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Posts Tagged ‘nostalgia’

Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

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Quante volte quel ragazzo che sono stato ha guardato fuori dalla finestra cantando le parole di questa canzone e ha creduto di vederti? E quante volte ha ingoiato la prima strofa proprio per non vedere la tua figura allontanarsi? Tante volte. Troppe? Mai abbastanza. Avrei dovuto farlo con te e farti sentire bene le parole e le emozioni che mi provocavano. Ma le emozioni mi esplodevano dentro e lì restavano. Erano solo mie, come lo sono tutte le emozioni. Le puoi anche raccontare, se non ne hai pudore, ma non le puoi sputare fuori e mostrare. E scusami se non avevo capito prima di perderti quando male faceva perderti; non vederti tornare. Quanto stupido sono stato, e quanto testardo sono stato di quella stupidità, quasi orgoglioso. Tu non lo potevi sapere. Non sapevi quello che ora sai. Goditi ancora queste parole che ti dedico e dedico con te a tutte le donne, e a tutti gli innamorati augurando anche che un momento sfortunato non li perseguiti troppo. Se è bello essere innamorati e più bello quando si è ricambiati.
Quando il vento dell’est mi porterà
il profumo dei capelli suoi,
io guarderò verso il vento dell’est
e mi ricorderò che lei è andata di là.
Quando il vento dell’est si fermerà
e la neve verrà a posarsi su noi,
se sarà lì con te, fa’ che non pianga mai,
che non abbia mai freddo e che non soffra mai più…
e fa’ che i suoi capelli siano sempre più lunghi
perché solo così è più bella che mai.
Quando il vento dell’est mi porterà
il profumo dei capelli suoi…..
…………..(Strumentale)………….
e fa’ che i suoi capelli siano sempre più lunghi
perché solo così è più bella che mai.
Io piangerò e guarderò
verso il vento dell’est per vederla tornar.

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Michele pensa che non c’è niente di più bello della sua città, Venezia, in quel mese. I colori tenui che si sfumano in un’unica malinconia. Il sussurro sottile e lento delle onde sulle rive. Quella veduta dal lido piena di trasparenze. Quel panorama fatto solo di riflessi. Pensa che è appena arrivato e già deve partire. Vorrebbe solo non avere quei pensieri. Nessun pensiero. E guarda lei e pensa che non c’è niente di più bello del suo viso. E della sua voce. E delle sue parole. China gli occhi. Quello che le vuole dire non vorrebbe sentirlo. Gli pesa già prima di uscire. Tiene in mano le foto. Sono foto in bianco e nero. Di quella gita. Anche lì è bella come sempre. Lui non c’era ma è come se ci fosse stato. Le avevano scattate per lui. Sa che quelle parole sono inutili. Sa che si stanno perdendo. Il dolore è tutto lì: in quella partenza. Le dice perché non ne può fare a meno. Fin dall’inizio non voleva regalarle solo quell’attesa. Era stato tutto così difficile, per quello. Ma era stato tutto così facile. Mentre le dice addio non può guardarla. Lei gli risponde che lo aspetterà. Le sue parole sono quelle della sua testardaggine. E’ quello che lei ha sempre cercato di mostrare. Sono quelle di chi non riesce ad essere quella che vorrebbe essere. Suona difficile anche la sua voce. Forse lo sanno che saranno proprio le ultime. Quelle che restano non potranno che scriverle. Lui non tornerà. Non tornerà per lei. E’ ancora più bella con il vento che le spettina i capelli. Ed è difficile trattenere il pianto.
Rossana guarda il suo ragazzo uomo. Lo guarda come non lo avesse mai visto. E’ curiosa di lui e ricca di lui. Vorrebbe chiudergli la bocca. A cosa serve? Non è la prima volta che quello stupido… sa di non poter vivere senza di lui. Eppure è ancora solo un ragazza. Non pensava che amare fosse così dolce. Né così straziante. Né così complicato. Lei non ha paura di lui, lo sa. Lei ha paura di quello che prova. Dell’emozione. Cerca la mano che lui ritrae. Vorrebbe dargli la forza che non ha. E’ stato tutto difficile. E’ tutto così difficile. E’ sicura che ci riuscirà. Non vuole avere nessun dubbio. Ma sente che lui si allontana. Si volge è là. Allora è lei che si sta allontanando. Non può essere così. Se c’è un senso nella vita è quello il senso. Ha ancora le scarpe piene di sabbia. E le piace guardarlo mentre il vento ne spettina i capelli. Per un attimo perde il pudore dei proprio sentimenti. In quell’attimo può essere donna. Poi torna subito fragile e ragazza. Non vuole guardare l’orologio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Che non arrivasse mai la motonave. E il momento di tornare a casa. In quel momento il suo posto è solo lì. E’ vicino a lui. Non può crederlo che non la voglia più. Come un groppo le prende la gola. Sa che non è vero. Sa che lui lo fa per lei. Solo perché non può rimanere. Vorrebbe gridargli di abbracciarla.
Non c’è niente di più bello della loro città, Venezia, nel mese di ottobre. Amano entrambi quella città è i suoi pettegolezzi. E’ un peccato che dopo arrivi sempre novembre.

Veduta della chiesa della salute a Venezia

Per la verità la foto l’ho scattata proprio in un altro novembre.

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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