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Posts Tagged ‘nome’

tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

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tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

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tazzina di caffèL’aveva incontrata ai grandi magazzini. A volte si fanno strani incontri ai grandi magazzini. Teneva in mano un libro. Lui credeva che non se ne trovasse più una copia. Lo sfogliava ancora indecisa se ne era interessata. Non era stato per quello ma solo grazie a quello. Lui solitamente era deciso e se la sbrigava rapidamente. Lei abbassava lunghe ciglia. Lo ignorava con ostentazione. Si mostrava interessata solo a quello che leggeva. Lui si accorse come voleva quel libro, ma non in modo aggressivo o particolare. Forse avrebbe potuto continuare a farne a meno. Eppure doveva averlo notato. E sentire il suo sguardo accarezzarla lentamente ma completamente. Nei tacchi si ergeva con orgoglio anzi il suo orgoglio aumentava ed era visibile. Faticava a recuperare una scusa. Le disse di averlo letto e che non l’aveva trovato granché. Lei gli sorrise di un sorriso delicato e composto. Disse d’averlo perduto, ma che invece l’aveva trovato avvincente. Tanto che era indecisa. Lui cercò una scusa per recuperare sulla critica. Ci sono dei momenti… anche per leggere ogni cosa al suo posto. Non era granché, e lo sapeva. Come pretesto si prepose per offrirle un caffè: mentre ci pensa. Con garbo, per non dar troppo peso alla sua poca cautela, lei accettò l’invito. Quando gli disse di chiamarsi Lorena lui capì che avrebbe dovuto mandarlo a memoria quel nome. Gli occhi di lei glielo imponevano. Continuò a ripeterlo mentalmente. La conobbe meglio in macchina prima di lasciarla alla fermata dell’autobus. Lei aveva voluto così. Lui avrebbe voluto continuare e continuare a conoscerla meglio. Ora non né ricordava nemmeno il titolo, del libro.

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tazzina di caffèNon era stato molto diverso di come sarebbe stato se l’avesse pagata e gli aveva lasciato, dopo, dentro, quel senso vuoto di insoddisfazione; di vergogna e non solo quello. Aveva riserbo nel raccontarlo perché il giorno non è solo una notte pallida ma il suo rovescio e ci cambia. Ma ci sono cose che fai una volta perché credi di potertelo permettere e di riuscire a dimenticarle invece al mattino lei era ancora lì vicino, (in quel preciso caso) nello stesso cuscino. Lei che era solo un nome. Un nome, appunto, per la notte. E nemmeno quello. E una camera a poco prezzo. Tutto per il bisogno in una sera di non pensarci. E fuori una pioggia sottile, quasi nevischio, e un odore di gomma bruciata e un pallore senza luce. Lei, con le sue parole, che lo raccontava ridendo. Come se non gli bastasse già ripeterselo nella testa quando non ci sarebbe stato bisogno di parole, ma piuttosto di silenzio. E che cosa c’era poi da mostrare orgoglio? Nemmeno fosse lui. E anche in questo caso poi… parlava un italiano drammatico. Avrebbe voluto che non restasse nemmeno un capello sul cuscino. E ancora autostrada da fare. E nessuna scusa plausibile. Non sarebbe stato da lui. Ne era incapace. Con il dramma di una colazione, da consumarsi in fretta. E allora la borsa buttata distrattamente. Il viaggio che riprende. Lei che ripete che non ha nulla nemmeno per cambiarsi. Che sembra non capire. Che si interroga sui tempi del futuro. Alla radio davano Used Cars¹. Il paesaggio non aveva niente di epico sotto il cielo pesante e il viaggio sembrava non volere finire. Per fortuna che almeno aveva smesso la pioggia.


1] Bruce Spingsteen in Nebraska

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tazzina di caffèQuel nome lo trovava un nome insolitamente brutto. La trovava una ragazza particolarmente banale; avrebbe detto anonima. Eppure a guardarla non si poteva negare che fosse una donna attraente o meglio bella (i due termini non sono di per sé sinonimi). Proprietaria di una bellezza calma, consolante, tranquilla. I suoi occhi erano grandi e quieti. I capelli neri incorniciavano un viso di una rotondità non ordinaria e aggraziata. Era anche alta da lasciarsi guardare. Si trovò all’improvviso a pensare tutto questo: era una che stava sulle sue non perché diffidava degli altri; insomma, una persona appartata. Era il suo sorriso ad essere insapore accompagnato dal suono piano delle parole. A lui non era mai parsa poi così bella come quella mattina a seguito di un grave lutto. Fu scusandosi che si accorse di quel cambiamento e di come fosse in tutto donna. Si accomiatò sforzandosi a non girarsi. Il destino aveva detto che avrebbe incontrato l’amore, ma non avrebbe mai creduto si trattasse di un amore, per quanto frivolo, che aveva già incontrato così spesso. Le telefonò solo per tornare a scusarsi e per informarsi della sua salute. Non aveva mai sentito un pettegolezzo su lei ma si accorse solo dopo averlo detto di averglielo chiesto: “Non credi che ci si potrebbe vedere; una di queste volte”? Non gli rispose di no ma sembrava una cosa in cui non credeva troppo e comunque non aveva alcun entusiasmo nella voce. Lui si chiese se era il caso e poi, dopo alcuni giorni lenti, la richiamò; in fondo non aveva altro da perdere. Camminarono indietro nel loro passato. Poi lei salì come se niente avesse potuto cambiare niente. Lui non aveva ancora alcuna certezza, ma si accorse che era vero che nonostante il nome era tutta da mangiare.

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Si chiamava Antonio. Fin da bambino era diventato Toni o Totonno tra divergenze geografiche. Da ciò naturalmente, dandosi che era allora un soldo di cacio, senza fatica si era trovato ad essere per i primi Tonino e per quegli altri Titino. Il passo era diventato breve e, seppure qualcuno non avesse voluto cambiare le proprie abitudini ormai consolidate, in alcuni casi era divenuto Santo, in altri Totò, in altri ancora Antonino e infine, ma solo per la ragazza del momento, Antonello. Tra tutte quelle persone si sentiva perdersi e non sapeva chi essere. Non riconobbe la voce al telefono e si limitò a riferire: “Non sono in casa”.

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