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Posts Tagged ‘Natale’

(dalla Isla Negra)
Era sopravissuto a tutto, anche alla propria violenza. L’aveva detto: “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine” –invece davanti alla propria indignazione prese la penna e non riuscì a tracciare un rigo. La sua voce possente si era disseccata e il tempo l’aveva reso più vecchio che saggio. In fondo non gli sarebbe dispiaciuto di chiudere il suo libro quel gennaio alla Moneda, anche se era maledettamente in ritardo. Non c’era più nulla da vedere per cui ne valesse la pena. Michele voleva regalarlo a natale perché sua figlia ne potesse ancora godere e per ricordare, ma non era più di moda. L’avevano seppellito per la seconda volta e questa volta sotto una coltre di polvere e di silenzio.

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Mi prendo in anticipo. Magari al momento opportuno avrò un pentimento e mi limiterò agli auguri. Oggi invece scopro solo una domanda: ma dove vanno questi nostri anni? Non sarei onesto se non lo ammettessi: li ho cercati; questi anni. Ho frugati nei cassetti, persino in quelli delle camicie, in tutti i mobili, nello sgabuzzino, ho chiesto aiuto (pensando potesse trattarsi di un problema legato all’età, alla memoria), sono sceso in garage, salito in soffitta, niente da fare. Ho messo il cappello e, nonostante neve e vento, sono uscito per vedere se trovavo qualcosa magari in quei banchetti dell’usato che fioriscono proprio nei giorni delle feste con luci e canzoncine mielose. Quelle sorte di oasi dove trovi solitamente di tutto e anche quello che la gente è stanca di vedere e di cui si vuole liberare, disfare; carabattole. Niente da fare. L’unico risultato che sono riuscito a raggiungere è stato trovarmi stretto in pugno un ombrello da buttare, ridotto ad uno scheletro ridicolo con articolazioni urlanti, e a scivolare sul fondo scivoloso. Banalmente riesco a ricordare solo poche cose e sono per lo più recenti e sono per lo più personali, della vita degli altri null’altro. Se per il 2009 mi è rimasto qualcosa e nemmeno lo vorrei lasciare è solo privato. Che l’abbia passato tra le sue braccia è cosa che riguarda solo me. Che poi, anche in questo caso, è storia che perdura, a dispetto di tutto. Già! c’è stata la crisi; anzi c’è la crisi. Ci provo a togliere uno ad ogni anno. Cerco il 2008, poi il 2007, mi stanco prima di finire gli anni ottanta. Non mi ricordo i giorni in cui il mondo è stato alla rovescia nemmeno il giorno di carnevale, e non li incontro quei giorni. Ho visto i poveri restare poveri e i commercianti piangere perché le vendite languono. Forse qualche volta ho incrociato dei nuovi poveri ed erano spaesati in quel nuovo mondo. Le guerre hanno semplicemente cambiato luogo, nome, magari adesso si chiamano pace o democrazia, ma non hanno mai smesso di recare lutti e dolori e di essere quell’immane violenta e tragica confusione che sono; quella carneficina spaventosa e anarchica. Non mi sento bene a continuare questa elencazione e torno a pensare agli anni come anni. Nella loro omogeneità non sono monotoni, semplicemente non sono. Forse il passato è passato perché si disfa per poter essere infilato nella piccola busta dell’oblio. Certo non c’è nulla di che stare allegri. Un anno migliore; migliore di cosa? Ho il sospetto che mi basterebbe un anno. Non sarà mica colpa mia? E’ stato violento trovarsi all’improvviso davanti alla domanda: “Dove cazzo ero”?

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Semplicemente, molto semplicemente, anzi inevitabilmente domani è Natale.

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raccontiApro un cassetto, c’è la confusione che regna in certi cassetti e una cosa diversa: c’è un piccolo pacchettino rosso chiuso con un nastrino e una ciocca rossi. Lo rigiro tra le mani chiedendomi cos’è? E’ chiaro che è un regalo dello scorso natale. Avanzato. Sin qui non ci voleva un genio a capirlo, mica ci ho messo molto. Scartata subito l’ipotesi che sia un pacchetto che mi sono scordato di aprire, li apro subito e con sospesa curiosità anche quando c’è qualcosa che so già che non può che essere lei. La memoria smette di aiutarmi. Torno a guardarlo da tutti i lati e a soppesarlo, non mi dice alcunché. Sotto la carta c’è una scatolina. Nessun indizio anche minimo. Non un nome. Non un bigliettino, nemmeno di quelli minuscoli dove gli auguri si fanno piccoli, in caratteri microscopici, per starci; anche senza indicare l’anno che rischi di sbordare e scriverlo sul tavolo. La memoria che col tempo non migliora, ma mica posso dare sempre la colpa al tempo. Comincio a decidere che è meglio aprirlo per verificare. Non ho altra scelta. La ciocca non mostra punti di attacco. E’ un groviglio irrisolvibile, un nodo gordiano. Nemmeno un Alessandro ci riuscirebbe; senza la spada. Cerco la forbice. Poi, all’improvviso, l’illuminazione: era il regalo per una amica. Un regalo fatto a suo gusto, tenendo presente del suo abominevole gusto, impossibile da riciclare senza tirarsi addosso una bella selva di silenziose maledizioni tipo ma che cazzo mi rappresenta questo? Se rammento bene mostrava anche di valere meno di quello che valeva, anche se valeva poco. Era solo un gesto d’affetto, un presente. Un regalo che non consegnato. Penso che non ne ho avuto proprio l’occasione. Il modo. Il tempo. Chiudo il cassetto e torno a quello che stavo facendo. Ma lo faccio male. Sono distratto. Ho un bel pensare a pensare ad altro. Ho quel pacchetto impacchettato di carta lucida che mi torna stranamente in testa; già! non ho avuto il tempo. Chissà poi perché un pensiero deve essere così insistente? Potrebbe essere buono per il prossimo anno. Solo per lei. Se nel frattempo non ha migliorato i suoi gusti. Che poi non è mica vero che i regali sono buoni anche dopo, anche se in quel caso si dovrebbe parlare di pasqua, e questo è chiaramente un reperto natalizio. Rischia di essere una povera testimonianza di quel natale. La verità è che quell’amicizia, nel frattempo, s’è un po’ raffreddata. E adesso ha uno che non mi convince molto, insomma mica mi piace. E lei a guardarselo, a pendere dalle sue labbra, a confermare tutte le stupidità che lui dice. Sembra bello solo a lei. Sembra intelligente solo a lei. Capita. Caspita. Mai visto niente di più insignificante. Mai trovato nessuno di più vuoto. Contenta lei dovrei essere contento anch’io. E che ognuno si faccia il futuro con le proprie mani. Mani? Lei non ha mai usato le mani. Nel caso nemmeno il cervello. Veramente l’ha sempre usato con parsimonia, quello. Lei le mani le ha sempre usate solo per darsi le creme. Anche per altro ma questo è un ricordo giovanile, fatico a rintracciarlo, ne sono stato vittima anch’io. Ora, il ricordo che riappare è lusinghiero. E dire che gli uomini non le sono mai mancati. Le ronzavano attorno. Letteralmente. Come mosche. Per la sua allegria. Per il suo modo di vestirsi. Ma anche per quello di svestirsi; non meno importante. Per la sua voglia di vita. Per le sue tette. E ora s’è rintanata con questo babbeo. Sembra la storia vera. Dura perché mi hanno mandato gli auguri assieme, con un messaggino, il giorno di san silvestro. Per rispondere ai miei. Insomma che ci fa questo pacchetto ancora qua? E’ imbarazzante. In fondo è la sua vita. Può farne quello che vuole. Deve piacere a lei. E io sono un tipo che si fa quelli propri. Che sa accettare le cose. E lasciarsi le contrarietà dietro. Che quando scorda una cosa la scorda del tutto. Non amo le malinconie, i rimpianti. Quello che è fatto è fatto. E poi ognuno per la propria strada. E poi amici come prima. Ma è questa la verità: il pacchetto è rimasto a casa mia, inconsegnato, perché non mi andava di vederli. Che poi anche il suo the, o come lo chiama confidenzialmente lei Camelia Sinensis, diciamocelo, fa un po’ schifo. E l’intero appartamento tanfa della sua mania delle candele profumate. Decisamente i suoi gusti sono sempre stati discutibili, non solo per gli uomini. Forse è per questo che non sono mai durati molto.

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Cari concittadini e lettori. Non succede più nulla a Spinola. Se mai c’è stata è come non esistesse più; si fosse dissolta. Invece tutto succede, molto, e non solo sotto traccia. La verità è che non succede nulla che il buon senso non inviti a tacere. Succedono cose tutti i giorni, ma cose di cui un minimo di autotutela porta a non guardare, a non mostrare. Cose che entrano nel merito, nella carne dei problemi, che creerebbero troppo rumore, che inciderebbero carni deboli e suscettibili. E per delicatezza sono cose che evitano le parole. Cose tanto affollate che mi costringono a trascurare questo piccolo bimbo che è diventato questo blog.
Intanto vicino, a non più di un paio di chilometri, e sembra già un altro mondo, sono arrivati i barbari, con le loro carovane, la loro superbia e arroganza, a farci rima, la loro ignoranza. Barbari che vogliono alzare steccati e non far entrare il futuro; la storia che è stata e quella che si fa. Ma alla fine solo barbari. E come sempre sono, i barbari, dentro le mura, asserragliati, al riparo. Solitamente finiscono per mangiarsi tra loro, gli assediati. Questo ci racconta la memoria. Il tutto per un pugno di stupidità. E proprio loro che si credono il centro. E’ troppo facile oggi giocare a rimpallarsi le colpe.
Qui invece tutto va a puttane e noi ascoltiamo la musica. Abbiamo una radio nuova; tutta nostra. Una radio di rete. Nessuno decide e niente si decide. Come direbbe il Guccini: città non città. La gente comincia a capire che è meglio partire, fuggire, che venire. Nemmeno scende per strada, quasi non avesse piacere, avesse timore di incontrare qualcuno. Anche qui è Italia ma la crisi pare ancora più crudele che altrove. Gli avvisi di vendita o affitto si stanno ingiallendo anche in assenza di sole. Ci si dà da fare per far scordare quello che non si è fatto. Mica si può dire. Allora parliamo di banalità. Però lavorare, per chi ce l’ha, un lavoro, con la musica è molto meglio e quella suona e spota. Certo che come fortuna abbiamo proprio culo. Hanno messo le luminarie ed è saltata la luce nelle case. Anche questo deve essere argomento su cui tacere. Stanno allestendo i banchetti per i regali. Finalmente chi ne è sprovvisto potrà recarsi ad acquistare le palle. I negozi sono tutti in svendita; fanno prezzi più bassi dei cinesi. Ho cercato di chiuderlo fuori della porta, il Natale, ma quello non accetta rifiuti. Forse siamo passati ai regali intelligenti, nei carrelli degli ipermercati non vedo che pane, acqua e affettati. Dobbiamo risparmiare su tutto, ma perché farlo anche sul cervello? E per Cervello non intendo la non troppo nota band napoletana dei primi anni settanta, ma proprio quello del candidato sindaco dell’altra riva. Meglio cambiare. Io credo che Spinola, e i suoi abitanti, si meritino, quale sindaco, un cervello intero.

mariangela-iconaRipeto che io una soluzione ce l’avrei, anche in questo momento di crisi (cliccate sull’icona per vederla, in un altra finestra, a tutto schermo). E non ditemi che non sono buono nemmeno a Natale, che per altro somiglia sempre più a Halloween. Chi lo conosce, il candidato destro, sa che l’ho trattato bene. Se non sono riuscito a tirarvi un po’ su di morale almeno ci ho provato.

Auguri a tutti.

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DiogeneSi avvicina Natale. Tutti dovrebbero essere più buoni. Ho una protesta da fare. Non so in che forma esprimerla. Forse ne farò un evento. Che ne so? non ho ancora le idee chiare. Già non si trovano più principesse in giro. Manco a cercarle. In verità ce ne sono rimaste poche e di quelle poche quelle che mostrano avranno anche il titolo nobiliare, ereditato o sposato, ma cristo! Dio ci tenga alla lontana. Non intendevo quelle. Intendevo principesse come quelle, cercate di capirmi, che appena le vedi dici quella è proprio una principessa. Dicevamo che già è difficile scovarne una, anche una cenerentola qualsiasi, il fatto è che nessuna è più disposta a baciare il rospo. In qualità di rospo, e per giunta attempato nell’attesa e non, la cosa non manca di mettermi di malumore.

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Da quali esperienze proviene quel filone musicale della nostra musica di cui si accennava la volta precedente e che è stato definito come musica progressiva? Si inserisce nella musica, soprattutto inglese di quegli anni, che vede tra le sue espressioni massime Pink Floyd, Traffic, Jethro Tull, Genesis, Van der graff generator, etc. Io preferisco ricordarla con una pietra miliare fin troppo nota (ma non forse la più nota) del 1969 dei King Crimson: Epithaf presente nel primo album della band In the Court of the Crimson King, vero emblema del genere.

013-ragazzini02Composizione grafica di Mario DG

Spesso, nel tracciare la storia di questo movimento, si inseriscono al suo interno esperienze che niente hanno a che fare con lo stesso come, per esempio, l’Hard rock che ne è l’esatto contrapposto sulla scena. Io invece tenderei a lasciare fuori anche quelle esperienze, come la scuola di Canterbury, più influenzate da un approccio jazzistico alla musica che non dalla mediazione con una musica di impronta colta se non addirittura sinfonica cioè intente in una vera e propria contaminazione con la musica classica. Si dovrebbe dire che infondo tutto inizia dall’inizio. L’idea in embrione è già nei primi Procol Harum con la loro hit A whiter shade of Pale del 1967 e poi nei Moody Blues, negli E.L.O. e nei Move fino ai Nice di Keith Emerson (poi in Emerson, Lake e Palmer), correndo spesso il rischio di cadere nel virtuosismo, prima di prendere la forma definitiva e matura degli esempi che ancor oggi vengono ricordati, come quello qui presentato.
Con il tempo diventerà una musica sempre più “complessiva” fatta di suoni, di luci, di colori. Con le grandi amplificazioni. Con la presenza sul palco di veri “attori” come Peter Gabriel. Con tourné mastodontiche e palchi senza fine. E’ la musica della mente. Fino ai mena concerti degli stessi Pink Floyd.
Il quartetto che incide il disco è composto da Robert Fripp, Greg Lake, Mike Giles e Ian McDonald a cui si aggiunge con il contributo di idee proprie e geniale creatività poetica Peter Sinfield, ma il Re cremisi è e resterà soprattutto il chitarrista Robert Fripp, comunque il risultato di tale connubio è assolutamente eccezionale.
Epitaph anche se qui non c’è tutta la cifra stilistica della musica di Fripp ma si è cercato di evitare la scelta più scontata e questo è comunque l’epitaffio dell’uomo schizoide.

Epitaph

Epitaffio

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams.

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò


Se non sapete cosa regalare a Natale cercate questo disco: Fab Ensemble – 2008 – Storia di un impiegato. Se invece avete già tutti i regali pronti, regalatevelo. Credetemi: ne vale la pena.

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