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Posts Tagged ‘nero’

«Vieni pure avanti. Grazie. Non so darmene pace. E’ mancato così all’improvviso».
Faccio per dire qualcosa ma le parole mi muoiono in gola prima di prendere suono. Meglio così. Non mi sono mai piaciuti i funerali, né le veglie. Se potessi le eviterei e lo faccio ogni volta che ho l’occasione o trovo la scusa giusta. Questa volta non avrei proprio potuto. Era un cugino di primo grado e un grande amico. Un’immane tragedia; credo si dica così. Dico solo: “Condoglianze”. Non è che sia facile trovare altre parole di circostanza. Che poi lei non l’avevo ancora conosciuta. Ne avevo solo sentito parlare e c’eravamo ripromessi, con Emilio, di incontrarci una buona volta in compagnia, ma poi non c’era mai stata l’occasione. Si sa come vanno queste cose: gli impegni suoi, i miei. Avrei preferito fossimo riusciti a vederci in altre circostanze; con il povero Emilio. Di lei avevo sentito dire di tutto e di più e il contrario. Di sua mogli, intendo, cioè della vedova. Si sa come corrono le malelingue. Veramente non che abbia sentito molto; qualche piccolo petto… cioè… pettegolezzo. Forse perché con lui ci vedevano sempre insieme, per rispetto anche nei miei confronti, perché non sono uno con cui fare chiacchiericci, forse solo perché non c’era molto da dire. Il viso è un po’ duro, sarà per l’occasione, cioè per il momento; duro e distaccato. Dice: “Non riesco proprio a trattenere le lacrime. Faccio una fatica immane… sai, il trucco. Scusami”.
Non mi viene niente di più brillante, non è il caso: “Figurati –dico io– capisco”. E’ che non sapevo. Non sapevo nemmeno stesse male. C’è qualcosa di freddo e magnetico nel modo in cui mi guarda. Qualcosa che rende ogni argomento sbagliato. Scelgo il più sbagliato. Non so perché lo faccio, forse solo per paura del silenzio. Con imbarazzo le chiedo se le spiace se le scatto una foto. Biascico una giustificazione che suona subito fasulla. Mi dice “Figurati.” –e non cambia espressione. La scatto con il cellulare nuovo e mi sento un perfetto cretino. Controllo com’è venuta. Lei mi chiede se per cortesia poi gliela faccio vedere, ma poi.
Ammiro il buon gusto della sua collana. Lei se ne accorge. Ho sempre pensato che però il nero doni alle donne. C’è qualcosa in tutta la situazione di estremo disagio. Vorrei andarmene. Non so se è la cosa giusta. Si deve essere scordata di non aver allacciato il primo bottone della giacca. Non ha camicetta né nient’altro. La indossa sulla pelle… nuda. La sua espressione è un po’ altezzosa, come se le stessi recando disturbo, e un po’ distaccata. Sarà il momento, forse sono inopportuno, forse non mi aspettava. Mi guarda dall’alto in basso pur rimanendo seduta sul tavolino. Accavalla le gambe. La gonna e lo spacco risalgono ancora di più. Mi spiega: “Scusami ma è la prima volta”.
Il suo profumo soffoca quello dei fiori. Forse aspettava qualcun altro. Come posso pensare una cosa simile in un momento come questo? Forse e il tailleur. Mi sento una merda: “Condoglianze”. Mi rendo conto di averlo già detto. Lei mi fa un piccolo cenno di sorriso di assenso. Con la mano fa una sorta di cenno d’invito che non riesco a cogliere. E’ tutta di ghiaccio, questa donna. Sembra che nulla possa scuoterla. Nemmeno un dolore come questo. Anche le mutandine sono nere come la notte, seppure impalpabili.
Batte la mano sulla pelle del divano: “Credo che… in fondo il nero mi dona. Non trovi. Vieni qui. Qui vicino a me. Qui sul divano. Non è niente. E’ solo un momento. Non aver paura. Povero caro. Sapessi quanto mi manca. Questo… mi sento tanto sola. E’ come una carognata. Abbandonata. Rifiutata. Sii gentile”.
La sua voce non mostra però alcuna emozione. Sembra leggere dalle pagine di un altro. Slaccia un bottone. Non ce ne sono altri. Improvvisamente non sono più padrone delle mie azioni. Ho un attimo di capogiro. La guardo e ora i miei occhi non riescono più a distrarsi da lei. Credo ormai di averne il permesso. Il suo viso non muta espressione. Nemmeno un sorriso. Nemmeno toglie il capellino con la veletta: “Meglio non pensarci. E’ sempre così. E’ come se potesse tornare da un momento all’altro”.
Mi slaccia senza darmi il tempo di sedere. Mi sento un interprete imbranato. Mi spinge e affondo sul divano. Quei tacchi mi fanno timore. Sono goffo, gli indumenti mi impicciano. Mi aiuta a districarmi. Cerca di tranquillizzarmi. Di convincermi che tutto è niente. Che non sono niente. Che passerà, subito. Che la vita è un attimo. E che io sono una distrazione. E che lui è stato il suo grande amore. E di quanto amore l’ha amato tanto. Per un istante la sua voce sembra incrinarsi ma è certo solo una mia brevissima impressione. E il gatto viene attirato dai rumori e arriva per vedere e se ne va. E’ completamente padrona di sé, in ogni istante. Mi aiuta: “Sai, ha lasciato le sue volontà. Voleva essere cremato. Finirà in una cassetta. Non credevo che sarebbe finita così. Ti prego… cerca di essere gentile. E non stropicciarmi tutta”.
Poi non è più padrona di sé. Perde il suo contegno. Spalanca gli occhi. Diventa solo donna. Affonda le unghie sulla mia schiena e mi dice una serie interminabile di sì e altri monosillabi incomprensibili. Le sfugge anche qualche sospiro che non starebbe bene nella bocca di una signora. E mi affonda i denti sulla spalla per smettere di gridare. La sento tacere solo quando le sue labbra sono impegnate a raccontare un’altra storia. Pare non averne mai abbastanza. Come se fosse dai tempi dei tempi. Cerco disperatamente di controllarmi. Nella mia testa mi ripeto il suo nome come un supplizio e come un’ossessione: “Irma”!
Nella foga forse anche a me è scappata qualche parola di troppo. Qualche aggettivo non certo carino. In quel momento è parso non ci facesse caso. Aveva mantenuto, nonostante tutto, l’aria di una signora. Mi sono scordato di Emilio. Forse è solo un modo per smorzare… la tragedia. Una sorta di elaborazione… del lutto. Per non complicare ulteriormente le cose. Anche se non riesco a capacitarmi che non ci sia più. E’ come se mi aspettassi vederlo entrare da un momento all’altro. Cerco di sistemarmi velocemente. Non so dove ho sbagliato. Se ho sbagliato. I suoi occhi continuano a darmi soggezione. Credo non abbia mai imparato ad abbassarli. Alla fine mi dice “Grazie!” –e mi spiega: “Non credere perché tu adesso, a me mi vedi così. E’ stato un dolore tremendo”.
Non riesco a non farlo e mi offro: “Posso fare qualcosa”?
Grazie! Lasciali pure lì sul tavolino. E… passa pure quando vuoi. Per te la… porta è sempre aperta. In ricordo della vostra amicizia”.

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tazzina di caffèL’avevano seppellito nella sua bandiera. Lo sapeva che non avrebbe avuto modo di esserne orgoglioso (avrebbe avuto di che esserlo) ma si dovrebbe rispettare sempre la volontà dei morti. Invece spesso non si fa e lui l’aveva detto “Non me ne frega un cazzo della fine delle ideologie. Che anche lui è un uomo. I miei polmoni sono quelli di uno che ha fumato da quando è nato. E povera Matilde…” –e non aveva voluto sentire ragione– “La ragione è per chi ha ancora tempo”. La sorella aveva sperato e cercato di dissuaderli fino all’ultimo ed oltre “Chissà dove finirà adesso? A tribolare come quando era qui.” –e si era segnata per sé e per lui una dozzina di volte; lei che non cedeva mai e finiva sempre quello che cominciava, ma lui il nero non lo voleva nemmeno da morto (nessun colore di nero). Dopo una vita di lavoro a suo figlio non aveva lasciato molto: i suoi libri, i suoi dischi e quelle parole “L’uomo non è nato servo.” –e a Oreste, quel figlio, ogni santo mese scadeva la rata del mutuo. Oreste ora era veramente solo e stanco come mai prima. Annamaria non poteva capire perché Annamaria era, come quasi tutte, una donna pratica. Lei non se ne faceva nulla delle parole quando si trattava di contare gli spiccioli. Non se ne voleva dar pace che lui non volesse liberarsi di tutte quelle vecchie carabattole per di più polverose.

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IV. Occhi di piccole belve, le persiane
si giocano ignare la luna
in miti antichi d’acciaio e ululati
poiché urlano le ombre silenzi immensi,
inauditi.
Giace, come un freddo giaciglio, la strada
fra riccioli di verde incupitosi      e fradicio
quando di fatti in amore
è piena la tua memoria      e la fantasia
dolce      eterno      OIDIO.
Hai tratto di tasca le tue parole
e più amare
quelle ti consumano gl’occhi.
Il prestigiatore della notte
nasconde quegl’occhi       e il volto:
taciuta balbuzie.
E’ buio.

Dal vento freddo
fuggono i gabbiani il mare
ebri di riflessi, di storie

ed emigrano in terraFERMA¹.


1] 21 agosto 1973

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III. Aria piena.
Censimento di tuoni e rabbie
s’accendono in sul cemento       coi suoi
motori possenti e le meretrici d’acciaio
che trascurano minuti riflessi di stelle.
Ecco, si sconquassa pietà d’ore
e avvampa tempo rosso fra i decoltè della sera
quando le narici aspre raccolgono
il triste canto dell’armonia. Sole
dardeggia      e più in là, con presunzione,
sparla ed è prodigo stemperando contorni
in sottili fumi di neuriti.

L’astro del giorno      insolente
riplasma muri e case e beve il vino gonfio
dagl’occhi; accenna i desideri
fonte preziosa      giù dalle colline
farsi città l’animo umano      ERMO
e giocano i bianco-neri dei dubbi
in un alternarsi di compiacenze.
Balbetta.

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II. Tintinnio è suono di vili metalli impreziositi
e si giocano nell’aria profumi lontani
(tempo, spazio) mentre      vibra la lamella
e si sprigiona l’atomo dinamo.
E’ il sole dolce senso di pace quando
rugiade avvolge nei suoi occhi tranquilli
e va dell’uomo, spensierato istante,
l’ombra silente fra i trambusti del niente
l’illusionista che cela la realtà
traspare allora di fra le mani minacce di rosa
e lieve è il minuto e l’attimo che si confondono
mirandosi in pace tenue;
solo rispettano le loro stagioni nel magro pasto
le ombre della notte.
E notte è ancora notte ma
il giorno incede lentamente,
fa e disfa i suoi versi ancora imprecisi.

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I. Come sirene ossessionate,
suono compiuto, le grida del mattino
dei gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nella nubi
suicidi.      Tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi,
in saracinesche di sera,
i bimbi portano e gli anelli incastonati
della fantasia      e le catene d’oro.
colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laida l’infanzia)
consumando risa di mattino
mentre il vento sfregia, muta;
passa: il paesaggio.

Strati d’ombra trapassati
da luci infrante      fra antichi gesti
odore forte di pane      il mattino inizia
quando luci ed ombre barattano i loro versi
vecchi di farine ed acqua sorgiva;
come? e quando? Ricordi rispolverano.

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ed altro ancora

Così fuma la strada
così come stanco braciere:
era la prima volta; muta
di note in note. Sospetto.
Braccato come un ansia cava
e vuota.

Grande rissa ne fan le luci
e si affollano al davanzale
dolce scrigno d’addio,
gli orizzonti
sul cavo della gola batte
l’elenco del piacere sillabe taciute
i suoi flauti dorati
ed è per ciò
che agita i cimbali dei ricordi
con sottili silenzi
di dietro i burberi tronchi

sui confini di pozze,
su quel che fanno i primi
gli uni sugli altri vanno,

quante pagine di notte e

Notte
quasi di me ti do l’età migliore
e contratto:

nafta consuma
odori di cani bagnati
e sensazioni di promesse;
taciuto sussurro.

Una lunga vita
percorre
il lungo itinerario della notte

Di te in te ramingo,
fragile universo:

Kyrie elèison.

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