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Posts Tagged ‘odio’

guernicaMi muovo circospetto. In silenzio. La testa china. Ormai è solo abitudine. Regole. Il mandato a memoria. Per quanto ci sia memoria. Dobbiamo temere tutto e niente. Lui è al mio fianco. Il sole è nascosto dalle nubi. Le nubi dal fumo. Guardo l’ora: dovrebbe essere l’imbrunire. La notte è ombre. E’ un’immensa ombra; buia. E’ l’unica cosa che si muove. Si avvicina. Toglie il respiro. Non ti consola. Ti rilancia i pensieri. E non ti fa da rifugio. Mette solo rimpianto. Allora ti riconosce solo la voce. Sono solo. Dietro un muro. Quello che ne resta. Guardo con rispetto questo vecchio combattente.
In certi momenti mi odio. Pare non avere dubbi. Tra tanta cianfrusaglia porta nello zaino quel vecchio libro. Ad ogni pausa, in ogni momento è lì a leggerlo. In silenzio. Fruga tra tutte le carabattole inutili e riprende da dove aveva lasciato. Non è mai stato di tante parole. Nemmeno ricordo il suono della sua voce. Poggia il fucile e il casco e sprofonda tra quelle pagine. Di tanto in tanto scoppia in risa amare. Dev’essere un testo o pieno di ironia o pieno di troppa antropica saggezza. Ormai è logoro come la disperazione. Per l’uso; ripetuto. Per il gesto di essere riposto scomodo nella sacca. Per esserne continuamente rintracciato.
Per chi non vive questa follia persino le voci diventano clienti. Sono scappate. Vanno interpretate. Spiegate. Ricostruite. Non è vita questa. E’ una condanna. Tra le mura sgretolate della città ormai vuota. Non un edificio è rimasto in piedi. Niente. Solo rovine e macerie. Calcinacci pisciano polvere. Resta il chiodo. Il quadro chissà dov’è finito. Seppellito. Raccattato. Bottino infimo e inutile. Poco distante c’è una scarpa. Misura da bambina. Ormai niente è niente. Nulla ha identità. Né età. Siamo tutti uguali: vittime. E’ una immensa follia. E scaccio il pensiero. Per una riflessione simile c’è solo la fucilazione alle spalle. Improbabile anche quella. Tacciamo e ci sentiamo dimenticati.
E allora… dicevo del vecchio combattente. Combattente è già una parola impropria. Belligerante? forse. Sopravvissuto? certamente. In questo preciso istante. Non bisogna affidarsi al tempo. Il tempo non c’è. E’ un inganno. Come tutto il resto. Siamo come i soldatini di un assurdo Risiko. Immobili e inutili come in una ricostruzione di una celebre battaglia. Tra brandelli di passato e presente. Tra calcinacci. Solo attori di una vuota attesa. Appiccicati al suolo. Esattamente come statuine in un presepe surreale. Immobili. Io con un ginocchio sulle pietre. Le orecchie tese. Gli occhi ciechi. Lui ha ripreso a leggere. Isolato. Da solo. Anche se avessi una domanda non avrebbe risposte. E inoltre non gliene importa più. Credo non abbiamo mai contato. Mi rendo conto di non sapere nulla di lui. Ed è l’unica persona che mi è rimasta. L’unica certezza.
Vecchio? Qui ormai l’età media si misura in mesi, quando non in settimane o ore. E’ l’età media di sopravvivenza. Può arrivare improvviso il tanfo putrido del gas che sale dal basso. E quando arriva è già tardi. O cade come un baleno improvviso la morte che decide a caso. Sotto forma di qualche nuovo lampo. Esattamente come bengala; silenziosi. Filanti. Traccianti. Senza alcun preavviso. L’industria militare è l’unica rimasta in piedi. Florida e pasciuta. E nemmeno sai il mittente. E’ indifferente. E forse non ha nemmeno la mia età. Solo che ognuno vede l’altro. Non c’è uno specchio per questi giorni. Mi passo le dita sulla barba. Non ho mai sopportato di averla lunga. Di sentirmi pungere le dita. E le guance.
Guardo la foto di Greta. E’ solo un momento. Mi riprendo subito. E’ sgualcita come il suo libro. Sciupati entrambi dall’uso. Non prendo la lettera. Quando la rileggo mi intenerisco. Non è il caso. E la potrei interpretare come una preghiera. Non ho più sue notizie da quella. E’ l’unica. Ero ancora in viaggio. Nell’epoca delle comunicazioni. Del mondo breve. Delle troppe notizie. Da troppo non abbiamo più notizie. I satelliti, tutto è oscurato. Non siamo sicuri che siano al sicuro. Non sappiamo nulla del mondo fuori. Forse si è salvata. Forse ha preferito vivere. Sono partito che mia madre stava facendo i tortelli. Le valigie già pronte. Le loro poche cose. Ma era venerdì. Per lei, in quei momenti tutto restava fuori. Le era estraneo. Si isolava. Nemmeno sentiva i boati. E tutto si stava velocemente approssimando. “Non puoi proprio?” –mi da chiesto. Lei ha la sua logica. Le sue regole. Il suo mondo è a sua misura. Non ho avuto nemmeno il tempo per lasciarla finire. Carlo era giù. Mi aspettava. Il motore caldo. Mi chiedo ancora dove aveva trovato la macchina. Via dall’inferno per l’inferno.
Ha ragione Marco quando dice che siamo gli utili idioti. Non noi, tutti. Dice che l’ha sentito dire. E mi chiedo utili a chi? A Cosa? Non ne sono certo. In verità non mi sento utile nemmeno per la speranza. Per l’illusione. Mi sento solo un pezzo di carne. Come tutti. Noi di Libertà & Pace. Tutti contro tutti. Ormai nessuno ricorda il perché. Soprattutto contro quelli di Pace & Libertà. Proprio perché così prossimi e distanti. Perché hanno capovolto ciò un cui credevamo. O siamo stati noi? Non è importante. Tanto siamo qui. Ci possiamo riconoscere solo nella brigata. Persino le divise, se così si possono chiamare, sono simili. Quando non uguali. Tanto non usciamo quasi mai. Ci muoviamo poco e circospetti. Non ci fidiamo nemmeno di noi stessi. Una parola sola ti può condannare. Il nemico è da per tutto. Davanti, ma anche al fianco e, peggio, dietro. E’ il loro senso del dovere. La dignità. L’orgoglio. La mamma. Tutti nemici di tutti. Sono anche quelli di Democrazia & mercato. E quelli di Fede & progresso. E tutti gli altri. Me compreso?
Spariamo a tutto quello che si muove. Qualche volta ne esce una cena. Qualcosa da addentare. Sempre più raramente. Il più delle volte un lutto. Continuiamo a pregare che non sia il nostro. O quello di un amico. Magari provocato da noi. Non è assolutamente raro. Ripeto: si spara a tutto quello che si muove. O si viene sparati. Alla fine fa poca differenza. Ormai vige la noia. E non si riesce più a stare all’erta più di qualche minuto. I nervi si logorano immediatamente. Sono anzi già logorati. Prima dell’inizio della prima missione. Difficilmente c’è una seconda. Mai un momento per pentirsi. E’ tardi. Tutto è scritto quando esce il tuo nome. Come in una lotteria. Hai vinto il primo premio. E parti. Niente ti lascia una alternativa. Sarebbe inutile. Hanno riempito il niente di niente. E certi dio non cadere nel sonno. Per paura. Paura di non svegliarti. Pausa soprattutto degli incubi.
Scaramucce. La chiamano così questa falcidia. Tanto è impossibile sparare alla morte. Viene quando vuole. Giochiamo solo a fare i guerrieri. Come detto. I combattenti. Noi della commissione aziendale. Contro tutti. Come detto. E contro quelli della delegazione di agenzia. Come detto. Ma la percentuale più alta per morire è data dai suicidi. Seguiti a distanza dalle esecuzioni. Il peggio è che siamo i delatori di noi stessi. Ma ciò che mi rincuora è che non conto nulla. Sono una cimice. Che nemmeno punge. Un niente. Sono i giudici a dover temere. Loro. Gli onnipotenti. Ad aver qualcosa da perdere. E quelli che decidono. Anche per gli altri. E’ un attimo. Trovarsi da giudici a giudicati. E il giudizio è sempre quello: esecuzione. Basta un attimo. Una parola. Una passata discordia. Una nuova antipatia. Un nulla. Il caso. Vecchie regole di una vecchia comare: la guerra.
Il vecchio saggio torna a tirare fuori il testo di filosofia pragmatica: la bibbia. E sento la sua voce; mi commuove. Gliene sono grato. Sono le ultime parole che dice. Mi spiega che gli ha spiegato che c’è solo la morale della convenienza. Soggettiva. Assolutamente. Quella del piacere e del dovere. Nessun rispetto. E soprattutto che vivere è sopravvivere. E’ un atto di forza. L’arroganza della violenza. La ragione è di chi spara per primo. Di chi spara. Di chi può ancora farlo. Dei superstiti. La vita è questa lotteria. Si basa su una selezione naturale: lo sterminio dell’altro. Non ho capito chi è, l’altro. E mi sento io, quell’altro. Lo guardo storto e ho già sparato.

E ancora questa perché è una splendida versione:

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Foto dall'album Palestina Libera! dalla raccolta Viaggio nel Mondo di Vittorio ZaniniAl seguito del post di ieri (Nuove armi sperimentate a Gaza) come promesso oggi propongo le considerazioni che ne ha fatto seguire la stessa persona che me lo ha segnalato cioè un amico di Facebook: Russano Giuseppe

Foto del Che per il profilo FB di Russano GiuseppeSono stati individuati 4 tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
•cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
•piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
•bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
•nichel solo nelle amputazioni;
Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza…

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Farfalla con i colori della PalestinaL’amico, Russano Giuseppe, richiama la mia attenzione su questo articolo, da Il Graffio news, e io lo riporto per voi. Domani aggiungerò i commenti dello stesso amico che è molto interessato sull’argomento.

NUOVE ARMI SPERIMENTATE A GAZA

Foto di uomo con il cadavere di un bambino
Tra il 2006 e il 2009 le forze armate israeliane hanno utilizzato armi sperimentali nelle operazioni militari all’interno della Striscia di Gaza. Lo ha rivelato una nuova ricerca condotta dall’università Sapienza di Roma, dall’università Chalmer in Svezia e dall’ateneo di Beirut e coordinata dal New Weapons Research Group (Nwrg), organizzazione italiana impegnata nello studio delle conseguenze dell’utilizzo delle armi non convenzionali, che ha analizzato le ferite riportate dagli abitanti dell’enclave palestinese in quel periodo. La ricerca, a differenza delle precedenti, ha studiato solo le ferite di ordigni e proiettili che non hanno lasciato schegge all’interno dei corpi. Una caratteristica fondamentale dello studio che è stata ampiamente sottolineata dagli scienziati come elemento fondamentale ai fini del risultato.
Ferite sul volto di un ragazzo
Le lesioni prese in considerazioni dagli esperti sono state quelle che hanno causato carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature al fosforo bianco e amputazioni. L’analisi delle ferite ha riportato una presenza elevata di numerosi elementi chimici di molto superiore a quella dei tessuti non danneggiati. In tutti i tipi di ferite presi in considerazione è stata trovata traccia di piombo e uranio e di altri elementi in grado di causare: patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle e mutazioni genetiche negli animali, nell’uomo e nei feti.
Equipe medica attorno al corpo di un bambino
Nessuno aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché esistono armi di questo tipo sviluppate solo negli ultimi anni”, ha spiegato Paola Manduca, insegnante di genetica all’università di Genova e portavoce del Nwrg citata dall’agenzia Infopal, la quale ha poi aggiunto che la presenza di metalli dannosi in questo tipo di armi era stata sempre ipotizzata ma mai provata. Fino ad ora.

Gaza: forze armate israeliane sperimentarono armi non convenzionali
di Matteo Bernabei

Il COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee:
Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche
Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

Comunicato stampa
Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.
L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.
I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.
Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
  • cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
  • piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
  • bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
  • nichel solo nelle amputazioni;

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

Contatti ufficio stampa
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957
Email: info@newweapons.org
Sito: www.newweapons.org

Box di scarico del comunicato in formato PDF

COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee (PDF)

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Viaggio nel mondo. Se c’è un argomento che ha “intasato” questi giorni è quello della Palestina soprattutto dopo l’intervento di Abu Mazen all’Onu. Abbiamo vissuto a llungo (e stiamo continuando a farlo) con molto ignoranza al riguardo. Cercherò di dire qui e altrove, oggi e andando avanti, alcune cose magari periferiche, a riguardo; non tanto con la presunzione di sapere, tutt’altro, ma con la voglia di incuriosire. Qui approfitto, a sua insaputa, di un amico di Facebook, Vittorio Zanini, e del suo splendido album fotografico: Viaggio nel Mondo ► Foto. Vittorio (oggi è un gran bel nome) mi tagga in una bellissima foto che potete vedere qui sotto. A corredo mette un testo-testimonianza che mi sembra valga la pena condividere con gli amici che hanno a cuore la pace e la situazione di quel paese senza pace e senza terra che si chiama Palestina.
Foto di un quadro che raffigura due mani incatenate che lasciano volare via una farfalla con i colori palestinesi
Sognando la Palestina, ecco come Kapuscinski raccontava i palestinesi:
Tutte le civiltà d’Europa e del Medio Oriente hanno piantato un albero sulla terra palestinese e il palestinese si è nutrito dei suoi frutti. In mezzo a un gruppo di gente che discute, il palestinese si riconosce a prima vista poiché dice sempre cose valide e interessanti anche quando non ha ragione.
Al mondo ci sono tre milioni di palestinesi, ma il loro peso e la loro influenza non sono misurabili in cifre. Metà di essi vegeta nei miserabili campi profughi, ma l’altra metà è sparpagliata in tutti i paesi del Medio Oriente, dove occupa posizioni importanti: consiglieri di presidenti e ministri, capi di grandi imprese e di università. I palestinesi appartengono all’elite culturale del mondo arabo. Sono eccellenti architetti e medici, ottimi economisti e commentatori. I palestinesi risparmieranno ogni centesimo (quelli che i soldi ce li hanno, ovviamente) per investirli nell’istruzione dei figli. Sono ambiziosi. Spogliati della patria e di uno stato proprio, lottano per l’avanzamento individuale nei paesi in cui è toccato loro vivere. Aspirano a essere saggi consiglieri, esperti insostituibili, specialisti in politica, in economia e nella propaganda.
Si conoscono gli uni con gli altri, sanno dove sta e che cosa fa ciascuno di loro. Il palestinese del Libano vi darà una lettera per uno del Kuwait, questi ve ne darà una per un palestinese dello Yemen che, a sua volta, vi raccomanderà a uno della Libia. E così, di palestinese in palestinese, potrete girare l’intero Medio Oriente sempre ben accolti e ben informati sulla situazione.
Dire che i palestinesi governino il Medio Oriente è ovviamente falso: certo è, però, che chiunque sottovaluti la loro influenza sui destini mediorientali commette uno sbaglio.
Israele avrebbe vita molto più facile se il suo diretto avversario non fossero i palestinesi.
Un osso duro.
Condividono la caratteristica di tutti i semiti: la passione per le discussioni. La mente del palestinese lavora a velocità vertiginosa e senza un attimo di sosta, Si dice che, al caffè, il palestinese chieda al cameriere: «Per favore, un caffè e qualcuno con cui discutere».
Il palestinese ha bisogno di esprimersi, di prendere a tutti i costi una posizione, altrimenti sta male. Una caratteristica che è anche la causa delle divisioni in seno al movimento palestinese. La minima differenza d’opposizione scatena le passioni più furibonde e le lotte più accanite. Bisogna aspettare che torni la calma e che tutti ammettano, per metà contenti e per metà imbarazzati, che in realtà non c’era bisogno di litigare.

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Fotomontaggio su immagini di pubblico dominioRipropongo un vecchio post inserito nel blog di Rossaura.
Riporto qui integralmente l’articolo dei Wu Ming (che amo in modo particolare) scritto (naturalmente a più mani) in occasione della preparazione delle giornate di Genova e poi raccolto nel libro Giap! Questo nel tentativo di cominciare a fornire materiali di riflessione.

Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta
© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
www. einaudi. it
88-06-16559-3

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova (maggio 2001)

Noi siamo nuovi ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà più del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il Paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventa corvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

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Si era calata il cappuccio sulla testa e si era mescolata alla folla. Non voleva mancare. Aveva aspettato tanto quel momento; cinquantun anni. Anche a contarli sulle dita sono più di tanti; sono troppi. Ma in fondo aveva continuato a vivere solo per quel momento. Si era limitata a contare i minuti. No! ad essere onesti nel mezzo c’era stato Tom; e poi la vita è sempre una cosa da vivere. E lei ne aveva vissute di vite. Aveva amato. Aveva odiato. Aveva avuto momenti migliori di altri. Aveva amato. Ogni volta era stata l’ultima. Non c’è un sentimento più forte dell’odio. Ciò che non era stata capace era dimenticare. Ora lo guardava il suo disprezzo. Non poteva provare pietà. Non per quell’uomo. Non per William Hamleigh. Sarebbe morto come aveva meritato di morire: da verme.
Prima dell’attimo di silenzio c’è chi grida. C’è chi sputa. C’è chi tira quello che gli capita in mano. C’è chi è venuto da lontano. Il piscio gli bagnava la veste. Come tutti quelli anche lui aveva il coraggio della paura altrui. Lo aveva sentito dire che si muore così. Che davanti alla signora molti perdevano il controllo; la dignità. A che gli sarebbe servita? Veramente lei l’aveva sempre saputo. Come non aveva mai avuto alcun dubbio su questo appuntamento. Ora eccolo lì. Nella piazza di Kingsbridge. Ancora un attimo. Pronto a penzolare lui dalla corda. In realtà la storia, per quanto attenta, mai avrebbe potuto stabilire se fosse stato colpevole di quella colpa. Per lei non cambiava. La sua colpa era di essere vissuto. La sua volpa gli era venuta al momento della nascita. Era un mondo destinato a morire. Non avrebbe visto quello nuovo. Non aveva abbastanza pazienza. E sapeva che dopo sarebbe stata soddisfatta, ormai stanca. Sarebbe andata anche lei al suo appuntamento.
Ma lui la scorse tra la folla. Non aveva mai dimenticato quella faccia. Ormai tutto era perduto eppure non riuscì a non aggiungere terrore al terrore. Nemmeno in quel momento. Ora sapeva che chi muore muore da solo. Gli occhi di quella donna, di Ellen, gli passavano le carni. Ora ne era certo: era una strega. E quegli occhi, che non era mai riuscito a sostenere, ridevano. Ridevano senza cambiarle il volto. Ridevano di una luce sinistra. Si era preso tutto. Tutto gli apparteneva. Non c’era nessuna morale in quello che gli succedeva. Non c’era un dio. Un dio avrebbe capito. Era lui la legge. Lo era allora. Cosa succedeva. Una legge lo condannava. Chi erano quelli? Non voleva morire. Ora capiva il terrore su quelle facce. Cosa cambiava. Erano solo villani. Erano il niente. Solo bestie. Lei lo guardò ancora una volta, per l’ultima smorfia di terrore e di vita, per capire quello che aveva sempre saputo: perdonare è una fatica inutile.¹


1] Personaggi da I pilastri della terra.

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Era stato Lunardo: “Sono usciti proprio dalla villa, col buio”.
Sei sicuro”?
Con questi miei occhi”.
Non c’era niente ad essere sicuro. Persino gli occhi potevano mentire, ma cosa importava? Era ormai il tempo e allora dico “Si va”!
L’ultima era stata la Marta. Se ne tornava tranquilla a casa, povera ragazza. Solo una ragazza. Io mica le so raccontare le cose. Ora sembra pazza. E così siamo entrati, sventrando la porta. Armati con quello che si aveva. La rabbia era tanta; troppa. Ermes era di vedetta: “Dov’è il conte”? Maremma maiala! mi vien ancora da dire “il signor Conte”. Mi toglierò mai questo vizio? Ma quello era nelle sue stanze, con tutta la sua famiglia. Si va a cercarlo. Ha gli occhi che si spalancano. Non l’ho mai visto con quella faccia. Fa il cordiale: “Calmi ragazzi, che volete fare? Sono sempre stato dei vostri”. “Ci va di divertirci anche noi“. Dei nostri un cazzo. Gli riesce facile a fare il cordiale, ma non troppo. Gli tiro il pugno prima che provi a passarmi il braccio sulla spalla. Si regge a fatica. Mi guarda con odio solo per un attimo, e se ne pente. Si crede che sia ancora tutto come ieri. Ho i calli delle sue zolle tra le dita, la sua terra tra le unghie. Non è mai stato dei nostri. E noi non siamo più suoi. E’ stato allora che ha capito, e s’è preso dalla paura. “Non fatemi del male”.
Tutto per niente. E’ peggio di prima. Era meglio morire in collina, che adesso in piazza. Almeno lì sapevi da che parte era il pericolo. Forse credevi di saperlo. Questo paese non è più il mio paese. Io le cose le so fare. Io le cose non le so raccontare. Tanto ho già la valigia pronta. Da domani sono in Belgio. Cerco di mettere tutto il mio disprezzo nei miei occhi. E’ solo un animale ferito; impaurito. Eppure non fa nemmeno pena. Lei tiene una mano sulla bocca. Con l’altra stringe il pugno sulla gonna. Agguanta con violenza più stoffa che può. Il mondo è pieno di servi, ma oggi è un giorno diverso. Mi vuole sfidare ma anche mi teme. “Pensa tu a lui. Io penso a lei”.
Non è il vino a darci coraggio, non ci serve; basta la rabbia. Lei cerca di dire qualcosa che non riesce a dire. Riesce a trattenere il pianto. L’ho spinta per terra, là, sopra il tappeto. Si dibatte, cerca di liberarsi. Certo non è comoda come nel suo letto. Per una volta. Eppure s’è anche accontentata anche del pagliaio; qualche volta. “Aiutami a tenerla ferma”. Faccio da solo che faccio prima. E faccio meglio. Quando lei ha provato a gridare e ribellarsi l’ho colpita con uno schiaffo e ho gridato: “Se non sta buona uccidi quel porco”. Ho messo tutta la mia forza in quel palmo che le resta il segno e il volto si gira e si contorce. Un rumore secco. Un rivolo di sangue le scende sulla guancia. Dopo s’è messa più tranquilla; non che abbia smesso di divincolarsi ma mi sono accorto subito che la sua resistenza era meno decisa. Eppure avevo spesso pensavo che non mi sarebbe dispiaciuto conoscerla: “Fai la brava, contessa”. Non c’era verso che volesse fare la brava. Ma è pur sempre una donna.
Tiro e le mutandine vengono via subito, come fossero fatte di niente. “Dai che poi facciamo divertire anche gli altri”. Ma Magno ha preferito andare di là col giovane conte. Dice ch’è un gesto politico. Ch’è un disprezzo maggiore. Ch’è le colpe ricadono sui figli. E che non ne devono nascere più. E c’ha pure ragione ma comincio a pensare che il suo possa diventare un vizio. Comunque non è che ne ho una gran voglia, mi è come passata, ma torno a pensare a Marta, a Juri e agli altri. Mi torna la rabbia. Non la posso far passare liscia. So che lo devo fare. Dovevo lasciargli un saluto. Non potevo andarmene via così. “Il porco deve stare a guardare. Poi lo porti a far compagnia ai signori maiali”.
Le strappo la gonna. Sono un po’ deluso, in fondo è fatta come ogni donna. Ha solo un odore diverso. Il conte cerca di girare la testa. Ci pensa Manolo a tenergliela dritta. Intanto gli fa provare la punta del coltello. Non so se lui ci vede veramente. Non credo gli importi molto. Pensa alla propria pelle. Quello è inorridito, ma di più è che ha paura. Una paura boia, ma paura per sé. Non che mi piaccia particolarmente farlo davanti agli altri. Mentre stanno a guardare. Manolo se la ride e ha scritto nello sguardo che aspetta il suo turno. La contessa piace anche a lui. Gli occhi sono febbrili. Ha fretta. Si sta divertendo più di me. Io so solo che lo debbo fare. Sento la sua carne liscia; curata. Una carne che ha ignoranza della fatica. La fatica l’ha sempre comandata agli altri.
Mi incazzo perché ho come il sospetto che alla cagna cominci a dare un po’ di gusto. Così non va bene. Mi ricordo della sua alterigia, della sua arroganza. Alda pare soddisfatta. Come fosse anche la sua rivincita. “Adesso vieni via”. Forse un po’ ne è anche gelosa. Ha paura che non sia solo un capriccio. Che possa non finire oggi. Che mi sia piaciuto troppo. Ma è solo un attimo. La tranquillizzo. Mi pulisco sul tappeto e su quel vestito morbido, ormai lacero.
Poi lei, la contessa, ha pianto in silenzio. Ormai rassegnata. Non piangerà altrettanto per quel marito. Il tempo di raccomandarlo a quel loro dio. Mi sento più libero. Niente di cui andare fiero, ma mi sento più libero. E poi anche gli altri si sono tolti uno sfizio. Parto mentre i conti tornano ad essere conti. Almeno il nostro continua ad esserlo ma sotto un metro di terra. E il mio conto l’ho saldato.

Paolo Pietrangeli: Contessa [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]

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