Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘ombre’

Non potendo prenderlo sulle ginocchia fu lui a accomodarsi su quelle del padre. Non l’aveva mai fatto salire quand’era piccolo e non si sentiva più un piccolo. Cercò la novella che ricordava. Voleva dedicargliela e dedicargli la lettura. Sapeva che non avrebbe capito ma ci voleva sperare. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Non aveva altra risorsa che quella di illudersi. Le parole dirette gli costavano fatica. E lui non le avrebbe accettate. E temeva se ne potesse sentire offeso. Son così strani i grandi. Aveva sempre cercato di camminare con delicatezza sui sentimenti degli altri. Che poi per capire non serve essere studiati. Si accorse che l’emozione gioca scherzi ingiusti. Il suono di quelle parole incespicava come per ulteriore pudore. Improvvisamente persino quel piccolo contatto divenne imbarazzo. E la novella era… banale, c’entrava meno dei cavoli. Forse la scelta era stata una scelta affrettata. Ed è così complicato il gioco delle parti. Quel libro parlava di ombre e della paura del buio e di amori della sera. L’ombra che lo seguiva e perseguitava era grande e grossa. Quell’uomo, suo padre, aveva sempre detto che più erano grossi e con più soddisfazione se li sarebbe mangiati a colazione. Che era un motivo in più per abbatterli e che la loro caduta avrebbe fatto più rumore. Anche lui era stato grande e grosso ed era stato giovane. Si accorse che i suoi occhi si erano abbassati e che si era abbandonato ad un sonno tranquillo.

Annunci

Read Full Post »

Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

Read Full Post »

luna, castello, uccello e personaggiAveva insistito tanto “Mamma! mammina cara! raccontami una favola. Dai raccontamela; anche piccola.” –che lei non aveva più potuto sottrarsi. D’altronde non capitava spesso ed era passato molto dall’ultima e purché non diventasse un’abitudine… si stese a fianco del figlio, sollevò il cuscino verso la testiera, lasciò accesa solo la luce notturna e dopo che si furono messi comodi e accoccolati incominciò a raccontare una di quelle sue fiabe che, dovendole inventare lì per lì, riuscivano incerte, confuse e perché no certo anche un poco stupide.
Non che il bimbo non se ne rendesse conto ma tanto lui ormai conosceva i suoi limiti e si accontentava entusiasta e poi forse non erano altro che un pretesto. “Dunque… vediamo un po’… c’era una volta –perché tutte le favole cominciano così e anche semplicemente perché questa formuletta monotona da il tempo di frugare nella fantasia o nella memoria un ragazzino– circa della tua età di nome Antonio. Antonio era un bambino intelligente, si impegnava a scuola, ubbidiva ai suoi genitori ed era un bimbo felice perché la mamma gli voleva bene”.
Come nella pubblicità dei biscotti”?
Come nella pubblicità dei biscotti”.
Ma che storia è se non succede mai niente“?
La madre si sentì stretta alle corde, col fiato alle spalle ed ebbe paura di perdersi “Abbi pazienza e non essere impaziente. Ecco… insomma… vestiva in modo un poco… inadatto.” che parola scema ma pazienza, non le era venuto niente di meglio; rifletté.
Anch’io mamma vesto come uno scemo”?
No! Tu no caro”.
In quel momento pensò al piccolo Andrea “Ma lui si. Aveva di quei cappelli sai e poi magari anche la sciapa sulla bocca e quelle cose goffe che ti fanno sembrare un salame”.
Il bimbo rise. “Si! era certo così. L’hai proprio fotografato”.
Ma i suoi genitori non si accorgevano? Non potevano dirglielo”?
Il fatto era che lui era grosso”.
Ma grosso quanto”?
Grosso tanto. Ma se mi interrompi continuamente non riesco a proseguire”.
E perché”?
Beh! perché mangiava tanta troppa pastasciutta”.
E la verdura, mangiava la verdura”?
Questo la storia non lo dice”.
Ma il dindi non fa mica male”.
Lui amava la pastasciutta e allora i suoi compagni di classe lo prendevano in giro”.
Proprio come Andrea”?
Si! proprio come Andrea bravo. Ma adesso fammi continuare”.
Si! mamma: noi bambini siamo così ma non lo fanno per cattiveria”.
Lo so! lo so”!
Ma lo sai che Michele aveva trovato Baggio e l’ha scambiato per Gullit”?
Ma non volevi che ti raccontassi una fiaba”?
Ma allora erano cattivi, quei compagni di classe; vero mamma”?
No caro! I bambini non sono mai cattivi”.
Neanche quando bruciano i topolini dentro le loro tane”?
No! neanche quando bruciano i topolini”.
Perché sono sporchi e portano le malattie; vero? e quando tirano agli uccelletti”?
Nemmeno allora”.
E quando fanno i capricci e fanno arrabbiare la mamma o il papà”?
No caro! perché i bambini non sanno essere cattivi. Forse solo qualche volta un poco monelli; vivaci. Non per niente dicono dei bambini che sono innocenti”. e sorrise al figlio nel buio.
Il figlio vide quel sorriso e sorrise anche lui e si strinse alla madre con tenerezza “Ma la maestra dice che Carlo è proprio cattivo; anzi dice che è… è… crudele ma io dico che non è vero perché Samantha è peggio e ieri gli ha sputato sul cibo e poi le bambine sono sempre più dispettose dei maschi”.
Fai il bravo e ascolta la favola. Giuseppe era”…
Ma chi è mamma questo Giuseppe? Non avevi detto Antonio”?
Mi ero sbagliata prima –e sospirò “accidenti!”– e poi Antonio o Giuseppe è la stessa medesima cosa e questo non e importante”.
No mamma? Guarda che questo è importante e poi guarda che Giuseppe è quello che non si soffia mai e ha sempre il moccio”.
Allora Antonio”.
Ecco, Antonio è meglio e poi mi fa già simpatia”.
Allora questo benedetto bambino Antonio preferiva giocare solo e un poco per le canzonature e un poco per la sua indole, –cercò di prevedere la naturale curiosità del figlio– cioè del carattere, fatto è che diventava sempre più silenzioso e coltivava fin troppo i suoi sogni. Sognava e la sua mente vagava fra le fantasie più assurde. Lui aveva una cameretta tutta per sé e molti molti giocattoli”.
Come me”?
Proprio come te. Solo che lui si ritirava troppo in sé stesso e non parlava molto con i genitori come facciamo noi e le sue fantasie nella sua mente sembravano prendere corpo e allora viaggiava viaggi fantastici come nei libri che leggeva ed era sempre distratto anche con i compiti”.
Ma se avevi detto che era bravo? e poi i compiti sono tanto noiosi”.
Era diventato distratto dopo perché aveva la testa sempre per aria sui suoi eroi. Ma poi alla sera, quando andava a letto e la mamma spegneva la luce e restava solo, lui fra le ombre credeva di vedere mostri orribili; e anche di sentirli”.
Come il Babau”?
No! sai che il Babau non esiste”.
Ma sai che Cristiano ci crede ancora? Allora come l’uomo nero”?
No! neanche quello c’è”.
Allora come il vigile che viene e porta via i bambini disubbidienti dalle loro mamme”?
Nemmeno come quello perché anche quello l’hanno inventato genitori sciocchi per bambini sciocchi. Non ti ho spiegato che sono solo storie stupide? e poi… il vigile… e perché no lo spazzino”?
Per quello, mamma, anche lo spazzino fa un po’ paura con quella sua scopa lunga lunga”.
Sono scemenze, lui fa solo il suo lavoro per la strada”.
E non può andare da un’altra parte”?
No! questa è la strada che gli hanno detto di pulire. Non esistono gli uomini cattivi”.
Allora come quello di ieri pomeriggio?” –disse il bimbo e capì mentre ancora lo stava dicendo che si stava per tradire ma non riuscì a trattenere le parole e arrossì.
La madre finse di non sentire o non sentì per una semplice e veniale distrazione “Vedeva mostri giganteschi e bruttissimi”…
Dev’essere stato bruttissimo”.
No! era solo la sua fantasia”.
Vedeva mostri con gli occhi di fuori e il fiato di fiamma e tante braccia che tutte cercano di prenderti e degli artigli che solo quelli bastano a ucciderti e a darti una fifa merdosa”?
Si! proprio di quelli ma sai che non mi piacciono quelle parole. Ma chi te le insegna”?
Quali parole; mammina”?
Lasciamo stare che e meglio e torniamo ai mostri”.
Cos’è mamma quella cosa che si sporge e ci vuole afferrare”?
Sciocco! è solo Bibo. Ti ho anche detto che ormai sei troppo grande e che lo dovevamo regalare o almeno riporre che tanto non ci giochi più e m’impiccia”.
E erano anche puzzolenti”?
Si! e anche puzzolenti. E allora si nascondeva sotto le coperte e tremava tutto e sentiva un freddo che lo scuoteva”.
Perché si nascondeva sotto le coperte”?
Perché aveva paura”.
Ma le coperte non tengono lontano i mostri; vero mamma? e poi il puzzo, quello arriva anche là sotto; è come quando fai una bombetta, insomma quando ti scappa. Sai che Elena ha sempre quell’odore ma proprio quello nell’alito”?
Tutto questo non è importante ma prova a pensare, questo povero bambino nascondeva gl’occhi spalancati dietro il buio della coperta e invece di dormire tremava dalla paura, poi tornava a sbirciare ma loro erano sempre là e sempre più vicini e il mattino gl’occhi erano arrossati e lui era come se non avesse riposato. Questo succede anche a quelli che guardano quelle cose che guardi anche tu e che sai che io non voglio e che non ne ho piacere e i suoi genitori non capivano perché il bambino fosse sempre stanco e cominciasse anche ad andare male a scuola perché adesso cominciava a portare anche qualche nota e così i genitori davano la colpa agli insegnati e quelli viceversa”.
Ma allora era proprio disgraziato? Come quelli che non hanno neanche da mangiare”?
Quasi. Era quasi così! poveretto e invece di accendere la luce la sua paura cresceva e quell’esercito di ombre si affollava sempre più da presso e si sentiva come soffocare“…
La voce progressivamente si spense. La fiaba era diventata un borbottio confuso e poi improvvisamente solo silenzio ed era rimasta a metà. La madre aveva preso il sonno, come succedeva sempre, e lui se ne era reso conto subito.
Cercò di scuoterla inutilmente. Si guardò intorno fra le ombre delle cose della sua stanzetta e allora capì che la favola si era solo interrotta per un attimo e ora stava continuando per conto proprio, senza sua madre. Ma lui no! non avrebbe nascosto la testa perché sapeva che ora era solo davanti all’avventura e che avrebbe dovuto lottare anche per lei. Si strinse più presso alla mamma per difenderla perché lui ormai era proprio un ometto coraggioso; glielo diceva sempre anche il suo papà che era sempre via.¹


1] 1 marzo 1995

Read Full Post »

Solo uno sguardo dietro la tenda. Forse nemmeno quello. Forse solo un riflesso. La notte che si libera del colore. Ch’è solo notte. E quel silenzio intorno. Così spesso da poterlo toccare. Un cane mugula un desiderio di luna.

pittura con tecnica mista su cartone telato
I segreti della notte: tecnica mista su cartone telato (20.11.2009) 18*24

Read Full Post »

Se ne stava sulla porta. Stancata di anni e di acciacchi. Se ne stava seduta a guardare passare. Guardava passare il tempo e le persone. Non vedeva molto. Dietro quella cataratta si nascondeva alcune sofferenze. E quelle persone erano solo ombre sfumate. Le riconosceva solo per abitudini. Era il tempo che camminava come avesse cent’anni. Lentamente. Faticosamente. La verità era che non era più il suo. Era il tempo degli altri. Un tempo che non gli apparteneva più. Il suo era passato. Non sarebbe tornato. Aspettava ma non sapeva cosa. Forse solo quel gocciolare silente. Forse l’ora di rientrare. Il richiamo dello stomaco. Forse suo figlio, ma forse non sarebbe passato nemmeno quella sera.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: