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Posts Tagged ‘Noè’

fulmineEra sconcertato. Sembravano tutti comparse in un film e per di più porno. La cosa più incredibile era che non avevano ancora inventato il cinema. Era tutto che non andava. Anche per quelli che vedono. Certo che quello. E poi quella. E anche quella. Certo che aveva un bel girare gli occhi, gli tornavano a guardare. Nemmeno la testa riusciva a tenerla a freno. Solo che come punizione gli sembrava un poco esagerata. E temeva sarebbe servita a poco. E poi hai un bel aprire le finestre prima che si asciughi il tutto. S’era dato tanta pena per separare la terra dal mare e in quel momento era tornato tutto mare. Mare con quel guscio di barchetta sballottata tra le onde. Ad ascoltare gli altri era anche peggio; vecchio pazzo. Sarà come le pulizie di primavera. Sembrava più una demolizione totale. Dopo c’erano immondizie da per tutto.
E poi aveva fatto di peggio. In tutto quel marasma s’era dimenticato di un sacco di specie. Pazienta. Avesse almeno scelto con criterio. In base alla qualità; al gusto. Pazienza i gavroni, c’era da aspettarselo, la gavrona non era mai nel suo letto, anche quella, e così non li aveva trovati all’appuntamento. Pazienza anche i tragliari, la tragliara non era mai puntuale una volta che fosse una volta. Insomma aveva scodato un sacco di coppie, ma non ne aveva scodata una tra quelle peggio riuscite. Per esempio, vecchio distratto, s’era scordato i salamenghi (che erano proprio graziosi), i babbacni, gli ipponoclauchi, i niugrami, i dreonti (che quando grugnivano sembravano bimbi raffreddati che piangevano e mettevano tanta tenerezza), i farnasi (dalle zampe deliziosamente corte e storte), avesse dovuto fare tutta la lista non avrebbe finito più.
Anche la barca. Era chiaro che quella chiatta non sarebbe bastata. Ma poi s’era pure scordato anche una coppia di amaltei (nulla di grave poiché tra loro e i capri non è che ci fosse tutta quella differenza), e poi i carcini, i tifoni (anche se il ragazzo era un po’ troppo vivace), i chimeri, gli echidni (veramente facevano al femminile sia lui che lei, e questo era un bel problema), i bottobipi, gli arpii (forse per quelli aveva fatto anche bene), la signora Idra e consorte, i satiri, un paio di otro, i sfingi (cioè la sfinge e quel coso che stava con lei), una coppia di ladoni, i cerberi, etc. persino i minotauri, e poi ninfe, grifoni, ippogrifi, e qui pensò di fermarsi altrimenti l’elenco andava anche troppo per le lunghe. Ormai li si può trovare solo sui libri e nemmeno in tutti. Quello che proprio non riusciva a perdonargli era d’essersi scodato anche dei giganti . Certo che circolavano le chiacchiere, su di loro. Ma scordarsi dei giganti e portare gli insetti, anche i più piccoli e miseri. E anche il resto. Sarebbe stata ammirevole la pazienza con cui aveva catalogato e raccolto i batteri, con tutte le difficoltà che questo aveva richiesto. Non fosse che, fosse stato per Lui, quelli sì li avrebbe scordati, e di proposito. Persino le streptococco. Non ricordava proprio di averli creati. Forse non era stato Lui. Che fossero stati quelli altri?
Per gli uomini s’era limitato a portare solo parenti e amici. Doveva aver inventato il nepotismo. Certo che a seicento anni, anno più anno meno, uno dovrebbe starsene con gli amici a giocare a carte. Ci vedeva ormai anche poco, per le cataratte. Sentirci poi. E testardo lo era sempre stato. E poi quel vizio di non avvertire nessuno. Dì: guardate che viene a piovere. Doveva saperlo che ancora le previsioni. Lui si era raccomandato: porta almeno anche una coppia che sembri una coppia, cioè un uomo e una donna; fatti proprio come Dio comanda. E poi gli uomini sotto e le bestie sopra. Va bene che il puzzo sale, non che gli uomini odorassero di buono, ma il guano come tutto il resto, tende a scendere. Gli aveva anche detto: Non usare il cedro. Non mi sembra buono. E guarda che in trecento cubiti non ci stanno tutti e i pochi stanno stretti. Che era anche brutta. Chi aveva avuto quell’idea? E non pensava che finisse in quel diluvio. Era chiaro prima che iniziasse tutto che aveva ragione. Doveva fargliela recapitare a lui la bolletta, a quel vecchio rimbambito.
E poi, alla sua età, farsi chiamare Ut-napyshti per fare il fico. E s’era andato incagliare in cima ad un monte che a chiamarlo monte era dargli un’importanza che non aveva. C’era acqua da per tutto. Peggio che un’alluvione. Certo che dopo un po’ era anche il sonno che lo faceva sragionare; ma prima? A momenti non s’accorgeva che il gatto si stava mangiando i pesci rossi, anzi era la gatta, stanca di latte di capra. E lei a dire “mai che tu abbia il senso della misura“. Lui l’aveva detto. Era stato il vecchio pazzo a dire “ancora un po’, ancora un po’“. Poi s’era distratto. Non poteva pensare proprio a tutto. L’accordo era che quel vecchio pazzo lo avvertisse. La cosa era andata com’era andata prima che si potesse accorgere che s’era incantato, oltre a tutto era anche un po’ balbuziente. Sembrava divertirsi. Quando non hai più denti diventa buono anche il brodo. C’erano mari da per tutto. Un disastro. E lui che non riusciva nemmeno ad uscire da quella bara che aveva chiamato arca. E Lui che s’era dato da fare a separare la terra dai mari col timore di dover rifare tutto. Quella volta, allora, non aveva dovuto pensarci troppo anche se non aveva potuto provvedere che al terzo giorno. Prima proprio aveva avuto il suo daffare, come tutti sanno. Lo ricordava bene. E aveva chiamato l’asciutto “terra”, e chiamato la raccolta delle acque “mari”. E aveva visto che questo era buono. Ora era tutto da rifare. Era di nuovo tutto mari. Non fosse stato tragico sarebbe stato comico. A raccontarla non ci si crede.

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