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Posts Tagged ‘Non voglio crescere più’

franca1Michele. La vita è proprio solo frammenti. Michele! ma lui è un uomo. Perché dovrebbe accorgersi di me? Di una ragazza come me? Hai visto come lo guarda Enrica? E come lui la guarda? Ma lui le guarda tutte. E tutte lo guardano. Ma io sono solo una ragazza. Non ho conosciuto che ragazzi. Chissà come mi giudicherà? Sarei una pazza a chiederlo. Eppure ha pazienza. Ed è bello parlarci. In fondo mi sembra quasi di capirlo. E poi non è nulla. Sono solo io che mi invento le cose. Siamo solo colleghi. Amici. Niente di diverso. Mi fa sentire donna. Importante. Ha attenzioni per me. Quando parlo pare ascoltarmi. E lui è un uomo; non come me. Forse vorrei non esserci. In fondo non è la prima volta. Ma perché ci vengo? E perché con me? E’ che… Come facevo a dirgli di no? E poi perché? Sono solo fisime. Una volta come le altre. Semplicemente una volta ancora. In più. E’ in me se c’è qualcosa che non va. Forse è perché non so nemmeno io ancora cosa sono. Cosa voglio. Eppure cos’ho che va? E cos’ho che non va? Dai che lo sai. Un poco, lui, ti incuriosisce. Perché è di quel mondo che vorresti diventasse il tuo mondo. Degli altri infondo, non mi importa. Dei commenti. Certo che la cosa mi imbarazza. Vorrei che non fosse. Ma forse anche lui mi vede bella. Casa vuol dire essere bella? Cresci ragazzina. Le cose non vanno mai come vorresti. E’ tempo di lasciare i sogni. Prima che siano loro a lasciarti. Infondo hai lasciato tante cose. E prima di lasciarle non te lo sei chiesto. Sono solo cose. Dopo non sono che passato. Cosa rimane? E poi quali sogni? Cosa t’hanno dato; i sogni? Come bolle. Si son dissolti al mattino. Non ero pronta ad essere grande, allora; con lui. Non lo sono ancora. Quella paura. Non era quello che volevo. O forse non con lui. Certo che io la volevo, quella libertà. Era un prezzo troppo alto. Sentirsi soffocare e nemmeno sapere di cosa. Cosa dice?
Posso darti un bacio”?
Continua a guidare. Perché? Ti sembrano domande? Vorrei non l’avesse fatta. Sei proprio una stupida. Cosa ti aspetti? Rispondigli. Non serve. Lo capisce da solo. Perché dovrebbe fare differenza. Parla già il mio silenzio. Miodio, gl’occhi. Vorrei non glielo dicessero, gli occhi. Che non capisse che ormai lo voglio anch’io. In fondo che cos’è? Solo mostrarsi una stupida ragazzina? Che sarà mai? E poi sono di quelle domande. Lui la sa già la risposta. Forse le donne rispondono. Forse lui si aspetta… Non ha bisogno. Non aspetta. Gli anni passano anche per te, bella mia. Però sa un buon odore. Vorrei sentirmi le sue mani addosso. Devi esserti impazzita. Non può essere così; senza nemmeno una promessa. Quasi solo curiosità. Spero finisca subito. E ha quel distacco. Quasi una indifferenza. Se non fosse lui me ne sentirei colpita, offesa. Che senso ha un bacio che non è un bacio. Un bacio come questo. E’ solo cercarsi le labbra. Frugare distrattamente nell’altro, pensando ad altro. Vorrei fuggire. Essere adulti è essere uguali. Non può essere imbarazzato. Sono io, quella. Scusami, conosco solo un ragazzo. Ma non era diverso. E non lo conosco più, quel ragazzo. Non so nemmeno se lo conoscevo. Non lo voglio ricordare. Nemmeno ha più un nome. Era tutto sbagliato. E’ stato meglio così. Non mi va di pensarci. Hai ragione, Michele: era tronfio con la sua divisa. E con quella sua aria. La sua arroganza. Un piccolo padreterno. Ad aspettare fuori. Eppure non lo dovresti dire. Non tu. Forse tu non puoi sapere cos’è essere ragazzi; giovani. Tu sei di un’altra generazione. Forse gli uomini sono uomini così. E che il mondo gli aspetti; gli uomini. Eppure mi sono sentita distaccata. Come se non mi appartenesse. Come fosse un’altra. Ti prego, metti in moto. Torniamo. Mi sento confusa. Non sono nemmeno riuscita ad abbandonarmi, tra le sue braccia. Che si sia accorto che ero imbarazzata? In fondo non lo può sapere che per me è importante. Ma è importante; veramente? Non è stato diverso dalle altre volte.
Per te cosa vuol dire”?
Gli devo essere sembrata proprio una sciocca. Ti sembrano domande da fare? Eppure vorrei che mi rispondesse. Mi imbarazza questo silenzio. E questa strada che sembra non finire mai. E vorrei essere già a casa. Che senso ha tutto questo? Ma domani è un altro giorno. Ci si ritrova come sempre. Ci si ritrova in ufficio. Sarà un giorno come un altro. In fondo che cos’è un bacio? Un semplice bacio? Le cose le complico io. Cosa può essere per uno come lui? Non molto più di nulla. Certo che era una domanda proprio stupida. Tanto per farsi riconoscere. E lui è un uomo, e un uomo sposato. Meglio così. Almeno resta niente. E mi sento più libera. Non ho nemmeno il dubbio per sognare. Pare così sicuro di sé. Dovrei sentirmi in colpa? Però avrei creduto fosse più bello. In fondo non è stato che un bacio. Uno stupido bacio. Anche distratto. Frettoloso. Senza trasporto. Forse curiosità di sapere se sapevo baciare. Ma cos’è un bacio? Io non so se so baciare. L’ho mai imparato veramente a fare? In fondo non mi ha dato niente. Eppure lo avrei pensato migliore. Credo ci possa essere di più. E questa strada non è che una stupida strada. Ma non si può continuare a baciare cercando di trovare il bacio. Quello che ti fa sognare. E forse le cose sono solo così. E un bacio non è nient’altro che un bacio. Ma dev’essere bello fidarsi della sua fiducia. Sentirsi sicure. Perché lui è sicuro. Eppure, in quel momento, non lo sembrava. Sembrava anche lui come lui. Quasi come me. E’ solo un attimo. Quasi senza sapore. Eppure tutto questo silenzio. Il frastuono di questo silenzio. Non sono certa di capire i suoi gusti. Forse è solo che non sono il suo tipo. Lui è così maturo. Io non lo sarò mai. Io con le mie stupide letture. Il mondo è reale. E’ quello che ti trovi davanti. E’ quello che ti mettono di fronte. Non so se sono mai stata quella ragazzina. Non ci voglio pensare. E non mi posso legare, come non lo potevo fare. Niente torna indietro. Ho bisogno ancora di vita. Però vorrei che mi dicesse una cosa carina. Anche solo almeno: ci vediamo domani? Certo che ci si vede. Ci si vede tutti i giorni; stupida.

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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