Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Nakba’

Bimbo in mezzo alle macerie di GazaRicevo una lettera da un amico di Gaza. Io conosco solo l’italiano e la lettera è in inglese scritta con tastiera in arabo (cioè da destra a sinistra). Cerco di dare almeno il senso del suo doloroso messaggio senza alcun commento poiché si commenta da sola:

Cari amici italiani,
Come stai? spero che questo messaggio possa in fine arrivarti, vorrei dirti quello che succede alla gente di Gaza. Siamo dentro una guerra, la striscia di Gaza è sotto attacco da caccia e droni ogni giorno.
Da per tutto ci circonda la morte, feriti e distruzioni, fino ad ora sono 820 i martiri. Tra loro ci sono 230 bambini e 310 donne. 6.000 sono le persone ferite e sempre in maggior parte sono donne e bambini.
Non c’è cibo, acqua, latte per bambini e medicine per i feriti. Gli ospedali sono presi di mira dai barbari attacchi aerei israeliani. Quindi, non vi è alcun posto sicuro, nessun luogo per rifugiarsi.
Anche le famiglie sfollate sono state colpite da missili e razzi, non ci sono luoghi o case per 350.000 persone e ci sono a migliaia sono i dispersi.
Per terminare, Gaza ha chiesto a tutti gli amici e le persone oneste aiuto per le sue donne e i bambini, per ottenere case invece di macerie, cibo, latte e medicine per i bambini di Gaza che piangono sotto il fuoco
Con i miei migliori auguri
cordiali saluti
Tarigmoamer
Gaza
Palestina

Sotto riporto l’appello accorato in originale. Mi scuso ma dove non arriva la mia conoscenza della lingua ho cercato di far parlare il cuore

Argent Lettera
Deascritta: Gazar Italian friends ,

How are you , I hope this message will arrive you and you in abest fine , I want to tell you what happens to people in Gaza , we are in a war , Gaza strip is under attack by jet fighters and warshipsall day .
We are surrounded with death in everywhere , injured losses , until now there is 820 martyrs ( between them there is 230 children and 310 women ,6000injured people most of them from children and woman.
there is no food , water ,milk for children and medicine for injured people .
Hospitals are targeted by barbaric Israeli air strikes . So , there is no save place in Gaza
Displaced families has been hit by many missiles and rockets, there is no places or homes to 350000 person and there is thousands of lost people .
To end , Gaza asked all friend and honest people to help here women and children to get homes instead of destroyed homes ,food, milk and medicine
Gaza children crying under fire
With my best wishes
Your sincerely
Tarigmoamer
Gaza

Annunci

Read Full Post »

Donne palestinesi davanti al musoLa singolarità dello stato di israele, il suo essere una “democrazia atipica, la mancanza di una significativa opposizione interna ad una politica “espansionistica”, e colonialista e imperialista, si evidenzia fin dalla sua nascita e ancor prima. E’ consuetudine datare l’inizio del “dramma palestinese” al 1948 con la “Nakba” (catastrofe), ma il tema israele è precedente, ben più lontano, databile col “sogno” di creare in quella terra di Palestina uno paese teocratico, e prima ancora. Molto spesso le politiche delle dittature e/o “arroganti” hanno fatto della religione il vessillo strumentale a supporto dell’odio e del terrore. A giustificazione di ogni massacro. La scelta poi di costruire lo stato con la “forza” e non la “diplomazia” è conseguente alla sua stessa origine. Questo trova conferma nelle poche pagine “scappate” alla censura di “regine”, pagine non solo scritte da mano semita, ma da mano fortemente sionista, in alcuni casi persino sfuggite da notevoli rappresentati di governi israeliani. Si veda a questo proposito, solo come piccolo esempio, Vivere con la spada di Livia Rokach.
Ancora oggi si parla di migrazione di ebrei verso israele. Non vi è nessuna migrazione, di ebrei e non, verso una “terra promessa” ma il fenomeno in atto, con caratteri sempre più chiari con il trascorrere del tempo nell’affermazione sionista, assimila tale falso esodo più al concetto che comunemente viene dato nei linguaggi conosciuti al termine “reclutamento” che al ricordo mistificato della Diaspora. Si reclutano, appunto, disperati da tutto il mondo, di religione ebraica ma anche no, purché disposti ad investire il loro futuro in una “avventura” di “conquista”. Quei pochi che poi manifestano dissenso interno anche solo sui metodi di “affermazione” di quella politica basata sulla “vendetta” e sul “terrore” nel migliore dei casi sono fortemente emarginati e spinti verso l’esilio. Naturalmente vengono marchiati come traditori, parola questa che dovrebbe essere ben conosciuta, nei suoi significati, in israele, e che da sola dovrebbe distinguere una democrazia compiuta. Il marchio di traditore solo in israele e nelle più ottuse dittature sostituisce nel dibattito politico il lemma “dissidente”.
In parole molto semplici (poiché il linguaggio tecnico e ricercato è servo solo al rendere meno comprensibile la realtà e i temi trattati) il “sionismo di stato” non è conseguente all’olocausto né all’ “errante” ma più assimilabile, fin dall’inizio, allo sviluppo di uno stato equiparabile alle grandi dittature del novecento; mondo che si sperava in via di estinzione dopo la “sconfitta dei fascismi”. Certo come ogni forma di dittatura ha le sue particolarità, ma ha anche molte similitudini con precedenti facili da ricordare. La fondazione dello stato di israele, con la politica della conquista coloniale attraverso lo strumento del braccio armato, è sostenuta fin dall’inizio da formazioni paramilitari a stampo chiaramente e dichiaratamente terroristico. Che questo terrore sia diventato stato è conseguenza naturale dal momento stesso che il terrore ne diviene governo. Quei coloni che girano amati in territorio della Cisgiordania, protetti da un esercito da loro stessi alimentato, evocano certamente più il ricordo dei movimenti oscuri di quel lontano passato che semplici cittadini o contadini. Continuano e perpetrano l’eredità delle formazioni terroristiche degli inizi. Ci sarebbe da aggiungere che la mistificazione della “sicurezza” resta tutt’ora uno dei pretesti più palesemente mistificatori di questa storica operazione di “pulizia etnica” che è l’odierno vero olocausto.
E’ consapevolezza di chi scrive che questi temi andrebbero più specificatamente trattati e sviluppati anche con il sostegno di accurata documentazione, nonché attraverso gli episodi della storia recente e meno contestualizzati. Non dispero di trovare il tempo e la voglia di farlo nel futuro, pur consapevole dei mie limiti, non sono né uno storico né un politico ma solo un umile “curioso”. Non dovrei essere deputato a farlo. Spinto dall’attualità (oggi è il 19 luglio 2014 e continua l’assedio e il massacro a Gaza, così come continua l’occupazione militare e il terrore in tutta la Cisgiordania, o West Bank che dir si voglia, che continuerò a chiamare Palestina) mi sembrerebbe utile rompere l’informazione della propaganda e del silenzio cercando di capire dove nasce il problema che da decenni attraversa tutto il medio oriente in una continua opera di destabilizzazione dell’area. Infatti insieme ad un’informazione certamente insufficiente e fortemente ottusamente “giustificatoria” verso il governo di Tel aviv per quella che confusamente potremmo definire “politica interna” (interna alla Palestina), c’è il silenzio assoluto sulla “politica estera” di israele. Sul massacro della cultura e dell’intelligenza palestinese portando la voce della violenza anche nel cuore dei paesi che hanno dato rifugio e quegli esuli, Europa compresa. Sui rapporti con paesi indiscutibilmente dittatoriali e le sue missioni di assistenza tecnico-militare fino in America Latina. Lo strano dialogoopposizione (che a tratti diventa sostegno) ad integralismi diversi dal suo, evocando un islam che non esiste. Di come israele abbia in tutta questa storia “provocato” crisi e distruzioni in tutto il medio-oriente. Di come abbia destabilizzato e fomentato la guerra nei paesi vicini, tanto in Libano, come in Siria, eccetera, in un disegno imperialista di egemonia nell’area. Di come continui a ricattare e minacciare il mondo intero. Potremmo continuare ma ci fermiamo con una domanda, premettendo che siamo decisamente contro la guerra e i suoi strumenti: «in base a quale raziocinio può un paese che dispone di uno degli eserciti più efficienti al mondo, di una tecnologia bellica tra le più raffinate del pianeta, sostenuta anche da un non indifferente arsenale nucleare (che impunemente si tende a nascondere), minacciare un paese terzo che si sospetta si appresti a fare la stessa deprecabile scelta di dotarsi di strumenti nucleari e trovare sostegno nelle “democrazie” dell’Occidente»?
Senza tacere di come la giustizia in israele (solo) verso il palestinese non giudichi ma condanni direttamente a morte il semplice sospettato e condanni a morte l’intero popolo. Ma personalmente mi sembra ovvio che la “politica della forza e della vendetta”, la menzogna della sicurezza, neghino qualsiasi possibilità al dialogo, creino un linguaggio fatto di vocaboli diversi (amo ricordare almeno Lessico deviato di Patrizia Cecconi), atti a comunicare incomunicabilità, e si concludano con la presunzione della costruzione di una “razza superiore”. Lo so bene che quest’ultima affermazione entra in un terreno di dialogo minato. Non si intende qui mancare di rispetto a tutto il mondo ebraico e l’ebraismo, parliamo sono di una politica, il sionismo, che sembra vergognarsi dei martiri della shoah come di vili, vittime destinate per natura al sacrificio, che non ha provato vergogna a trattare con gli stessi carnefici. Invero mi sembra consequenziale che chi ritiene di poter giudicare gli altri in base ad una verità propria, assoluta, indiscutibile su base fideistica, prefiguri per sé l’appartenenza ad una superiorità in qualche modo di razza di infausta memoria.

P.S. immagine trovata nella pagina Facebook di Al Fatah Italia

Read Full Post »

L’ Associazione Culturale Arabismo con il Master MIM dell’ Università Ca’ Foscari di Venezia e la Fondazione Querini Stampalia Venezia vi invitano all’evento

BUON COMPLEANNO MAHMUD!
Poesie contro l’oblio – reading poetico multilingue in omaggio a Mahmoud Darwish
A cura degli studenti del MIM 2013/2014
Evento inserito all’interno della rassegna “Omaggio di poesia/14” in ricordo di Mario Stefani della Fondazione Querini Stampalia di Venezia.
Ingresso libero fino a esaurimento posti!
_____________________________________
INFO
Email: mim@unive.it
Facebook: Poesie contro l’oblio. Letture poetiche per Mahmoud Darwish
Web: http://bit.ly/1bd37NQ

_____________________________________
PENSA AGLI ALTRI
Prepari la tua colazione, pensa agli altri
(non dimenticare il cibo per i piccioni)
Combatti la tua guerra, pensa agli altri
(non dimenticare chi chiede la pace)
Paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri
(chi si nutre di dubbi)
Torni a casa, la tua casa, pensa agli altri
(non dimenticare la gente nelle tende)
Dormi e conti le stelle, pensa agli altri
(chi non ha spazio per dormire)
Liberi l’anima con le metafore, pensa agli altri
(chi ha perduto il diritto di parola)
Pensa agli altri lontani, pensa a te stesso
(dì. Magari fossi candela nel buio)

da In un mondo senza cielo – antologia della poesia palestinese ed. Giunti 2007

Read Full Post »

bandiera-palestinaLe parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

Read Full Post »

Venezia: 11 maggio 2013 ore 17.00

Sala Casa di Riposo S. Lorenzo
Campo S. Lorenzo – Castello 5071

il coraggio della nonviolenza

incontro con i

Comitati popolari di resistenza non violenta all’occupazione

LUISA MORGANTINI

Già europarlamentare e presidente di Assopace Palestina

HAFEZ H. I HURAINI

Contadino di At-Tuwani coordinatore dei comitati popolari delle colline a sud di Hebron

MAHMOUD H.J. HAMAMDA

Contadino resistente di Al Mufaqarah

SAWSAN M.H. HAMAMDA

Studentessa beduina di Al Mufaqarah
At-Tuwani è il villaggio dove operazione Colomba (angeli) operano dal 2004 per la protezione dei bambini e dei pastori.
Al Mufaqarah è uno dei villaggi da evacuare secondo la scelta dell’autorità israeliana ed è estremamente attivo nella lotta non violenta contro l’occupazione. Oltre a Al Mufaqarah altri 13 villaggi sono in pericolo di evacuazione per l’addestramento militare dell’esercito israeliano, che in realtà è anche un pretesto per far posto all’insediamento di nuove colonie. Mahmoud e Sawsan sono padre e figlia ed è molto importante la presenza di Sawsan non solo come donna beduina ma perché è importante che possa studiare all’ Università (cosa non per niente consueta tra i beduini).
Sarà con noi anche Abuna Aktham Hijazin che ci aiuterà anche con le traduzioni dall’arabo.

 

Read Full Post »

Mercoledì 10 aprile ore 20.00
Venezia – Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato

Venezia apre le porte al Convoy Vik – Gaza to Italy

6 giovani artisti dello Shababik Center di Gaza – Finestre su Gaza – sbarcano in città.
9-10-11 aprile 2013
IL 10 ALLE ORE 20.00 INCONTRO CON GLI ARTISTI E LA LORO ARTE E CENA PALESTINESE

9 aprile – arrivo ore 16 alla Stazione Ferroviaria accolti da giovani attivisti che li porteranno in giro per Venezia.
Trasporto bagagli nella casa dove sono ospitati.
Serata di benvenuto tra pizza italiana e tiramisù. Sala eventi Teatro ai Frari, chi vuole partecipare si prenoti al 3483209160.

10 aprile – Giornata di contatto con realtà studentesche – Liceo artistico M.Guggenheim – Carmini – Laboratorio di tessuto e video arte.
Colazione veloce e partenza, con altri giovani attivisti, per giro musei veneziani.
Ore 20 Serata di scambio culturale e umano tra artisti e studenti delle varie università veneziane. Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato. Proiezione lavori dei giovani artisti, scambio di idee e proiezione cortometraggi offerti dal Videoconcorso Pasinetti sulla Palestina, Gaza e Vittorio Arrigoni per il secondo anniversario della sua morte.
Cena palestinese.

11 aprile – breve giro artistico della città – Tarda mattinata partenza per Bologna.

Invitiamo tutte le persone interessate a partecipare alla sera del 10 presso la Mensa di Ca’ Badoer ai Frari per far sentire a questi giovani gazawi la nostra considerazione e il nostro affetto.

Associazione Restiamo Umani con Vik
Coordinamento per il Medio Oriente
Centro Pace Comune di Venezia
SOSDiritti
Tuttiidirittiumanipertutti
VideoConcorso F.Pasinetti
Liceo Artistico M-Guggenheim
Ca’ Tron Città Aperta

Read Full Post »

22 – 25 FEBBRAIO 2013

GIORNATE D’AZIONE PER LA RIAPERTURA DI SHUHADA STREET!

Assopace Palestina vi invita a partecipare alla quarta azione globale per la riapertura della Shuhada Street che si celebrerà, in tutto il mondo, dal 22 al 25 febbraio. Il 25 febbraio 1994 è il giorno in cui il colono Baruch Goldstein ha massacrato  29 palestinesi mentre stavano pregando, nella moschea e tomba di Abramo ad Hebron.

Shuhada Street è la via principale di Hebron, unica città della West bank in cui i coloni israeliani vivono all’interno della città vecchia. Questa arteria, che fino a pochi anni fa era un’affollata via commerciale, ora è deserta. Solo i coloni israeliani sono autorizzati a camminarci, i palestinesi non possono metterci piede. I negozi sono stati sigillati e gli abitanti arabi sono costretti a fare il giro della città per arrivare in un posto raggiungibile, in linea d’aria, in pochi minuti.

La chiusura di Shuhada Street non è solo un modo per rendere loro la vita difficile, non è solo un modo per affermare il principio della forza dell’occupante. Shuhada Street è il simbolo della condanna al silenzio e alla morte a cui Israele sta condannando molti villaggi e città palestinesi. E’ la strada dell’Apartheid e dell’occupazione militare.

Crediamo, come affermiamo con il nostro nome, nella pace. Ma crediamo che la pace sia possibile solo attraverso la giustizia. Per questo, anche quest’anno, chiediamo, a chi si oppone all’apartheid israeliana, di organizzare azioni di solidarietà, durante le giornate dal 22  al 25 febbraio.

Alcune indicazioni:

  • scendere in piazza con manifestazioni, marce, fiaccolate, sit-in, flash mobs
  • organizzare mostre fotografiche o proiezioni di filmati sull’apartheid di Hebron
  • inviare messaggi video a forum, media e social network che chiedano alla comunità internazionale di utilizzare pressione diplomatica per riaprire la Shuhada street
  • scrivere lettere alle famiglie palestinesi di Hebron per dimostrare solidarietà
  • visitare la città di Hebron per vedere con i vostri occhi la sofferenza quotidiana della gente
  • ogni altra azione nonviolenta e creativa che vi sentite possa sostenere la causa!

Comunicateci le vostre iniziative, fotografate le vostre azioni e inviatecele, via mail a
lmorgantiniassopace@gmail.com
o a liviaparisi@hotmail.com
verranno pubblicate sulla pagina face book del gruppo di attivisti nonviolenti
Youth against settlements (www.youthagainstsettlements.org)

Anche se  saranno giorni di elezioni, non possiamo lasciare cadere nel vuoto l’appello alla mobilitazione  che anche quest’anno   i Giovani contro gli insediamenti di Hebron – Palestina ci lanciano.

Anche piccole iniziative, ma facciamole, e comunicatele e fate fotografie, video delle vostre azioni, inviatele a
lmorgantiniassopace@gmail.com o liviaparisi@hotmail.com – mettetele su fb, su youtube.
Noi le manderemo ai Giovani contro gli insediamenti  che le raccoglieranno. A giorni invierò il volantino in italiano.
Lusia Morgantini

www.assopacepalestina.org

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: