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Posts Tagged ‘Nomadi’

«Ascoltai più che altro.
Le foglie sugli alberi mormoravano spartiti provati per secoli dal vento».
«Credo che se non esistesse, ne inventerei la ricetta. Non mai sentirmi sazio senza di lui. Ne scoprirei gli ingredienti, le dosi, i tempi di cottura e me ne cucinerei uno tutto mio e per me soltanto. E se la ricetta di Dio cambiasse ogni giorno io la riscoprirei ogni volta… e ricomincerei da capo. Volete servirvi»?
«Siamo tutti colpevoli di tradimento nei confronti dell’umanità!!! Tutti complici dell’omicidio del nostro presente e del nostro futuro… questo sì, lo siamo tutti…

Gli eroi son quelli che non sono partiti. Gli eroi sono quelli catturati e incarcerati, quelli che scappano nei boschi. Gli eroi son quelli che i vincitori –perché loro si sentiranno comunque vincitori sia che vengano sconfitti o trionfino– chiameranno infami o codardi o traditori».
Da Domani non sarò più re di Luigi Pozza

Una guerra vecchia, nuova, improbabile; già in atto. Le nostre dolomiti. Con tutto l’amore per la vita e per quei posti. E nessun scivolamento consolatorio. Duro come la pietra. Affilato. Pieno di lucida disperazione. La guerra è guerra. E’ sangue e dolore. Che dire? L’ho letto lentamente come si conviene al suo ritmo avvolgente. Entrando in quella disperazione. E l’ho amato. E ne ho avuto paura. Perché non arriverà nessuno a salvarci. Solo noi stessi possiamo farlo.

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fulmineL’erba del dubbio infesta ogni piantagione. Fosse stato uomo si sarebbe potuto dire che subiva una grave crisi di identità. E’ che a volte anche se ci si ripensa il tempo è passato e c’è comunque il rischio di arrivare tardi. Il Creato era stato creato. Bene o male era stato creato. Tutto il resto stava un po’ andando per conto, proprio o alla deriva. Chi ci capiva qualcosa era un bravo? Ma ci è stata recapitata una protesta perché tutta questa storia è stata riportata da voce maschile. E allora si è deciso –non senza qualche pressione– di dar voce anche a Lei.

23. Certo che quando tutto andava bene Dio di qua e Dio di là, e poi quando qualcosa andava storto allora tiravano fuori le loro medagliette o qualche ciondolo magari di qualche quintale. La cosa non gli andava proprio a genio. Prima o dopo ci avrebbe pensato Lui. E poi tutti quelli che parlavano in Nome suo. E tutti quegli scrivani. Va bene il Dio multiplo, che gli sembrava quando parlava di sentire i coreuti delle baccanti, ma poi c’erano gli angeli. Quello dice: «Abramo… –eccetera, cioè– Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Ma che si prendesse le sue responsabilità e invece parlava in vece sua. Come fosse proprio Lui. Che Lui quella mano gliel’avrebbe amputata. O era sgrammaticato o si stava montando. E quelli che se ne andavano a mangiare a sbafo da Sara. E gli altri. E poi c’erano quei gran chiacchieroni dei profeti, affabulatori logorroici e un po’ dislessici. Gli sembrava che tutto non avesse né capo né coda. Se lo disse tra sé perché nessun altro dicesse quelle stesse parole. Tutte quelle parole erano la Parola di Dio, singolare, non il coro dell’Ernani. Ormai era cauto anche nei suoi pensieri. Ma la storia continua perché la storia non ha tempo per fermarsi a riflettere. Parola del Signore.
Lui aveva a cuore Abramo ma Abramo fu colpito da un’improvvisa grave sventura. Certo che a centoventisette, perché tanto visse quella donna, un po’ se lo poteva anche aspettare, e magari pensarci prima. Così Sara morì all’improvviso a Kiriat-Arbà, cioè Ebron, cioè Hebron, cioè Al Khalil, nella terra di Canaan, persino stabilire l’esatta ubicazione di un posto stava diventando una faccenda tanto complessa da richiedere un cartografo, solo che anche quelli si muovevano almeno in quattro e mai che almeno due la pensassero allo stesso modo. Ecco un altro a dire che invece era morta ad Dioecesis Hebronensis. L’unica cosa certa era che la pia moglie di Abramo, Sara, quella che non riusciva a dargli un figlio e poi gliene aveva dato solo uno e proprio mentre lui dormiva, riposava in terra altrui, quella degli ittiti ma nella sua tomba. Non senza aver prima a lungo mercanteggiando sul prezzo nonostante quattrocento cicli d’argento non fossero nulla né per il vedovo né per Efron, figlio di Socar. Alla fine, anche per non star qui a menar il can per l’aia, Sara ebbe la sua lussuosa tomba e anche l’orto intorno, alberi compresi. Ci pensò e forse Abramo era il primo proprietario terriero e aveva inventato la proprietà sepolcrale. Pareva che ancora nessuno avesse mai pensato alla cremazione e ai loculi. Eppure dovevano pure aver visto come bruciavano bene i corpi, ossa comprese. Nessuno poteva ignorare il focherello che aveva dovuto fare a Sodoma e nelle altre quattro, e si ripeteva quattro, città. Possibile che ci dovesse pensare sempre Lui. Anche se ancora posto ce n’era, ma a volte conviene essere previdenti. Soprattutto in una terra piccola come quella dove c’erano più padroni che contadini. Più ci provava e meno ci capiva. Erano gli uomini, gli intellettuali, qualche mente superiore o solo qualche mente perversa che aveva deciso di farlo impazzire?
Ora il gentile lettore vorrà scusarmi se si divaga ma si rende necessario per la rilevanza del caso. Per la prima volta Lei ha voluto rilasciare una testimonianza spontanea. Significhiamo, anche se non ce ne sarebbe bisogno, l’importanza di tale documento ricavato dalla diretta voce di una protagonista e che, in quanto spontanea, va naturalmente considerata apocrifa.
Io non c’ero e se c’ero ero affaccendata in altre faccende, si sa come vanno queste cose, ma tutto è cominciato fin da subito. Questa è la pura e sacrosanta verità. Ed è stato Lui, proprio Lui. So che è difficile ora ma Lui, quello che c’è stato prima, fin da subito. Dovrei ammettere che è a Lui che debbo la vita, ma non si può sempre tacere. Prima con la storia della solitudine. Poi con l’uomo. E’ andato per approssimazione. Ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, afferma. Su questo si dovrebbero versare fiumi di parole. Non gliene son mai venuti due di uguali. Ha fatto, naturalmente, anche la donna; che gli assomigliava ancor meno. In questo caso, bisogna ammetterlo gli è riuscita anche bene; Basta guardare me. –e si ferma un attimo a pavoneggiarsi… giunonica , nei punti giusti– Si fosse limitato a lei ora potremmo parlare di evoluzione della specie. Come si può non amare una creatura così? Invece”.
Poi ha fatto i giganti e su questi dovremmo stendere un pietoso velo. Di quelli si poteva anche fare a meno. A che gli servivano ancora non siamo riusciti a sapere. Solo che quelli vengono definiti figli di Dio; e gli altri, gli uomini? Di chi erano figli? Illegittimi? Come si dice… Come ci voleva un indovino per immaginare come sarebbe andata a finire; anche se non si fossero messi di mezzo anche gli angeli; pure loro. Quelli, i giganti, vedono le donne e si mettono strane idee in testa. Scelgono le più belle e se le sposano; naturalmente quando va bene. E ne sposano, o comunque se ne scelgono, quante ne vogliono; anche in abbondanza. A bizzeffe. Che ne so, anche a seconda delle stagioni o degli impegni. E’ da lì che nascono i primi drammi perché quelle, le donne, poi diventano prima gravide e poi partoriscono. E chi partoriscono? «Gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi» come se sulla terra ci fosse bisogno proprio di quello; come se non ci fossero altri problemi. E famosi per la loro inutilità, e anche imbecillità. Certo che poi danno la colpa al potere, ma chi lo esercita? Da chi è fatto? Così le cose son precipitate e come le ciliege che una ha tirato l’altra. Mi sembra una conclusione logica che davanti a tanto anche l’uomo volesse imitarli. E prendersi donne in quantità e le più belle. Non dico il casino che hanno piantato le meno belle e soprattutto le brutte. Possiamo fargliele una colpa se qualcuna poi è scivolata sul volgare; sulla scurrilità? E anche le belle non hanno voluto essere da meno. Ne escono di quei frasari, magari sottovoce; sussurrati. Si si spegne la luce e tutto uno spasimo e certo non si può tenere il sole in cielo anche di giorno. E poi anche se è giorno ormai non si fa alcun riguardo nessuno. Checche se ne dica, ammesso e non concesso, io non c’entro niente. Che poi tutte, almeno nelle aspirazioni, cercano il gigante, che quelli sono alti anche cinque cubiti e oltre, e tutto in proporzione, che al loro confronto gli uomini si sentono cavallette, perché quando hai provato il troppo, il poco ti lascia con una smorfia in bocca. E vederti così non è che all’uomo possa far piacere”.
Non fossi preoccupata per il destino delle donne avrei già mollato tutto. Fosse solo per me mi sarei già trasferita al Parnaso. [Lui, quando era venuto a saperlo aveva commentato con disgusto: «con quelli? Sono volgari anche quando devono dare un nome a una città.»] E, a proposito di piacere… … Che secondo me Lui si da anche un po’ di superbia perché è un po’ uomo e un po’ gigante. Ma il problema, sempre secondo me, è che sta invecchiando. Va bene tutto ma… forse era già vecchio quando ha iniziato a iniziare; precocemente. Non che… Insomma… Ed è anche testardo. Non vuole capire come vanno le cose; vedi non me. Non che io… insomma… che io me le so prendere da me le mie belle soddisfazioni. Ma se fai una donna a che ti serve se poi la tratti come fosse un uomo. Va bene il rispetto… quello ci vuole sempre, ma almeno un po’ di cortesia. Non fa che brontolare. Non gli va mai bene niente. E poi diciamolo: irascibile è irascibile. Che è un pezzo che glielo ripeto: Hai fatto l’uomo; lascia che si arrangi. Ci fai anche bella figura Tu. La gente appezza quanto sei liberale. Invece… mica la capisco questa mania di protagonismo. Poi, sulle cose pratiche, quando per esempio c’è da far cena, allora si è come loro, e gli uomini sono a sua immagine e somiglianza. E anche i giganti. E anche gli angeli. Diventano figure ornamentali. Come vivere con le statue. E in fine diciamola tutta: anche la mia parola è Parola di Dio, perdio”.

P.S. Foto trovata in rete. Ringraziamo Enrico Mazzucato nel cui profilo Facebook abbiamo trovato l’immagine.

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Manifesto de Il viaggio di Vittorio - Venezia

Venezia – Sabato 16 febbraio 2013

Liceo Artistico Statale M. Guggenheim – aula magna – ore 10.00
Scoletta dei Calegheri – S. Polo – Campo San Tomà, 2857 – ore 18.00

Egidia Beretta Arrigoni presenta il libro “il viaggio di Vittorio
scritto sul figlio Vittorio Arrigoni, volontario ed attivista per i diritti umani, ucciso a Gaza , Palestina il 15 aprile 2011
l’Associazione “Restiamo umani con Vik” presenterà la figura di Vittorio Utopia Arrigoni
don Nandino Capovilla introdurrà e intervisterà Egidia che ci racconterà il suo libro. Vi aspettiamo numerosi.
Non è un eroe né un martire, solo un ragazzo che credeva nei diritti umani. Eravamo lontani, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora. Come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso, ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passando il testimone. Restiamo Umani”.
Egidia Beretta Arrigoni

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da WWW.ASSOPACEPALESTINA.ORG
uno, due, mille Bab Al Shams, oggi è Al Manatir

Bab Al Shams

Centinaia di residenti di Burin, villaggio nei pressi di Nablus, in collaborazione con i comitati popolari e attivisti palestinesi, hanno costruito un nuovo villaggio sulle terre minacciate dalla confisca e sotto continuo attacco da parte di fanatici coloni ebrei israeliani dell’insediamento di Har Brakha
Gli hanno dato il nome di Al-Manatir, le capanne di pietra tradizionali costruite sui loro terreni agricoli, utilizzati come rifugio e ripostiglio.
Negli ultimi anni, il villaggio di Burin ha sofferto di frequenti attacchi dei coloni, sia da quelli di Har Brakha che da quelli di Yitzhar. Gli attivisti sottolineano che il loro obiettivo principale è quello di sostenere la presenza sul territorio, proteggere dalla confisca e affermare sul terreno i diritti dei residenti Burin alla loro terra.
Intanto gruppi di coloni di Har Brakha iniziato ad attaccare i palestinesi lanciandogli pietre. L’esercito, presente in grandi forze, ha sparato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i palestinesi, ma fino ad ora, non è stato in grado allontanare i palestinesi.
“Questa attività mette in evidenza l’assoluta necessità di promuovere e rafforzare la cultura di base di auto-difesa della nostra terra”, ha detto uno degli organizzatori. “Inoltre, l’azione mira a rimuovere i coloni e gli insediamenti di terra palestinese”, ha aggiunto.
Burin è un villaggio palestinese situato a 7 chilometri a sud-ovest della città di Nablus. Il villaggio di 2.500 abitanti su un area di 1.300 dunams. Terra e risorse idriche di Burin sono stati gradualmente ridotti dopo l’occupazione israeliana del 1967 a causa dell’ espropriazione delle terre per far posto a insediamenti israeliani e basi militari.
Dal 1982 più di 2.000 dunum di terra Burin sono stati dichiarati “terra di stato” dall’Amministrazione Civile Israeliana, e poi consegnato ai coloni di Har Brakha. Il paese è continuamente posto sotto attacco dei coloni, compreso l’uso di munizioni vere contro i residenti e l’incendio e la distruzione di proprietà e ulivi.
Lunga vita Al Manatir, libertà per la palestina.
http://www.assopacepalestina

qui sotto comunicato dei comitati popolari

Saturday, 2 February 2013
Palestinians Build Tents and Huts in Burin Village to Ward off Settlement Expansion Hundreds built the Manatir Neighborhood on the lands of the village, south-west of Nablus, which is routinely the target of settler attacks.
Activists establishing the neighborhood of al-Manatir in Burin Hundreds of Burin’s residents, together with Palestinian activists from across Palestine, established a new makeshift neighborhood of huts and tents in the village today, on lands threatened by confiscation by the adjacent Jewish-only settlement of Har Brakha.
The new neighborhood is named Al-Manatir, after the traditional stone huts Palstinians built in their agricultural lands, which were used as shelter for the watchmen of the fields.
In recent years, the village of Buring has suffered from frequent Settler attacks, launched from both the Har Brakha and the Yitzhar settlements. Activists stress that their main goal is to sustain presence on the land, as means of protecting it from confiscation and establishing the rights of Burin’s residents to their land.
Shortly after the structures were established, groups of settlers from Har Brakha started to convene in the area and attack the Palestinians by throwing stones at them. The army, present in large forces, shot tear-gas and stun grenades at the Palestinians, but as of yet, was not able to drive the residents away.
Media Contact: 0592400300
“This activity highlights the crucial need of enhancing and strengthening the culture of grassroots self-defense of our land”, said one of the organizers. “Furthermore, the action aims at removing settlers and settlements from Palestinian land”, she added.
Israeli settlements and land-grab in the Occupied Territory has recently been highlighted by a report submitted to the UN’s Human Rights Council’s by an independent Fact-Finding Mission on Israeli Settlements in the Occupied Palestinian Territory. The report called has called on Israel to halt all settlement activity and to ensure accountability for the violations of Palestinians’ human rights, resulting from the settlements. The report also called on all relevant international actors, private or state-connected, to take “all necessary steps” to ensure that they were respecting human rights, “including by terminating their business interests in the settlements”.
Burin is a Palestinian village in the Nablus District, located 7 kilometers south-west of the city of Nablus.  The village’s 2500 residents reside on approximately1300 dunams (320 acres, 130 hectares). Land and water resources of Burin have gradually been reduced since the 1967 Israeli occupation due to expropriation for Israeli settlements and military bases. Since 1982 more than 2,000 dunams of Burin’s land have been declared “state land” by the Israeli Civil Administration, and then handed over to the settlers of Har Brakha. The village suffers from ongoing settler attacks, including the use of live ammunition against residents and the burning and destruction of property and olive trees.

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percorso informativo sul tema PALESTINA BENE COMUNE
Relatori dell’associazione: Restiamo Umani con Vik

A tutte le organizzazioni degli studenti medi
Ai giovani che ne siano interessati
Alle Associazioni che sono interessate ad un percorso di Pace

Fato di bambini disperati in pianto a GazaQuella che proponiamo non è una lezione scolastica. Nessuno deve insegnare o imparare nulla. La conoscienza è solo una trasmissione di saperi e una rielaborazione personale di quanto scambiato.
Partendo da questo presupposto il gruppo Restiamo Umani con Vik (e per Vik s’intende Vik Utopia alias Vittorio Arrigoni, morto il 15 aprile 2011 assassinato a Gaza) vorrebbe portare la propria esperienza sulla Palestina, mettendola a disposizione di tutti, perché la Palestina diventi un bene comune da salvaguardare. Perché in questa terra martoriata confluiscono tutti gli accadimenti terribili di un conflitto, della mancanza di libertà e dei diritti umani, dell’apartheid, del razzismo, dell’ingiustizia che qui si presentano contemporaneamente nello stesso luogo e ai nostri tempi, come se nulla del passato ci avesse saputo insegnare.
Insomma la Palestina come metafora delle ingiustizie che si accaniscono in molte parti del mondo, una specie di laboratorio per tentare quella che in molti definiscono una pace impossibile, e se non proprio pace, almeno l’inizio di dialogo.
L’intento di questi incontri è l’informazione e il tentativo di mettere in guardia da strade facili e superficiali di conoscenza, che portano ad accettare luoghi comuni e manipolazioni mediatiche della sostanza reale dei fatti. Per parlare assieme di quello che succede OGGI appena fuori dalle nostre porte, fatti che coinvolgono direttamente noi e il nostro vivere.
La scuola diventa oggi uno strumento carente di senso critico, non tendente o non sufficientemente attrezzata a rapportare lo studente all’attualità della storia onde stimolare una vera partecipazione cognitiva ed emozionale nei confronti della complessa realtà che ci circonda. Purtroppo non basta studiarla la storia, leggere i quotidiani e sorbirsi i telegiornali, ma bisogna affrontare una propria strada analitica che porta a consultare varie fonti, anche contrapposte, e a formulare una propria idea e visione del mondo, autonoma, per saper affrontare la vita con mezzi cognitivi indipendenti e non ricorrendo a una cultura predigerita, premasticata e precostituita. Bisogna ritrovare il piacere e la curiosità del proprio sapere.
Il nostro intento è di stimolare delle domande e cercare assieme le parziali risposte, aiutati anche da persone che il dramma lo hanno vissuto direttamente. Parziali risposte perché molto spesso non esistono risposte assolute. Ogni essere umano vive la storia dal proprio punto di vista, condizionato dall’educazione e dall’ambiente in cui è immerso, dal vissuto e dalle paure che gli sono state insegnate e a cui è stato ed è esposto.
Parlare di Palestina porta a dislocare un conflitto in un territorio sconosciuto, di cui poco si sa e quel poco è frutto di luoghi comuni e di pregiudizi, creati a loro volta, molto spesso, della cattiva coscienza di una o più collettività e/o società.
Tutto questo non dovrebbe sottrarre umanità, ma bensì aggiungerla. Dovrebbe creare un territorio fertile per un dialogo possibile per consentire, se non a quelli delle vecchie generazioni che troppe ne hanno viste e vissute, ma ai giovani, una vera possibilità di condivisione di idee e di modalità operative, strumenti che alle precedenti generazioni figlie dell’ultima grande guerra non sempre sono stati concessi. Magari per scoprire cosa possiamo concretamente fare per la Palestina.
Nell’incontro vorremmo parlare di Vittorio Arrigoni, un giovane attivista per i diritti umani, del suo impegno e la sua corenza, in difesa di una popolazione vessata, i palestinesi di Gaza, carcere a cielo aperto, luogo di paura e di punizione quotidiana. Vorremmo parlare del suo esempio e di quello che ci ha lasciato anche con il suo sacrificio. Conoscere Vittorio e la sua umanità di fronte all’immensa tragedia di Piombo Fuso e della morte violenta di 1500 palestinesi in quei drammatici 21 giorni tra dicembre e gennaio 2008-2009. Lui lì, sotto le bombe, ci esortava a restare umani, malgrado l’assurdità e il dolore di quel conflitto.
Incontreremo attraverso alcuni video le problematiche di questo territorio, avremo modo di capire come alcuni giovani si ribellano alla cultura conflittuale, vedremo come interi villaggi scelgono la resistenza pacifica ottenendo qualche risultato sul piano del riconoscimento delle loro ragioni e dei loro diritti. Piccoli passi, certo. Noi non crediamo ai miracoli, ma al lavoro. Parleremo di tante associazioni israeliane che fanno da interposizione tra esercito e popolazione palestinese. Gruppi di madri che hanno perso i figli negli attentati o per azioni dell’IDF (Israel Defense Forces) che cercano di dialogare e di spianare le grandi difficoltà per dare voce agli oppressi.
Mostreremo video musicali sulla rinascita di una nuova cultura di pace e di impegno dei giovani nei territori occupati. Parleremo con ebrei e israeliani che ci racconteranno le loro difficoltà e i loro punti di vista e coinvolgeremo anche volontari italiani che hanno cooperato in Palestina per rendere possibile un dialogo o almeno per poter garantire alla parte più debole una possibilità di sopravvivenza.
Cercheremo nel dialogo di trovare risposta alle tante domande, per quanto sarà possibile, e impareremo assieme i percorsi più utili, rapportandoci con voi su un piano paritario, dove nulla sarà scontato e tutto diventerà una scoperta reciproca. Nel tentativo che un sogno di Pace possa trovare percorsi concreti di attuazione. Strade di solidarietà a chi soffre in Palestina come in ogni altra parte del mondo.
Perché la Palestina diventi un bene comune da conoscere e da apprezzare e un paese lontano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni, cercheremo di capire la sua storia e la sua cultura, la politica e la poesia come parte integrante di una popolazione che non vuole perdere la propria identità e che vuole ancora il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. Perché noi crediamo ancora ad una Palestina Libera, Laica e Democratica.
Usciremo da questo percorso più ricchi di valori e di idee da condividere. Per essere con le vittime di oggi, per non essere le vittime di domani.

 

 

 

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Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Avrebbe voluto partire, girare il mondo. Inutile chiedersi perché. Il viaggio ha sempre il fascino del viaggio. Era il suo sogno fin da ragazzino. Poi tutti i suoi libri. Ma la verità la sapevano tutti e nemmeno lui poteva tacerla. E non era per quel nome. Non era colpa dei suoi che avevano scelto di chiamarlo Cristoforo. Quanto si erano presi gioco di lui quand’era un bambino, per quel nome. Ora gli era diventato indifferente.
Già! era solo che non avrebbe più dovuto restare. Eppure lo sapeva che sarebbe potuto partire da lì e da qualsiasi altro posto, ma mai fuggire da sé. Era stata lei a costringerlo ad essere quello che era. Ci sono amori dai quali non si riesce ad uscire mai. E la vita è sempre ironica più della più fervida immaginazione: pensare che la loro canzone era stata Vagabondo.
E c’era anche quello. A cose serve a due innamorati una canzone? Ma ecco che serve dopo, a tenerti legato al ricordo, a non lasciarti andare. Non la poteva più ascoltare, quella canzone che in realtà non aveva nessun senso che costringerlo a rammentare. Certo tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. E’ facile essere ragionevoli. Cosa ci poteva fare? E continuava ad avere quell’inizio lì, davanti agli occhi. E come la rivedeva ne risentiva il profumo.
Era solo finita. Come finiscono tutte le storie. Senza neanche il coraggio delle spiegazioni. Ma cosa si può spiegare? Se l’amore viene meno. Se un altro amore nasce per uno che finisce. Gli sembrava di parlare della vita di un altro. E non era stato il tempo. Non era appassito. In lui non sarebbe mai appassito. Solo la sera prima, quella sera, che sembrava una delle tante, era stata appassionata. Si era mostrata gelosa. E poi maliziosa. Lei era sempre stata brava in quel ruolo. Quando è il momento ogni cosa pare ironia.
Torturava il biglietto che aveva già in tasca. Ormai era sgualcito. Primo scalo nel mondo reale. Ma anche il treno ritardava.

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