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Posts Tagged ‘occasione’

Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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La pagina di aprile di un calendarioSe qualche ora vi sembra troppo provateci voi a starvene con le balle per aria quattro giorni al mare. E mentre c’è il giro d’Italia. C’è poco da fare, non lo sopporto più il mare. Un trasloco in piena regola. La ragazzina che frigna per tutto il viaggio. Odore di caldo e di gomma bruciata. L’estate improvvisa che poi va e viene. La sabbia che s’infila dappertutto e non si riesce nemmeno a leggere in pace la rosa. Quelli che prendono sul serio persino la partita di pallavolo. Una pozza d’acqua piatta che non finisce fatta di piscia e i soliti protagonisti. Ormai ci si conosce tutti e col tempo le facce mica migliorano. Nel fondo della scena, distante, una petroliera. Svanisce nell’orizzonte, la petroliera. Si scioglie contro il cielo. E ho dimenticato pure la schiuma da barba. E già mi manca Irene, la mia amica di chat. Con lei ne diciamo tante. Non sa proprio dove stia il pudore. Mi sa che le cose cercano di avvertire le persone. Cosa possono farci se quelle non le ascoltano?
Inutile mentirselo, a volte ho proprio pensieri fighi. Non so come mi vengono, ma mi vengono così. Anche mentre sto pensando ad altro. E d’altronde se non mi nascondo nella testa, io che ce l’ho, come farei a fuggire da questa noia. La cosa più emozionante è infilare la cicca nella sabbia. Io che cerco l’ombra e lei assetata di sole. Che poi ho sentito che non fa nemmeno bene. Le donne ne hanno proprio la smania. Marta con la sua mania dell’abbronzature e le sue creme. Odio anche spalmarle la crema che mi restano tutte le mani unte. E se cerco un po’ di gentilezza rischio che mi manda. Certo che a guardarsi in giro c’è anche un bel vedere, capita, e mi tocca guardare, caspita, e non guardare per non sentirla brontolare “Ma cosa guardi”? Certo che il mare era un’altra cosa una volta; senza la carceriera. Erano uno spasso le nostre gare di rutti. La sera era patatine fritte, wurstel e disco. E più di qualche drink. Il bagno di notte. E’ emozionate è mare sporcato di luna. Le avventure col pattino. Nelle cabine vuote. Ma forse anch’io ero un altro allora.
E poi diciamola tutta, era anche allora così bello solo nei racconti. Va bene per quelli a cui piace leggere. Ai pigri e agli sfaccendati. Per togliersi i bambini dai coglioni. Quelli, i bambini, al mare ci sguazzano. Sembra che la sabbia gli faccia sesso. Persino se la mangiano, la sabbia. A me manca la briscola. E Gualtiero e Ribecco. Insomma, gli amici. E’ stata utile solo per rimandare quei lavoretti che doveva fare in casa. Lavoro da uomini, li chiama Marta. Quali sono quelli da donne? Stronzate. E’ che da nessuna parte te ne vai. E’ come se rimanessi sempre allo stesso posto. Come se fosse questo stupido mare a raggiungerti in casa. Luana è sui manifesti ma anche lì sembra tale e quale quella Mariarosa. Perché i colpi di culo capitano solo agli altri? Invece dell’originale per la mia officina ci passa la copia e non è la stessa cosa. Non dico che… ma già il nome. E arriva con colpevole ritardo; inopportuno. Che a ben vedere s’è mai vista una donna puntuale? Marta è sempre stata in ritardo persino con le sue cose. Ogni mese un’ansia. Solo al matrimonio era là, prima che aprissero la porta, impaziente. Questa è un’altra di quelle cose che ti dovrebbero far pensare.
E poi da dove vengono questi barboni di negri? dal mare. Almeno si lavassero, bisognerebbe asfaltarlo. Potrei proporlo. Nel lettino nuoto già nella pozza del mio sudore. Ma è giusto fare agosto che non è ancora giugno? Meglio stendersi sulla sabbia. Sento come un buco alla pancia. Mi volto e cerco di rilassarmi. Quella bionda se la tira un po’ troppo, ma non è per niente male. Eccone un altro con le collanine. Aspetto che lei si giri. S’è accorta, la troia, che me la sto a guardare. A rimirare. Con questo mia fare indifferente. Sono un artista. E mi fa aspettare e penare. E poi si gira apposta per farmele ammirare. Cioè si alza ma solo un po’. Quelle dondolano dolcemente. Ne ha un paio belle sode proprio da competizione. Lo dico sempre a Marta perché non lo togli ma in fondo preferisco guardare quelle delle altre. Rubare l’immagine, come mi piace dire. Tanto le sue le conosco già e fin troppo bene. Magari non così troppo che non è mai abbastanza, ma lei è mia moglie. E se ci penso è anche meglio che me le guardi solo io. Che quando le guardo, come alla bionda, ma a lei le debbo solo sbirciare, mica solo le guardo. Se ne avessi io un paio del genere saprei che farne.
Devo girarmi ancora sulla sabbia calda e cercare di distrarmi perché altrimenti mi partono le fantasie. E lo pezzente non vuole togliersi dalle balle. Ma cos’hanno al posto del cervello ‘sti stronzi colorati? Non puoi startene in pace nemmeno qui. Insistenti come ai semafori. Non demordono nemmeno se li mandi insieme alla mamma. Avrei io qualche idea su come fare. Finisce che mi toglie il gusto per la bionda. Perché così mi distrae. E mi fa ombra; il maledetto. Perché Luana sarà anche la mia calendarietta preferita, ma in fondo quando sono vere è meglio. La ciccia è bella quand’è ciccia, mica li capisco gli stupidi che sanno apprezzare solo se sono stampate o in tele. Che nelle foto mi sistemano come vogliono. Le truccano e son tutte dive. Gli mettono i cerotti e gliele tirano su. Io le so queste cose. Poi le vedi… Mi alzo e le dico che vado a prendermi un chinotto, il sapore salato del mare mi fa sete e questo è proprio vero, intanto le passo vicino e quella sorride.
Aspetto un po’, anche troppo per i miei gusti, ma la bionda non si fa vedere. Il chinotto ha la stessa temperatura del tè e lo stesso gusto di quella piscia. E io ho di nuova la stessa bocca di merda. Mi viene su anche la parmigiana. Forse anche quella Luana è di Parma. Me la vedo come una di Parma. Da tortellini e dammi qua bel maschione. Una che con le tette ti fa toccare il paradiso. E lei le ha giuste per farti sbiellare. Mica ha bisogno dei cerotti, si vede. Il posto più giusto nella spiaggia è in prossimità delle docce. Con la scusa di sciacquarsi dalla sabbia e dal sudore le donne ti fanno vedere e non vedere. E’ il più bel vedere. Fanno le contorsioni per mostrarsi. E mostrano quello che vogliono. Poi, vigliacche te lo nascondono. Sonno come farti penare, e soffrire. Sanno che l’uomo così desidera anche di più. E’ sempre il frutto più in alto dei rami. Sono fatte così le donne, gli piace farsi guardare. Fare andar via di testa gli uomini. E sanno l’arte del fingere di non volerlo fare. E’ una questione di allenamento, l’hanno affinato in tutti questi secoli. Sono delle gran porche, le donne.
Certo però che la donna è una gran bella invenzione. Beh! non tutte ma abbastanza. Perché è anche vero che la carne è carne, ma qualcuna farebbe anche meglio a starsene a casa. Perché la spiaggia non mente. Anche la carne mica è tutta uguale, c’è il filetto e la trippa. Magari potrebbe scegliere la montagna che quella, alla sua età, ha poco da mostrare e quello è proprio scadente. Ma aspetto la seconda della fila. Ha occhi che ti guardano diritto dentro al costume. Con quella scusa si infila la mano sotto la coppa a insaponarsi la tetta. E’ lascivia pura, meglio che in quei film. Ché l’ultimo che mi ha passato Lorenzo era una vera fregata. Si vede quasi di meglio alla televisione. Soprattutto dopo la mezzanotte. Lei invece, la bagnante, anzi la docciante, è una vera figata. Piccolina è piccolina ma ha ogni cosa al posto giusto. E come si lava con cura dentro le mutandine. Non dovessi tornare me ne resterei qui in eterno, ma… ancora un altro po’. Qui va a finire che mi scappa un solitario e devo andarmene in cabina.
E la piccolina ammicca, forse s’è accorta che ho del movimento nel costume. Gira la testa. Fa la sdegnata. Sono così le donne. So che le dà gusto, ma deve fare quella faccia. Secondo me è una grande porcona. Ma perché le avventure al mare capitano solo agli altri. Fingo anch’io l’indifferenza e quella è già andata. Non la vedo più. Magari è tornata dal marito. E il cornuto se ne stava tranquillo a scottarsi al sole. Una così è meglio non mandarla in giro da sola. Almeno farla accompagnare dai carabinieri. Ma poi anche quelli dell’arma ce l’hanno nei pantaloni. Non c’è verso di stare tranquillo con una così. Se non li hai sei sicuro che prima o poi arriveranno. Come in quel film con le autostoppiste. Ma se una è bella è bella; non c’è niente da fare. E la bellezza è sintomo di porcaggine.
Per quanto guardi intorno… sparita. Magari era venuta con l’amico, o con un marito, o con chi cazzo vuole. Anche questa è una cosa di cattivo gusto: le donne al mare ci dovrebbero venire da sole. E in età da mare. Certo che allora sì che venire al mare sarebbe una completa goduria. Ma senza la Marta. Perché per quanto ha le sue parole crociate quella è sempre lì che controlla. Non posso nemmeno rifarmi gli occhi. Sono strane e stronze, le donne. Hanno la mania di questo è mio e quello è tuo. Poi se la fanno col prima. E’ tutto suo, delle donne, e loro sono di tutti. Certo Marta non è così, ma è raro trovarne. Che poi io quasi quasi la preferirei colà, che mi lasciasse un po’ di respiro. Magari i manifesti dicono che la Luana è in qualche locale. Se Marta mi lasciasse un po’ di spazio ci andrei di corsa. Ma al mare come faccio a trovare una scusa per tagliare, e lasciarla da solo in camper. Lei e la mostriciattola.
E poi ormai è iniziata la mia personale classifica. Il mare non ti dà altro. Non mi possono togliere anche questo. Due se ne vanno per mano vicino riva. Senza pudore. Come una coppia vera. Gli uomini hanno sempre fantasia per le lesbiche. E’ il segno di quello che non puoi. Ma magari piacerebbe anche a loro. Come possono dirlo? Bisognerebbe farglielo provare. Do un punteggio ad ognuna e conto su quella con il costume nero. E’ molto alta. E’ veramente striminzito, il due pezzi. Tanto vale starsene senza. Mi sembrerebbe un consiglio ragionevole. Che le si infila da per tutto. Sono sicuro che sarà lei ad essere eletta la miss doccia del giorno. So ben io cosa ci farei. Ho pensato: è meglio che me ne torni. Rischio di fare un macello. Certo che troverei da fare bene, ma con moglie al seguito si deve rinunciare a tutto. Meglio starsene a casa. Non le ho nemmeno chiesto se voleva che le portassi qualcosa. Che vada a farsi fottere. E’ lei la causa di tutte le mie disgrazie. Lo sapevo, non mi dovevo sposare. Io sono fatto per stare libero. Per una volta e via. Non sarà mica un caso se hanno pensato di chiamarmi Romeo. Ma Marta è Marta, è una donna, è solo una moglie, non ha fantasia. Io a volte c’è le avrei anche delle fantasie… poi mi trovo di fronte lei. E mi passano. A chi non passerebbero con una che ti chiama Ciccio? Mi sa che faccio meglio a passare per l’edicola. Così vedo chi è la star di questo mese. Ma io resterò sempre fedele alla mia Luana.

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La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

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L’argomento comincia a diventare noioso. A non trovare niente di nuovo. E’ quando succede a te all’ora sembra diverso. Certo la realtà ha una fantasia senza limiti né paragoni, ma a volte ha anche una sua scontata monotonia. Ci sono quelli che si trovano proprietari di una casa senza sapere chi l’ha pagata. E chi si trova sulla sedia un paio di pantaloni che non ha mai comprato e non sono della sua misura. Stenti a credere alle cose ma soprattutto sono le giustificazioni, quelle spiegazioni a lasciare allibiti. Di questo se n’è parlato e temo se ne parlerà. Questa è la trascrizione della surreale conversazione che ho ricostruito dalla testimonianza di un lui e una lei di cui qui preferisco tacere i nomi ma che hanno trovato eco persino in letteratura. Delle loro reazioni e dei loro pensieri non vi è alcun modo di essere certi, e non è qui sicuramente il caso di formulare ipotesi o di scegliere una parte nella quale schierarsi. Naturalmente il nome Alessandro è puramente fittizio e ho preferito evitare i commenti. Che poi è sempre l’occasione che fa l’uomo ladro; o la donna, ladra. Insomma la prima voce al telefono è quella di un maschio adulto con la sua compagna di una vita.
Ero in pena perché non riuscivo a parlarti”.
E’ che quando sei per mare non sempre c’è copertura”.
Come stai? Com’è andata”?
Bene. Direi bene. Scusami ma m’è entrato un moscerino in un occhio. Non ho molto da raccontare. Ti dirò quando ci vediamo. Ah! sì. Preferisco dirtelo prima che lo sappia da qualcuno. E’ andato tutto bene ma è successa una cosa che forse non doveva succedere e forse non vorrei fosse successa. E’ che non si può pensare a tutto. A proposito l’ultima volta ho lasciato da te i miei orecchini di corallo”?
No! ma raccontami”.
Non so proprio dove posso averli lasciati. Ah! che stupida, me n’ero scorata: li ho prestati ad Arianna. Debbo ricordarmi di farmeli ridare. Insomma non so se dirtelo. E come dirtelo. Forse sarebbe meglio rimandare. Ma te lo dico lo stesso”.
Che sarà mai”?
Non mi chiedi com’è andata? Già! è da te. E dopo non dire che non ti avevo avvertito. Che le cose non te le dico. Siamo arrivati ieri. Sto ancora disfacendo i bagagli. Non puoi nemmeno immaginare come sono presa. Ho i capelli che non vogliono sentire ragione. Mi dovresti vedere. Anzi è meglio che non mi puoi vedere. E’ andato tutto bene. Anzi quasi tutto bene. Potrei anche dire bene se non fosse… ma dimmi che non ti arrabbi. Ma poi perché dovresti? E’ che con Alessandro, ti ricordi Alessandro, quel mio amico di cui ti avevo parlato? certo che te lo ricordi, quello che era stato così carino da invitarci. A proposito è qui e ti saluta. Stai tranquillo. Non può sentirmi. Altrimenti non sarei qui a dirtelo. Insomma, tra noi, c’è stato qualcosa. Niente di importante. Niente di grave ma qualcosa c’è stato. Scusa, vengo subito. Un attimo. E sai che io ti ho sempre detto tutto”.
Cosa intendi per qualcosa”?
E’ che tu non sei potuto venire. Sai che quel paio di chili. Avevo ragione io. Stavo veramente bene in costume. Dovevi vedermi. Anche se era quello dell’anno scorso. Dammi un attimo che gli dico che intanto può andare avanti. Altrimenti sta qui fuori ad aspettare e mi mette ansia. Per me va bene qualsiasi cosa. Meglio analcolica”.
Scusami, venire in che senso? Mi sembra che di questo ne avevamo già parlato”.
Non è colpa mia se il cellulare non prende. Ti avrei chiamato è solo che siamo sempre stati al largo. Te l’avevo detto che ci aveva invitato in crociera. Insomma non puoi dirmi che non ti ricordi perché è cosa di questi giorni. Lo sai che sono dovuta partire da sola. Senza te. In crociera”.
Mi ricordo, ma per cortesia non cominciare dalla creazione dell’uomo. Anche di questo ne avevamo parlato. Sbaglio”?
Fammi dire. Non mettermi ansia. Non è colpa mia se non sei venuto”.
Non è colpa mia se non ho potuto; per lavoro”.
Ogni scusa è buona. Comunque… insomma… ormai non potevo dire di no”.
Sembra una sillaba che ti riesce difficile; soprattutto ultimamente. E in certi casi. Comunque cosa c’entra adesso”?
Comunque mica è colpa mia se all’ultimo ti tiri indietro. E ora che la frittata è fatta è inutile cioè per farla bisogna pur rompere le uova o qualcosa del genere. Cosa posso farci io se ti hai sempre problemi? E li hai sempre all’ultimo minuto”.
Magari mi basta un perché. Non credo ci sia poi troppo da spiegare. E forse meno si dice meglio è”.
Voglio che tu sappia. Voglio dirti tutto. Non voglio che ti metta strane idee in testa. E’ una cosa che non c’è. Cioè come. Ti ripeto che non è colpa mia se all’ultimo Carlo e Arianna non sono potuti venire. Proprio come te. E nemmeno Ettore ed Emilia. Hai notato che hanno le iniziali uguali? Non ci avevo mai fatto caso. Ti avevo avvertito”.
Ricordo anche questo. Ti ho chiesto se c’era solo Alessandro. E se ti pareva il caso”.
Vedi come succedono le cose? E poi non dire che non ti avevo avvertito”.
Vedo. Finisce che la colpa è mia”.
Non dico questo. Ma forse un po’. E nemmeno me ne puoi fare una colpa. Tu non mi puoi lasciare sempre sola. Ti ricordi di me solo quando ti fa comodo. A fare gli eterni fidanzatini. Che comincio a non averne più nemmeno tanto l’età. E’ così che poi le cose succedono”.
Scusami. Cerco di stare calmo. In che film siamo”?
Cosa vuoi dire con questo? Vuoi forse toglierti da ogni responsabilità”?
Ti avevo chiesto e mi avevi detto: non sarai mica geloso, per caso? E’ solo un amico. Un vecchio amico. Non era per gelosia. Non sono mai stato geloso. E che tutto ha un limite”.
Certo, un amico. E da amico si è comportato. E cosa vuoi dire: che dovevo rinunciare anche io; solo perché tu non potevi”?
Non so come lo chiami tu. Forse per te. Non certo con me”.
Non mi interrompere. Se parli così sei ingeneroso. Non sai cosa vuol dire essere soli in mezzo al mare. Tutta quell’acqua che ti circonda. Il sole. Il senso di libertà. E’ stato fin troppo carino”.
Se me lo passi lo ringrazio”.
Adesso non c’è. Meglio così. Meglio non lo fai. Meglio che non sappia che sai. Che te l’ho detto. Magari ci resta male. E poi, ne sono certa, lo prende per uno scherzo; o che ne so. Credo che anche lui gli dia solo l’importanza che ha. Cioè niente. Comunque non è nemmeno colpa sua”.
Di cosa stiamo parlando? Possiamo anche non parlarne. Lasciare passare del tempo. Ma se non vuoi parlare vorrei capire di chi o di cosa”.
Cerca di stare calmo. Non ho nulla da nascondere. E non lo voglio. Cerca di capire. Sono io che ti ho detto che ti volevo spiegare”.
Ci provo”.
Lui non mi ha nemmeno sfiorata con un dito. Qualche complimento e nulla di più. Almeno fino a quella sera. Vediamo saranno passati due giorni. Forse anche tre. Nel senso da quando siamo partiti cioè siamo salpati perché col comandante devi stare attenta a come parli”.
Sento che sie diventata ironica. Deve essere stata propria dura. Eroica, direi. L’eroica resistenza dei nostri due eroi davanti”…
Non fare tu dell’ironia. Non è il caso. Non la merito. E nemmeno lui. E non mi interrompere altrimenti come faccio a raccontare”?
Non ho parole”.
E mica l’abbiamo fatto apposta. Mica siamo andati in cerca. Giudica tu. Adesso ti dico tutto per filo e per segno. Puoi giudicare da solo. Si era lì. Era l’ora di cena. Ricordo che era l’imbrunire. Un magnifico tramonto. Col sole laggiù che cominciava ad annegare sulla riva dell’orizzonte. Questo l’ha detto lui. E’ un po’ un poeta. Mi è proprio piaciuta. Dovevo vederlo. Ma insomma avevo fatto la brava. Mi ero rimessa il reggiseno. Perché tanto più in barca finché c’è solo il sole va preso proprio tutto. E mi ero appena fatta la doccia. Un altro bicchiere. Allungo la mano e mi scende una spallina. Non te l’avevo forse detto che avevo bisogno di un costume nuovo. Stai sempre a guardare gli spiccioli. Vedi poi cosa succede? Mi è sgusciata fuori. Mi esce la tetta proprio in quel momento. Davanti a lui. Certo che non era una novità. Le aveva già viste. I suoi occhi però parevano non averle mai viste”.
Cerco di capire cosa vuoi dire. E’ colpa del costume, ho capito”?
Non dico quello; scemo. Sai come sono quegli occhi di voi uomini? E’ che si è sentito in dovere di farmi un complimento. Ma una cosa molto carina. Priva di volgarità. Che a noi donne piace. Senza malizia. Tipo: “sai che hai proprio un gran bel paio di tette; te l’avevo mai detto?” Io gli dico di no, che non me l’aveva mai detto. Forse me l’aveva già detto, ma non in quel modo. E poi non sto lì sempre a controllare le parole. E poi mi sembrava giusto così. E mi sembrava giusto fargli un complimento anche da parte mia. Solo non capivo perché se n’era accorto solo in quel momento. Ma questo non c’entra. Mica gli ho detto chissà che cosa. Mi sono limitata ad ammettere che nemmeno lui era male. Il senso era questo. Forse gli ho detto che anche lui era proprio un bel fisico. Forse ho detto un bel figo. Non ricordo le parole giuste. Il senso era quello. Non cambia. Insomma quelle cose lì che si dicono. Di solito si finisce a ridere”.
Di solito. E questa volta? Se non è stato lui, non sei stata tu, allora di chi è la colpa? Eravate solo voi”.
Non saltare subito alle conclusioni. Si può dire che non c’è. La colpa. La colpa. In un certo modo. Comunque forse delle cose. E poi non è stato allora. Comunque ci arrivo. Se mi lasci parlare magari capisci. Mi sarei anche ricomposta. Avrei tirato su quella maledetta bretella. Ma proprio perché era come tu hai detto. Ho pensato che eravamo solo noi due. Che ormai e che tanto lui me le aveva già viste. Non era la prima volta. E non cambiava nulla. Non avevamo nulla di che imbarazzarci”.
Scusami, quando ti aveva già vista”?
Scusami, adesso non pensare. Lo so come sei. Quei giorni. Non dire che non te l’ho detto. Quei giorni avevamo preso il sole. D’altronde anch’io l’avevo già visto. E’ stato per quello che gli ho detto che non c’era nessun problema. Che poteva mettersi comodo anche lui. L’ho detto senza nessun scopo. Eppure lo sai che non sono tipo da dire a vanvera. E’ anche che in crociera è diverso. E poi c’era solo mare e sole. Chi ci poteva vedere? Che poi al telefono queste cose sono anche più difficile da spiegare. Magari ti fai un idea sbagliata. Maledetta me. La fretta di dirti tutto. Ma mica è stata una cosa importante”.
Non te l’ho messa io”.
Non è colpa mia. Non ci avevo mai fatto caso prima. E’ che non so provare malizia. Non puoi farmene una colpa. Non ci crederai ma non è per niente male. Voglio dire Alessandro. Voglio dire quand’è nudo. Ma non saltare subito alle conclusioni. Non è per quello. Non sarebbe successo nulla. E’ che quando si mettono le cose non ci puoi fare nulla. Credo sia così. Ce ne stavamo buoni che più buoni ti dico. M’è scappata solo una mezza parolina ma niente. Solo un attimo che lui si sentisse orgoglioso”.
Ti prego”…
Non mi interrompere. Fammi finire che perdo il filo. Come ti dicevo ce ne stavamo buoni buoni. Tutto sarebbe finito lì. Come vedi nessuna cattiveria. Guardavamo il sole. Non fosse che in quel momento è passato un delfino. L’hai mai visto un delfino nel mare? E’ un’animale splendido. Stavo per dire un pesce ma Alessandro m’ha detto che non è un pesce. Dov’ero? Lo vedo e resto a bocca aperta. Forse m’ha preso di soprassalto, ma lui era attento. Solo che c’è stato un refolo di vento. Il boma, o che cavolo ne so cosa si chiama quella stanga della vela che in barca ogni cosa ha un nome assurdo che non la puoi chiamare in modo normale, l’ha colpito. Lui aveva il braccio sulla mia spalla. E la coppa in mano. Dal colpo ha versato un po’ di champagne. Poca roba. Insomma m’è colato sul seno, ma anche sulle mutandine. Poca roba, ti dico. A questo punto non sono sicura. Forse è stato perché ha cercato di salvare il salvabile leccandomelo via. Forse è stato perché ho tolto le mutandine bagnate, ma non credo. Non gli avrebbe fatto quell’effetto. Non avrebbe dovuto fargli nessun effetto. Sarà stato per il colpo ricevuto. Sarà stato perché avevo ancora la bocca aperta dell’emozione”.
E allora”?
E’ stato un attimo. Nemmeno ce ne siamo accorti. Ci siamo trovati con la bocca nella bocca. Credo fosse anche per il sole che avevo preso. Non mi sono resa conto più di nulla. Credo anche lui. Non mi sono più ricordata dov’ero e con chi. Era come se lui fossi tu. E da cosa è stata cosa. Non chiedermi niente. Non chiedermi di più. Non ho nulla di cui vergognarmi. Ma mi vergogno a raccontarlo. Sai come sono fatta. Non sono cose che si raccontano. Certo che se tu non avessi disertato all’ultimo non sarebbe potuto succedere, ma come vedi a cercare una causa non è possibile trovarla. Il mare. Il sole. Il vento. Il delfino. Il diavolo che lo porta. Adesso mi spiace perché non vorrei che tu ti arrabbiassi. E allo stesso modo non vorrei che lui si mettesse in testa. Che pensasse a qualcosa che non c’è perché ti giuro che non ne ha diritto. Io non gli ho dato motivo. Non gli ho promesso nulla. Ma sono certa che Alessandro non può fraintendere. Lui è un amico. E poi lui non è così. Ah sì! ecco, la vera verità è che tutto è cominciato per colpa del fatto che mi era entrato un moscerino in un occhio. Ma dimmi piuttosto tu come stai? Io torno domani. Ho ancora un paio di cose da sbrigare. Poi ho le borse da disfare”.
Sì, credo che ne dovremmo parlare quando arrivi”.

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