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Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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1948-2012
64 anni di Resistenza in Palestina

C’è una Resistenza in Palestina, una Resistenza che dura da 64 anni. C’è un genocidio in Palestina, un genocidio cominciato più di 64 anni fa. C’è una verità in Palestina, una verità taciuta e mentita, una verità che ha molto più di 64 anni.
Dal Congresso di Basilea (29-31.08.1897, ripetiamo milleottocentonovantasette) Theodor Herzl dà corpo alla sua idea di uno stato per le “popolazioni” di religione ebraica. In realtà inizialmente non viene colto l’aspetto razziale del progetto, ma subito le persecuzioni li fanno persecutori.
Il 2.11.1917 il Regno Unito si impegna, lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero attivista sionista), a destinare dei territori in Palestina per costituire un “focolare nazionale” con l’intento di dare “una terra senza popolo per un popolo senza terra” cioè la famosa “terra promessa”. Unica piccola anomalia è che quella terra è la Palestina e lì un popolo c’è, quello palestinese, e una cultura, tra le più ricche dei paesi arabi. Dal 1921 è l’inizio della violenza e la fine della storia civile di questi popoli.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948. Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati. E’ a questo punto che i sionisti cominciano attacchi terroristici contro inglesi e palestinesi. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all’ONU anche perché il potere di influenza sulla regione sta sempre più passando in mani statunitensi. E subito assistiamo al primo massacro, quello di Deir Yassin consumato il 9.04.1948, sei settimane prima della proclamazione dello Stato di Israele e prima che scoppiasse la conseguente guerra nel 1948, con il massacro di circa 200 civili palestinesi ad opera di membri dell’Irgun guidati dal futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin ai danni degli abitanti arabi dell’omonimo villaggio presso Gerusalemme ovest, nella Palestina all’epoca sotto Mandato britannico. E’ questo l’inizio di una vera e propria pulizia etnica che dura ancora.
La risoluzione Onu 181 propone l’ennesima divisione in Stati separati, ma gli Arabi rifiutano: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente. Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall’Onu come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Il mediatore Onu Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico Stern a Gerusalemme, e lo Stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all’inizio del 1949 Israele vince definitivamente conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana). Gli scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la Gran Bretagna e la Francia) attacca l’Egitto (che aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai (gli Usa li convinceranno a ritirarsi un anno dopo). Con quel pretesto l’esercito israeliano entra nella striscia di Gaza dove si assiste ai massacri di civili soprattutto a Rafah e Khan Younis vicino al confine egiziano. In realtà nella striscia vi hanno trovato rifugio i profughi palestinesi in attesa di ritorno e comincia ad essere una prigione a cielo aperto, un vero e proprio lager.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Questo gruppo compie azioni di guerriglia contro Israele, e verrà visto come l’unica speranza di riscatto palestinese; è l’inizio della Resistenza.
Nel Giugno 1967 Israele attacca l’Egitto. E’ la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condanna la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati e una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettano subito; Israele la accetterà 3 anni più tardi senza però mai evacuare i territori.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccano a sorpresa Israele (guerra del Kippur) che è in seria difficoltà, solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la mediazione di Kissinger e un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 242, ma su quest’ultimo punto c’è un nulla di fatto. Iniziano, o meglio continuano i massacri di palestinesi.
Ricordiamo il massacro di Tell El Zaatar del 1976 (20.06-12.08), il nome vuol dire Collina dei Tigli, un campo palestinese alle porte di Beirut di 20mila abitanti. L’esercito siriano, protetto da quello israeliano, isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille morti, vecchi e bambini, morti di guerra ma anche di fame e stenti, anche se la resistenza armata aveva abbandonato il campo. Si prova a nascondere la tragedia.
Nel novembre 1977 il presidente egiziano Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele e firma a Washington il 26.03.1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la scusante di dare la caccia ai cosiddetti “terroristi”, e arriva fino a Beirut con l’aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli Usa mediano la fuga dell’Olp e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila le milizie Cristiane Maronite, protette dall’esercito israeliano sotto il controllo di Ariel Sharon (allora ministro della difesa), sterminano 1.700 civili palestinesi, destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti.
Ricordiamo ancora tre piani di pace del 1982 proposti da Usa, Urss e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi accettano tutti e tre i piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Iniziano colloqui con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di pace, accettazione di tutte le risoluzioni Onu, autodeterminazione del popolo palestinese, soluzione per il problema dei rifugiati. Il fallimento delle trattative è da attribuirsi al rifiuto Usa di accettare l’autodeterminazione del popolo palestinese. Mentre il Consiglio Nazionale Palestinese ritrova un’unità fra tutte le fazioni, nei territori occupati il pugno di ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno legalizzate dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a farlo) trova un fronte unito, e i giovani palestinesi esplodono nell’Intifada (sollevazione) il 9.12.1987.
Il 13.09.1993 Arafat e Rabin (a Washington) firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell’Olp, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati “di Oslo” grazie alla mediazione norvegese, è concesso all’Olp di formare una propria amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Tuttavia gli accordi rimandano a negoziati futuri i punti più spinosi: gli insediamenti ebraici illegali in terra palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi, le risorse idriche, e il destino di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come propria (come nella risoluzione Onu 242) mentre Israele vuole fare di Gerusalemme la propria capitale. Il resto non è più storia ma cronaca e tutto continua, compresi i genocidi, la pulizia etnica, le vessazioni e il tentativo di impedire qualsiasi parvenza di vita normale, gli espropri e tutto il resto, in una terra martoriata che si chiama Palestina.
Nel luglio del 2000 Clinton convince un riluttante Arafat e Barak ad andare a Camp David (Usa) per finalizzare gli accordi di Oslo. L’incontro naufraga in un nulla di fatto, Arafat è responsabile di respingere la generosa offerta israeliana: viene concesso molto più territorio di quanto fosse mai stato fatto, ma resta il rifiuto al ritiro da Gerusalemme Est, ad affrontare la questione dei rifugiati palestinesi, a rispettare la risoluzione 242, ad affrontare drasticamente la questione degli insediamenti ebraici illegali, e non c’è nessuna continuità territoriale dove costruire uno stato. Arafat non poteva accettare.
Il 28.09.2000 Ariel Sharon, leader dell’opposizione israeliana di destra (Likud), sfila a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della religione musulmana ed è un oltraggio imperdonabile. Le rabbie e le tensioni accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91) questa sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c’è un uso massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro i civili, e soprattutto c’è un marcato aumento di giovani kamikaze, mentre da parte israeliana la repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le devastazioni di aree abitate e gli “assassinii mirati” di presunti terroristi e/o di leader politici, non conoscono più limiti. E l’orrore continua.
Per questo chiediamo l’istituzione “anche” di una “giornata della memoria” per il popolo Palestinese in quella data (15 maggio) che loro ricordano come il giorno della Nakba (letteralmente “disastro”, “catastrofe”).

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Foto dall'album Palestina Libera! dalla raccolta Viaggio nel Mondo di Vittorio ZaniniAl seguito del post di ieri (Nuove armi sperimentate a Gaza) come promesso oggi propongo le considerazioni che ne ha fatto seguire la stessa persona che me lo ha segnalato cioè un amico di Facebook: Russano Giuseppe

Foto del Che per il profilo FB di Russano GiuseppeSono stati individuati 4 tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
•alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
•cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
•piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
•bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
•nichel solo nelle amputazioni;
Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza…

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Farfalla con i colori della PalestinaL’amico, Russano Giuseppe, richiama la mia attenzione su questo articolo, da Il Graffio news, e io lo riporto per voi. Domani aggiungerò i commenti dello stesso amico che è molto interessato sull’argomento.

NUOVE ARMI SPERIMENTATE A GAZA

Foto di uomo con il cadavere di un bambino
Tra il 2006 e il 2009 le forze armate israeliane hanno utilizzato armi sperimentali nelle operazioni militari all’interno della Striscia di Gaza. Lo ha rivelato una nuova ricerca condotta dall’università Sapienza di Roma, dall’università Chalmer in Svezia e dall’ateneo di Beirut e coordinata dal New Weapons Research Group (Nwrg), organizzazione italiana impegnata nello studio delle conseguenze dell’utilizzo delle armi non convenzionali, che ha analizzato le ferite riportate dagli abitanti dell’enclave palestinese in quel periodo. La ricerca, a differenza delle precedenti, ha studiato solo le ferite di ordigni e proiettili che non hanno lasciato schegge all’interno dei corpi. Una caratteristica fondamentale dello studio che è stata ampiamente sottolineata dagli scienziati come elemento fondamentale ai fini del risultato.
Ferite sul volto di un ragazzo
Le lesioni prese in considerazioni dagli esperti sono state quelle che hanno causato carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature al fosforo bianco e amputazioni. L’analisi delle ferite ha riportato una presenza elevata di numerosi elementi chimici di molto superiore a quella dei tessuti non danneggiati. In tutti i tipi di ferite presi in considerazione è stata trovata traccia di piombo e uranio e di altri elementi in grado di causare: patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle e mutazioni genetiche negli animali, nell’uomo e nei feti.
Equipe medica attorno al corpo di un bambino
Nessuno aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché esistono armi di questo tipo sviluppate solo negli ultimi anni”, ha spiegato Paola Manduca, insegnante di genetica all’università di Genova e portavoce del Nwrg citata dall’agenzia Infopal, la quale ha poi aggiunto che la presenza di metalli dannosi in questo tipo di armi era stata sempre ipotizzata ma mai provata. Fino ad ora.

Gaza: forze armate israeliane sperimentarono armi non convenzionali
di Matteo Bernabei

Il COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee:
Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche
Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

Comunicato stampa
Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.
L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.
I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.
Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
  • alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
  • cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
  • piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
  • bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
  • nichel solo nelle amputazioni;

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.
La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.
“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.
L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

Contatti ufficio stampa
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957
Email: info@newweapons.org
Sito: www.newweapons.org

Box di scarico del comunicato in formato PDF

COMUNICATO STAMPA del New Weapons Committee (PDF)

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Viaggio nel mondo. Se c’è un argomento che ha “intasato” questi giorni è quello della Palestina soprattutto dopo l’intervento di Abu Mazen all’Onu. Abbiamo vissuto a llungo (e stiamo continuando a farlo) con molto ignoranza al riguardo. Cercherò di dire qui e altrove, oggi e andando avanti, alcune cose magari periferiche, a riguardo; non tanto con la presunzione di sapere, tutt’altro, ma con la voglia di incuriosire. Qui approfitto, a sua insaputa, di un amico di Facebook, Vittorio Zanini, e del suo splendido album fotografico: Viaggio nel Mondo ► Foto. Vittorio (oggi è un gran bel nome) mi tagga in una bellissima foto che potete vedere qui sotto. A corredo mette un testo-testimonianza che mi sembra valga la pena condividere con gli amici che hanno a cuore la pace e la situazione di quel paese senza pace e senza terra che si chiama Palestina.
Foto di un quadro che raffigura due mani incatenate che lasciano volare via una farfalla con i colori palestinesi
Sognando la Palestina, ecco come Kapuscinski raccontava i palestinesi:
Tutte le civiltà d’Europa e del Medio Oriente hanno piantato un albero sulla terra palestinese e il palestinese si è nutrito dei suoi frutti. In mezzo a un gruppo di gente che discute, il palestinese si riconosce a prima vista poiché dice sempre cose valide e interessanti anche quando non ha ragione.
Al mondo ci sono tre milioni di palestinesi, ma il loro peso e la loro influenza non sono misurabili in cifre. Metà di essi vegeta nei miserabili campi profughi, ma l’altra metà è sparpagliata in tutti i paesi del Medio Oriente, dove occupa posizioni importanti: consiglieri di presidenti e ministri, capi di grandi imprese e di università. I palestinesi appartengono all’elite culturale del mondo arabo. Sono eccellenti architetti e medici, ottimi economisti e commentatori. I palestinesi risparmieranno ogni centesimo (quelli che i soldi ce li hanno, ovviamente) per investirli nell’istruzione dei figli. Sono ambiziosi. Spogliati della patria e di uno stato proprio, lottano per l’avanzamento individuale nei paesi in cui è toccato loro vivere. Aspirano a essere saggi consiglieri, esperti insostituibili, specialisti in politica, in economia e nella propaganda.
Si conoscono gli uni con gli altri, sanno dove sta e che cosa fa ciascuno di loro. Il palestinese del Libano vi darà una lettera per uno del Kuwait, questi ve ne darà una per un palestinese dello Yemen che, a sua volta, vi raccomanderà a uno della Libia. E così, di palestinese in palestinese, potrete girare l’intero Medio Oriente sempre ben accolti e ben informati sulla situazione.
Dire che i palestinesi governino il Medio Oriente è ovviamente falso: certo è, però, che chiunque sottovaluti la loro influenza sui destini mediorientali commette uno sbaglio.
Israele avrebbe vita molto più facile se il suo diretto avversario non fossero i palestinesi.
Un osso duro.
Condividono la caratteristica di tutti i semiti: la passione per le discussioni. La mente del palestinese lavora a velocità vertiginosa e senza un attimo di sosta, Si dice che, al caffè, il palestinese chieda al cameriere: «Per favore, un caffè e qualcuno con cui discutere».
Il palestinese ha bisogno di esprimersi, di prendere a tutti i costi una posizione, altrimenti sta male. Una caratteristica che è anche la causa delle divisioni in seno al movimento palestinese. La minima differenza d’opposizione scatena le passioni più furibonde e le lotte più accanite. Bisogna aspettare che torni la calma e che tutti ammettano, per metà contenti e per metà imbarazzati, che in realtà non c’era bisogno di litigare.

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Quadro dell'artista Claudio Marini

Quadro dell'artista Claudio Marini: Palestina

Al post di ieri sulla richiesta del riconoscimento dello stato palestinese oggi completo l’informazione postando un documento di chi è in disaccordo, questo solo come informazione. Sempre in rispetto dell’autodeterminazione non esprimerò qui il mio parere. Certo che ho un mio doveroso parere, io parteggio e scelgo sempre. Credo che ognuno di noi dovrebbe averlo e anche esprimerlo in modo dialettico rispettando nel momento della decisione tale autonomia palestinese che per me è sacra.

Dal sito Polvere da sparo
Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE
18 settembre 2011
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!

NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.
Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partner arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.
Manifesto palestineseIl fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.
Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza, dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.
Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.
Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.

PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

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Logo della Freedom Flotilla 2In verità questo non è un vero post. Qui voglio solo riproporre integralmente una nota dalla pagina Facebook We are all on the Freedom Flotilla 2Sul diritto al ritorno che, secondo alcuni, sarebbe messo in pericolo”; proprio questo è il titolo della nota. Ci tengo vista l’importanza del problema e perché riporta il parere di un persona che io stimo molto: Josef Salman, medico-chirurgo, esponente della Mezzaluna rossa in Italia (la Croce Rossa palestinese). Non sta a me prendere chiaramente posizione anche in rispetto alla autodeterminazione che ogni popolo dovrebbe poter esercitare. Il confronto di idee e progetto dovrebbe essere tutto palestinese, certo ognuno di noi si può e si dovrebbe fare una propria opinione a riguardo.

 «Visto che si stanno moltiplicando gli interventi contrari al riconoscimento dello Stato di Palestina, con la motivazione che il diritto al ritorno ne sarebbe compromesso, posto qui il commento di un nostro membro palestinese che spiega molto bene (anche più degli esperti che abbiamo portati a sostegno della tesi contraria) perché ciò non sia vero.

Josef Salman
Come può essere un palestinese o un amico dei palestinesi, ad essere contrario allo Stato di Palestina? Da quando sono nato io e mio padre prima di me che sento parlare, che i palestinesi lottano per creare ed avere un loro Stato. Al Fatah (e il movimento di liberazione contemporaneo, l’OLP, l’ANP…) è nata nel 1958 per creare uno Stato libero e DEMOCRATICO in Palestina, dove ebrei, cristiani e musulmani possono vivere insieme con uguali diritti e con uguali doveri. Anche Arafat nel 1974 ha rinnovato la richiesta del SOGNO palestinese. Purtroppo la richiesta è stata respinta da Israele e tutti i suoi protettori ed alleati. Lo Stato di Palestina per me significa: – la fine della maledetta brutale e disumana OCCUPAZIONE ISRAELIANA alla terra di Palestina, – il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese alla libertà, alla giustizia e alla pace, – l’applicazione e il rispetto delle risoluzioni dell’ONU e della legalità internazionale. I miei connazionali hanno sbagliato completamente analisi e obiettivo e quando la tua analisi e il tuo obiettivo è lo stesso quello del tuo nemico, ti devi fermare a riflettere, a ragionare e a CAMBIARE rotta. Il RICONOSCIMENTO dello Stato di Palestina da parte dell’ONU (riconosciuto ufficialmente già da 126 paesi nel mondo) non è l’arrivo e la fine, ma è l’inizio di una nuova fase della lunga e complessa lotta del popolo palestinese. Il Riconoscimento dello Stato è l’applicazione di una risoluzione ONU di 63 anni fa, la n.181 del 29/11/1947. Il diritto al RITORNO è un’altra risoluzione è la n.194, che non è legata e completamente separata. Nessuno al mondo può toccare, modificare o annullare il diritto dei palestinesi al ritorno alle loro case e alle loro terre da dove sono stati cacciati (al massimo discutere l’applicazione, ma non il principio del diritto…). E’ un DIRITTO SACROSANTO. I miei cari connazionali imparate a lottare e la A; B; C della Politica, se no? si continua a parlare solo ed avere solo sconfitte, ciò che non ci serve, siamo un movimento di grande e lunga esperienza, abbiamo la forza, la capacità e la DIGNITA’, insieme a discutere e a correggere il tiro. E’ l’OCCUPAZIONE che sta all’origine dei nostri mali. Non riconoscere lo Stato di Palestina ora, vuol dire solo la continuazione dell’OCCUPAZIONE, della distruzione, della sofferenza e della morte palestinese, vuol dire non poter mai denunciare, arrestare, processare e far condannare i criminali sionisti eroi dei crimini di Sabra e Shatila, Jenin, Hebron, Gaza… Buona lotta a tutti per una Palestina libera, laica e democratica, RESTIAMO UMANI…»

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