Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘noia’

noiaI primi tempi non era così. Quando Lisetta me l’ha presentata sembrava una come tante, gentile, affabile, persino un poco troppo accondiscendente. Probabilmente poi, nel tempo, è emersa la sua vera personalità. Che ne so? La trovo dispotica e un tantino bisbetica. Per una cena fuori è sempre una sofferenza decidere il ristorante che vada bene anche a lei. Non troppo grasso ma nemmeno troppo sciapo. Non troppo elegante ma nemmeno la solita osteria. Mi chiedo spesso come possano lavorare assieme senza strapparsi gli occhi. Lisetta sbuffa ma non prende nessuna decisione. E’ la sua collega e amica. Non posso metterci lingua.
Passa per casa mia e sale: Passavo! Solitamente almeno telefona prima di venire. Non mi aspettavo certo visite, e non certo da parte sua. Mi preparo a preparare un caffè: Faccio in un attimo. Lei si accomoda sul divano: E Lisetta? Per Lisetta presto è un concetto che non conosce, tantomeno subito. Ha visto una borsa che è veramente figa: Credo non torni tanto velocemente. Lei è l’arte del ritardo. Per lei c’è sempre tempo per qualsiasi cosa. Non si danna certo l’anima. Speriamo che alla fine sia solo la borsetta.
Lei ha voglia di quattro chiacchiere: Tu l’hai visto quel film… sì quello… Quello con gli uomini azzurri. Non mi ricordo più nemmeno il titolo. Tu che ne pensi? Io lo trovo stupido. Di una noia mortale. Poveri soldi mal spesi. E chissà quanti ce ne saranno voluti. Lo so bene quando dovrei starmene zitto, è solo che non riesco mai bene a farlo: Vuoi dire Avatar? Lei è già pronta all’attacco: Sì, proprio quello, quello di quel giovane regista nuovo. E io sono proprio un vero cretino: Nuovo mica tanto, è James Cameron, lo stesso per esempio di Titanic. E’ così che lei mi trascina ogni volta: Sarà anche James Cameron o chi diavolo vuole, ma stavolta ha toppato. Titanic è un capolavoro, ma questo è una vera schifezza.
Rischio di rovesciare le tazzine con il caffè dentro mentre cerco di poggiarle sul tavolinetto: Veramente… a me è sembrato un piccolo grande gioiellino. Forse un po’ lungo. Sì, lei sa essere anche lapidaria nei suoi giudizi: Ma come fai a dire una cosa simile? Come fa a esserti piaciuto? L’ultima nostra grande discussione era stata a una mostra sull’Art Nouveau mentre Lisetta guardava entrambi allibita. Si era conclusa con la decisione che io non ne capisco niente di pittura e di arte in genere. Certo perché lei è un’esperta in tutto, una vera tuttologa. Alzo le spalle e decido di darmi per vinto, tanto non vincerò mai.
Non basta nemmeno quello, ma già lo sapevo: Credo che dovrei andare. –e lo dice con fare indispettito e un poco offeso. Cerco di essere gentile: Ma se sei appena arrivata. A proposito, volevi chiederci qualcosa? Lei ci pensa, è nelle sue corde: Parlando me ne stavo quasi dimenticando. Cercavo Lisetta per parlare del fine settimana di Pasqua. Pensavo che si potrebbe andare… Ma forse è meglio che ne parli con lei. Non so perché non abbiano potuto farlo al lavoro. Al limite telefonarsi. Non è certo una che risparmia sulle parole. Sognavo di starcene a casa in panciolle. Non so perché non si trova finalmente un uomo e se ne va con lui. Forse lo posso immaginare. Queste uscite a tre hanno cominciato a stancarmi già da un pezzo.
Guardo l’ora. Sto già scordando l’argomento per il quale abbiamo discusso. In fondo uno vale l’altro. Lei sembra a disagio: Non so se dovrei stare qui. Certe volte vorrei essere da un’altra parte. Non sei stato gentile. E allora glielo dico: Io mica lo so perché stiamo qui come fossimo amanti. E litighiamo come fossimo una coppia; marito e moglie. Lei ci riflette su e si toglie la gonna: Mi hai convinta. Più ci penso e più mi sembra tutto così inutile. Forse dovevamo chiedercelo prima chi siamo noi. Alza le spalle: Pazienza.
Non so se davvero lo voglio. Nemmeno lei ne sembra del tutto convinta: Che aspetti? Se la faccio attendere un altro po’, anche solo un attimo, rischiamo di ricominciare a litigare. Cerco di pensare e nello stesso tempo di fare. Vorrei dirle che è bella, mi sembra doveroso, ma sarebbe una bugia da parte mia e correrei il rischio che me lo ricacciasse in gola. Lisetta sa che a me non piacciono le donne piccoline e rotondette. Sarebbe meglio se andassimo di là. Stavolta lo giuro riuscirò a starmene zitto. E anche lei mi invita a non dire niente.
La nostra è solo noia.

Read Full Post »

Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

Read Full Post »

Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

Read Full Post »

Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

Read Full Post »

015-finestra02Cosa dire? Fogli strappati da un calendario che non va. I giorni che si arrampicano sulle cose. Paura e noia del telefono. La voce roca e la gola secca. Una canzone ereditata dal mattino. Le bollette sopra il mobile d’entrata a lasciare impronte sulla polvere. Quasi una lotta per non esserci. E’ tutto solo pigrizia, ma tutto scappa. Questa insoddisfazione, cos’è? Chiudo il libro. Lei e di là e ne sento solo parlottii di cose. Gocciolio sul lavello. Sbattere tintinnante di piatti. Esco. Il desiderio di non incontrare nessuno. Ogni voce si fonde e tutto è rumore. Ma la canzone resta là. Una bestemmia soffocata. Da quanto tempo sono in questo stato? non ne ho la più pallida idea. So solo che… anzi non so. L’unica cosa certa è che va tutto bene eppure… Buona domenica. E’ la vicina del terzo piano. Ha un culo interessante. Forse ha una certa simpatia per me. Le debbo apparire interessante. Forse mi considera qualcosa. Povera donna. Accenna a fermarsi. Accelero il passo. Chi la sentirebbe Marisa. Con lei ogni cosa è dramma. Per lei tutto ha necessità di una spiegazione. Soprattutto con quella donna. E Venezia non è una città dove ci si può nascondere. Non ha rispetto. Non le puoi fuggire. Ti mette sulla bocca di tutti. E’ intimamente perversa e portata alla chiacchiera. Non c’è un angolo di intimità. Quasi mai. E’ in quest’angolo, mentre passo, un ricordo mi prende alla sprovvista: proprio qui ci nascondevamo la sera dalla luce dei lampioni e dagli occhi troppo curiosi. Lì per qualche fugace bacio. Ma era un’altra città. Io ero un’altra persona. Dov’è finita quella persona. Strano ripensarci dopo tutta una vita, ma forse non è tanto strano. Forse lo strano sarebbe non ripensarci. Mi allontano con un sospetto. Ho voglia di caffè. Lo sciabordio appena percettibile del remo sulla superfice dell’acqua. Se conoscessi altre lingue continuerei a parlare solo la mia. E tutte le lingue diventano una, si fanno brontolio. Il ponte interrompe i miei pensieri: mi impone attenzione; ai gradini. Ieri davano Ferro 3, fortunatamente ce lo siamo perso. E’ ora di tornare. Anche questo gesto mi costa, quanto è più di altri. Cosa aveva detto? Latte e patate? Pane e formaggio? Le macerie non sono solo pietre. Decido senza fatica: la lascerò brontolare. Non ho alternativa, o imparo ad ascoltare quando parla. Da tempo seguita a dire che non siamo più gli stessi. Nessuno resta per sempre lo stesso. La vita cambia le cose e le persone. E forse non siamo mai stati gli stessi. Quelli che abbiamo detto di essere. Quelli che abbiamo cercato di mentire come persone. Eppure ha la domenica libera, come poche. E stasera tornerà a dire che non mi capisce. Nemmeno io riesco a farlo. Non potevo certo vendere la vita per una canzone. E la verità è che a lei della musica non è mai interessato molto. Lei è una donna pratica, non ha tempo per i sogni; a differenza di me. Ricordo un giorno d’estate al lido. Inutile cercare di illudermi, lei non c’era. Non rintraccio un ricordo preciso con lei, con Marisa. E’ come se fossimo sempre stati un’abitudine uno per l’altra. Eppure ci sono stati giorni e mesi e poi altre cose. E’ uno di quei giorni che non va. Semplicemente uno dei tanti. Ormai non vale nemmeno la pena di parlarne. E non lo facciamo. Io non cerco nemmeno le parole; per dirsi cosa? Che ho scordato i pantaloni in pulitura? Che bisogna ricordarsi di dare da mangiare al gatto? Non ho mai sopportato i gatti. Sono mesi che sono bloccato su quel libro. Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto la voglia di scrivere una benché misera cosa. Ci ho provato. Me le racconto in testa le mie cose, e continuo a faticare a prendere sonno. Anche con i tranquillanti. Mi sembra tempo sprecato; buttato. E’ sempre stato così. Alla fine me la accendo la sigaretta, perché non c’è un motivo valido per rinunciare e resistere. Certamente lei se ne accorgerà dall’alito. Tutto sembra relativo. Non c’è una vera ragione, potrei essere felice. Eppure… e poi c’è questa voglia di sapere. E questo desiderio di non capire. E lei che all’improvviso mi torna alla mente. Lei e il nostro tempo perduto. Quei due ragazzi. Il nostro angolo buio. Tutte quelle parole dette, e anche quelle non dette. Quella che sembrava una storia banale. Una storia di ragazzi, appunto. Un amoretto tra un esame e l’altro, tra un romanzo e una poesia. Tra un disco comprato e quello che avremmo voluto prendere ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza. Canzoni che cantavamo assieme, piano o a squarciagola. Le risate davanti ad una pizza o spinte a forza fuori delle labbra dall’alcol che ci rendeva coraggiosi, o almeno meno vigliacchi. Strani anni quelli. Chissà dov’è, cosa le è successo. Se si è fatta una famiglia come quasi tutti gli amici del tempo. Chissà tante cose. Eppure di tanto in tanto lei continua a tornare. E i miei pensieri riavvolgono i fili di quei giorni così magici e così irripetibili. Come avrei potuto conservare il ricordo di averle regalato un mio disegno? Ma era solo un maledetto e straziante ed emozionante sessant’otto. E chi non sognava semplicemente non era. In questo preciso momento vorrei provare a richiamarla ancora, in silenzio, solo per sentire il suono della sua voce; ma allora non c’erano ancora i telefonini. E lei certo non può aver conservato lo stesso numero che non ricordo più. La vita è proprio una puttana che si vende per poche lire e subito dopo è di un altro.

Read Full Post »

Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

Read Full Post »

Gialli2. Se il delitto perfetto, come s’è dimostrato, esiste, infatti per la disgrazia della terrazza non fu nemmeno avviata un’indagine, è altrettanto vero che il caso a volte ci mette lingua, ma anche questo era stato detto. Forse è il secondo crimine quello che più avrebbe bisogno di attenzione, calma e cura. Quando le cose diventano ripetute aumenta il rischio che vengano risapute. In realtà a lei non si poteva addossare nessuna colpa per un incidente che era stato e rimaneva puramente un incidente, anche se i soldi dei fitti non se li beveva adesso tutti il defunto che l’aveva resa vedova. L’estate c’è tutti gli anni. Quelle luminarie per la festa del patrono le avevano sempre messe. Che lui beveva lo sapevano tutti. La scala era sicura ed in buone mani. Se si era rovesciata era solo perché quelle mani, che non erano le sue, s’erano distratte. E se lei aveva detto “spingi!” era stato solo per un attimo di debolezza, voleva solo sentire l’effetto che lei faceva su quell’uomo. E lui aveva tolto le mani. Non essendoci nessun contratto lui non aveva mai occupato quel letto. E tutti potevano continuare a vivere in pace. Tutti tranne naturalmente il suo ex coniuge.
I protagonisti della questa vicenda, tanto vale ricordarlo, sono lui, che nel precedente capitolo era l’altro ma visto che non c’era più l’altro era solo lui, lei e l’altro, un nuovo altro e la bassa padania. Un po’ di attenzione eviterà al protagonista di fare confusione. Ricordiamo che non si possono nominare i protagonisti cioè dire che lui altri non è che Gino, che si fa chiamare anche Franco e, per vezzo americanofilo, pure Frank, lei è sempre Giovanna detta anche Cora, gran bella donna, Giuseppe Pappadakis è il morto e pertanto non verrà più ricordato, e l’altro, quello nuovo, altri non è che l’altro. D’altro canto per quell’appartamento in affitto a letto si succedono tante persone che farebbe confusione e sarebbe vano ricordarli tutti. Tutto questo per pure ragioni di riservatezza e per evitare spiacevoli querele. La storia potrebbe sembrare un libro o anche un film, e in un certo senso lo è stata, ma come ogni storia poi se ne va per la sua strada e i protagonisti non sono che il pretesto per raccontare il fatto. E in questo casi i fatti sono fatti delittuosi.
Per un po’ lei e lui non si erano visti e le ore passavano monotone. Poi lei aveva incontrato lui, cioè l’altro, che potremmo anche chiamare lo spagnolo ma che non lo faremo per prudenza e tutela, nel modo più banale. Gliel’aveva presentato un’amica, ora ex amica, come il proprio fidanzato. Non era vero che erano fidanzati o almeno lui non lo sapeva o non era molto d’accordo, e comunque non lo erano ufficialmente. Anche lui aveva avuto bisogno di una stanza e gli aveva dato la più bella, cioè aveva dato a lui, cioè l’altro, la stanza che allora aveva dato a lui e che era rimasta libera da quando se n’era andato a Sottomarina senza poi fare ritorno. Non se n’era scordata completamente, di lui, ma col tempo le cose cambiano, e il ricordo si faceva sempre più lontano. E poi anche l’abitudine è una gran brutta compagnia. Comunque lui era lontano e l’altro, che non era nemmeno spagnolo ma qualcuno s’era fissato di chiamarlo così forse per l’abbronzatura e i tratti somatici, era lì tutti i santi giorni che con la scusa dello studio usciva anche poco. Lui, cioè l’altro, in verità sembrava più un messicano ma questo certo poco importa al lettore. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Se ne stava lì ad ascoltar la pioggia, per così dire l’una tra le braccia dell’altro, e a farsi raccontare una storia di viaggi, che le sembrava piuttosto inverosimile, ma che lui, cioè l’altro, la giurava, e se la stavano fumando cioè si passavano la canna mentre si scambiavano parole, opinioni e, diciamo così, coccole, quando senza preavviso lui tornò. Fortuna volle che fossero nella stanzetta dell’altro e non nel suo letto matrimoniale altrimenti chi l’avrebbe sentito. Lei un marito ce l’aveva già avuto e la cosa non le era piaciuta. Non aveva nessuna voglia, almeno quella, di ripeterla quell’esperienza. Quando aveva sentito in campanello non avrebbe certo potuto immaginare chi poteva essere. Si alzò. Si mise addosso la prima cosa che trovò ed andò ad aprirgli. Se lo trovò di fronte con gli occhi arrossati e tutto bagnato. La macchina s’era rotta durante la strada e aveva dovuto lasciarla da un meccanico. Lei pensò che quando uno se la porta dietro, la sfiga, meglio sarebbe stargli alla lontana. Gli sorrise, ma cercò di trattenere quel suo solito sorriso e di esprimere un sorriso per così dire… più pacato, e lo fece entrare. Non poteva certo lasciarlo sulla porta o fingere di non riconoscerlo. In fondo erano stati buoni amici. E poi era rimasta vuota la parte del letto del defunto, e lui se lo ricordava. Forse era arrivato sotto la pioggia per quello. Come se il posto gli spettasse e senza pagare una lira. Ma come avrebbe giustificato il fatto di dirgli che non aveva posto se lui sapeva che almeno quello, e soprattutto quello, c’era?
A volte si chiederebbe alle donne di avere un coraggio che nemmeno gli uomini hanno. Così lo fece accomodare, ma per prima cosa lui aveva bisogno di mangiare e di farsi una doccia e poi di cambiarsi. La confuse quell’ordine e come l’aveva messo in fila lui. Ricompose l’ordine nella sua testa: aveva fame, e c’era qualcosa anche se poco che lei gli poteva offrire, solo che gli sembrava che già campasse pretese. Poi certamente aveva bisogno di una doccia poiché si sentiva senza il bisogno di avvicinarsi troppo. Infine dopo, ma solo dopo, aveva bisogno di vestirsi. Era lì in piedi immobile senza valigia. Lei sperava che gli andasse qualcosa del suo defunto marito, anche se non è che il defunto avesse particolare gusto nel vestirsi, ma non si può pretendere tutto, la pancia piena e la moglie serva. Mangiare a sbaffo e dormire in compagnia. Cavolo! Mentre lui era sotto la doccia corse e lo avvertì, l’altro, facendo tutto con una fretta da toglierle il fiato. Proprio come una ladra. Per adesso gli aveva raccontato, all’altro, che era suo fratello, tornato dall’Australia, come le era venuta quella scusa? e che non voleva sapesse di loro. Magari gli avrebbe spiegato meglio in seguito e con più tempo. Certo che si vedeva la vita complicarsi e trasformare la noia in una corsa sfrenata e senza fiato. Non la preoccupava tanto quel farsi in due ma il per chi? che le sembrava irragionevole. Non poter essere sincera e doversi inventare sempre frottole nuove e correre dietro ai ghiribizzi di due. Non aveva voluto bambini anche per quelli che con quelli c’è da venir matta. Ma sapeva che in qualche modo e con qualche storia ce l’avrebbe fatta.
Appena aveva avuto il tempo per riordinare le idee s’era inventata di raccontare che l’altro era uno studente che non era troppo intelligente e lei, purtroppo, doveva aiutarlo negli studi; e tutto allo stesso prezzo del letto. A l’altro aveva raccontato che lui non era proprio suo fratello ma un cugino, e anche alla lontana, che si era messo delle strane idee in testa su di lei, ma lei niente; se l’era, come si dice, fatta e detta, solo che aveva contratto lì, in Guinea, una malattia strana e aveva bisogno delle sue attenzioni e delle sue cure. La spaventava il pensiero di dover lavare le mutande di tutt’e due. E non sapeva decidersi se averne due, ma non assieme, era una fortuna o poteva trasformarsi in una specie di lavoro. Con molta oculatezza e enormi sacrifici, ma anche con l’aiuto dell’oste e del bancario, che l’avevano presa in simpatia, aveva acquistato un altro appartamento. Non aveva ancora finito di sistemarlo ma lui, intanto avrebbe potuto mandarlo lì. Così non l’avrebbe avuta sempre sotto gli occhi. Ma anche questo non avrebbe saputo come dirglielo. Quello pensava di sistemarsi proprio dentro casa sua magari senza un minimo di pensione. Capiva che non ce l’avrebbe fatta per molto. Non poteva continuare così. Tra l’altro l’altro era pure vegetariano e già non poteva cucinare mattina, mezzodì e cena per due, figurarsi cucinare per due e due pasti differenti. A sé non pensava, lei era una che si adattava, e mangiava quello che trovava.
Certo che bastava guardarla per capire cosa un uomo poteva fare per lei, anche se lei non era certo una che chiedeva. Era comunque curiosa di vedere la nuova collezione di biancheria intima. Lui diceva di averla dovuta lasciare in macchina. Lei sperava che non se la fosse persa, che non si fosse fatto licenziare o che non se la fosse fatta sequestrare. Non lo sentiva mai parlare di lavoro né lo vedeva uscire; restava sempre lì, tra i piedi. Almeno l’altro era divertente, anche se come studente era molto improbabile, o almeno dopo i primi tiri tutte le sembrava più divertente. Lei non l’aveva mai provata né ci aveva mai pensato, colpa di quei paesini, tutti uno sputo come quello, che sono tutti di idee ristrette, e sembrano vere e proprio prigioni. Non ci sono sbarre, è vero, ma ci sono lingue, e poi gli zotici sono zotici, quando tornano dai campi non hanno altri interessi. Magari una botta e via. Magari dopo essersi ubriacati. Ne era certa che anche senza nessuna sensibilità ne preoccupazione per il piacere della donna. E quelle si lagnavano e poi erano le prime a giudicare e a lavare i panni delle altre. Umanità perduta e anche scordata. Appena avesse avuto in tasta la possibilità lei se ne sarebbe andata da quel buco del culo del mondo. Non era nata per andare a raccogliere pomodori, e zucchine. E poi a lei la stoffa ruvida le irritava la pelle. Pensò che però anche il detersivo le rovinava le mani, e tornò ad aver terrore di dover lavare le mutande per due.
Certo che lui era diventato anche possessivo. Una vera Ossessione. Lei non gli aveva chiesto con chi era stato quei mesi a Sottomarina. Non lo voleva sapere, lei. Non se la doveva essere passata troppo bene. Il vestito con cui era tornato era da buttare. Aveva accennato qualcosa, sugli affari che non andavano bene e sui negozi che chiudevano. Le solite cose da uomini, che alla prima difficoltà vanno in panico e in confusione. Come bambini. In verità l’uomo resta sempre un eterno bambino. Le aveva solo detto, ma questo una vera infinità di volte, che era stata dura senza di lei. Che non faceva che pensarla e il tempo non passava mai. Ma mille volte aveva preso in mano il telefono per chiamarla ma che poi aveva messo giù. Sapeva che non doveva chiamare ma non riusciva a fare senza, almeno della sua voce. E le aveva anche detto, altrettante volte, che non riusciva a scordare. Che continuava a vederlo cadere all’infinito. Che non trovava pace. Neanche di notte. Che non riusciva a vivere con quel rimorso. E gliele diceva, tutte quelle cose, stando nel suo letto; nella parte del morto. Ma non le aveva mai spiegato chiaro e tondo che rimorso. Certo che gli uomini le sanno raccontare bene, le balle. Pur di infilarsi tra le gambe di una brava donna.
Forse aveva provato simpatia, per lui, e forse anche tenerezza. Doveva aver sbagliato perché per lei era un amico, un vero amico, ma ora stava rovinando tutto. Forse non si era spiegata. A lei piaceva la vita tranquilla ma a tutto c’è un limite. Lui avrebbe voluto il caffè a letto. Che se ne stesse lì a perder tempo, a farlo sentire importante. A chiamarlo caro. Mica era il marito, che di quello ce n’aveva già avuto uno, e le era bastato. Anzi uno e uno di troppo. E ora le sembravano uno la copia carbone dell’altro. Uguali come due gocce d’acqua. E anche questo aveva preso amore per il vino. Non come l’altro, cioè il suo ex consorte, certo che no! anche perché lui non lo reggeva per niente l’alcol. E si sentiva male subito. E poi lei doveva fare da crocerossina. E lei non si vedeva proprio a star dietro ad un malato, soprattutto quando uno il male se lo vuole. Non aveva l’aspirazione per il sacrificio e il martirio; lei. Per star lì a sostenergli la fronte. Lei la pensava così: la compagnia è bella finché non puzza, cioè le storie sono belle finché durano. E la loro era durata fin troppo. Era andata in scadenza; anzi… da consumarsi entro… anzi era scaduta. Trovava che quel consumarsi fosse un brutto termine. Il marito consuma, una sola volta, la prima. Quella notte. Cercava di ricordarsi se c’era stato qualcosa di speciale. A parte il letto che cigolava.
Quel giorno, quello del matrimonio, sarebbe stato da raccontare, ma non centrerebbe nulla con i fatti; forse un giorno qualcuno lo farà. Era stato tutto una delusione. La prima notte di nozze non era stata diversa da tante altre. E prima il pranzo che non finiva mai e che era costato una vera fortuna. Per dar da mangiare a quei quattro bifolchi dei suoi parenti. Lui che era già ubriaco e rideva sguaiato con gli amici. Lei in bianco a star attenta a non macchiare il vestito che alla fine lo aveva macchiato. Tutte quelle risate piene di sottintesi come se: vedrai che sorpresa. Come se stesse sposando un uomo con la coda. Un uomo con la coda davanti; ma cosa finiva per pensare? Che se lei avesse aspettato lui, lui che le avrebbe insegnato a volare. No! che non aveva imparato a volare. Russava ancor prima di cominciare. Bella festa. E aveva tutto il sugo colato sul colletto e sulla cravatta. Sul mozzicone, anche quello, di cravatta. E alla fine? E alla fine il rospo che non si era mai trasformato in principe. E nemmeno in farfalla. Era lui che avrebbe dovuto imparare a volare. Che lei glielo aveva chiesto: “Non vorrai mica mettere le luminarie al poggiolo”? Non aveva mai avuto fortuna con gli uomini.
Quella sera non aveva nulla di speciale e lei non sapeva perché avesse scelto proprio quella sera. Forse perché di sabato gli uomini si fermano più volentieri in compagnia e stanno meno a contare il goccio. E poi avevano la mesata in saccoccia. Ma quella sera o un’altra faceva poca differenza. L’importante era che: o uno o l’altro, o meglio ancora, a quel punto, nessuno. Lei sapeva bastare per sé. E avrebbe anche avuto bisogno di liberare quella cameretta. Stavolta però all’altro spiegò le cose bene e per filo e per segno, meglio pensarci prima che trovarsi nei pasticci dopo. L’altro, che non era nemmeno spagnolo, non è che possedesse il coraggio di un leone ma alla fine si fece convinto. Convinto di una decisione che era tutta sua. Ed era vero che non brillava certo per intelligenza e perspicacia. Era come parlare con uno che conosce approssimativamente la tua lingua. Bisognava dirgli le cose dalle due volte in su. Poi al dunque, quando c’era da prendere una decisione, era una vera nullità. La vita della donna era stata sempre costellata da incontri simili. Quando uscì dalla porta lei cominciò a stare in pena per lui, cioè l’altro. Eppure anche lui, cioè l’altro, era tanto sprovveduto ma quand’era il momento ne sapeva ben trovarne di pretesti, di scuse, ne sapeva raccontare di ciance, in questo caso la sapeva lunga, per cercare di toglierle le mutandine.
Ma bisogna dire che lui aveva fatto, almeno per un volta, le cose per bene; come lei gli aveva consigliato. Sembravano proprio due amiconi di vecchia data. E’ pur vero che un bicchiere tira l’altro e che il vino affratella. Così all’osteria l’aveva fatto bere e bere e bere, non stancandosi mai di alzare il fiasco. Rosso, le hanno poi riferito, ma da quelle parti per il bianco non c’era mai stata gran simpatia. Ed è altrettanto vero che il vino veritas, cioè ti fa dire anche quello che non vorresti, cioè che Bertoldo bevendo si confessa. E quello, cioè lui, aveva la lingua lunga, anche troppo lunga, soprattutto quando cominciava a bere. E tutti intorno li stavano a sentire, poiché ormai vociava, nonostante la bocca impastata, che c’era persino il maresciallo dei carabiniere intento in uno scopone. E lui, poco prima di finire sotto il tavolo, s’era messo a piangere da far pena, come un bambino, che aveva distratto anche quelli che giocavano la loro partita. Persino quelli alle macchinette, che uno ha vinto e quasi non se n’era accorto. Ma era stato solo un attimo. E alla fine l’altro gliel’aveva fatto dire e ripetere e lui, quasi con tempismo perfetto, appena il vincitore aveva raccolto la sua cascata di soldini, lo aveva detto a voce alta: “Sono stato io, io a buttarlo già dalla scala. Non è stata una disgrazia”.
La domenica dopo si era anche scordato delle pastarelle. Certo non si può lasciar fare niente agli uomini. Sono così… incapaci. Era stata fortunata, ma meglio non sfidarla un’altra volta la signora. Meglio era se si fosse arrangiata da sé. Odiava quelli che facevano le cose pressappoco, senza testa, approssimativamente e senza pazienza. L’avesse fatto lei non avrebbe lasciato al caso nemmeno il più piccolo dettaglio. Ma lei non si vedeva come criminale. Era incapace del male. E poi il delitto è sempre al maschile. Sono loro i bruti; i violenti. Loro che fin da piccoli fanno pratica con l’odio e la battaglia. Era convinta che il delitto perfetto esistesse ma lasciava agli uomini provarci. Lei amava il suo prossimo. Era incapace di pensare a far del male. Non aveva potuto esimersi dal dichiararsi quale parte lesa, dopo che l’avevano chiamata persino a deporre. Che aveva messo il suo iban sopra ogni letto e aveva la valigia già pronta. Perché a quarant’anni, che non aveva ancora quarant’anni, lei, si può anche ricominciare. Ché lei si sentiva già la signora Moroni. Quello sì era un vero signore. Anche se un po’ avanti con l’età. Oltretutto il campionario non era stato neanche granché. E non c’era nemmeno un costume da bagno.

Read Full Post »

In agosto, sdraiato con le palle al sole, lo scrittore ha la sua crisi narrativa. Non una vera e propria mancanza di ispirazione ma un mancanza di ispirazione. O una extra ventilazione. Sarà per quel poco che dicono i giornali, e per il tanto che tacciono. Perché anche i cervelli più prolifici sono in vacanza o comunque a riposo, almeno più del solito e del dovuto. Saranno le bibite ghiacciate e la vivacità che da il sole ai colori. Sarà per la fatica che ha fatto per conquistarsi un posto e poi arredarlo per sopravvivere alla calura fino a sera. Al pensiero di poi dover smontare tutto per poi il giorno dopo ricominciare. Sarà perché ha scordato di portarsi il costume di ricambio e perché ogni giorno scorda qualcosa. Saranno le copertine delle riviste da donne che gli uomini spiano con una attenta noncuranza simmetricamente omogenea all’interesse. Oppure che quei commenti sulle stesse, stupidi e lapidari, che credono salaci non riuscendo a trattenerli all’ultimo, e per la sorpresa spaventata che provano per averli detti e per essere stati sentiti.
Sarà perché tutti quegli uomini restano a scarso di commenti, dato che il campionato non c’è, quando non possono parlare di donne, per esaurimento o per una vicinanza femminile più o meno famigliare. Sarà perché le parole e i giudizi cominciano ad essere sempre gli stessi e a lungo andare si annoiano da soli e le leggende rischiamo di morire per mancanza di linfa e di fiducia. Sarà perché molti hanno fatto i bravi la notte e fino alla prime ore ed ora agonizzano boccheggiati come pesci appena esposti sul banco.
Sarà per la cialtrona, più o meno spudorata, esibizione di tutte quelle carni nude con più o meno o differenti attrattive.
Sarà il fracasso che circola intorno, e per i vicini di ombrellone, o per la bruna nella sdraio che legge il giornale attraverso gli occhiali da sole, ma di sbieco alle lenti oscuranti spia e controlla il bagnino, ma si accontenterebbe anche di uno scrittore non proprio in forma, persino di un giornalista, pur di avere qualcosa da raccontare al ritorno. Magari solo qualcosa da raccontarsi e su cui aggiungere brani dalla propria fantasia. Sarà perché se la compagna dello scrittore si accorge e fa lo stesso percorso mentale a quella donna bruna gli strappa gli occhi. Sarà perché al mare è impossibile restare solo, e c’è pure il fracasso della musica da balneazione. Sarà perché dopo la decima sigaretta che infila e affonda nella sabbia non sa più dove mettere i piedi e accartoccia il pacchetto ormai vuoto, ma non sa dove buttarlo senza doversi alzare. E la sabbia intanto s’è fatta incandescente e fuma anche lei ma non per le cicche che le ha cacciato in pancia. Sarà perché lei, la sua compagna, si alza con la scusa del bagno e di un caffè, e se ne va sculettando e pretendendo che lui glielo guardi e quella pretesa la estende a tutti i presenti. Sarà perché non c’è niente di più banale della spiaggia in estate e di viziare e impigrire il proprio corpo all’ombra di un ombrellone.
Sarà perché all’improvviso, e con grande sorpresa, viene un’idea e poi sparisce com’è venuta, alla stessa velocità. Forse era solo il desiderio di una birra ghiacciata. Chissà? Sarà perché appena rimasto solo la stessa donna bruna all’improvviso si risveglia dal suo torpore e poggia il libro per quell’estate: “Ma lei.. per caso… non è… no! scusi, mi sbagliavo. E’ che gli assomiglia proprio”. Sarà perché per parlargli si è appoggiata sul gomito, la sdraio ha cigolato paurosamente e il reggiseno ha faticato a vincere la forza di gravità, e allo stesso tempo si è allungata, confondendosi a quella dell’ombrellone, l’ombra inquietante della compagna dello scrittore che proprio allora è tornata. Sarà perché, per una volta, lo scrittore ha la sensazione che no! non assomigliava a quello ma era proprio lui e ingoia una imprecazione assieme alla propria saliva. Sarà per quelli che giocano schiamazzando finché non cedono alla fatica grondanti di sudore, o per quelli che passano e ripassano e ripassano ancora senza interruzione in cerca di preda. Oppure perché la signora mora era un po’ oltre una ragionevole tentazione, e lo scrittore si accorge che mentre lui si controllava intorno, intorno controllavano la sua compagna, e con fin troppa attenzione. Sarà perché a quell’ora la spiaggia è fatta solo di carne, e altra carne ammassata.
Sarà perché i romani sono tutti un po’ ciacioni e piacioni e allo stesso modo cafoni e non si distinguono più dagli altri che chiamano rumorosamente burini ma semplicemente tra romanisti e laziali. E’ perché non si rende conto della ragione per cui, lui che è lombardo, deve finire in una spiaggia di Romani come quella che non è per nulla dissimile da tutte le altre. Sarà perché molto più stupidamente e banalmente quando ha la sabbia sulla pelle si sente come pronto per l’impanatura, e perché teme che arriva da un momento all’altro il momento in cui dovrà ricospargere di crema la sua compagna. Perché lo prende il panico mentre cerca di ricordare il nome di quella gentile e avvenente compagna che lo ha accompagnato in quel girone dantesco.
Sarà perché già comincia a spandersi l’odore di matriciana e va a mescolarsi al caffè colpendo direttamente gli stomaci più deboli ancora pieni della cena del giorno prima. E perché quando cerca di assentarsi, magari invocando la scusa un attimo di riposo, c’è sempre qualcuno che arriva per vendergli uno stormo di cose assurde ed improbabili che mai vorrebbe possedere. Sarà per la ragazzina che s’è slacciata il reggiseno per prendere il sole sulla schiena senza quegli orribili segni, e poi si è assopita sotto il sole, e poi s’è rigirata senza ricordarsi del reggiseno e senza smettere di dormire. Sarà per quelle tette ancora acerbe e perché tra tutte quelle volontariamente palesate queste sono intensamente quanto involontariamente confessate. O forse per l’atroce dubbio che la giovane non stia affatto dormendo e non ne sia affatto inconsapevole ma semplicemente nasconda gli occhi chiusi e una sorta di furbo e soddisfatto sorriso, anche lei dietro occhiali dalle lenti riflettenti. Sarà perché si chiede come mai non ha mai scritto un romanzo sulle tette, e perché si trova a confrontare quelle orgogliose e compiaciute della pischella con quelle rassegnate della signora i cui capezzoli, nonostante la fatica immane del costume, rivolgono lo sguardo decisamente a terra. Sarà per una ragione molto più semplice: che non ha mai sopportato il mare.

Read Full Post »

GialliMa chi ha detto che il delitto perfetto non esiste? Potremmo definire perfetti tutti i crimini insoluti. Sarebbe banale. Qui ci proponiamo di escludere tutti i reati che non appartengono agli omicidi e tutte quelle uccisioni, naturalmente di esseri umani, che comportano colpa e che non hanno trovato colpevole solo per la pura incapacità degli organi inquirenti. Più semplicemente mostreremo come possa esistere il delitto perfetto presentando un unico caso a dimostrazione. Se vogliamo un caso nella sua semplicità banale. Siamo consapevoli che la fantasia dell’uomo può trovare, e lo ha ampiamente dimostrato, un’infinita varietà di soluzioni alla impunibilità del crimine. E’ anche una questione di intelligenza, e di pazienza, e di razionalità. Inversamente l’imperfezione del male, la sua corruttibilità e la sua condanna, è spesso solo dovuta a casualità, a quella che volgarmente viene etichettata sotto la definizione di sfiga.
1. La storia è una storia di provincia; di bassa padania. Potrebbe essere una storia come tante. Sarà il lettore a dividersi sulla sua originalità o sulla sua banalità. Ci affidiamo alla sua indulgenza. Un’ultima osservazione preliminare: Scusate se qui non verranno fatti nomi cioè se Giovanna[i], coniugata in Bragana detta anche Cora, verrà chiamata lei o la donna, se il povero e ignaro Giuseppe, che essendo greco di cognome farebbe Pappadakis, viene nominato come lui o il marito, e se infine Gino, Costa per completezza d’informazione, che si fa chiamare anche Franco, e per vezzo americanofilo, pure Frank verrà nominato come lui o l’altro. Se si è deciso di mantenere l’anonimato dei protagonisti è solo ed unicamente per ragioni di riservatezza, anche evidenti data la delicatezza delle confessioni che sono state raccolte.
Per essere esaustivi sulla vicenda dobbiamo dire che lei e lui abitavano in un appartamento in un appartamento al quarto piano di un grosso condominio. Che, per essere previdenti per il loro futuro, avevano acquistato da tre anni l’appartamento dirimpetto al loro che, debitamente restaurato, fittavano a studenti. Che lui era un personaggio incapace di tutto, noioso cioè inutile, e destinato eternamente al bicchiere; un vero ubriacone. Insomma di quelli che nemmeno al mattino gli puoi affidare nemmeno di sostituire una lampadina; credi ci siamo capiti. Con questo non vogliamo certo dare nessun giudizio morale né ridurre l’importanza dei fatti.
E infine che lei era una donna da non passare facilmente inosservata tranne che per i troppo distratti e quegli altri. Basta vedere la foto. Non che lei accogliesse sempre così i suoi ospiti, tutt’altro. In quell’occasione, quando era stata scattata l’istantanea, aveva voluto avere il parere da lui, cioè dall’altro, dal marito non aveva mai la minima soddisfazione, di come le stava il coordinato nuovo che aveva appena preso. E poi lui era anche un ottimo fotografo, e le chiacchiere sul suo conto erano solo chiacchiere prive di fondamento. Spesso frutto solo di spudorata invidia delle vicine. E poi chi ci vede la malizia è malizioso lui. Ma andiamo con ordine.
Il puro caso volle che quando arrivò avessero un posto letto che si era appena liberato. Si notava subito che non era uno studente seppure fuori corso. Lei ne aveva visti bene tanti e tanti studenti passare di lì e fermarsi anche solo per una notte. Gli studenti si distinguono subito e poi solitamente sono un po’ trasandati, almeno nel vestire, nel senso che non badano troppo all’eleganza. Gli studenti sono così giovani e anche inaffidabili. E poi non sono proprio capaci di mantenere un segreto. Lui era diverso e seppure fosse ancora giovane, lei gli diede una stima di una decina d’anni in meno di sé, era già un uomo. E per dirla tutta non lo trovava nemmeno del tutto male. Aveva una sua eleganza e una sua sicurezza, anche quest’ultima dote che solitamente gli studenti non portano con sé, almeno nei primi giorni. Era di passaggio. Una emergenza. E pioveva a dirotto. Era tutto fradicio. Il fiume era straripato e per la strada non era possibile passare.
Era un commesso viaggiatore: vendeva calze e mutande; sia uomo che donna. Naturalmente lei era più interessata alla donna ma non era ancora sua cliente. E poi lui non vendeva al dettaglio. Non era di quelli che vanno a suonare alle porte o, come certi irregolari, che fermano per strada. Lui vendeva direttamente ai negozi. In zona aveva parecchi clienti: Sotto chic, La mutanda assassina, Il desiderio della notte, ed altri di cui lei nemmeno aveva sentito parlare; ma era distante da casa. Tutte queste cose all’inizio naturalmente lei non le sapeva, sapeva solo che cercava un posto per dormire. Non portava la fede al dito anche se vuol dire poco e lei ne aveva esperienza. Gli disse: “Se si adatta”? Pensò che era meglio se pagava in anticipo. Per macchina aveva una vecchia automobile comoda e ancora in buono stato. Lui, cioè l’altro di cui stiamo parlando, in quel momento solo uno sconosciuto, si mostrò disponibile ad adattarsi: Cameretta, poco più di un letto, con uso bagno e cucina; ma alla cucina non era proprio interessato.
Lei si accorse immediatamente di come il nuovo affittuario, se così si poteva definire, le guardava il culo. Le donne sono abituate da sempre a scorgere certe attenzioni senza darsene a vedere; anche se questa è una osservazione poco rilevante ai fini della vicenda. Benché fosse gelosa del suo culo la cosa la trovò lusingata e un po’ curiosa. Per un attimo la sfiorò una strana idea in testa; ma fu solo un attimo di frivolezza. Naturalmente quell’inutile nullità del marito non si accorse di nulla; e quando mai. Era già ubriaco e come sempre quando c’era qualcosa da fare doveva vedersela tutta lei. Così accompagnò il nuovo pensionante, se così si poteva definire, nell’altro appartamento per fargli vedere la sistemazione per la notte. Forse fu tradita dal suo stesso sorriso che ma altrettanto di poca importanza è che, aveva appena infilato i soldi nel reggiseno, e si era appena piegata per sistemare il letto, che si sentì le mani di lui, cioè dell’altro, addosso. Ma nemmeno addosso con un gesto riguardoso e garbato; proprio addosso. Forse quel sorriso, a sua stessa insaputa, era un sorriso assassino. La cosa le diede del fastidio perché pensava che poteva avere anche un po’ più di garbo e di educazione, che perdio la porta era rimasta spalancata, e poi lei era una signora, ma portò pazienza perché non voleva essere scortese con il nuovo venuto. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
Lui, nel senso del marito, quella notte, se ricordava bene, aveva dormito il sonno rumoroso e profondo del ciucco. Il mattino, lui, cioè l’altro, si era levato presto ed era partito che il tempo si era messo al meglio. Lei l’aveva visto andare dalla porta con un cenno della mano che ancora non aveva avuto il tempo di mettersi in ordine. Così com’era, mezza vestita e mezza da vestire. I capelli spettinati e addosso aveva infilato approssimativamente la prima cosa che le era venuta in mano. Nemmeno il tempo di truccarsi ché il trucco era andato a quel paese. Nemmeno un istante per coprirsi le vergogne, cioè di provare la biancheria che lui, l’altro, le aveva gentilmente regalato. Aveva paura che qualcuno, quelle pettegole malelingue potesse vederla in che modo era stata costretta a uscire per quel fugate e candido saluto. Di storie di venditori d’intimo ce ne son tante e tutti le conoscono. Questa può apparire superficialmente una di quelle. Lei pensò che si era trattato di un… incontro fugace. Di quelle amicizie che durano poco, il tempo che faccia un nuovo mattino. Forse se ne sarebbe scordata anche il nome perché certo erano destinati, come quelle conoscenze, a non incontrarsi più. Due destini che vanno ognuno per la propria strada; ignari. E poi aveva anche altro per la testa: doveva prepararsi per uscire per la spesa, non poteva stare tutto il giorno così; e a pensarci.
Forse sì, forse no, non si sa se già allora lei fosse alla ricerca di un piano, di un alibi, di un idea. Forse aveva pensato a qualche studente restandone delusa giacché sono così giovani ed inaffidabili, nessuno lo può dire con esatta certezza. Non si può incatenare un idea, e forse era stata meno che un’idea ed era durata un attimo. E comunque intorno tutto tornò come prima, le solite faccende, le solite ore noiose, i soliti obblighi e le solite pettegole. E lei se ne sarebbe anche dimenticata così presa dal tutto dei suoi giorni, tra il far da cena e tutto il resto per lui, ovvero il marito, e star dietro alle spesso assurde richieste di tutti gli inquilini, cioè gli studenti. Tra lavare, stirare e sistemare. E’ sempre una vita grama per una donna. Si diceva che se ne sarebbe scordata se lui, cioè l’altro, non fosse tornato. Era estate e gli studenti erano via, chi in vacanza, chi dopo aver disdetto il contratto, uno s’era anche laureato, e i negozi non facevano acquisti, qualcuno era pure già chiuso. In paese non c’era ormai più quasi anima viva; pareva un cimitero, come odiava quel posto ai confini della civiltà. Si accorse subito che lui, l’altro, non era cambiato. Poteva scegliere e lei gli diede la stanza migliore; naturalmente non gli fece firmare nessun contratto, cosa servono tante carte per una cosa così stupida? Stavolta si sentì più tranquilla e decise che avrebbe potuto fargli credito e aspettare la fine del mese. Poi si sa come vanno a finire queste cose. Non serve certo dirlo.
La povera donna, come capita, la donna è un essere debole e delicato, succede, a poco a poco, con la frequentazione, si invaghì del suo inquilino. Lui aveva nei suoi confronti delle attenzioni che lui, il marito, non aveva più da tempo, se mai le aveva avute. Ed era tanto soddisfatto di vederle indossare tutto il suo campionario, naturalmente quello donna, che non volle un centesimo e anzi le promise che appena pronto le avrebbe fatto vedere anche il prossimo. C’erano un paio di cose che a lei erano subito piaciute. A dirla tutta anche qualche capo un po’ spinto, ma sotto nessuno vede, e quelli che possono vedere non potrebbero che essere soddisfatti. Ne volle indossare subito uno anche se doveva prima andare fin dal verduraio che le zucchine e le cipolle erano finite. E così i giorni seguivano ai giorni senza che nulla cambiasse né che quell’incapace del lui marito si accorgesse di nulla. Quasi quasi le faceva rabbia che fosse tanto babbeo anche perché era ancora un’altra dimostrazione che non la guardava punto; dell’attenzione che le prestava. Certo avrebbe avuto molte novità da raccontare ma non lo poteva fare, non le poteva raccontare e non c’era nessuna a cui confidarle. E poi ormai anche quelle novità stavano diventando abitudine. Per essere gentile qualche volta invitava anche lui, l’altro, a cena. A lui, al marito, potevano farglielo tranquillamente sotto il baso che non si sarebbe accorto di nulla. Lui beveva e beveva, mangiava, sbadigliava e alla fine ruttava.
La storia sta scappando di mano e da sola si sta dilungando. Per farla breve la sera della festa del patrono, anzi più che la sera la notte, lo pregò, il marito, di non mettere gli addobbi luminosi in poggiolo. Lei gliel’aveva detto anche al parroco che quest’anno non avrebbero messo le decorazioni, ma lui no! testardo. Viveva per dispetto. Soprattutto quand’era ubriaco; cioè sempre. Non volle darsi ragione. E così lei gli prese le luminarie e dovette portargli anche la scala. Lo pregò: “Più in alto, più in alto, così non si vede.” –e lui salì fin l’ultimo gradino della scala. Guardò intorno e la notte era nera come la notte. Non c’era anima viva. Quelli che non se n’erano andati dormivano della grossa, e si sentiva. Si offri di chiedere aiuto per quell’incapace del marito all’inquilino e andò a chiamarlo. Lui, l’inquilino, aveva in tasca il biglietto per Sottomarina, ma mica era partito. Maledetta quella volta: era tutto a nome del marito. Mentre lui, l’altro, teneva ferma la scala a le scivolò spontaneo di bocca quel sorriso che a lui, l’altro, piaceva tanto, che sembrava dirgli un sacco di cose che lei nemmeno aveva mai pensato. Cosa gli avrà mai detto quel sorriso lei non lo avrebbe mai saputo. A volte le cose è bene chiederle. Involontariamente gli si appoggiò addosso, a l’altro, e fece aderire tutto il proprio corpo a quello dell’uomo. Non è che fosse molto vestita, era un gran caldo, e quel poco era leggero come un soffio e gli soffiò nell’orecchio e le bastò ordinargli come una confidenza sussurrata “spingi!” che quello, l’altro, spinse.
Lui, il marito, cadde, cioè precipitò da quel quarto piano, perché è bene ricordare che abitavano al quarto piano, e prima ancora che avesse il tempo di un lamento era spiaccicato al suolo. Tra la porta del loro garage e quella di quell’antipatico del sesto piano. Lei si guardò torno ma nessuno, era naturale, si era lamentato nemmeno del sordo tonfo che aveva fatto quel corpo inanimato che sembrava uno straccio. Lui uscì e stavolta lo prese il pullman per Sottomarina, anche se in ritardo. Lei andò a dormire. Si sarebbe accorta il mattino dopo di quanto era successo a lui, al marito, e avrebbe chiamato la polizia sul luogo dell’incidente. Non dormì certo tranquilla perché a lei non piaceva dormire sola nemmeno d’estate. Non la infastidiva il caldo anche perché mandava l’aria condizionata. Per lei l’estate era come tutte le altre stagioni. Tutti i mesi erano uguali, come i giorni della settimana. Il mattino dopo non fu la prima perché fu svegliata dalle grida. Chiamò la polizia e l’ambulanza ché nessuno ci aveva pensato, anche se non ce n’era bisogno; della seconda telefonata.
Si mise qualcosa addosso. Si sistemò, Si controllò allo specchio, e forse questa non fu la cosa più furba di quel mattino. E andò ad aprire la porta ai tutori dell’ordine che giunsero per primi. Fece un ampio sbadiglio con gli occhi ancora assonnati. Vicino al corpo c’erano le lampadine, nella caduta non se n’erano salvate più che un paio. E c’era una gran macchia di sangue, ma lei avrebbe pensato di più, anche con tutto quel vino che dal corpo mandava un puzzo di botti marcite. Probabilmente a causa di tutte quelle domande avrebbe dovuto saltare il pranzo, ma lei non se ne diede pena: a mezzodì le era sempre bastato poco, soprattutto quando fuori era quel gran caldo. E poi doveva cominciare a stare attenta al peso; la spiaggia non permette distrazioni. Forse non tutto era stato perfetto ma poteva contare anche sulla complicità dell’incapacità della nostra polizia. Che pare che il r.i.s. lo chiamino solo quando c’è da andare in prima serata alla televisione.


[i] Per i nomi sono stati utilizzati impropriamente e liberamente e indebitamente quelli de “Il postino suona sempre due volte” e della versione cinematografica liberamente ispirata al romanzo: “Ossessione”. Tranne per la presenza alla fine tramite youtube dell’intero film di Luchino Visconti il racconto nulla ha a che vedere né con il romanzo né con lo stesso film. Tranne forse l’esile ricerca di un delitto perfetto che alla fine non si realizza.

Read Full Post »

Torno a casa e la trovo in taverna. Non toglie gli occhi dalla televisione. Lei sa che non mi piace che si fumi in casa, soprattutto dove dopo dobbiamo mangiare. Se ne frega. Lei. Come se non glielo avessi mai detto. Lo fa apposta. Me lo sono giurato. Non le darò la soddisfazione. Ci ho pensato tutta la strada. Ci ho anche sperato. Niente. Lo sapevo.
Tutto bene”?
Mi risponde annoiata facendomi il verso: “Tutto bene”?
Poggio la giacca su una sedia. Mi fa cenno di toglierla. Fingo di non accorgermene. Mi abbasso per baciarla. La sua mano mi allontana come si spinge via il fumo. Alza le spalle. Dialoga muta con la sua noia. Mi allento la cravatta e mi rimbocco le maniche. Temo che quel gesto possa sembrare una dichiarazione di battaglia. Nei suoi occhi passa quella nebbia. Il fumo che spinge fuori con un respiro stretto. Da quando son diventati così vuoti? Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Sono rimasti priva di qualsiasi riflesso. Restiamo un attimo in silenzio. In quell’attimo ci diciamo tutto. E i rancori covati per lungo tempo. Ormai sono i nostri attimi di intimità. Aggrovigliati. Vigili. Guardinghi. Pronti per il prossimo attacco. Svogliatamente prende il telecomando. Alza il volume. Di là dal muro battono sul muro. Mi sento stanco. Svogliato. La mia voce dice parole affaticate. Le mie parole escono senza bisogno di una ragione: “Aspettavi qualcuno”?
Chi vuoi che aspettassi. Il principe azzurro”?
I piatti sono nel lavello. Mi metto a lavarli. Metto una pentola d’acqua sul fuoco. Perché non ce lo siamo detti allora? Apro qua e là gli armadietti per vedere cosa c’è. Decido per gli spaghetti. Nel frigo trovo un barattolo di sugo pronto già aperto. Un leggero colletto di muffa ma non e niente. Suona il telefono e lo lascio suonare finché non gli risponde la segreteria. Butto un piatto sulla tavola. Ho avuto una giornata faticosa.
Guarda che io non ho appetito”.
Nemmeno si da pena di rivolgermi lo sguardo. E’ sempre così. Di cattivo umore. Ha ancora belle gambe. Non è cambiata molto. Siamo diversi dentro. Forse cambiati. Forse no. Come consumati. Corrosi dentro. Com’è successo? Quale acido? Che ne so. E tutto ti torna alla mente. E’ la sera. E’ quello che ti porti dal lavoro. Il niente che sta intorno. Questa umidità, che ti entra nelle ossa. Un’umanità che precipita. La crisi economica. Il conto del dentista. Essere padri solo di sé stessi. Quel buco dentro. Il lavoro che non c’è. La perdita della madre. Il tempo che passa, senza fermarsi mai. E’ così. Tutto assieme. Non in modo confuso; no. Tutto assieme. Mescolato. Le cose vengono. Si accavallano. Ognuna cerca di farsi spazio sull’altra. E si accapigliano. Anche loro.
S’è stancato anche il compromesso. Non si accetta più. La pazienza gocciola le ultime energie. E ti chiedi, solo perché non è possibile farne a meno, quand’è cominciata? quand’è stato l’inizio della fine? Fuori il cielo si fa buio. Niente di eclatante. Per quanto lo cerchi non lo trovi, un perché. Ti accorgi dopo; quando tutto ti è scivolato via. Sfuggito di mano. Perché la fine si costruisce di momenti impalpabili, poco tangibili, segni nell’aria, è fatta di tanti piccoli niente. Non è possibile accorgersene. E’ fatta di silenzi. E’ fatta di pazienza. Di un’emozione mancata. Di piccoli tozzi di bocconi amari. Di un ritardo. Di una pasta scotta. Di attese. Persino di impazienze. E’ fatta solo di sé e di quel niente. All’improvviso la capisci e la scopri. E non ci vuoi credere. Non è possibile. Perché nei suoi gesti è stupida. E non hai mai sopportato quando l’altro dice: “Te l’avevo detto”.
E ti rimproveri di non aver saputo accorgetene. Di non averci provato. Di non averci pensato. Di non aver partecipato. Di aver partecipato troppo. E ti rimproveri e nemmeno sai perché. E’ la colonna sonora è quella di sempre. Questi sono i nostri giorni assieme. Lei che mi dice: “Puoi almeno togliere il piatto quando hai finito”.
Io che le dico: “Ti avevo detto di portar giù la spazzatura” –e invece era il giorno sbagliato.
Lei che mi dice: “Puoi essere più delicato e non fare quel tanto fracasso a quest’ora”.
Io che le dico: “Ma se te ne ho dati ieri”.
Lei che mi dice: “Ti sembra bello seminare così tutto”?
Io che le dico: “Possibile che un uomo torna a casa stanco, la sera?”…
Lei che mi dice: “Ma cosa credi? non bastano mai. Non fanno che il calcio a quest’ora”?
Io che le dico: “E’ immangiabile. Completamente senza”.
Le sue sono quasi sempre domande. Lei che mi dice: “Ti serve la macchina anche stasera”?
Io che le dico: “Faresti anche bene ad esserlo, gelosa. Ne avrei motivo”.
Lei che mi dice: “Guarda che il rubinetto perde ancora”.
Io che le dico: “Non puoi lasciarli lì almeno una volta”?
Lei che mi dice: “Ce l’hai sempre in mano come se tenessi in mano il tuo coso”.
Io che le dico: “Non sei certo ordinata tu. Guarda la casa”.
Lei che mi dice: “Hanno telefonato per il mutuo”.
Io che le dico: “Manca solo che fai la gelosa”.
Lei che mi dice: “Pare che ci viva solo io”.
Io che le dico: “E non parlare del mio coso. Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Va via troppo vino in questa casa”.
Io che le dico: “Mi chiedo come fai a passare il tempo.” –questa proprio me la potevo evitare. Me ne sono pentito subito.
Lei che mi dice: “Sempre pronto a criticare, tu. Sono forse una stupida”?
Io che le dico: “Guarda che ci stanno aspettando. Sai che a me non piace”.
Lei che mi dice: “Guarda che ho incontrato la Jole, oggi, al mercato”.
Lei che le dice: “Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Pensi solo a cambiare la macchina. Non ha altri pensieri lui, in signorino”. –quando vuole sa come ferirmi veramente; come farmi incazzare.
Io che le dico: “Ma se è una vita che vivo con una che si alza col muso. Possibile che sei sempre di cattivo umore”?
Lei che mi dice: “Perché non te ne trovi una che te li attacchi i bottoni”.
Lei che le dice: “Sei solo un cafone”.
Lei che mi dice: “Non sono la tua serva.” –solitamente tra noi finisce così.
Lei che mi dice: “L’hai lavata la tua dannata macchina”?
Lei che mi dice: “Uno di questi giorni te lo faccio vedere io. Credi non sia capace”?
Lei che le dice: “Io non sono mai di cattivo umore. Me lo fai venire tu. Quando ti vedo”.
Lei che mi dice: “Vorrei andare al mare”.
Lei che mi dice: “Una volta te la facevi tutti i giorni”.
Lei che mi dice: “Fosse per te, perché… lascia che te lo dica: hai proprio dei gusti di merda. Quale avresti scelto”?
Io che le dico: “Ora calmati”.
Lei che mi dice: “Cosa vuoi fare ora, Picchiarmi”?
Io che le dico: “Dov’è finita anche questa? Era nuova di zecca.” –gli ombrelli, a casa nostra, non bastano mai. Mi precisa che non l’ha preso. Nemmeno toccato. L’avrà lasciato in autobus.
Lei che mi dice: “Guarda che ho studiato anch’io. Per niente. Non pensare di mettermi in bocca le tue idee”.
Lei che mi dice: “Cosa credi che passi il giorno a grattarmela”?
Io che le dico: “Ecco, se c’è una cosa che mi piace è quando diventi volgare.” –questo solitamente la fa infuriare. A lei non piace la mia ironia. Soprattutto quando stiamo litigando. E ci rinfacciamo tutto.
Lei che mi dice come una lunga tiritera: “Ho pazientato fin troppo. Se vuoi, quella è la porta. Ma cosa ho fatto di male? Me l’avevano detto i miei genitori. Ma cosa ho fatto quella volta? Che peccato debbo espiare? Eppure… Dovevo ascoltarli. La voce della saggezza. Un uomo che è come essere sole. Ma le cose si capiscono tutte dopo. Purtroppo. Quand’è tardi”.
E quando ormai la misura è colma, nessuno è disposto a tornare indietro. E allora mi son detto “Vai Pino prima che fai una pazzia”.
Lei mi dice dietro mentre sto uscendo: “Non sono più la tua puttana. Per chi m’hai presa? Per qualcuna delle tue amichette”?
Me ne vado in giro, senza meta. Solo per farla sbollire. Solo per fare quel niente. Per pensare, mi dico. E invece cerco di non farlo. Di non pensarci. Di lasciare che i minuti trascorrano. Ma quelli sembrano immobili. E’ solo che non mi va di tornare. A quest’ora già i bar cominciano a chiudere. La vita muore presto nella città. Le saracinesche sono impiastricciate. Che gusto ci trovano? Tutti scrivono tutto da per tutto. Una scritta imbratta per testimoniare di un grande amore. I ragazzi sono così: gridano sempre a voce alta. Amano le enormità. Grossolanamente. Rifuggono le sfaccettature. O amano, e di un amore immenso, o odiano. Senza via di mezzo. E con poca memoria. Mi fermo in un autogrill per pisciare. Le pareti del bagno sono piene di scritte oscene. Promesse sconce. Numeri di telefono. Un: Eliana è una puttana. Particolari scabrosi sulle varie generosità. Su cosa fa questa e quella, con tanto di nomi. Come un ronzio assordante. Sono tentato di provare un numero. Curiosità. Per vedere se è vero. Provo una leggera emozione per quell’avventura. E’ già finita. E’ tutto così squallido. Sputo. Esco e lascio al banco il caffè.
Se trovo una che ancora mi dice che le piacciono gli uomini con l’auto sportiva giuro che l’ammazzo.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: