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Posts Tagged ‘omicidio’

hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Non lo voglio chiedere. Non mi vorrei trovato subissare di colpe che non ho. Che non ho fatto a tempo ad avere. Non so cosa si sono raccontate quelle due. Come si possa essere giustificata Erika. Con il solo asciugamano addosso. So solo che Ortensia è qui con me che si prodiga al mio capezzale. Premurosa. Come la migliore delle mogli. E ha rinunciato al resto della vacanza. Solo per me. Per accudirmi. Tra qualche giorno dovrei anche uscire da questo maledetto ospedale. Ma di mare non se ne parla proprio. La casa l’ha già chiusa lei. Dovrò mettermi a dieta e smettere di fumare. Tutto è bene quello che finisce bene. Naturalmente Erika non l’ho più sentita. Non ricevevo altre visite. Non ho chiesto di lei. Come avrei potuto? Non ne sapevo niente. Nemmeno se era ancora viva o se era morta. Se non per il fatto che è stata proprio mia moglie a dirmi che mi mandava i suoi saluti.
Anche se non piace a entrambi ricordare, con delicatezza, Ortensia mi ricorda cosa è successo, senza farmi pesare troppo il suo malumore: “Sei uno stupido. Dovresti ormai saperlo quello che puoi e quello che non devi fare”.
Non ho fatto niente. E’ stata solo una giornata in spiaggia. Come potevo immaginare?”…
Lo so. Sai che non puoi stare troppo al sole. E poi non devi metterti in testa certe strane idee; caro mio. Non sono più cose per te. Ti credi ancora un ragazzino”?
Quando se ne va ripenso a quello che mi ha detto. In fondo non sono poi così vecchio. E quello che mi è capitato può capitare a chiunque a qualsiasi età. Tutti vanno al mare, d’estate, ma non tutti poi finiscono dentro uno squallido ospedale. Perché proprio a me? Mi son fatto portare qualcosa per cambiarmi. Non posso essere dimesso in bermuda. Intanto il vicino di letto russa come un’intera segheria. Ho sete. Mi ricordo che la prima cosa che ho provato è stata proprio la sete, prima ancora di provare quell’orribile e dolorosa pressione sul petto. Quella fitta. L’ho riconosciuto subito. Voglio dire l’infarto. Mi chiedo se ne valeva la pena per un po’ di sole.
Ripenso a Erika e cerco di riprendere il libro da dove l’ho lasciato. Un tentativo vano. Non mi sento tranquillo. Sarà lo spavento che ho provato. Sarà che l’ospedale mi fa ansia. Sarà il rumore del vicino. Allora accendo il portatile. Vado un poco in giro senza una metà precisa. Il mondo è ancora lì fuori. Mi sento un nomade. Mi sento vivo. Mi sento prigioniero. Mi sento un guardone. Senza sapere cosa mi spinga a farlo sono entrato curioso nel profilo di Ortensia. Ci sono le solite cose. Ha condiviso i soliti post delle solite associazioni di volontariato. Poi mi accorgo, per puro caso, che la sua chat è rimasta aperta. Vado a spiare. C’è un dialogo di mia moglie. Proprio con Erika. Di qualche giorno prima di andare al mare. Prima di quel giorno maledetto. Dell’ultimo giorno al mare. Di pochi giorni prima. Forse è stato questo che mi ha incuriosito. E’ una strana coincidenza. Leggo e ne sono sorpreso. Faccio copia e incolla in una pagina word che salvo in una mia cartella con la password. Leggo e rileggo senza dover stare collegato alla rete che qui c’è poco campo e non è stabile.
Il primo messaggio è di Ortensia: Probabilmente ha cancellato i precedenti. Lei è sempre uguale. Probabilmente, per distrazione, s’è scodata di cancellare anche questi. Avrebbe fatto meglio. Oppure si erano parlate a voce. Senza bisogno di una intermediazione informatica: “Fai come ti dico. Se ti vede fa un infarto. Sicuro. Con me è tanto… Sicuro com’è vero che sono qui a scrivertelo. Credimi”.
E se non lo fa”?
Lo fa. Lo fa. Non c’è uomo… Tranquilla”.
Ma se non?”…
Allora lo dovrai fare. Non mi dirai che tu”…
Non è quello. La vita mi ha regalato anche di peggio, anzi. Solo che non c’è la certezza che poi”…
Non ti chiedo poi chissà quale sacrificio. Basta stare un pochino attente. Tenere il becco chiuso. Una notte di buon sesso, selvaggio, come dico io. Come sai. Lui non lo può reggere. Ne sono sicura. Poi saremo libere”.
E se non… non cede”?
Hai troppi dubbi. Se sopravvive vuol dire che non sei più la Erika che conosco. Che mi sono sbagliata su di te. Che ti sei sbagliata sulle tue capacità. E allora dovrai inventarti qualcosa. Arrangiarti. Non posso venire ad aiutarti. Ricordi che io dormirò nell’altra stanza? Sarò sveglia a dormire nella nostra camera. Non sarò presente. Quando succede. Forse potrà essere solo imbarazzante. Ma ho pensato… ti puoi rivestire. Non c’è fretta, in questi casi. Puoi prendertela con comodo. Io dirò quello che devo dire. Se alla fine… Dovrai arrangiarti con il cuscino”.
Forse non sono mai state nemmeno colleghe. Questo chiarirebbe perché certe cose non se le sono dette a voce. In ufficio. Perché hanno avuto bisogno di scriversele. Certo che Ortensia è sempre un poco poco prudente. Da questo punto di vista Erika la conosco meno. Direi niente. Però quella frase in cui dice che la vita le ha regalato di peggio, anzi. Proprio quel anzi dopo la virgola. Quello mi fa pensare. Forse non le sono stato del tutto indifferente. Ma forse scherzavano tra loro. E non sono mica sicuro di essere io quello di cui parlano. Non ne posso certo avere la certezza.
Ma cosa vado a pensare? Forse è un altro dei loro scherzi. Ma io, comunque, sono duro a morire. Ho ancora qualche giorno di riposo e di ricovero. E poi tutta la convalescenza e la riabilitazione, per la continuità assistenziale. Spengo il computer. Vorrei riposare un poco. Certo che Erika è proprio carina. Quando si è rinchiusi in un ospedale si ha tutto il tempo per civettare con la propria fantasia. Potrei chiamarla quando esco. Tanto per sentire almeno la sua voce per telefono. Mi è rimasta impressa. Se poi… Magari senza farmi accorgere da mia moglie. Non so se posso addebitare il male al mare o se essergliene grato.

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A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà'” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-“Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

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GialliLavoravo per Arberesh allora, un italo-qualcosa. Me ne sono andata una mattina senza dire niente. In silenzio. Con le mie cose e tutta la lira. Erano soldi che mi ero guadagnata io. E mi sono lasciata tutto dietro le spalle. Aria nuova, vita nuova; come si dice. Dev’essere molto stupido uno che crede di domare una donna a suon di legnate. Non ha capito niente sul nostro conto. Ho cambiato vita. E dopo allora che mi son data alla professione. Ora sono gli uomini che dovrebbero starmi alla larga.
In fondo un’esistenza tranquilla. Ma quella calma è finita. Scendo da un treno e salgo su un treno. La mia vita è diventata una corsa frenetica. Sono braccata. Qualcuno ha puntato sulla mia testa. Vuole togliermi di mezzo. Forse ho visto qualcosa. Forse ho fatto qualcosa. Uno dei miei cliente? Forse uno dei contratti. Qualche parente. Qualche amico. I morti non parlano, ma a volte fanno un chiasso bestiale. Vogliono mettermi a tacere. L’ho annusato nell’aria. E qualcuno ha pensato bene di mettermi la pulce all’orecchio: Guarda che vogliono proprio te. Anch’io ho i miei amici. E le mie informazioni. E’ da allora che sto ancora di più in campana.
Nel mio lavoro non ci si può distrarre. Non è nemmeno molto bravo. Deve aver visto troppi film americani. Un vero dilettante. Un deficiente. Nasconde la faccia dietro il giornale. L’ho scoperto subito. Sono almeno tre giorni che ho i suoi occhi addosso. Mi sta troppo appiccicato. E me lo sta cagando. L’avrebbe sgamato anche un cieco. Passare da predatrice a preda non è il massimo della promozione sociale. Torno a chiedermi chi lo manda. Non penso possa essere stato Resh. Troppo pigro per provare rancore per più del tempo di una passata di botte. Per coltivare odio e voglia di vendetta. E allora chi? Ma non è il problema più importante, al momento. Devo tirarmene fuori e in fretta. Al resto penserò.
Come hanno fatto a trovarmi? Mi ripeto che devo aver pestato i piedi a qualcuno di importante. Non c’è altra spiegazione. Lui, un ragazzotto dalla pelle abbronzata. Un po’ sul volgare. Vestito malamente. E’ chiaro che aspetta il momento. Intanto mi studia. Non sono una dilettante. Non so fare la preda. Don Salvo dice che quello che frega è la mia faccia da angelo. Di me lui apprezza anche il resto. Tutta la carrozzeria. Apprezzerebbe; non mescolo mai la professione con il piacere. Ad ogni modo ogn’uno al suo posto. Per lui ho fatto un paio di lavoretti. Puliti. Nient’altro. Era rimasto soddisfatto. Non puoi mai entrare nella loro testa. Dei mammasantissima. Credono che stiamo ancora nel medioevo. Loro hanno ancora l’onore. E la famiglia.
Il locale è carino. E’ lui un pesce fuor d’acqua. Si sta mangiando tutta la diaria. Solitamente tendo ad essere sobria. A cercare di passare inosservata. Mi sono messa tutta in tiro proprio per lui. Soffre per non poter fumare. E’ chiaro. Le dita sono gialle da nicotina. Si alza per andare al bagno; il piccolino. Aspetto che scompaia in fondo la sala. Mi alzo e passo vicino al suo tavolo. Se non mi ritrovasse resterebbe deluso. Ma sa dove sono alloggiata. Con fare indifferente butto l’occhio sul giornale. Un foglio locale, forse per farsi notare meno. A bordo pagina ha annotato qualcosa con una grafia illeggibile. Anche se i numeri sono stati scritti invertiti riconosco sotto quello del mio cellulare. Mi sono tolta l’ultimo dubbio. Torno al mio posto e aspetto tranquilla.
Suda. Lo guardo con insistenza. Proprio per farmi notare. Nasconde nuovamente la faccia dietro il quotidiano. Sottovalutarmi così è anche un’offesa. Ha pure gli occhiali da sole. Un classico. Io di mio preferisco prendere l’iniziativa che aspettare. Fare la mia mossa. Trovo sia sempre un vantaggio. Mi alzo e vado al suo tavolo. “Posso”? Certo che posso. Mi guarda sorpreso e stranito. Mi verso del suo vino. Un bianco dozzinale. E mi siedo. Non posso certo aspettarmi una qualche raffinatezza.
Son finiti, da un pezzo, i tempi dei Bogart. Oggi sono i tempi delle Mary Kathleen Turner. Le donne sono più precise e meno prevedibili. Non se ne dev’essere accorto; il pervertito. Accavallo le gambe. Se ne accorge. Apprezza e cerca di resistere. Basta fargli vedere un po’ di pelle a questi uomini.
Ciao pupo”.
Nella realtà faccio tutto da sola. “Non si sta bene da soli. Un po’ di compagnia”?
Non è di molte parole. “Certo che c’è un po’ di chiasso”.
Né di grande iniziativa. “Ci sono posti più… più… dove si può parlare”.
“…”.
E’ uno nato solo per eseguire. “Oltre tutto fa anche un po’ caldo. Non trovi”?
Banalità. Decido. Gli faccio vedere un po’ di Gilda. Gli mostro un antipasto. Con la scusa di allungarmi per il sale organizzo il mio spettacolino “tutto per il mio maialino”. Gliele sbatto sotto gli occhi. Ad un palmo dal naso. Che apprezzi la merce che gli viene offerta. Ed è in offerta gratuita. O quasi. Solitamente a questo punto non ho mai trovato nessuno capace di fingere di non capire. Si convince di essere irresistibile. Di avermi conquistata col suo fascino. Infatti si limita a dire: “Andiamo”?
Giriamo l’angolo ed entriamo in una stradina buia dove si affaccia la porta della cucina. Mi ferma. Lo guardo aspettando. Mi spinge contro un muro. Cerca di baciarmi. Giro la testa. Mi sbava sul collo. Mi lecca dietro l’orecchio. E comincia a brancicarmi tutta. Le sue mani mi cercano, mi palpano, me le trovo da per tutto. Mi alza la gonna, Cerca di infilarle nelle mutandine. Mi riempie di complimenti o di insolenze nella sua lingua, che non conosco. Gli suggerisco che ci sono posti più comodi. E che ci potrebbero vedere. Gli spiego che sono una signora. Ha fretta. Mi tolgo la mano da in mezzo alle gambe. Mi guarda un attimo attonito. Forse infuriato. Gli sorrido amicante. Un sorriso che tranquillizza. Capisce. Mi trascina con sé, in albergo, tenendomi per il polso. Come se temesse che me ne scappi. Forse gli piace violento.
Anche in ascensore lo devo calmare. Non capisce che non mi vanno i baci. Quelli sono un’altra cosa. Lascio che assaggi e lo fermo un paio di volte all’ultimo. Quando sta per andare oltre. Quando non regge la sua eccitazione. Sembra che non si arrivi mai al piano. Gli faccio i miei complimenti con un sorriso. Insomma allungo le mani. So dire le bugie con molta naturalezza. Ho dovuto impararlo fin da bambina. E’ una cosa che una donna apprende facilmente. E quando entriamo torno a prendere in mano nuovamente la parte della protagonista.
Gli chiedo scusa per il bagno. Mi risistemo un po’. Gli lascio il tempo per nascondere il suo gioiello. So come son fatti i tipi come lui. Poi qualche minuto perché ritrovi un po’ di calma. E un po’ di tempo per spazientirlo e aspettarmi con ansia. Rientro ed è ancora in piedi. Sicuramente l’avrà riposta nel cassetto del comodino. Mi ci giocherei… tutto. Lo sbatto nel letto. Lo spoglio di fretta. Mi limito ad abbassargli i pantaloni. E i boxer. Non gli do un attimo per riflettere. Lo lascio lì scomodo. Fingo un istante di pudore. Quanto basta. Persino porto la mano alla bocca. Come un complimento. Mi metto a mio agio, quasi vestita completamente: glielo dico. Lui ha gli occhi fuori dalla testa. Si crede il più grande dei fortunati. E degli amatori. E il più sveglio. Me lo lavoro.
Inizio il pompino. Meccanicamente. Senza trasporto. A lui basta e avanza. Anche troppo. Intanto si distrae e abbassa la guardia. Mi basta un attimo. Allungo la mano. La trovò lì, dove me l’ero aspettata: nel cassettino. Prendo la pistola e gliela infilo nel culo. Forse lo crede un nuovo gioco. Gli tolgo l’attimo delle domande. Quando premo il grilletto lui sta per venire. Nemmeno capisce quello che succede. Non avrà più il tempo di intuire. Passa da essere un figo ad essere un ex in un battito di ciglia. Non era male. Dopo è un pallone bucato da cui usciva un eccesso di sangue e liquidi. Scopro che è un’iniezione incredibile di adrenalina sparare nel culo a uno. Ad un pezzo di merda. Togliergli la vita proprio mentre lui tocca il paradiso.
Un pezzo di merda di meno. Un dilettante. Non avrà il tempo di imparare il mestiere. Fortuna che ho qualcosa da parte e me ne posso stare tranquilla per un po’. Meglio che Francesca sparisca. Bisogna sempre essere previdenti.

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