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colombaIo, con questa storia di Bambola, di chiamare Bambola una tra le Bambole incontrate, una tra le poche, mi sono un poco incartato, anzi un po’ più di un poco. Tutto il resto è vero. E’ che alcuni indizi riconducevano troppo palesemente a Lei. Prima o dopo non poteva che riconoscervisi subito. Almeno in alcuni gesti. In alcuni aspetti. Vorrei non poterci entrare. Ho avuto un gran dirgli che tutto il resto è fantasia. Che Lei non è stata che un input. Che lei non è così. Non, almeno, completamente così. Insomma che sono solo parole messe in fila.
Angelo è un angelo. Lo sa. Ormai lo sappiamo. Forse non dovevo dirlo. Dei segreti non si dovrebbe fare fiato. Questo le potrebbe causare qualche guaio se la riconoscessero altri. Altre cose tornano come un ritratto fedele. Altre Lei è pronta a smentirle. Come se Lei fosse una persona sola. Altre sono aggiunte, attribuibili alla mia presunzione insolente di volermi fingere uomo di lettere, in qualche piccolo modo autore. Prese qua e là e da alcuna parte. Inventate di sana pianta. Qui non è il luogo più privato. C’è sempre qualche passante che potrebbe crederlo: che Lei sia Lei. E arrivare a pensare che sto parlando di una donna, non della donna. Che Lei non è niente più che quello che dico.
Insomma, anche se all’inizio le era sembrato divertente, e avevo corteggiato la sua piccola vanità, che poi tanto piccola non è, alla fine, un po’ ha fatto la risentita e l’irritata e un poco se l’è presa. Mai vorrei che questo potesse creare ombre tra noi. Gli angeli, a incontrarli, vanno vezzeggiati. Meglio tenerseli cari. Temo, e qualche indizio l’ho avuto, che ad averceli contro è meglio di no. Che quando si arrabbiano è meglio girargli al largo, non fare da bersaglio; non insistere a contrariarli e defilarsi. Si sente quando in un certo modo, dall’alto, tuona. Recentemente s’è adombrata perché dice che la confondo con l’immagine che ho creato. Mai dirle che è quella. Qui. Sostiene che l’amore non è fatto di solo amore. Non ci ho capito un acca. Spero lo sappia Lei. Ma non posso nemmeno chiamarla Angelo. Certo non in pubblico. In privato non vuole. Forse ha paura che ne prenda abitudine. Che poi mi scappi anche quando non siamo soli. Forse semplicemente nega che ci sia una così grande intimità che in realtà non c’è.
Un po’ di ragione c’è l’ha. Normalmente quando si pensa a una bambola si pensa ad un certo tipo di donna. Avanti con gli stereotipi. Veramente sarebbe Bambolina, la dizione giusta. Hanno fatto interpretare il ruolo anche alla grande Marylin. Io, più modestamente, ho una vecchia zia che chiamano così. Le vedi da per tutto. Tranne che dove vanno i normali. E’ quasi impossibile incrociarne una, che so? dal pescivendolo. Forse non ne sopportano l’odore; per i loro nasini. Chissà se son nate con quelli? In realtà, davanti ad una donna così, ci si chiede sempre, e di continuo, se c’è o ci fa. Solitamente con quel epiteto si intende una graziosa, anzi carina, a volte anche bella, o almeno di bella apparenza, e consapevole d’esserlo, una che se la tira, svampita, e sciocca, all’eccesso fatua, frivola e superficiale cioè un oca. Una che ti chiede di guardarla e chioccia cose insulse. Alla fine una completamente senza testa, nel senso di cervello. Cioè tutto quello che Lei non è.
In questo non posso darLe torto perché non è questa l’immagine che volevo dare di Lei, cioè di quelle come Lei, cioè del femmineo che sta sotto a questi miei raccontini a puntate. A queste cose. Non posso proprio darLe torto perché Lei, nello specifico della donna che in parte ha ispirate l’inizio e alcune vicende di questa saga, dell’amica che mi regala il piacere di condividere alcune ore serene, dicevo non posso darle torto perché se togli la testa non restano che pochi etti di donna. Magari etti di qualità, mica lo nego; certo. Credo di averlo già detto. Grandi etti ma etti. Forse è l’ultima a saperlo ma sono pochi etti di gran qualità. Peccato sia un angelo. Fosse solo donna avrebbe un seno da restare incantati ad ammirare, da restarci per delle ore, e due labbra da baciare.
Lasciamo fare le pulizie di casa a chi ne ha più competenza. Volevo dire qualcosa, raccontare un episodio, ma Lei non c’era, la protagonista era un’altra, un’altra Bambola, e mi sono perso. Ancora una volta. E poi era tutto così confuso perché con Lei, con l’altra, sono io ad entrare in confusione. Sono sempre io; veramente. Anche con Lei. Tendo a confondere le cose. Tendo a scordarle. Ad uscire dal reale e dalle preoccupazione e dalle ansie. Così mi illudo di volare pur tenendo i piedi perfettamente piantati per terra. Accendo la luce e continuo a non vedere. E’ quando la cerco che non la trovo.
Già! con quest’altra Bambola ci stavamo chiedendo se c’è e dov’è un angolo di pausa. Sto leggendo l’Ulisse. Le mia dice che non basta leggere. Che l’importante è capire. Mi limito, in silenzio, a chiedermi cosa c’è da capire; e con una giornata simile. Per dirla tutta che mi sembra una giornata come le altre. Persino il silenzio è tornato lo stesso. Per dirla ancora di più tutta l’ultima volta stava leggendo l’Orestea. E dal greco. Valle a capire queste creature. Dirle donne è non dire nulla. Dirle angeli è dire troppo e quanto non si può dire. Ma perché poi proprio a me.
Lei, quest’altra ha un sorriso più esplosivo. Dice di avere anche Lei le sue controindicazione. Le sue pene e le sue spigolature. Vorrei dire che è normale. Mi da un appuntamento e contemporaneamente mi spiega che non potrà venire. Sorseggia il caffè e volge gli occhi altrove. Ha le piume gonfie di parole e capelli biodi. Le nasconde, le piume, dietro un rossore improvviso. E’ anche troppo veloce per le mie abitudini; per le mie capacità. Così troppo veloce che mi sembra non ci sia mai. Con la voce che canta. E un abbraccio che ti avvolge. Lei, in quell’abbraccio, sembra completamente proteggerti. Sembra possederlo compiutamente e sentirsene sicura. Non parrebbe fragile; Lei. E ha i boccoli d’oro come vengono ritratti nei dipinti rinascimentali. Ma con un che di più umano in una piega della labbra. Di più curioso nel taglio degli occhi che la matita, troppo scura, non sa fargli da limitare. Insomma, con Lei, una sera esco dal cinema e mi accorgo che era rimasta nel film. Ed era una favola agro-dolce. Coccolava come suo quel bambino che non aveva potuto avere. Loro, gli angeli, ci parlano con i bambini. E si sanno capire. Sono stati soldi ben spesi i soldi del biglietto. Anche solo per averla vicina.
Mi prendo una pausa per pensare. Cercando di mettere ordine. Cercando di non far troppo torto a quella che è con me. Sperando che possa non accorgersene. Fatica vana. I loro occhi colgono oltre l’impercettibile. Mi prende la mano, solo le dita, e sono io ad essere in imbarazzo. Il mio caffè si va freddando. Insomma, quella che è stata, in queste pagine, la prima, che ha ispirato le prime righe, dovrei ricordarmi di chiamarla per nome: Annastella. Cercherò di farlo. So che sarà fatica. E a tratti me ne dimenticherò. Già lo so. Mi ero affezionato a chiamarla solo Bambola. Ora c’è questa controindicazione ma con Lei le controindicazioni si sprecano. E’ un’impresa impossibile enumerarle. Perché non è tutto bello come sembra. Ci vuole cautela per tenersela stretta. Con Lei, con Annastella, il semplice abbraccio potrebbe rompere l’incanto.
Ho potuto parlarvi con calma perché Lei, in questo preciso momento, non c’è. Se n’è volata via, ancora una volta, come un alito di sussurro. Ne stavo parlando con Bambola, l’altra, Rosaspina, ne dico il nome venendo meno ad un patto, per non aggiungere confusione a confusione, volevo chiederle consiglio, a Rosaspina. Fosse una rosa sarebbe certamente una rosa rossa. Non ho alcuna paura di pungermi. Mi ha spiegato che la conosce, ma ora, anche lei, mi ha detto devo proprio andare. E ci stavamo chiedendo se non era pericoloso uscire in una giornata simile. La neve ricopre le strade. La pioggia le rende un pantano. Non c’è un anima in giro. Già! Anima. Si fatica a camminare perché si sprofonda e si rischia anche di scivolare. Che sciocco! Continuo a dimenticare che loro sanno volare. Però aveva le scarpe del veglione. Non certo adatte. Non so se le possano arrecare disagio. Chissà se soffre del freddo. Se lo soffre come noi umani. Certo anche il suo sorriso è radioso. Sono al massimo della confusione. Questo era ieri. Ieri c’era ancora il sole. Anche il tempo non è più tempo. Deve essere vero che le cose belle durano poco. Sicuramente è vero che il loro ricordo non ti lascia mai.

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