. Lasciando il suv parcheggiato davanti al portone. Cravatta in tono, non una piega. Capelli pettinati perfettamente. Un dopobarba insinuante. Occhi profondi e imbarazzanti anche se in questo momento sono a riposo, imbarazzati loro. E all’erta. Un tipo intendo preciso e sempre composto. Il classico bravo ragazzo diventato uomo importante, l’ingegnere. Un tipo che mi piace poco. Anzi non mi piace nulla. Intanto parlo come parlassi con me. Come pensassi a voce alta. “Non era molto alta. L’altezza non è tutto. Avrebbe potuto avere un futuro davanti. Lei conosceva la Bibiani”?
Era stato un campione nazionale. Cosa che in un posto come questo ne fa automaticamente un eroe. Una celebrità. Quando aveva smesso aveva ripreso gli studi. E si era laureato. E aveva avuto sempre tutti gli occhi delle donne addosso. Soprattutto in un paesino come questo. Ne giravano di chiacchiere. Come in ogni piccolo borgo. Tutto è provincia. Qualcuna diceva che era così bello che non sarebbe stata affatto sorpresa scoprendo che era gay. E subito aggiungeva un “non lo è, per fortuna”. Era cioè il sogno di ogni donna, maritata o no. Anche dopo il suo matrimonio. Anche dopo che sua moglie aveva avuto quei due bambini. E aveva l’invidia e la deferenza anche di tutti gli uomini. Parevano non vedere. Risponde fin troppo in fretta: “No! come tanti altri. Di vista. Ci si conosce tutti”.
Già! ci si conosce tutti. Non suda. Non mostra imbarazzo: “Scusi se glielo chiedo: quanti anni ha sua moglie”?
La voce è suadente con una lingua lenta ma tranquilla. Con parole che possiede perfettamente e che sembrava preparate; già pensate. La mano in tasca per darsi un’aria rilassata. Una tranquillità che non ha. Vorrei prenderlo per il collo. Non ne ho nessun diritto. Tutto lo ha sempre protetto. Per quel padre. La legge lo protegge. Non è stato lui. Non in quel modo. Fa parte di quelli che possono uccidere con un sorriso, ma loro le mani non le sporcano mai. Al massimo, per casi estremi, le fanno sporcare agli altri: “Venti… Perché? Cosa vuole intendere con questa domanda commissario”?
La fabbrica di scarpe è sua. Del padre. E hanno casa a Montecarlo. E a Cortina. E molte in paese. Uno così non te lo fai mai nemico. E il nodo della cravatta sembra disegnato da un architetto: “Niente. Assolutamente niente. Dicevo. E poi non sono commissario”.
Comunque non abbassa la guardia. Ma sembra doversi giustificare: “Una ragazza carina. Non lo nego. Non so cosa va a pensare; ma lei mi vede. Lo sanno tutti: potrei avere tutte le donne che voglio. Ma sono fedele. Fedele alla mia Cinzia”.
Aveva sempre trovato chi sistemava le cose. E poi uno così non sbaglia. O sbaglia poco. Il minimo. E c’è sempre quello. Un avvocato; naturalmente il più bravo. Il papà. Qualcuno pronto a dire la vera verità. Un viaggio all’estero. Si dimentica presto per uno come lui. Non sopporto nemmeno l’odore del suo dopobarba: “Solo una ragazzina. Poco più di una bambina. A lei piacciono giovani o mi sbaglio”?
Ha la sfrontatezza tipica del padrone. Ma perde un po’ della compostezza. E’ così che noto che il suo argomentare si fa solo un po’ confuso: “Guardi che sono loro. Come le dicevo. Sono le donne a ronzarmi torno. Non le saprei dire se conta l’età. Mai fatto caso. Nemmeno le vedo. Non è colpa mia. Chieda. Chieda in giro. Pensi che una volta… Meglio non dirlo, sono un galantuomo. Sfacciatamente. Con mia moglie là. E sembrerebbe tanto una signora. Meglio non parlarne. Bocca taci. Una cosa… imbarazzante; le dico. E mica è stata la sola volta. Pensi che ho dovuto perfino minacciare delle diffide. Come le dicevo sono fedele a mia moglie. E’ per questo che non me ne devo occupare. Non può rimproverarmi nulla”.
Vorrei averti per cinque minuti tra le mani. Non le sopporto più queste ipocrisie. Dovrei essere qui per questo. Per scoprire. Dove c’è da scoprire. Ma oggi ho le mani legate. Non ci posso fare niente. Vorrei almeno fargli paura. Vorrei… è solo che tutto questo mi fa star male. “E’ stato visto con lei. Non una volta”.
Entra nelle difensive. Sa che non posso fargli nulla. Pensa che io sappia qualcosa. Qualcosa che gli può far comunque male. Deve essere curioso. Curioso di capire dove voglio andare a parare. Se non ha una morale, e non ce l’ha, avrà almeno dei dubbi. “Due chiacchiere, tra compaesani. Come diceva lei era solo una bambina. Niente che possa averle detto. Ho solo cercato di essere gentile, con lei. Non so cosa si possa essere messa in testa; se si è messa in testa qualcosa. Certo non le ho fatto promesse”.
Per la prima volta si è tradito. Non posso approfittarne. E’ già tanto quello che faccio. Se si ricorda che può tranquillamente alzarsi lo fa. E se ne va. In fondo non può essere nient’altro che una chiacchierata. Come tra amici. Anche se non lo siamo. E non lo saremo mai. Non c’è nessun reato. Non posso provare niente. Niente tranne quello che sanno tutti. Ma lui non ha paura della verità. Lui la sa la verità. Non può averne paura uno che ha poco da temere anche dalla legge. “Cosa si prova con una ragazzina? Me lo chiedo. Me lo saprebbe dire lei? Io la conoscevo. La conoscevo di vista. La guardavo e mi metteva allegria. Non ci ho mai parlato. Quello che mi ispirava era tenerezza. Solo tenerezza”.
Sta per reagire ma ritrova il controllo. Ho perso prima di sedermi. Ho perso anche il buon senso. Dovrei trovare l’intelligenza di liberarmene. Di licenziarlo, da questa chiacchierata. “Anche a me”.
Per cui tra lei e la signorina Bibiani non c’è mai stato nient’altro… mi conferma che la conosceva solo come una semplice conoscente”.
Certo che lo confermo. Dovrei chiamare il mio avvocato? E poi non ci posso fare niente comunque se lei ha deciso di finirla così. Mica è stata spinta da nessuno a fare quello che ha fatto”.
Un suicidio non è mai un delitto. Dopo un suicidio chiudi il fascicolo e lo lasci lì. Al massimo cerchi di sottrarti alla stampa. Non hai giustificazione. Non hai niente da dire. Hai solo voglia di mettere la parola fine. Di tacere. Soprattutto per una vita così breve. Sfoglio l’agenda. Faccio finta di leggere: “Ci sarebbe anche quell’episodio. Di quella… come si chiamara… Clara. Anche lei ancora una bambina, molto di più; non ne conviene”?
Solo cattiverie. Nient’altro. Invidia. E poi sono solo chiacchiere. La denuncia è stata subito ritirata. Lei mi offende, commissario. Vuole rimproverarmi per qualcosa”?
Non sono commissario e poi si dice accusa, non rimprovero. Quello lo lasciamo alle mamme. Si fa per dire. Per chiacchierare. Altrimenti non saremmo qui a parlare così. Diversamente l’avrei convocato in ufficio. Mi piacerebbe sapere che ne pensa. Alla fine, come dice lei, sono solo chiacchiere. Non c’è più alcuna denuncia. Il fatto, come si dice da noi, non sussiste. Invece è stato… archiviato”.
Cosa vuole che ne pensi. La penso esattamente come lei”.
Per un attimo sto per perdere il controllo. “E io come la penso? Me lo dica. Vorrei saperlo anch’io”.
Meglio che la faccia finita con questa pagliacciata. Tanto meglio per lui. E per me. Non aspetto che lui parli. Gli stringo la mano. Le mie parole sono solo un invito affinché liberi la mia vista dalla sua presenza. “Lo so. Ma so anche che sto male. Lei non mi può capire. Non credo. E’ stupido quello che dico. Lo so da solo. E poi dirlo proprio a lei. E’ come se l’avessi spinta anch’io. Se l’avessimo spinta tutti. E se qualcuno in particolare… mi capisce. Non voglio dire… mi sento strano, a disagio. E’ un suicidio, questo è chiaro. Solo che la testa mi dice… come se qualcuno l’avesse… come dire? invitata a farlo. Le avesse detto: accomodati pure. Le avesse spiegato che non c’era posto per lei. In questo mondo, intendo. Che non aveva speranze. Ma credo che ci vedremo ancora”.[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/UnMazzoDiFiori.mp3”%5D
Continua…


Per il brano musicale scelto a corredo si tratta della canzone “Un mazzo di fiori” di  Lucio Dalla dall’album Anidride solforosa del 1975.

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Tecnica mista e acrilico su cartoncinoNon fosse cronaca potrebbe essere una favola, una favola triste. Ma sono stanco di queste cose. Ne ho già viste troppe. E poi il destino ha chiuso la pratica ancor prima di aprirla. Non potevo farci niente ma non riesco a non fare niente. Dentro la miseria non c’è legge.
Io la conoscevo la Silvana. Fin da bambina. Una come tante. L’ho vista crescere. E farsi bella; una bella ragazzina. Veramente bella. Nonostante tutto. Dovrei non pensarci. Una storia avara, la sua. Queste storie di paese sembrano spesso uguali. Sembrano avere un destino fin dal loro inizio. A guardarti intorno sembrano sempre gli stessi come una condanna.
Veramente conosco tutti i protagonisti. Gambarare è un buco. Un posto che definirlo piccolo è dargli importanza, valorizzarlo. In fondo due strade e una piazza. Nemmeno un paese. Che poi certe cose sembrano naturali. Le ho sapute dopo. Solo in queste ore. Le ho sapute per averle chieste.
La madre era stata ricoverata. Non aveva resistito. La testa. Quando sono andati a prenderla era un fantasma. Tutta pelle e ossa. Nemmeno si vedevano gli ematomi. Cosi mi dicono.
Mi raccontano che era chiusa nel suo mutismo assoluto, non parlava già più da un paio d’anni. Gli occhi parevano non saper vedere nessuno. Vagavano senza metà. I capelli già bianchi tutti arruffati. Una cosa da far pena. Sporca come quelle che una casa non ce l’hanno. La loro era piccola e vecchia, ma c’era l’acqua nel pozzo.
Allora avrà avuto sei o sette anni, Silvana. La guardò portare via con gli occhi sgranati. Sembrava non capire. O capire fin troppo bene. Forse solo non volere capire. Cercare di cancellare. Per salvarsi. Ma lei era diversa. Sembrava non doversi sporcare di nulla. Che lo sporco non la potesse proprio sporcare. E dentro si portava il suo dolore.
Quella storia era sua e la teneva solo per se. I suoi incubi riapparivano la notte. Il padre era un orco di poche parole. Ma tra tante chiacchiere non si sa mai dove si nasconde la verità. Comunque quello che è certo è che Silvana la vita l’ha conosciuta presto. Troppo presto.
A scuola non andava bene. Forse non era una cima, ma come si fa a pensare alla scuola in quelle condizioni? Quando tutto sembra remare contro? Quando la testa non ti segue? Comunque non si è mai trovato niente. E sul niente non si costruisce niente. Niente tranne quello che si definisce un teorema. Solo teoria. E cose a cui la gente non vuole credere.
Eppure era una ragazzina solare. O almeno pareva. Era il suo modo di reagire. Di difendersi. Aperta con tutti. A modo suo cercava di sopravvivere. Di non farsi rubare il sorriso. E aveva trovato lavoro in un calzaturificio.
Lavoro duro. Le bastava per stare distante da casa. Per liberarsi del bisogno. Per fuggire. Da quello. Dall’orco. E dai fantasmi. E dai ricordi. Avrà quindici anni, non più di sedici. E li dimostrava tutti. Non ne potrà contare altri. Forse sta meglio dov’è. E’ amaro dirlo.
Quando la vedevo la vedevo sempre col naso attaccato a qualche vetrina. Vicino a Piazza Vecchia. O direttamente a Mira. Per lei vie del centro. Con gli occhi rapiti, sempre gli stessi, quelli di una bambina. Ci passava delle ore, lì davanti. A guardare quello che non avrebbe mai potuto comparsi. E mica potevo immaginare che ci sarebbe andata anche l’ultimo giorno. E poi perché avrei dovuto?
Non le ho mai parlato. Avrei voluto. Parlo spesso con le persone. Per conoscerle. Per capire e convincermi di dove sono. Per vincere la loro diffidenza. Magari bevo un gotto con loro. Ma lei era cosi giovane. E innocente. Sembrava appartenere ad un altro luogo.
Stupidamente pensavo che le mie parole avrebbero potuto offenderla. Che sarebbero state inopportune. E inutile. E lo sarebbero state. Perché non si può cambiare il destino delle persone. Sono quello che vogliono essere, le persone. O quello che possono. Da qui non si esce; mi sono sempre detto.
E’ la storia più vecchia del mondo. Un segreto che non è segreto per nessuno. Piccoli pettegolezzi. Non li ascoltavo. Pensavo non potessero appartenerle. A volte servono per sentirsi vivi. Per questo quotidiano. E questa monotonia. Ché nemmeno mi interessano le storie di corna. Quelle cose lì. Magari nascondono il dramma. Ma prima, e il più delle volte, quel dramma resta dentro casa. Tra quelle quattro mura.
Non è compito nostro. Non siamo né i confessori ne quelli che debbono parlare all’anima. L’inferno è solo qui, nella terra. Una donna può decidere per quello che vuole. Ma non è proibito sognare. E lei non era ancora donna.
Pensavo a quel suo sguardo fisso sulle vetrine. Certo che lo sapevo. Lui l’aveva sporcata, e poi uccisa ma non c’era delitto. Aveva ucciso solo i suoi sogni. Era stata lei a togliersi le scarpe e le calze. A ripiegare il vestitino, che si era comprata il sabato prima in una svendita, per non stropicciarlo. A lasciarsi infine scivolare nel Brenta. Ma la borsetta di Carvis era vera.
Continua…

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