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Posts Tagged ‘occhi’

pittura con tecnica mista su cartone telatoLa violenza a Londra è una violenza diversa. Senza il caldo asfissiante delle storie metropolitane della città degli angeli o di Frisco. Questa è la grande, sostanziale differenza, ma lì nemmeno sembra violenza a parte alcune storie un poco più trucide. Lì si esplica in quelle sere con la nebbia appiccicosa, meglio se accompagnata da quella sottile pioggerellina fitta. Anche a Milano è così o nella bassa padana. Forse è proprio il buio a renderci diversi e poi che importa se a volte è la realtà ad essere diversa? E’ una ben strana città quella che noi viviamo in tempi in cui non si muore più di guerra ma di paci. Anche in quel caso non si erano accontentati dei soldi ma avevano voluto offendere e picchiare lui, offendere e sporcare lei. Ma i morti sono tutti uguali dopo, anche quelli degli assassini. Mentre si accanivano sulle cose, forse credendole simboli, il padrone di casa era riuscito a raggiungere la pistola. I loro occhi non volevano credere a quello che vedevano ed erano rimasti spalancati e increduli. Il sangue rosso aveva inzuppato il prezioso persiano ed era schizzato sui muri. Lui non lo ammise mai, ma ciò che lo aveva più offeso era che gli avessero svaligiato il frigorifero, oltre ad averlo deriso. Il commissario era troppo esperto per lasciarsi ancora incantare dal suo coraggio o affascinare dalla loro meticolosa preparazione come dalla stoltezza o dalla sfortuna. Non poté che ammirare la moglie che restava in silenzio e piangeva e non aveva ancora avuto il tempo per rimettersi completamente in ordine. Forse era proprio solo quello il loro vero sbaglio cioè che nella grande città, e comunque da quelle parti, i crimini vanno consumati nel silenzio scivolando poi nelle nebbie. Anche di occhi è fatto il pianto di chi soffre.

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tazzina di caffèSi chiamava Vanessa quella che tutti chiamavano la ragazzina bionda coi codini. Seconda ginnasio, sezione B; ma quel giorno c’era sciopero a scuola. Lo stavano aspettando ma lui non ci era proprio andato. Era una primavera dolce e lei aveva due disarmanti occhi azzurri. Erano minuti, ore, giorni che guardava quel colore incantato; il tempo aveva perso ogni valore. Non era abbastanza caldo eppure nella sua testa sciami di cicale si agitavano e frinivano. Lei aveva una voce che sapeva di fragole con lo zucchero. Lui più volte si era sentito salire fino alle labbra parole che subito gli erano sembrate stupide e inutili. Che poi aveva scordato inesorabilmente. Non riusciva che a guardarla e ascoltarla senza nemmeno sentirla. Lei camminava tranquilla, lui lento e agitato e impacciato; le mani nelle tasche, nascoste. Un vento leggero gli spettinava i capelli ma non lo aiutava a respirare. Cercava di ingoiare quel vento e si sentiva soffocare, gli occhi arrossati. Li chinò per guardarsi le ginocchia sbucciate e per cercare di resistere alla tentazione di continuare a guardare lei. Improvvisamente si sentì banale ed ebbe la sensazione che la stava perdendo. Che tutto stava finendo appena cominciato; ma cosa stava finendo? Si era distratto dentro quei suoi pensieri, ma lei l’aveva preso per mano e l’aveva accompagnato attraverso il sogno.

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Griseide aveva un esse strisciata da principessa nella voce. Capelli lunghi fin troppo lunghi che non si erano mai visti così e una linea del naso armoniosa e arrogante. Tutte le parole che lui trovava esprimevano silenzio, forse un leggero fruscio nella sua testa; null’altro. Sulle spalle gli pesavano tutti i consigli di quelli che avevano tempo. E’ sempre difficile camminare sospesi ad un filo a centoventi metri dal suolo. (Comunque anche fossero centimetri non cambierebbe molto.) Sarebbe passato ancora e ancora se non l’avesse scorto; era deciso. Gli disse di quanto i suoi occhi… e di come le sue labbra… e di quello che avrebbe voluto fare e che aveva bisogno di tempo e che quel tempo con lei… e anche della festa per quella sera. E le disse tutto dentro un semplice e inatteso “Ciao!” falsamente distratto. Lei rivendicò il suo rango ma per un attimo lo barattò con la realtà e uscì dal castello. Gli occhi le divennero solo occhi. La voce una cosa miserabile che batteva sull’apparecchio d’argento. Fu lei a trovare quel coraggio che gli mancava, ma restò disperato quando vide l’immenso vuoto che aveva dentro e non gli fu sufficiente il suo sorriso. La sera, mentre l’accompagnava e la sentiva al suo fianco, si accorse di distrarsi pensando ad altro.

 

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Vorrei non chiamarmi anch’io Michele. A proposito di comunicazione: la vita non è un viaggio. Non puoi prendere il biglietto sapendo già la destinazione. Girandoti indietro tutto sembra più facile. Si sono perse le emozioni, i particolari, l’ambientazione. E’ la facilità della confusione. La sua fragilità. E’ la sintesi della memoria. Perché è proprio quell’insieme, il paesaggio, che fa quel viaggio, che decide dove approdi. Lei non ci aveva mai pensato, oppure ero io che lo credevo. Sono alchimie sottili e distratte a mutare il metallo vile in oro e viceversa. Quando era andata alla festa era stato per un semplice dispetto. A lui. Più ancora a sé stessa. Alla propria stupidità. A lui proprio perché non lo avrebbe voluto. Ma che diritto aveva? E alla propria stupidità per essersi infilata in quella situazione. Per aver inseguito quel niente e quelle solitudini. Per quella sua incomprensibile incapacità di uscirne.
E’ qualcosa che a volte si chiama amore, ma quasi sempre assomiglia solo ad una malattia. In fondo anche con lui, Michele, era stato lo stesso. Era cominciato come da niente. Una simpatia. Poi avevano cominciato a parlare. Cioè le sembrava più facile confidarsi. Si era mostrato gentile. A dire il vero avrebbe dovuto diffidare. Forse si era sentita presuntuosamente forte. Le cose vanno verso un inizio, o verso il precipizio, e tu fai seguire un passo all’altro. Non c’è un progetto. Vivi. Ti accorgi dove sei arrivato quando sei arrivato. Quando è tardi. Aveva pensato che in fondo era solo un bacio. Poi si era chiesta cosa era quel bacio. Poi aveva pensato che dentro c’era la sua libertà. Aveva dovuto aspettare anche troppo tempo per capire che era la sua prigione.
Così, allo stesso modo, era andata al ballo. Per ribellarsi alla sua gelosia. Per la sua possessività. Proprio perché sapeva chiedere ma non le aveva dato che nulla. E c’era andata anche senza sapere perché ci andava. Certo non ci cercava nulla. E’ quasi sempre così. Certo non credeva che avrebbe incontrato niente. Semplicemente Lilly aveva insistito. Semplicemente era uscita di casa. Un po’ per disperazione. Un po’ di malavoglia. Non era il massimo. Non conosceva nessuno. Quasi. La padrona di casa. Pochi altri. E poi era stanca di starsene sola in casa. Tutte le feste. Ad aspettare.
Se avesse dovuto dirlo, dopo, avrebbe detto che Carlo incarnava tutto quello che lei aveva sempre evitato in un uomo. Anche quello che odiava. Come la sfacciata sicurezza. Anche quello… perché già le altre la invidiavano. Su quello, ma solo su quello, si assomigliavano; quei due uomini. Quando avrebbe dovuto dirsi pensaci Rossana, non ebbe nemmeno il tempo di farlo. Ma vivere è un diritto, e un dovere, mai una colpa. Non andare sarebbe stato solo tradire sé stessa. Già! lei non lo avrebbe mai ammesso. Quella lei era così diversa da lei. Era un altro gioco. Interpretava la parte di quella donna che detestava, che non avrebbe mai voluto essere. La voce di lui la rapiva. Si rifiutava e non poteva sottrarsi al fascino dei suoi suoni. Agli occhi di Carlo. E già si malediva e si rimproverava. Avrebbe voluto ma nessuno la aspettava. Cercava di fingere che non fosse così. Che tutto fosse solo come avrebbe voluto. Intanto si sentiva nella parte del torto.
Uno ci nasce con la propria faccia. E con tutto il resto. E quella faccia, bella o brutta, ti devi tenere. Non ci si può mica rifiutare. E non ci si può incolpare per il proprio aspetto. Ne usarlo per scusarsi. Poi, dopo, aveva capito che era lusingata delle sue attenzioni. Quando era tardi. Forse. Non per i suoi occhi. Nemmeno per la sua voce. Solo perché era lì. Solo perché le parlava. Solo perché alla sua età si ha quel diritto a vivere. Ad un briciolo di attenzione. A sentirsi importante. Appunto, viva. Ad un film. Uno stupido film. Ma cos’era un film? Anche solo un film era tutto quello che non aveva avuto. Che non poteva avere. E passeggiare dopo per le calli tranquilla. Parlando senza dover fare attenzione ad ogni parola. Con uno che ti accompagnava fin sotto casa. Con qualcuno che mostrava interesse per te. E se fosse venuto a saperlo: tanto meglio. Era tentata di dirglielo lei.
Certo che doveva essere amore quello che provava per Michele. Ma quello di Michele cos’era? Lui aveva la sua famiglia, le sue cose, persino le sue altre avventure. Lei era… meno persino di quelle. Lui nemmeno si ricordava di lei. E poi però la voleva trovare ad aspettarlo. Lei non gli aveva mai chiesto nulla. Non l’avrebbe fatto. Non aveva mai chiesto. Non gli aveva mai aperto il proprio cuore. Forse aveva detto di più a Carlo, quando era ancora poco più di uno sconosciuto. In poco tempo. Quasi in fretta. Lo aveva fatto perché sapeva che di lui si poteva fidare. Perché a lui poteva rinunciare. Di lui avrebbe potuto fare a meno. In qualsiasi momento. E’ strana la vita: eppure quell’uomo le aveva dato molto di più di quello che mai il suo uomo le avesse dato. Certamente più di quel nulla.
Non era facile ammetterlo. Non voleva mostrare le proprie debolezze nemmeno a se stessa. Quello era il punto. Perché parlare? Cercare di farsi capire, dove non c’era niente da capire? Come sempre era colpa sua. Anche questo è un modo di fuggire. Certo che lo credeva diverso. Tutti sembrano diversi all’inizio; altre persone. Lei era fatta così: una che credeva, che non mollava. Ma come poteva continuare a vivere parlando solo col proprio silenzio. Pietendo un po’ di attenzione. Consumando le proprie ore aspettando quello che non poteva mai arrivare. Aspettando solo di invecchiare. Aspettando lo stesso niente. Ordinandosi di non guardarsi indietro. Cercando di dimenticare mentre le cose le stava ancora vivendo. E gli altri ti dicono bella e tu non sai che fartene. Gli altri ti guardano e non ti vede l’unico che ti interessa. E le ore sono lunghe. Ma era vita quella? Che colpa ha una donna di sentirsi sola se è sola? Lei non si accettava. Tornava a darsene ogni colpa. Non poteva incolpare che sé.
Lui non era presente nemmeno per assumersi una colpa. Ma come poteva dirlo a lui delle sue angosce se non sapeva confidarle nemmeno a sé stessa. Come poteva capirla se lei non si capiva. Il mondo le aveva promesso tutto e non le aveva dato niente. Non aveva chiesto. Allora è facile accontentarsi anche di un piccolo amore. Di una attenzione. Di un sorriso. Di una carezza. Di un consiglio. Sapeva che lui aveva ragione, ma non voleva accettare di ammettere che si stava sbagliando, anzi non poteva farlo perché non poteva tornare indietro. Non poteva che accettare il proprio errore. A qualsiasi costo perché le cose non sono mai come le avevi sognate. Ma le cose non sono mai come te le ricordi.

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A vent’anni sembra di poter allungare una mano. Che l’intero universo sia lì. Solo per farsi prendere. E tutto sembra facile. Il treno che va. Oppure una macchina. Basta salire. Il mondo è fuori dalla porta. Il rumore del motore. Le parole dei ragazzi sono leggere. Ti piace piacere. E’ una strana sensazione. A volte da fastidio. Fin troppo spesso è un bel sentire. Pare di avere tutto ai tuoi piedi. E di poter scordare tutto in fretta.
Poi… basta un attimo. Nemmeno te ne accorgi; distrattamente. E non ce li hai più, quei tuoi vent’anni. Ti svegli come da un sogno. Ed è tutto cambiato. Tutto diverso. Non lo avrei mai creduto. Come potevo essermi infilata in un casino simile? Non ci avevo pensato. Anzi no. Era proprio quello che avevo cercato. Che avevo voluto. A volte me lo chiedevo. Più spesso ormai evitavo le domande. Lo avevo voluto perché non volevo più legami. Non volevo più sentirmi mancare il respiro. Avere occhi addosso e chi mi insegnava a vivere. Essermi rubata. Ma non è solo una questione di età.
Certo lo so. Ma cosa mi dà? Michele? Se non questa solitudine? Una vita di attese? Nemmeno una parola. Solo una vita stronza. A volte vorrei poterlo fare. Invece ogni volta che chiama, povera stupida, non riesco che a correre. Perché siamo così, noi donne? Con le nostre notti bianche. Perché l’amore è una specie di ossessione? Ma poi… l’amore; cos’è l’amore? E’ difficile chiamarlo amore. Avesse almeno trovato una parola. Troppe volte mi sento come meno di niente. Troppe volte lo sento solo come un male. E non ci sono principi, nè cavalli. Vorrei fuggire. Invece non c’è nessun posto dove andare. C’è un solo posto: è il posto dove aspettare. E’ questa sorta di morte. Non lo avrei mai creduto. Mi sentivo nei panni di un altra.
Mica lo sapevo perché c’ero andata. Non mi piace ballare. Non particolarmente. E poi ho sempre avevo paura di annoiarmi. Sono passati i tempi. Non amavo trovarmi tra gente nuova. Tra sconosciuti. Non più. Perdermi tra parole inutili. Che ci vai a fare quando non sei più ragazzina? Cioè era come se non avessi più l’età, nemmeno per quello. Per ballare. Alla fine avevo detto di sì. Sapevo che lui non ne sarebbe stato contento. L’avrei sentito, quando l’avrei rivisto. Ma quando l’avrei rivisto? Era tutto così… Provvisorio. Forse avevo accettato proprio per quello. Proprio perché lui non avrebbe voluto.
Balli. Perché quegli occhi tristi. Carlo”!
Un altro Carlo. Certo che Carlo era un nome comune. Ma sono ricorsi spesso gli stessi nomi nella mia vita. Anche prima di Michele c’era stato un altro Michele. Ma era stato solo una piccola storia stupida. Una storia che stranamente ricordo, di tanto in tanto. Non ora. Ma erano così diversi quei due. Forse perché era così diversa la loro età. Ma anche la mia era diversa. E lo ero io. E poi non era solo una questione di età. Cosa gli importava, a quello. Non ci avevo mai pensato. E se ci pensavo avrei concluso che non si vedesse. E poi non era proprio tristezza. Forse ero solo incazzata. Forse era noia. Avevo già voglia di andarmene. In fondo erano solo affari miei. Ho preso una bibita. Tanto per togliermi dalla situazione. Eppure me lo avevano già detto. Quella degli occhi. Forse mostravo anche quello che non c’era. Non sono mai stata molto brava a fingere. Ma cosa c’è da essere felici? Era finita l’età della spensieratezza. Eppure era una festa e si ballava.
Almeno gli altri ballavano. Lo seguii come priva di ragione. Senza alcun interesse. Svogliatamente. Se ero a quella maledetta festa… non potevo continuare a dire di no. Starmene da sola. In un angolo. Continuare a pensare. Avrei voluto provare a divertirmi. Non ci riuscivo. Questo l’avevo sempre saputo. Anche prima di arrivare. E non credevo di trovarmi tra tanta gente. Tutto perché… non per la mia timidezza. Timida lo sono sempre stata. A volte tento a nasconderlo. Mi sembra di non riuscire a farlo molto bene. Gli altri fingono o riescono a non accorgersene. Ma gli altri sono sempre così distratti. E forse mi pensano diversa. Deve essere così. E quando mi trovo con estranei non trovo mai una parola. E’ una guerra. La ragione, anche se stupida, era la sua gelosia. Avrei voluto almeno provare soddisfazione a farlo ingelosire. Nemmeno quella. Che gusto c’era?
Lui aveva la sua famiglia. Tutto veniva prima di me. A me restavano solo le briciole. Ma poi mi controllava dove andavo. Con chi parlavo. Cosa facevo. Persino al lavoro. Cosa resta ad una persona? Ero scappata per ritrovarmi in gabbia. Se l’avessi saputo… ma le cose si sanno col senno di poi. Semplicemente c’ero andata anche per sentirmi libera. Anche se sapevo che mi mentivo. Se fossi stata a casa avrei continuato ad aspettare. Magari a guardare il telefono. Pregandolo di suonare. Come mille volte. E come ogni festa. Soprattutto le feste erano giorni fatti solo di attesa. Quell’amore mi uccideva. Era disposta a morire. Perfino a continuare ad aspettare.
La musica si era fermata. Era terminata. Poi aveva ripreso. Non c’eravamo mossi dal centro della sala. Lui, Carlo, non sembrava avere intenzione di smettere. Di lasciarmi andare. Strano uomo quell’uomo. Era la prima volta che lo vedevo. Lui si comportava come se mi conoscesse. Mi diceva che era stato interessato fin dalla prima volta. Quale prima volta? Non c’era nessuna prima volta. Non c’era mai stata. Non ci sarebbe stata un’altra occasione. Non mi è mai piaciuto trovarmi in una parte che non conosco. Spiazzata. Non governare il discorso. Cominciavo ad averne abbastanza. Volevo mollarlo lì, in mezzo alla sala. Con le sue parole a metà. Ma con che diritto mi teneva lì? Non riuscivo più ad allontanarmi. E mi aveva spiegato che mi aveva vista a teatro.
Ah? Ero andata con un collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento. Non era granché”.
Mi sentii leggermente in imbarazzo. Perché? In fondo era vero. E poi non avevo la voglia di spiegare. Non so nemmeno se sarei riuscita a spiegare. Non lo capivo nemmeno io. Forse non c’era proprio nulla da spiegare. Pensai, solo in seguito, che forse lui non lo voleva sapere. Che non me l’aveva chiesto. Che poteva anche non interessargli. Che forse sapeva. In quel momento bastava quello. Poche parole e il resto silenzio. In fondo lo avevo appena conosciuto. E poi era la mia vita. Mentre lo avrei lasciato volentieri alle altre. Alle altre che sembravano invidiarmi.
Sì! Non è stata una grande cosa. Mi aspettavo di più. Ma cosa ti piace”?
Ma, non saprei, il teatro mi piace, se fatto bene. E poi… amo leggere e mi piace il cinema”.
Avevamo già finito gli argomenti in comune. Tutta la nostra conoscenza si era limitata a uno sguardo da distante. Non lo ricordavo; certo. Non potevo farlo. Era stata una delle poche volte che avevo avuto una serata con Michele. Se non ricordo male l’unica. E almeno gli attori avessero conosciuto la parte. Proprio dei veri cani. Forse mi aveva portata perché lì non ci potevano conoscere.
Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo di cui parlare”.
Non avevo ancora voglia di parlare. Non con lui. Non me l’aveva data. Ero ancora quel pesce. E non mi interessava se era stato regista dilettante. E se poi aveva dovuto smettere, perché son cose che si fanno da giovani. In quell’istante mi sentivo ancora giovane. E in fondo a volte, soprattutto con Michele, mi succedeva; di sentirmi una ragazza tra uomini. In un mondo troppo adulto. Che a volte mi sembrava di non capire. Quel Carlo mi aveva raccontato che aveva smesso dopo che era caduto in pieno palco. Nel mezzo di una recita. Ma era passato tanto tempo. Questo mi aveva fatta ridere. In fondo non era poi così male. Continuava a parlare. Non mi dava più alcun fastidio. Mi piaceva quella sua sincerità; il suo modo di fare. Più che sincerità quella sua naturalezza; diretta. E di cinema se ne intendeva proprio. Ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva. Che non avevo mai sentito. Cominciavo ad invidiarlo. Ma perché mi diceva tutto quello? Cominciavo a temere che non sarebbe stato facile liberarmene.
Vai spesso a ballare”?
Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così”.
Nel frattempo ballava e quasi non mi toccava. La sua mano sfiorava il mio fianco. Mi piaceva sentire la sua voce. Mi tranquillizzava. Sembrava intimidito. Anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Sapevo che non era così. Non poteva essere. Lo si capiva. Mi andava di crederlo. Certo non era granché bravo. Lui andava da una parte e la musica se ne andava dall’altra. Come due perfetti sconosciuti. Era chiaro che il ballo era solo un pretesto. Che voleva solo parlare. E quello lo faceva bene. Quella sua finta timidezza era molto affascinante. Mi chiesi se lo poteva infastidire la sua statura. O la mia. Ad alcuni uomini non piacciono le donne alte. Altri si sentono a disagio. E’ anche per questo che evito quasi sempre di mettere i tacchi. Anche se non li so portare se sono un poco alti. Non ne avevo che due dita. Quelle bastavano.
Beh è colpa mia, ho insistito così tanto”.
Non capisco”.
Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho viste assieme e le ho levato il fiato”.
Questo lei non me l’aveva detto; la stronza. Me l’avrebbe pagata. E come se me l’avrebbe pagata. Ecco perché l’aveva fatto. Vatti a fidare di quelle, delle amiche. Strano. Doveva tenerci molto a lui. Ma allora perché? Mi era sembrato strano. Non invitava mai nessuno da lei. E poi per una festa da ballo. Non ci avevo pensato. Se l’avessi fatto avrei capito che ci doveva essere un motivo; una ragione. Che ci covava una gatta. E che da Lei non me lo sarei aspettata. E poi lei mi conosceva. Sapeva bene che non cercavo nulla. Decisamente doveva tenere a lui. Chissà cosa gli avrà detto di me? Non potevo comunque che continuare a fare la mia parte. A fare l’ingenua. Mi riusciva bene. Più che naturale. C’ero sempre stata, ingenua. Me lo ripeteva continuamente, Michele. Gli uomini quando ronzano intorno cercano solo quello. E lui?
Continuo a non capire.” e invece cominciavo a capire. Anche troppo. Mi stava corteggiando. Ero sorpresa. La cosa non mi stava infastidendo. Alzai gli occhi. Lo guardai come fosse la prima volta. Cioè lo guardai meglio. Lo sapeva fare. E poi i suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Bello, aitante, soprattutto deciso e, cosa che non guastava, libero. Tanto alto da essere stato un giocatore di pallacanestro a livello dilettantistico. Da far sentire piccola me. Non ho mai badato alla bellezza, dell’uomo. Non ho mai badato troppo al suo aspetto fisico. Certo che sono la solita stronza. E anche la solita stupida. A chiedermi: se non amava ballare perché era venuto? E invece era tutta colpa sua. Cioè era successo tutto per lui. A causa sua. Non so cosa ma aveva qualcosa; quell’uomo. Pensai che forse avrei dovuto cominciare a pensare a lui chiamandolo per nome. Era già come se ci conoscessimo. E cominciava ad incuriosirmi. Certo non era il primo che ci provava. Già! cosa avrebbe detto Michele? Non sono mai potuta passare inosservata. Sarà per i miei capelli; rossi.
Semplice. Volevo invitarti al cinema”.
L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Forse pensava che gli credessi. Non è che mi aveva preso per una sciocca? La sua presenza non cambiava le cose di una virgola. Anzi mi avrebbe dovuto infastidire. Mi avrebbe dovuto ma non lo stava facendo. Non mi erano mai piaciuti quelli belli che sanno di esserlo. Con lui era diverso. Mi sentivo a mio agio. Avrei voluto che fosse più… cialtrone. Meno gentile. Meno bravo. Che avesse provato ad allungare le mani. L’avrei mandato all’istante. Senza aspettare un secondo. Il suo gioco ormai era scoperto. Non era di quelli. Cosa poteva fargli pensare prima che potevo essere interessata? E forse voleva anche portarmi al cinema. La stronza, Lilly, poi mi aveva detto di stare attenta a lui. Dopo. Perché lui era uno che ci sapeva fare. Che ne aveva infranti di cuori. Che aveva un carnet fornito. E me lo disse quando poteva anche fare a meno di dirmelo. Certo che son proprio stronzi, gli uomini. Non muovono la coda senza cercare un tornaconto. Ha ragione Michele. E lui lo sa. Ma se lo poteva risparmiare. Io sapevo ormai badare a me stessa. E ne avevo abbastanza di uomini.
Ancora naturalmente non sapevo quello che avrei saputo solo dopo. Tornai a guardarlo veramente in volto e fui presa da una certa agitazione. C’era quella luce nei suoi occhi. E su quel viso da bravo ragazzo. Qualcosa che non avrei saputo definire. Erano curiosi. Erano intelligenti. Erano intensi. Un’espressione pericolosa. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Pensai a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. E non era solo l’aria. Michele era nato per tradire. Ma non potevo dire che mi tradisse. Non sapevo nemmeno cosa ero per lui. Oltre ad essere sua. Fu solo un attimo. Chissà cosa avrebbe detto a vedermi ballare con un altro. Se fosse stato presente. E c’era qualcosa nella sua voce. E nelle sue parole. Di quello sconosciuto. E poi… era libero da impegni famigliari.
Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film”.
Nessuna storia. Nessuna paranoia. Nemmeno nessuna paura. Certo sarebbe stato bello… Non lo era stato. Me l’ero voluta. A volte ti fai male con le mani. Lo sai. La vocina te lo dice. Non la ascolti. Ti ricordi quando è tardi. Non che contasse. Ormai non aveva più nessuna importanza. Proprio nessuna. Ormai Michele c’era. E poi non ci pensavo. Gli sorrisi. Perché no? Pensai. E mi sentivo stranamente tranquilla. Come non lo ero più. Non ricordavo da quanto. Da quando era cominciata con Michele. Forse da ancora prima. Anzi certamente.
E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie mi avrebbe fatto. In fin dei conti non facevo nulla di male. Avrei sempre potuto tirarmi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Dirgli di no. Un film è un film. E poi non ci dovevamo perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum. Su questo eravamo perfettamente d’accordo. Sentivo che ne poteva nascere una bella amicizia. Che sarei riuscita a controllare la situazione. Era simpatico. Di bello aspetto, che non guastava. Ed era bello riprovare ancora quella emozione. Sentirsi nuovamente addosso le attenzioni di un uomo. Vedere i suoi occhi ammirati. Rubargli delle gentilezze. Sentirsi ancora importante. Non che non me ne mancassero le occasioni. Di mosche intorno se ne trovano sempre, sul miele. E’ solo che lui mi sapeva convincere. E poi vado pazza per il cinema.

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Aveva occhi di sole. Grandi occhi di sole. Come sono gli occhi di sole? Che stupida domanda. Bastava guardarla per trovare la risposta.
Lui per quegli occhi s’era perso di senno, ma quegl’occhi parlavano una lingua e il suo cuore ne parlava una diversa. Con gli occhi gli dava un sorriso che lo riempiva di speranza, il cuore gli strappava lamenti e lo condannava irrimediabilmente senza attenuanti.
Era stato per quello che aveva deciso di cavarle gli occhi perché erano loro che gli avevano mentito e l’avevano illuso. Cosa ne può capire la legge dei fatti di cuore?

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linguacciaBastassero le orecchie
allora si sentirebbe questo lamento,
bastasse avere occhi
non si potrebbe girare lo sguardo altrove,
bastasse avere un cuore
come un cucciolo abbandonato
bastasse avere un cuore.
Ci sono giorni in cui non sei più niente
ed altri in cui vorresti fuggire
ma, pensi, sono quei giorni,
il tempo troppo pieno di minuti
ché il male è dentro
e sono solo quei momenti
o la memoria che non sai abbandonare.
Ricordi: l’avevamo detto?
ma i sogni son rimasti nel cassetto
l’acqua è salita, salita oltre la riva
e non si torna indietro
perché vent’anni vengono una volta sola
e si muore sempre un po’ per volta
senza farci caso, distrattamente
come se l’uomo non nascesse dall’amore
(ma chi lo dice?)
e nel mio caso era solo un banale incidente.
Lo giuro: mica l’ho fatto apposta.

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poesiaUna operazione un poco trascurata, tra tante cose ultimamente trascurate: ripropongo grande poesia. A riscoperta in un mondo che sembra alieno alla poesia, poterne fare a meno. Per un bisogno di poesia. E poi scopro che i navigatori cercano, con piacere, poesia. E mi lascio sorprendere. Allora non una poesia nuova alla rete. Un autore relativamente nuovo per me ovvero poco frequentato. Chiedo scusa di aver perso quasi tutti i miei libri, con loro il mio passato. Cos’è un uomo senza passato? Evito. E accetto le sfide della vita. Mi sembra quasi di poter farmene beffa. Cerco altri appuntamenti. E qui mi scrivo per questa sorta di pruderia. Alla fine chiedo scusa di tutto e di arroganza.

Un cumulo di immagini infrante, dove picchia il sole,
e l’albero morto non dà riparo, il grillo non dà tregua,
e la pietra arida non ha suono d’acqua. Solo
c’è ombra sotto questa roccia rossa,
(vieni nell’ombra di questa roccia rossa),
e ti mostrerò qualcosa di diverso dalla
tua ombra che di mattina ti viene dietro
o dall’ombra che la sera ti si leva incontro;
Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere.

Thomas Stearns Eliot: da Terra desolata

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da Frammenti di dialogo

poesiaAmavo quella donna dagli occhi azzurri
Amavo la sua giovinezza e la sua gioia di vivere
Amavo la sua voce stridula e argentina –
e il suono delle sue divertite risate
come acqua che scorre e precipita sulla pietra –
Il suo seno accennato e le caviglie affusolate
Il suo seno largo e le magliette scollate
Le sue braccia sottili e le sue energiche
Amavo i suoi occhi verdi senza pudore
e anche i suoi che si celavano nell’imbarazzo
e anche i suoi e altri ancora
Quanto ho amato? Non so né importa
Cosa mi resta? Un calendario colmo di ricordi e d’amore
Se ho sofferto ho avuto tutte le ricompense
E ogni amore lo porto stretto, con me, sempre, nel petto¹.


1] E’ solo una piccola e modesta cosa, ma avevo promesso ad un’amica di rete di scriverla e di dedicarla.

Ad una ragazza con un sorriso così luminoso che illumina il giorno; spero che lei sappia e sappia capire.

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Avete mai provato a raccontare una storia o un sogno con gli occhi? Lui aveva provato a fare sia questo che quello. Era stato come camminare sul filo, una sorta di gioco di equilibri. La storia lei la conosceva già e il sogno non lo aveva capito. Non che non avesse insistito, solo che il risultato erano state milioni di parole senza dire la sola vera. Il problema era che lui non conosceva quelle parole altre. Sua madre, da piccolo, gli cantava sempre la stessa ninnananna e provatevi, se ne siete capaci, ad addormentarvi con sempre la stessa ninnananna. Anche il gesto può semplice, allora, può apparire incauto (forse è la disgrazia dei segni doppi). E poi tutti, in quel posto, sembravano ascoltare loro. Aveva poi anche provato a dirglielo con un cane di stoffa; aspettando che venisse natale. Lui sapeva solo che non aveva più appetito, ma questo voleva dire poco, o forse niente, o tutto, ma mica glielo poteva confermare. Sapeva solo che aveva ripreso a sognare ma non sognava lei ma altre. A volte ragazze che conosceva e che a volte lì, nel sogno, erano diverse ma erano anche loro. A volte giovani donne, sempre giovani, che non aveva mai visto e che non avrebbe rivisto. Ed erano sempre dolci e a volte anche sfacciate, e aveva ricominciato a svegliarsi sporco al mattino.

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