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Posts Tagged ‘morti’

I grandi amori non si scordano mai, almeno è così per me. Ed è bello ritrovarli. Allora torno a pubblicare grande poesia. La metto qui e da Lei. Qui semplicemente come poesia, da Lei come Materiale Resistente a testimoniare la Sofferenza e appunto la Resistenza; anche nella poesia.

Non gridate più – Giuseppe Ungaretti

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

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Immagine in grafica vettoriale di un biberon molotovCosì sparpagliati. Così confusi. Frettolosi e qualcosa di più. Flash. Non come tessere di un mosaico che non si incastravano. Più come frammenti autonomi. Questi erano i suoi ricordi. Ma quelli che più gli dolevano, ancor più di quelli dimenticati, erano quelli non vissuti. Come gli fossero rinfacciati. Non ci si può più liberare di un appuntamento mancato. Di un rimpianto. E nemmeno nel sonno riusciva a sottrarvisi.
Era giovane per fare solo il vedovo, ma non sapeva fare altro. E non si sentiva abbastanza giovane. Ci parlava con Agnese, la sera. Le confidava le sue ansie. Non lo avrebbe ammesso mai, nemmeno a sé. Uno come lui non poteva. Indugiava solo a rimproverarselo, di tanto in tanto. Quante ne avevano vissute assieme. E cercò di riprendere in quel libro. Dal punto preciso in cui s’era interrotto. Il terzo capoverso. Meglio a metà riga del terzo capoverso. E ritrovò quella stessa fatica. La fatica di sentirsi gli occhi gonfi. Di averli inumiditi di commozione. Vecchio stupido. Non sarebbe stato importante quello che stava leggendo.
Era un racconto sulla resistenza. Non una testimonianza. Solo un racconto. Uno stupido racconto. Scritto dopo. Solo per ricordare. Ma dov’era Brecht? Poco importava. Era lui ad essere cambiato. Era lui ad essersi fatto debole. La sua pelle fragile. Difficile articolare la parola, ma soffriva di romanticismo. E di nostalgia. E non riusciva a reagire. A dirselo non ci avrebbe creduto. Proprio lui.
Prima non era così. Una volta, si intende. Non aveva quel cuore tenero. Doveva essere l’età. Ma oggi partecipava ad ogni difficoltà degli altri. E tutta la sua storia non lo aiutava nulla. Nemmeno i suoi autori preferiti. Già! poco importa. Il racconto era Estate che mai dimenticheremo. Di Marcello Venturi. Avrebbe potuto essere un altro. Anche un racconto d’amore. Cosa aveva ridotto così la sua carne? No! non era mai stato cattivo. Non era mai stato veramente cattivo. Ma non aveva nemmeno mai conosciuto la facilità di quelle lacrime. Era solo uno stupido vecchio. Onestamente la cosa gli faceva girare le balle. E fa male guardare sé stesso riflesso in quello specchio.
E non era ancora abbastanza vecchio. Si sistemò nella poltrona. Lo infastidiva il gesto ripetuto. In quello stesso ordine, quasi ossessivo. Vi si rifletteva. Le cose entrano dentro anche quando non si vorrebbe. Erano diventati naturali, quei gesti, automatici. Erano i suoi gesti. Come abitudini. Inchiavardate. Come se ci fosse un unico percorso. Un unico assetto. Come ebetudini. Proprio come gesti scaramantici. In quel momento: persino il suo passarsi la mano sui capelli. Toglierne il fastidio negli occhi. Quando ormai i pochi non lo potevano infastidire più di nulla. E quel frugare per l’approfondimento sul giornale. Alla ricerca del dopo della notizia di ieri. Molto lo infastidiva in quel preciso istante.
Claudio lo chiamò. Era un bravo figliolo suo figlio. “Non sei ancora pronto? Te n’eri scordato? Ma dove hai la testa”? Avercela. O a saperlo. Ma non era quello il caso. Quella sera non aveva voglia di andare all’Anpi. Sempre le stesse facce. Sempre le stesse parole. Alla fine le carte. Dovrebbero raccontarle i morti le cose. E lui nemmeno era nato. Tra quei morti ci aveva perso il padre. Una medaglia e una croce. Perché era stato anche fortunato. Ma perché pensarci? In fondo non lo aveva mai conosciuto, suo padre. Dovrebbero parlarne i morti. Ma loro non lo possono fare. E in fondo quei vivi, tutti, li avevano traditi. E continuavano a farlo. E ormai era troppo vecchio. Preferiva stare con i suoi ricordi. Era buono solo per commuoversi.

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La larga ansa del fiume era uno strato di ghiaccio sottile quanto infido. Per il resto il gelo e la neve difendevano il loro smisurato orgoglio di essere uomini. I barbari restavano fuori, con dispendi spaventosi guadagnavano un palmo di terra bruciata dall’inverno per essere subito dopo ricacciati indietro. Ormai le scorte scarseggiavano e la fame mieteva i primi morti. Con gl’occhi ed il cuore capirono che per resistere avrebbero dovuto sacrificare i vecchi. Non si può chiedere alla guerra di essere pietosa. Fu doloroso ma meno doloroso quando al sacrificio dovettero affidare i loro figli. Come di quella pietra era diventata la loro pelle e i loro cuori; diritti contro il vento. Poi quella immane sofferenza li aggrappò uno ad uno alla vita. Ciò che non avrebbero mai immaginato si compì. Lui, Vladimiro, doveva la sua vita alla vita della compagna. Il figlio non capiva perché, dopo tutti quegli anni, il padre gliene parlasse con pudore con gli occhi umidi come di una sottile rugiada. Quel padre lo sapeva e non superò la notte e lui restò solo confuso.

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raccontiAnche il suo passo era faticoso e le strade di quelle vie di periferia erano scordate. Non era per un dettato religioso che accatastavano rami secchi su rami secchi e sopra bruciavano i morti. Se ne era chiesta ragione ma non aveva trovato risposta. Allora li aveva interrogati e loro non avevano voluto o saputo dirlo. Erano così diversi, quegli uomini diversi, che poi a guardarli non era facile vederli diversi. Aveva torto il poeta: i barbari erano già dentro le mura. Tra noi. Come noi. Siamo noi. Ma in realtà, a parte il puzzo, i morti hanno finito di soffrire e nessuno di loro avrebbe protestato. Si erano fatti sentire i parenti, ma spesso i parenti avevano finto di non vedere, o avevano trovato più comodo tacere e, soprattutto, la maggior parte, prima di essere morti erano stati tra quelli che bruciavano. Forse questo è il realismo di chi vuole essere anche troppo realista, ma i tempi sono quello che sono; mica quelli che si vorrebbe fossero; è sempre stato così. Che poi avevano imparato a spogliarli e ad avvolgerli in lenzuola e a profumarli con spezie, quei morti, che il puzzo era diventato profumo, e, sembrava diffondersi, odore di festa, e neanche per quello restava più di che dire. Certo non si sapeva dove piangerli, e, si diceva, che degli abiti di cui li spogliavano facessero commercio. Ciò che fece scoppiare la disputa fu quando cominciarono a bruciare i vivi.

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poesiaGli eroi sono taciturni, gli eroi.
Non danno confidenze, non chiacchierano,
non si mescolano; guardano l’orizzonte con occhi vuoti
e, lì, lontano, vedono una linea sottile: l’orizzonte.
Non sono curiosi e in fondo
niente che separi la terra dal cielo
solo quella linea che sfuma
che fonde la terra con il cielo, e il fumo
quello stesso fumo, nero fumo,
niente che distingua ed è l’unico confine.
Forse è solo ricordo.

Sono andato a vedere, non c’è nulla che separi
di qua e di là l’erba è verde, la terra bruna,
la sabbia è sabbia e scivola tra le dita,
niente che cambi; assolutamente niente.
E gli eroi tacciono perché sono gente silenziosa
gli eroi; chiusi nelle loro casse di legno
coperti dalle loro bandiere.

Tutti gli altri sono solo morti
sono stracci, carne, sangue, orrore.
Non c’è coraggio per gli occhi di guardarli
sono grumi di sangue e di dolore
e di sofferenza. Ma chi sono gli eroi?

Quando gli eroi tacciono parlano i bimbi
con occhi grandi, immensi di bimbi
che cercano di giocare nelle strade della morte
tra le buche della morte, che cercano testardamente
di giocare, nonostante; di essere bimbi, nonostante.
Quando gli eroi tacciono parlano le donne
che con lo sguardo sorvegliano quei bimbi
e sperano che per loro ci sia un domani
anche se fatto solo di pochi minuti,
che illudono e si illudono,
che ancora cercano al forno il pane
anche se non sanno se troveranno pane,
se torneranno loro e il pane.
Quando gli eroi tacciono parlano quei vecchi
a cui infondo forse non importa nemmeno più di vivere
perché hanno vissuto, sono stati fortunati,
e infondo questa non è vita, ne fortuna
ed è meglio non vedere; forse è meglio…
e parteggiano per quelli più giovani,
hanno ansia per i figli dei loro figli.
Gli eroi tacciono perché lo possono fare,
sono sempre altri a parlare per loro.
Gli eroi tacciono perché non hanno da dire
e forse lo fanno per vergogna.

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Ogni tanto si torna a parlare di morti. Persino di milioni di morti che si vuol far credere che non sono mai morti; ma questa è un’altra storia. Magari scopriamo che è vero che la shoah se l’è inventata Steven Spielberg, di recente, per farci il film. O prima di lui altri come Gillo Pontecorvo o Antonio Pietrangeli, etc. cioè una cosa da cinema; non una delle più grandi vergogne della storia dell’umanità (umanità che di vergogne e atrocità non è che se ne sia risparmiate molte).
Chi può avere qualcosa da farsi perdonare allora cerca di passare la colpa al silenzio della chiesa. Che i morti siano morti non ci sono dubbi. Che a guardarli siano un poco tutti uguali nemmeno. E poi è passato tanto di quel tempo. E poi chi si mette a guardarli ‘sti morti ammazzati da allora.
Uguali a chi?
Ditelo ai parenti delle vittime di Monticano, o di Montalto, di Cessapolombo, o di Montemaggio e di Monteriggioni¹, etc.
Con che coraggio?

Strage_di_Piazzale_Loreto ²

Non scherziamo, per favore. Con le vittime di quell’11 settembre, quello americano, quello delle torri gemelle, tanto per capirci, si dovrebbero commemorare, forse, anche i dirottatori? Eppure sono morti anche loro e per quello che loro potevano definire un ideale. Ma poi mica che un solo 11 settembre. Ogni anno ce ne uno. Velocemente ne menziono uno prima: quello in cui, con l’aiuto americano, fu barbaramente trucidato il governo Allende. Rapidamente ne rammento uno anche dopo: quello degli attentati terroristici, di analogo stampo islamico; attentati che in Spagna ridiedero agli spagnoli la dignità per eleggere José Luis Rodríguez Zapatero.
E qui vorrei approfittare per ricordare che si continua a morire anche di lavoro. E rivendicare tutti i nostri morti di questi sessant’anni e passa di “democrazia” come i morti di Reggio Emilia. La nostra libertà, anche le libertà che cercano di toglierci, la nostra dignità, la dobbiamo innanzitutto a loro. Ed è per questo che ripropongo Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Fausto Amodei – Per i morti di Reggio Emilia.mp3”]


1] A Monticano l´11 marzo del 1944 ci fu un eccidio, dopo un processo sommario. A Montalto di Cessapolombo, 27 ragazzi, avevano poco più di vent´anni, furono fucilati dai miliziani fascisti. Lo stesso avvenne a Montemaggio, a Cumiana. A Monteriggioni 147 civili furono massacrati, altri 400 deportati in Germania, la metà vi morì. 269 civili caddero sotto il fuoco fascista a Lipa, I loro cadaveri furono fatti esplodere con la dinamite. Eccidi ci furono a Turchino, a Milano, a Borgo Ticino, a Tavolacci, dove la polizia repubblichina arse vivi 64 civili. Tratto da Reset.

2] Ci scusiamo per la crudeltà dell’immagine ma non per il suo valore storico e simbolico.

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Personalmente mi sembra un segnale di ottimismo se in un paese anche i morti, ammazzati e non, “bianche” o meno, continuano a preoccuparsi della loro salute.

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