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Posts Tagged ‘Napoli’

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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Ancora gli anni settanta. Io c’ero, presente come sempre. Se conosci il pezzo non fa nulla. E’ comunque bello riascoltarlo. Sono gli anni del terrorismo, anni di piombo. Gli anni in cui era coraggioso girare con una rivista in tasca, Metropolis. Gli anni dell’ultima utopia. Gli anni di “né con le Brigate Rosse né con lo Stato”. Dello “sparare al cuore dello stato”. Dei festivals alternativi. Delle radio libere. Poi ammazzano Moro e finisce il sessantotto, il grande sogno. Questa volta posto un gruppo: i Napoli Centrale. Uno dei gruppi di punta del cosiddetto rock progressivo. Ma la musica del gruppo, che nasce dalle ceneri degli Showmen e ruota attorno alla figura carismatica di James Senese, in realtà è una fusione originale di jazz-rock e musica popolare napoletana. Un altro degli esempi che hanno rinnovato la musica italiana. Buon ascolto.

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La cosa non è proprio recente recente. Si stava, naturalmente, seduti spaparanzati al bar da Clara. Il buon Umberto Palma sorbiva il suo caffè. Con la solita aria paciosa e le labbra piene di parole. Nella realtà, lui vecchio e storico rifondarolo, osserva nel tentativo di capire se qualcosa si muove. Più precisamente sa che qualcosa si muove ma non sa dove, di che aria si tratti. Più dettagliatamente si cicaleggia. Martino all’improvviso si chiede, spritz brandito in pugno, buttando là la domanda di giornata a voce alta, proprio perché non parla per sé: “E se fosse proprio vero che in due mesi hanno risolto il problema dell’immondizia di Napoli“?
Il buon Berto non si fa attendere, massaggiandosi la panza che si avvicina al giorno del lieto evento, e con l’aria soddisfatta di chi sa spiega: “Allora perché non l’hanno fatto cinque anni fa“?
Michele è secco, come al solito, più del solito, è in un periodo che è anche più tagliente di quanto ha abituato gl’altri, quasi avesse un rancore con le cose: “E perché non quelli prima, quelli dopo? Non noi? Napoli…. La Campania… Bassolino non le vedeva, o forse non gli sono bastati due anni per completare una frase che fosse di invito a provarci? Rosa Russo Iervolino, sempre con quell’uovo che vuole e non vuole uscire e le chiappe strette, non ne sentiva il puzzo? E’ così che si perde. Non vedendo le cose sotto gli occhi. Dicendo che non ci sono. Qui si fa per l’Italia. Prodi“… Il suo è una vecchio discorso, ormai quasi una litania. Con lui gli altri sono pazienti, a volte finché possono, a volte oltre il possibile. Ormai sta annoiando persino sé stesso.
Martino, spesso vittima dei lazzi del pedante, appena il Palma s’allontana provato, osserva che Michele, di suo, un po’ arrogante lo è. Si chiude Michele, a volte gli capita, e si pensa. Capita ci riesca e sappia fare andare più lentamente la lingua. Forse non sceglierebbe arrogante ne presuntuoso ma saccente. Si! forse è il vizio di credere di sapere e poterlo dire e dirlo troppo in fretta e senza mediazioni. Non pensa alla politica o a niente in particolare; non più. Pensa a sé. Alle sue cose. Al suo modo di affrontare tutto e tutti. Alle sue incapacità. Ma sta pensando a sé e a tutto. Sta pensando col cuore. Sta stringendo segretamente una pena che non sa spiegare nemmeno a sé. Non c’è nulla di semplice nelle cose. E non è che la pretesa è sempre quella di cambiare il mondo, o le cose, o gli altri. Lo sa da sé che ci sono cose che sono. Gli spiace solo… Pensa a quella sorta di sfrontatezza che è solo presunta, forse cercata, certo falsa. Ha la sensazione che anche nelle cose di tutti i giorni quella “saccenza” possa arrecare male e anche danno. A volte, nella vita, non ci si può limitare ad asserire di non essere capiti ma ci si dovrebbe sforzare nel tentativo di spiegarsi. Regala un sorriso ad un ricordo perché non sa che provarne una profonda simpatia e tenerezza, e si sente volontario e involontario colpevole. Passa alla cassa perché il conto non può essere che suo.

 


 

Comunque, per noi, il candidato “non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto“, resta l’unica proposta più che valida per una buona amministrazione della cosa pubblica ovvero del nostro comune.

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Cenerentola mostra le mutandineEro giovane, forse troppo, quando sono stato affascinato dal lavoro di Heinrich Schliemann leggendo I tesori di Troia – gli scavi di Schliemann a Troia, Micene e Tirino. Avevo, allora, letture raminghe e maleducate, anche un tantino perverse.

A distanza di tanti anni ricordo poco del libro e mi sorprende come recentemente, forse in relazione ad altri fatti, probabilmente senza affinità alcuna, mi sia tornato alla memoria. Naturalmente non sono stato in grado di rintracciarlo, il libro; allora prestavo tutto e poi l’ultimo trasloco l’ho fatto con una utilitaria e ho dovuto rinunciare a portarmi anche cose meno superflue. Non che nel frattempo siano intercorse novità di rilievo ma siamo in epoca da ristabilire le verità storiche e, probabilmente, anche il libro summenzionato può essere stato, nel frattempo, messo all’indice.

Troia, che da oggi sarà tramandata come Birichina, non fu fondata da piccoli omini verdi extraterrestri. L’unico di loro era Achille e non era ne piccolo ne verde. Il cosiddetto eroe non era invulnerabile ma solo calzava, si fa per dire, tuta e scafandro indistruttibili, ma non è di questo che si vuole parlare. Tra tutti quelli che si indaffaravano a cercare la mitica città Schliemann fu il primo a cercarla dove era sempre stata, fu questo che l’aiutò a trovarla. In realtà trovò una collina e frugando scoprì che nascondeva vecchi segreti, un po’ come Napoli, ma le analogie non si fermano qui. Ma ora sappiamo la vera storia e perché Schliemann ha dovuto scavare tanto. Perché s’è trovato davanti a nove strati di rovine, o meglio uno strato di rovine e otto di immondizie.

Dopo la fine ingloriosa della famosa guerra, quella di Troia, naturalmente, e di che diavolo stiamo parlando se non di quella troia di guerra di Troia per una donna un poco… insomma, non molto seria? dicevamo… i troiani hanno provato a ricostruire la città così com’era. Volevano farne una nuova Tebe, anche se magari loro si sarebbero accontentati anche di una porta sola, tanto si sa che se uno vuole entrare un modo lo trova, e almeno cucina e cucinino, magari doppi servizi e una camera ampia. Hanno all’uopo chiamato i migliori architetti e ingegneri, maestranze da tutto il mondo, geometri (forse questo è stato il guaio) e chi più né ha più né metta. Rifatta, vista, balzava all’occhio che era riuscita male e così avevano disfatto tutto e ricominciato. Questo per otto volte finché, alla fine, si sono arresi e hanno rinunciato. Per questo Schliemann non ha trovato una città mitologica sotto una città ma solo una collina di rovine.

Vuoi vedere che anche nel napoletano non è emergenza immondizie? Che, sotto sotto, anche sotto l’erba, le colline di rifiuti scoperte a Chiaiano non sono di rifiuti, ma di reperti archeologici, in qualche caso anche già imballati?

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Itaca.mp3”%5D I Napoletani pregano di non inviare altri “reperti” che si accontentano di quelli che hanno già.

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Il topo di RatatouilleVado giù con il sacchetto in mano. Lo faccio quasi tutte le mattine. Una operazione quasi noiosa. Non ci sarebbe di che, ma ne parlano tanto che mi accorgo di vederle in modo diverso. Da quando soprattutto abbiamo deciso di combatterle con le armi atomiche; non è che questo mi fa sentire più tranquillo. E le sbircio di sghimbescio con una certa antipatia anche se sono del nord, loro, le immondizie.

Non che abbia niente contro il nucleare è che poi dicono che partiamo tardi mentre gli altri smettono e cercano forme alternative. Certo che se si sta a sentire tutti… certo l’energia eolica è antiestetica con quei mulini a vento che nemmeno sembrano mulini. Per ogni cosa c’è un contro. Certo una soluzione si dovrebbe perseguire, così per l’energia, così per il pattume. Dobbiamo affrontare in modo energico l’invasione di questi extracorpi, l’esercito della monnezza[1]. E noi abbiamo già schierato il nostro di esercito. Siamo pronti a tutto. Il nostro governo ha già dichiarato lo stato di assedio. Il nostro ambasciatore a Napoli però ha dovuto chiedere quindici anni di tregua affinché siano predisposte le contromisure a tale invasione e pronte le centrali.

I napoletani dovranno abituarsi a conviverci in casa, infondo basta un po’ di pazienza. Quindici anni passano in fretta, se non ci si pensa e ci si tura il naso.

Si denunciano, però, già episodi di fraternizzazione col nemico[2] e financo di collaborazionismo.

Ultime in cronaca[3]: Napoli, arrestate 25 persone Nel mirino lo “staff” di Bertolaso. “Trituravano le ecoballe e le nascondevano sotto l’altra spazzatura”.


[1] Non si esclude nemmeno, a priori, possa addebitarsi ad attacco terroristico.

[2] Si pensa possa trattarsi di cittadini italiani di razza rom o comunista.

[3] Da http://www.repubblica.it

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Topi. Erano solo maledetti topi. Pasciuti. Gli unici. Giocavano fra loro. Indisturbati. Ecco cosa mi ha colpito di più: i topi. Forse perché ci stiamo trasformando tutti in topi.
Sembravano allegri solo quei topi. Topi forse innamorati. L’accampamento era fatto di piccole baracche. Nascoste dallo sguardo della città. Da non disturbare il decoro. Nemmeno un cane… invece…. Erano uomini quelli che le abitavano. Uomini e donne. Ombre. Fantasmi. Avevano qualcosa di umano. Parlavano e io non riuscivo a staccare gli occhi da quei topi.
Per accettare quelle condizioni da cosa scappavano? Le ruspe hanno abbattuto quei miseri rifugi. Come avessero resistito anche al più flebile alito di vento mi resta un mistero. Cartoni facevano da pareti. Cartoni si poggiavano sul fango. La donna cercava di lavarsi nell’acqua di una pentola. Anche chiamarle baracche era una esagerazione. E loro, con le loro poche cose, rassegnati si sono allontanati. Son partiti per ricominciare. Con la loro miseria. In silenzio. Privi persino delle parole.
Son partiti solo per ricominciare da un’altra parte. Basta non vederli. Nasconderli ai nostri occhi. Rimuoverli. In verità non servirebbe neanche quello quando si guardano con gli occhi, e non con la testa, e non con il cuore. E’ fin troppo facile piangere i morti di fame quando muoiono solo per televisione. Se ci muoiono tra i piedi allora tutto è diverso. Meglio che vadano a rompere le balle da un’altra parte.

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Molte volte ho creduto di assistere al funerale del buonsenso (lasciamo perdere il senso comune) per ritrovarmi poi continuamente e puntualmente alle esequie dello stesso buonsenso. Vivo anch’io in quel magnifico paese di poeti, musicisti e filosofi che è l’Italia. In un piccolo paese del nordest che anche se si è dato presuntuosamente il nome di città della città non ha che l’arroganza e i problemi. La cosa bella di noi italiani, del “bel paese”, è che basta che ci sia il sole, e che ci sia il mare e ce la cantiamo. Se ci troviamo diffronte ad un problema (in questo caso parliamo di rifiuti) troviamo una soluzione molto semplice: basta rimuovere il problema.
Peppiniello, napoletano di Napoli, per sopravvivere si alimenta, modicamente poiché non c’è di che scialacquare, e nell’alimentarsi produce immondizia. La famigliola di Peppiniello, composta di pochi componenti stante il contenimento demografico per la politica del timore nel futuro, consuma almeno due pasti al giorno (la colazione la fanno singolarmente al bar) e produce le relative immondizie. Allo stesso modo in tutto il condominio si mangia per vivere e si vive producendo residui organici e non. Così tutto il quartiere. Inutile dire che tutta Napoli e i comuni limitrofi è coinvolta in questo straordinario processo.
Il prodotto interno lordo di immondizie per ogni napoletano è di tot ettogrammi al giorno che moltiplicato per i giorni della settimana produce un insieme di immondizie, o rifiuti che dir si voglia, di notevole consistenza e olezzo. Probabilmente anche noi del Veneto, per solidarietà, mandiamo anche un po’ di rifiuti dei nostri a sommarsi, ma i nostri sarebbero facilmente individuabili per il vezzo già detto di suddividerli e insacchettarli quasi fossimo tedeschi. Naturalmente il napoletano (nel senso di abitante di Napoli) non riesce a capire il vizio, quasi esclusivamente settentrionale, di imballare i rifiuti, in sacchetti, perché i rifiuti sono rifiuti cioè monnezza.
Peppiniello e tutti i Peppinielli e tutti i napoletani, come tutti gli italiani, prelevano tali rifiuti da casa e li depositano in spazi pubblici dove dovrebbe intervenire la raccolta. Peppiniello e… come sopra, come tutti gli italiani, non è contrario per principio ne alla raccolta, ne allo smaltimento, ne al riciclo, ne alla termovalorizzazione, ne a quant’altro; nemmeno a quei termini che nemmeno gli sono completamente famigliari e chiari. Come tutti gli italiani, si diceva, non ne fa una questione di principio, che lui è anche napoletano e più disposto a prenderla con leggerezza e allegria, sarebbe anche disponibile, ma… purché qualsiasi cosa si faccia venga fatta ma non in casa sua. Come tutti gli italiani, si diceva, sa dire dei precisi no ma nessun però o invece. No alla raccolta differenziata. No a discariche. No a termovalorizzatori. Eppure la soluzione sarebbe molto semplice, mi chiedo come tanti soloni non ci abbiano ancora pensato, basterebbe abolire i rifiuti. In questo caso resisterebbe una unica controindicazione: se per vivere l’uomo ha bisogno di una serie di cose che producono rifiuto dovremmo accettare la realtà che per risolvere il problema si dovrebbe accettare di abolire l’uomo. Il problema così non si porrebbe se l’uomo fosse l’altro. Il problema si produce solo nel momento che quell’uomo sono anche io. Ma io me ne sto qui, in settentrione, in una città sufficientemente pulita. Io, i miei rifiuti li suddivido, li raccolgo dentro i cassonetti e me li smaltiscono; al massimo l’eccedenza la mando in meridione che tanto per loro uno più uno meno tutto fa notizia e folclore e anche (qualche volta) piccioli.
In verità il napoletano non è nemmeno così, qui si fa anche della ironia. Il napoletano, con la sua filosofia di vita, è uno che i problemi se li risolve, solo che è un poco tradizionalista e lui è ancora per gli inceneritori, tanto che se li fa artigianalmente in casa cioè sotto casa. Infondo gli basta poco: un cerino e un po’ di benzina.
E ora, con l’invio del già chiamato psiconano, ora ancora Presidente, si è completato il cerchio. Certo qualcuno darà la colpa al poveruomo che di colpe ha già le sue e non poche. Magari si arriverà a sostenere che l’odore era già abbastanza o, da un altra parte, che la mondezza se ne è andata da sola pur di evitarlo. In questa commedia senza regista, che è la politica, non è facile cogliere la trama e non si arriva mai ad un finale.
Ricordo alla sinistra che potrà continuare ad attaccare il Presidente (citandone o no il nome, a piacere) per la posizione monopolistica sulle comunicazioni e sul conflitto di interessi, per la sua statura (si fa per dire) e i tacchi che porta, sulla ricrescita dei capelli, etc. Così si terrà occupata per i prossimi cinque anni e oltre (con ripetuti programmi quinquennali).

Francesco De Gregori: 300.000.000 di topi

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/300.000.000DiTopi.mp3”%5D

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