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21463148_1917343968528592_4923687651645625610_nI saluti e i ringraziamenti di Cecilia Dalla Negra
Bene, con questo fuori programma siamo arrivati alla chiusura di questo bellissimo festival, di questo bellissimo viaggio attraverso le opere, i luoghi e i temi della Palestina. Prima di avviare la cerimonia di premiazione dei cinque vincitori di questi lavori e quindi passare la parola a Stefano Casi, direttore artistico del festival, ci tengo a fare una cosa che di solito si fa alla fine e nessuno ascolta e sono i ringraziamenti. Ci tengo a farlo perché abbiamo detto all’inizio che questo festival è nato da un’idea folle di un gruppo di persone innamorate della Palestina, da sempre attive per i diritti del popolo palestinese, che lavorando incessantemente per due anni, e mettendoci anima e cuore, sono riuscite poi tutte insieme, coinvolgendo altre organizzazioni, associazioni e reti, a creare un festival che io credo di grandissima qualità che dopo Venezia girerà per tante altre città italiane; Firenze, Roma, Napoli, e poi trovate tutte le altre tappe sul sito e che soprattutto grazie al contributo di Meri Calvelli e del suo Centro italiano di scambi tornerà in Palestina e andrà a Gaza, poi a Ramallah e Gerusalemme. Ci tengo a dire che questo festival è stato creato e realizzato da tutte e tutti volontari, e questa è una cosa particolarmente importante. Ci tengo a ringraziare le organizzazioni coinvolte: Restiamo umani con Vik, Assopace Palestina, Anèmic Firenze, École Cinéma di Napoli, Centro italiano di scambi culturali Vik di Gaza, ArtLab di Gerusalemme e FilmLab Palestine di Ramallah. Ci tengo poi a ringraziare una ad una le persone che hanno reso possibile questo festival, perché solo tante piccole persone, belle, che si mettono assieme possono creare cose straordinarie come questa; in particolare: Roberto Ellero che ha immediatamente dato disponibilità a riceverci in questo luogo del festival; a Franca Marini e Meri Calvelli per il supporto al regolamento e alle richieste di fondi al loro viaggio a Venezia; a Clara Urban per il suo paziente e professionale contributo alla grafica, il logo, il sito, la locandina e i servizi fotografici; a Ivan Marin per il suo contributo alla grafica e alle foto; a Rossella Rossetto per l’infinito e preciso lavoro di traduzione dei film per le sottotitolature; a Loredana Spadon per i servizi video; a Piero Donnini per essersi fatto coinvolgere nell’avventura e averci messo a disposizione la sua conoscenza del persiano; a Martina di Rienzo per la traduzione in inglese del progetto, del regolamento e delle schede di partecipazione; a Kami Fares per il video promozionale del festival; a Simone Sibilio per aver suggerito il nome Nazra e per il sostegno economico; a Nabil Labidi e Françoise Gallo per aver creduto nel festival ed averlo sostenuto anche economicamente; a Stefania Griccioli per il sostegno e Franca Marini per il sostegno; ovviamente a tutto il personale amministrativo e tecnico della Casa del Cinema di Venezia che ci ha accompagnato in queste tre serate; a Coop Alleanza tre punto zero, Banca intesa San Paolo e Birra Taybeh per il supporto economico. E poi, se mi permettete, anche a titolo personale, un ringraziamento a due persone splendide che c’hanno messo l’idea, il cuore, la passione, l’ospitalità, i pasti e tutto l’amore che avevano: Franca Bastianello e Mario Dal Gesso.
Franca: Come facciamo a dimenticarci di questa persona splendida e meravigliosa che è la nostra cara amica Cecilia Dalla Negra (gli avevo fatto una bella dedica ma se l’è cancellata), allora… mascalzona… allora… Cecilia Dalla Negra per l’immensa disponibilità ad esserci e a raccontare la Palestina come solo lei sa fare…
P.S.
Nei ringraziamenti Nazra per Venezia, un grosso grazie va a Annuska Allende, Daniele Cecchinato e Valeria Cecchinato per la collaborazione e la loro ospitalità generosa! E infine a Daniele Baldo per la sua professionale proposta del primo logo per il festival che poi non è stato utilizzato, non perché non fosse bello e incisivo anche quello. Sperando di non aver dimenticato qualcuno, nel qual caso chiediamo venia.

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Loredana pensò che non si può essere ancora così stupide alla sua età. Per capire tutto quello che era successo doveva tornare indietro in quelle ultime ore. Faticosamente ricordare. Aveva dormito male. Non era tornato e nel letto lui non c’era. Avevano litigato, con Giordano, cose da nulla, che succedono tra marito e moglie. Le voci si erano fatte eccitate e le parole grosse. Aveva sbagliato a rimproverargli perché non era come Carlo. Lui non era Carlo che inseguiva i propri sogni; lui si accontentava di alzarsi ogni mattina per andare a rifugiarsi dietro una scrivania. Era stata proprio una stronza. Solo che sono cose che si dicono e sfuggono da sole da una bocca in preda all’ira. Forse le era scappato anche qualcosa di più.
Non era la prima volta ma stavolta lui era uscito sbattendo la porta. Si era diretto risoluto da Carlo, e lo aveva violentemente colpito, con un pugno. Lei non ne sapeva niente né immaginava, e non lo aveva più visto tornare. Carlo Di Francesco suonava la tromba in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Lei preoccupata aveva controllato l’ora. Poi ignorando quanto era successo aveva chiamato proprio lui; trovandolo ancora immerso nel sonno. Carlo, farfugliando, le aveva raccontato dell’episodio completamente sbigottito e aveva cercato di tranquillizzarla. Era certo che sarebbe tornato. Loredana aveva cercato di scusarsi anche per il marito. No! lui non immaginava dove fosse andato.
Anche lei non voleva credere e non riusciva a capire. Non sapeva come giustificarsi. Non era mai stato geloso. Non era nemmeno certa che quella fosse gelosia. Era solo uno scatto d’ira. Era solo perché si rammentava di quelle ultime frasi. Loredana si sentiva in colpa e voleva farsi perdonare. Probabilmente così aveva commesso l’ennesima stupidaggine: gli aveva chiesto di vedersi. Solo perché si era trovata in bocca quelle parole. E mentre andava aveva cercato di darsi una ragione, non capiva perché il marito si era comportato così. Ancora non aveva dato peso a quanto era successo. Erano cose tra loro. Poi aveva cercato di convincersi senza riuscirci. La verità ara davanti ai suoi occhi. Aveva bisogno di evadere. Aveva piacere di rivedere Carlo.
Amava il suono della sua tromba. Era affascinata da quell’uomo, per sempre ragazzo, a cui tutte ronzavano intorno. Lui era l’artista, suo marito era solo un noioso impiegato. Forse non era affascinata che dal suo mondo. In fondo non aveva mentito; era tutto vero. Era solo che non avrebbe mai dovuto dirlo. Si era chiesta qualche volta se la sua era stata la scelta giusta, allora; riusciva solo a continuare a mentirsi. Ora era davanti al trombettista. Giordano non s’era nemmeno fatto sentire, non rispondeva al cellulare, forse l’aveva spento. Di lui Carlo aveva solo ancora il segno dell’occhio tumefatto. Loredana si sentì in imbarazzo ma alla fine ne risero assieme.
***
Loredana prima di uscire si era impegnata per farsi bella. Giordano era un vecchio amico ed era come andasse ad incontrarlo per la prima volta. A Lui non erano mai mancati gli argomenti. E aspettando la comanda avevano vinto l’iniziale imbarazzo. Era da allora che non si trovava fuori una sera, con un uomo, sola, senza suo marito. Lui era stato gentile e molto garbato, e soprattutto brillante. Lui sapeva come comportarsi e come affascinare. Tutte cose che a suo marito mancavano. Non era certa di potersi fidare di sé. Era sicura di non potersi fidare di lui. Forse era solo quello che sperava. In quel momento era solo decisa. Poi tutto era scivolato via. Si erano veramente confidati ricordando episodi di quando erano più giovani e anche da ragazzi. Discorsi leggeri e con pochi rimpianti. Parole facili da dirsi. Rinvangando quelle vecchia amicizia tra loro due, tra loro tre; lei, con Carlo e con suo marito.
Avevano cenato e parlato e bevuto. Avevano cercato entrambi di scordare e di non darci peso. Era sempre stato il musicista ad avere avventure da raccontare. Avevano parlato della sua carriera con la musica. Delle serate e delle notti insonni. Di incontri affascinanti e di assoli. Della ricetta per le alici marinate. Anche di donne; e di uomini. Di tutto e di niente. Lui le aveva chiesto perché avesse smesso di dipingere acquarelli. Lei gli aveva chiesto quale fosse la tromba più bella. Ma lei aveva continuato a bere cercando quel coraggio che non riusciva a trovare. E lui bevendo aveva quasi scordato con chi era.
La verità era che per lei non c’era mai stato niente di diverso; ma stava veramente succedendo? E con quel ragazzo che non era mai diventato uomo. Lei era felice della sua vita, delle sue scelte. Era quello che voleva. Non era mai stata particolarmente bella. Affascinante, sofisticata o cosa. Le feste le facevano confusione. Il fumo le irritava la gola. Non si era mai illusa. Non si era mai mentita. Allora perché? Non era poi nemmeno così brutta. Giordano non era stato un ripiego. Per disperazione. Questo no. Forse era diventato lui perché era là, in quel momento, al momento giusto. Ed era pieno di gentilezze.
Le loro liti erano diventate sempre più frequenti. Aveva trent’anni e le sembravano troppi. Proprio in quel momento avrebbe voluto riavere quei diciott’anni. Scappare. Lasciarsi dietro ogni cosa. Ritrovare quel coraggio che aveva frequentato solo per troppo poco. La possibilità di innamorarsi solo per amore; dell’amore. Avere altre storie da raccontare. In fondo, si rese conto, aveva sempre invidiato le altre. Così futili e così superficiali. Frivole. Che coglievano al volo tutte le opportunità della vita. Leggere. Incapaci di chiedere cosa avrebbe riservato loro il mattino. Senza bisogno di giustificazioni. Con quell’aria da padrone del mondo. Da conquistatrici. Da irresistibili. Senza la paura del futuro e degli anni.
Era stata stupida, dopo tutto quel tempo, le era proprio scappato di bocca. Non poteva che rimproverare se stessa. Parole fuggite nel mezzo di una mezza lite. Ma non si poteva stare attenti sempre ad ogni parola. Aveva cominciato lui. Oppure lei? Aveva voluto ferirlo. Solo questo. Lui era sempre vissuto all’ombra di quel Carlo. Di un Carlo che non conosceva veramente. Che aveva idolatrato. Ecco chi era quell’uomo. Era quello che si stava per approfittare della sua prima e unica debolezza. Della donna di un amico. Giordano doveva saperlo. Anche lei avrebbe dovuto saperlo. Aveva l’anima dentro la tromba, e quando non suonava era un altro, era solo un poverino. Senza scrupoli e senza sentimenti.
Avevano bevuto, molto, e la serata era finita con lei ubriaca fradicia, come non le era mai successo. E lui che rideva per un nulla e cercava di dire cose che non gli scappavano nitide. Appena fuori all’aria fresca avevano ritrovato quel minimo di lucidità per capire dov’erano e dov’erano rimasti. Si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. Le gambe erano molli. Loredana aveva cercato di negare; come avrebbe potuto spiegare, giustificarsi con se stessa? Voleva scusarsi, la verità era che lei sapeva che era andata lì per lui. Stava veramente cercando solo la debolezza di una sera? Al diavolo, l’unica cosa che contava era che lei era lì. E aveva smesso di preoccuparsi.
Carlo poteva essere solo una cosa gradevole per un tempo breve. Una cosa da consumare. Per farsi invidiare dalle altre. Per sballare. Per dimenticare. Era come una birra da sorseggiare in fretta, e dopo ti rimane ancora la sete. Era l’artista sul palco. Non si può indossare i panni degli altri. Ma quali erano i suoi? Era mai stata veramente felice? Aveva cercato la sicurezza, aveva trovato le certezze e insieme la monotonia. Le sere davanti alla televisione. Il ruolo della brava donna di casa. No! non bella, ma quella che sa aspettare il proprio uomo. Sapeva solo che si sarebbe risvegliata al mattino nel suo letto, piena di vergogna. Non le importava. Quella sera era bella per lui, e per se stessa.
***
Loredana ancora non se ne convinceva, ma stava succedendo veramente. Andavano di notte per una strada con passo incerto, soli. Non ne era certa. E non poteva dare la colpa a nessun’altro, tanto andavano sbiadendo i pensieri. Era stata vigliacca un’altra volta. Era solo fuggita. Verso sera la solitudine era diventata un dolore fisico insostenibile. Il vuoto nella casa un vuoto immenso. Ricordava chiaramente solo che era scappata da quella sorta di incubo. Dalla sua inutile attesa. Era certa che lui non sarebbe rientrato. Non aveva mai amato nessun’altro, solo suo marito; da quando si era sposata. Non aveva mai voluto nulla di diverso. Certo non aveva mai amato Carlo, forse lo aveva solo desiderato, e solo per un breve istante. La sua era solo una bugia. Forse tutto quello non stava succedendo.
Carlo le aveva messo una mano sulla spalla e barcollante l’aveva invitata a casa sua. Chissà se aveva sperato troppe volte di sentirgli dire quelle parole; in quell’invito. Solo per l’invito. Forse aveva temuto. Non ne era mai stata capace. Non era da lei. Certamente la colpa era in quel vino. Era certa di non essere lei, o almeno lo sperava. Era come in un film. Tutto le girava e assieme girava la sua testa. Si sentiva allegra, avrebbe potuto dire felice; sicuramente leggera. Senza responsabilità Sarebbe stato solo che era solo successo. E se invece fosse stata proprio lei a inseguire il coraggio? Fin dall’inizio? Quel coraggio che le era sempre mancato? Mancato perché si era ritrovata vecchia troppo presto. E fidanzata ancora prima. Troppo piena di paure. Di incertezza. Troppo piena la testa di tanti discorsi. Dei suoi. Della morale. Dell’etica. Delle abitudini. Di tutte quelle cose importanti che però non servono a granché, tranne a rovinarsi la vita. A far stare sempre lì a temere di pensare.
Non poteva più fingere di non accorgersi della sua mano sul culo, era un tocco leggero e quasi amichevole, e non riusciva a mostrarsi offesa. Si sentì in obbligo, costretta, di chiedergli, senza astio, cosa stesse facendo. L’amico gli sussurrò che non aveva mai notato di quanto fosse bella. Fu solo un soffio che la riscosse dentro. La sua risposta suonava come se a parlare fosse un’altra. Loredana aveva alzato le spalle e riso e aveva accettato il suo invito. Forse gli aveva anche messo fretta. Non aveva sentito quello che lei stessa aveva detto. A rifletterci le sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Era passato tanto tempo. Troppo.
Non poteva essere lei quella. In quella strada. A quell’ora. Così. Non l’aveva mai fatto prima, non l’avrebbe più fatto. Si stava già pentendo? Era ormai troppo tardi? Immaginava che il tradimento non sarebbe mai entrato nella sua vita. Non credeva di avere nulla da rimproverarsi. Prima era stata una perfetta compagna, dopo sarebbe tornata ad esserlo. Sempre. E lui non aveva nessun diritto di essere geloso improvvisamente anche del suo passato. Si stava già pentendo? Una mattina, una stanza, delle lenzuola. E anche il suo corpo di uomo. Carlo. Era stato solo il sogno di un attimo fuggente; ma un sogno può tornare? Non era possibile. Voleva scappare. Aveva solo voglia di ridere.
Non si illudeva. Non voleva farlo. Sarebbe stata solo una cosa senza importanza. Era solo una bugia. Oppure no? La pazzia di una notte, da ubriachi. Forse lui aveva profittato della situazione. Forse lei aveva colto l’occasione? Forse non era proprio così ubriaca. Forse l’aveva voluto. Forse l’aveva sempre voluto. Non era certa di nulla. Se solo avesse potuto non ricordare. Perché quando si entra in una di quelle camere non si torna mai indietro. Non si esce più. O quella che esce è un’altra persona. Si resta sporcata dentro. E allora avrebbe voluto cancellare tutto. Stavolta non sarebbe scappata mentre lui ancora dormiva. Ma non si può vivere la vita di un’altra.
Eppure era arrivato il suo turno. E salirono le scale faticosamente sorreggendosi l’un l’altra, mentre lui cercava di solfeggiare Almost Blue. Ridendo di quella fatica e del loro imbarazzo. In quell’istante… Una delle tante ragazze che gridavano ai suoi concerti in quei locali pieni di fumo… Non le dispiaceva sentirsi una di loro. Non la faceva stare male; anzi… Cercava di immaginare come sarebbe stato. Cercava di scacciare il timore, ma… Ma sulla porta il sogno era svanito. Quando aveva visto il posto in cui viveva improvvisamente aveva capito. Dentro c’era odore di chiuso e il disordine più completo; per terra non solo calzini. Aveva preso una bottiglia ormai quasi vuota. Aveva fatto un ampio inchino e l’aveva chiamata principessa. Lei aveva abbassato gli occhi. Sapeva che quelle parole non erano per lei.
Non riusciva più a guardarlo. Tutto era solo imbarazzante e colmo di rimorsi. Quella desolazione le era entrata dentro. Aveva creduto di esserne capace; si era sbagliata. Povera stupida. Cercò di spiegarlo all’amico e gli disse solo “Non posso.”, e lui aveva capito. Si era grattato ancora incredulo in testa e aveva preso due lenzuola stropicciate. Gettata la bottiglia si era nascosto al bagno a farsi una pera. Poi aveva suonato la tromba solo per lei, fin quasi al mattino; e l’aveva suonata come non l’aveva mai suonata. Nei suoi occhi scorrevano le lacrime. Quando era andata a pulirsi la faccia aveva visto la siringa nel cestino. Aveva dormito sul divano, ancora vestita.
Il mattino si era guardata intorno. Non riconosceva niente. Giordano l’aveva chiamata al cellulare. Non le aveva detto dov’era stato, aveva solo chiesto a lei dov’era finita. Dove avesse passato la notte. Il tono della voce non lasciva presagire nulla di buono, era indispettito. Lei lo aveva pregato di non andare in collera. Stava cercando di pettinarsi. Lo aveva rassicurato che sarebbe rientrata subito e che gli avrebbe chiarito tutto; di non preoccuparsi. Non sapeva ancora come avrebbe potuto spiegare a quell’uomo, che era suo marito, di aver dormito con Charlie Fanciscotown.

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Si svegliò verso le undici in quel letto vuoto. Era stato trascinato fuori da un sogno che gli aveva lasciato languore e dolcezza dentro. Non ricordava molto ma era quasi certo che erano ragazzi in quel momento. Era con Orlanda e lei era molto carina. Era stata la sua prima ragazza ed era stata lei ad insegnargli a baciare. Quando si erano lasciati gli aveva detto che non capiva che uno potesse suonare così bene la tromba ed essere allo stesso tempo così arido e così stronzo. Non sapeva perché ricordava in modo confuso tutto quello. Non era nemmeno certo che si trattasse veramente di un sogno.
Era stato svegliato all’improvviso dal telefono; era Loredana. La bocca gli doleva ancora e l’occhio era diventato nero. La voce dall’altro capo gli sembrava persino irriconoscibile. Forse non era ancora del tutto sveglio, non si fosse presentata forse non l’avrebbe nemmeno riconosciuta. Eppure quando era stato svegliato aveva pensato anche a lei. Aveva ancora la sera prima stampata davanti agli occhi. Con quel Giordano che non riconosceva: “Lo hai visto”?
L’ho visto e l’ho anche sentito”.
Allora ti ha trovato”?
Cosa gli è preso”?
Non lo so, so solo che quand’è uscito era proprio furioso”.
Avete litigato”?
Niente di grave. Poi se n’è venuto fuori… Ha preso la giacca e non è più tornato. Comincio a preoccuparmi”.
Era come se tutto il suo passato si fosse coalizzato e messo nello stesso momento contro di lui. Era stato qualche volta scoperto da qualche marito o fidanzato geloso, o più semplicemente sorpreso dalle loro reazioni, ma non aveva mai tradito un amico, o quasi. Cosa poteva farci se lui alle donne non sapeva dire di no? E se quelle, le donne, se lo bisticciavano; sul palco e fuori? Non che lui si sentisse privo di colpe. In realtà era sempre stato bravo ad infilarsi nei guai. Gli era sempre piaciuto sentirsi invidiato, non ne provava più piacere. Loredana non era come quelle, lei non si sentiva bella, affascinante e irresistibile. Non aveva fole per la testa. S’era messa con Giordano, che forse era sempre stato il più sfigato, e gli era rimasta per sempre fedele. Non se la immaginava in nessun altro modo; in nessun altro ruolo che quello della compagna devota. Non se la raffigurava a tradirlo. L’immagine gli riusciva inconcepibile; non lei.
Lei sembrava stesse piangendo, e se non piangeva era comunque ansimante; la voce irrequieta di una donna affannata. Cercò di consolare l’amica: “Gli hai detto qualcosa”?
Lei non si era calmata: “Niente che potesse… Forse m’è scappata una parola. Forse sono stata una stupida. Sai quando si litiga. Non è vero niente ma magari l’ho lascito pensare. Non mi guarda più come”…
Erano sempre stati quelli dove si era rifugiato nei suoi momenti di difficoltà. Aveva sempre saputo di poter contare su loro. Una coppia tranquilla. Lei sapeva anche cucinare. Due insomma a cui nessuno avrebbe fatto caso. Provò amarezza in quelle parole. Nemmeno la sua voce sembrava la sua. Glielo disse perché ne era convinto: “Vedrai che torna. Lui torna sempre”.
A pensarci gli sorse un dubbio. Era tutto così inverosimile. Amarezza e rabbia. Un po’ il mondo che in fondo inviava a loro che crollava. Quella che lui testardamente sognava come l’altra opzione per il suo futuro. Era stanco di quella vita. E ora era entrata anche la droga. Si guardò il braccio e per un attimo perse il controllo della voce e del cellulare. Forse gli era scappato qualcosa di quello che lei stava dicendo. Niente gli sembrava così vero. La voce di Loredana sembrò rassegnata quando gli disse: “Sì! certo, ne sono sicura anch’io”. Poi cambiò tono, si fece d’un tratto più incerta e meno ansiogena. Lo ringraziò e gli disse che avrebbero dovuto parlarsi, magari trovarsi, magari una sera. Non avrebbe potuto dirle di no, ma non sapeva a cosa sarebbe servito. Non sapeva nemmeno come spiegare all’amico, a Giordano, che non si poteva che essere trattato di un equivoco. Che lui mai e poi mai… Ma dove si era cacciato? Pensò di chiedere ai suoi, forse era andato là. Non aveva mai esagerato di fantasia, né in coraggio. Era certo che l’avrebbe trovato, non sapeva come avrebbe trovato le parole. Avrebbe dovuto essere l’altro a scusarsi; lo stronzo. Pensò che doveva tenersi buona sua moglie. Guardò la sveglia e tornò a dormire.

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Il realtà lui si chiamava solo Carlo Di Francesco. Suonava in un complesso jazz. Erano ormai relativamente conosciuti nel giro. Si faceva chiamare Charlie Fanciscotown. Era volato a Roma per una serata. Lui amava volare. Salire sul palco e esibirsi. Lo faceva sentire bene. Era la cosa che sapeva fare. E l’esibizione era andata bene. Non si poteva lagnare. E non si poteva lagnare nemmeno delle compagnie femminili. Si sa che il palco affascina. Anche quella sera, alla fine, un paio di ragazze giovani lo avevano aspettato fino alla chiusura. La più furba e svelta era riuscita a infilarsi nel sul letto. Era molto carina, ma nemmeno ricordava il nome. Ormai era quasi parte del suo stesso lavoro. Suonava, si faceva qualche birra, qualche spino, quando c’era, loro sotto il palco lo adoravano, non lui ma l’artista, e lo aspettavano fino a notte. Se lo bisticciavano. Spesso sotto gli occhi dei loro compagni. Avevano grandi fantasie se avevano necessità di una scusa. Cercavano di approcciarlo anche nei luoghi più improbabili.
Le prime volte ne era orgoglioso, poi sempre meno. Qualcuna era rimasta anche tra i suoi ricordi. Ricordava, ad esempio, una delle tante, non più troppo giovane, con marito al seguito. Una, che non voleva perdere tempo, dietro al palco. Quella bionda scatenata che era solo una ragazzina e per un po’ lo aveva seguito in giro per le date. In particolare Jessika che, per una ragione che non comprendeva, gli era rimasta appiccicata dentro più delle altre. Cose così. Niente che durasse più di qualche settimana. Ma certe sere se lo chiedeva se la vita gli aveva dato tutto o niente. Gli capitava certe notti in cui si trovava solo e si lasciava prendere da una sorta di malinconia. Perché in fondo lui si ritrovava da solo. Tutti quei visi, e quei sorrisi e il loro indaffararsi, erano di passaggio. Probabilmente nemmeno loro si ricordavano di lui. Era solo il musicista sopra al palco. Forse un po’ figo, un po’ tipo, con la sua giacca con le frange, forse nemmeno quello. E ci si trovò a pensarci anche al ritorno dall’esibizione di Roma.
In quei momenti invidiava Tommaso che alla sua stessa età aveva già messo su famiglia, e aveva già due figli. Giordano con la sua favola cominciata alle superiori e che durava ancora. Cosentino tutto preso dalla sua carriera in comune. Con loro aveva iniziato, ma loro avevano messo in soffitta i loro sogni per cose più concrete. Ora loro avevano qualcuno che li aspettava quando tornavano a casa. Avevano un posto dove tornare. Anche quella sera doveva suonare, al «Pappagallo verde»; strano nome per un pub. Era stata un’esibizione senza lampi, senza pregi né difetti. Una sera come tante altre. Forse anche la sua musica cominciava ad essere stanca di quella vita. Alla fine era uscito dal retro con una sgrinfia di cui nemmeno sapeva il nome. L’aveva baciata e poi le aveva rifilato una pacca dietro. Lei se n’era andata verso la notte ridendo tutta contenta e soddisfatta. Una scena che aveva già visto. Era sparita nel buio della stradina e da quel buio era apparso Giordano. Che ci faceva là a quell’ora? Lo stava aspettando? Lo stava aspettando ed era strano il modo con cui si avvicinava. Sembrava fuori di sé.
Quando gli fu davanti ebbe la certezza che fosse infuriato, e lo era con lui. Era tanto che non si sentiva apostrofare col suo vero nome. Quello lo affrontò a muso duro. Non ebbe nemmeno il tempo di dirgli un “Ciao!” che l’amico lo colpì violentemente alla bocca e si trovò seduto per terra. Cazzo che botta. Il sangue gli scendeva copiosamente dal labbro ferito. Era frastornato e senza un perché. Non lo ricordava nemmeno mai arrabbiato; era un tipo mite, Giordano. Non l’aveva mai visto così deciso e non lo faceva così forte. E il compagno di tante avventure da ragazzi, il suo primo batterista, gli sputò un faccia con rabbia la sua verità: “Sei solo un lurido bastardo, fallito. Puoi avere tutte quelle che vuoi; e allora perché? Perché con lei? Ti avverto: stai lontano da Loredana”. Scuotendo la testa cercò di realizzare cosa era successo mentre gli aveva già voltato le spalle, allontanandosi con le spalle curve e i pugni ancora stretti. Ci capiva sempre meno. Loredana non era certo il suo tipo. Ad essere onesti non era nemmeno molto bella. Non aveva nulla di attraente. Era simpatica ma una come tante. In un certo senso l’aveva presentata lui a quel rompiballe. In quel momento uscì un cameriere e corse ad aiutarlo a rialzarsi. Gli chiese cos’era successo. Lui gli rispose: “Non è nulla. Non è successo niente”.
Aveva lo stomaco sotto sopra. Per quanto ci pensasse era certo che non ci fosse stato mai niente tra loro. Andò a piedi per schiarirsi le idee. Salì da Giovanna ma lei non c’era. Per un po’ Giovanna aveva suonato con loro. Anche la sua era una storia vecchia. Una storia che forse aveva distrattamente buttata al vento. In bagno si fece la prima pera.

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venerdì 29 novembre, ore 18.00
Centro Culturale Candiani
Venezia – Mestre: Via Guglielmo Pepe, 10 (dietro Piazza Ferretto)
Schermo d’Autore. Incontri con i registi

Una terra senza nome:

giornata internazionale di solidarietà con la Palestina
Spettacolo di parole, suoni e musica sulla realtà della Palestina e sulla sua lotta per la libertà. Ci accompagnerà nel percorso l’amico attore Fiorenzo Fiorito.
in collaborazione con Associazione Culturale Restiamo Umani con Vik – Venezia, AssoPace Palestina – Venezia, AssoPace Palestina – Bologna
Performance dell’attore Fiorenzo Fiorito e proiezioni di video sulla realtà della Palestinaa a 65 anni dall’occupazione
L’incontro, dedicato alla Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, si compone di un percorso di poesie, racconti e parole che accompagnano video sulla realtà della Palestina a 65 anni dall’occupazione.
Si propone di mettere in luce le condizioni di vita del popolo palestinese che difficilmente vengono trattate dai media: l’ingiustizia dell’occupazione della propria terra e delle proprie case, il negato diritto al ritorno e alla possibilità di dare un nome al proprio territorio, e un futuro di giustizia e libertà ai propri figli.
La performance di Fiorenzo Fiorito mira a far conoscere, non solo la situazione palestinese, ma anche la cultura di questa terra e la testimonianza di chi ha vissuto e vive una condizione di mancanza di diritti.

Fiorenzo Fiorito, attore, poeta, autore, regista. Inizia la sua attività nel teatro di ricerca fra la Sicilia e Roma. Nel 1989 inaugura insieme a Valentina Fortunato, con lo spettacolo Conversazione in Sicilia, il Piccolo Teatro di Catania di Gianni Salvo col quale comincia una proficua collaborazione che ancora continua. Nel 1995 fonda l’Ass. Culturale “Cratere Centrale: centro mediterraneo di ricerca e di antropologia teatrale”, con la quale pubblica un libro di poesie Il cielo è diviso in quartieri; conduce diversi laboratori di teatro-danza e produce spettacoli, vincendo anche premi nazionali. Nell’ambito del teatro-danza prende parte, come attore-danzatore allo spettacolo Hautnah a Amburgo e in altri paesi europei. Come autore, scrive e dirige se stesso nelle opere Angelo Dell’Angelo e Evoluzioni dell’Angelo per la rassegna interdisciplinare e multimediale “Cultania” del Comune di Catania. Prende parte a diverse produzioni del Teatro Stabile di Catania col quale ancora oggi collabora. Svolge attività in vari circuiti regionali e nazionali nel corso degli anni a seguire trattando autori quali: Vittorini, Verga, Pirandello, Euripide, Pasolini, Eduardo, Majakovskij, Beckett. Ha lavorato con vari autori e registi a teatro, al cinema e in produzioni televisive.

sala seminariale primo piano
ingresso libero

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Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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Speravo di trovare un po’ di tranquillità per dedicare un attimo a questo mio piccolo e povero blog trascurato. Magari anche per parlare del recente sciopero del 6. In questi giorni febbrili non è possibile. Non mi resta che postare una piccola cosa sul lavoro che stiamo cercando di fare sperando che vi possa essere gradita. Stiamo cercando di costruire un gruppo locale ispirandoci al pacifismo di Vittorio “Vik” Arrigoni. E’ questo che ci costringe a questa provvisoria leggera latitanza. Ci presenteremo anche attraverso poesie che mettano in risalto che davanti ai grandi temi siamo tutti solo uomini e non ci sono differenze di razza, lingua, religione, sesso o altro. Il resto risulta chiaro da quanto segue qui. Le poche ulteriori informazioni sono reperibili in Facebook. Presenteremo questo nostro progetto sabato e domenica prossima all’interno di:

Logo dell'evento MestREsisteMestREsiste: Musica, teatro e incontri di Resistenza

Restiamo umani con Vik

 Logho dell'evento Restiamo umani con Vik Abbiamo bisogno di aiuto perché Gaza e la Palestina hanno bisogno anche del nostro piccolo aiuto, per creare un gruppo locale in appoggio alle iniziative in favore di una pace vera ed equa e per dare finalmente una terra a questo popolo martoriato. Chiediamo la tua disponibilità ad aderire in fase organizzativa e ad eventuali azioni a sostegno della causa palestinese. Vik vive. Free Palestine.
   
   
SE QUESTO E’ UN UOMO 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi
Poeta ebreo italiano.

Pensa agli altri 

Mentre prepari la tua colazione,
pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre,
pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua,
pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua,
pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti ,
pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore,
pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani,
pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmud Darwish
Poeta palestinese.

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