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Posts Tagged ‘operai’

Io non credo ai vampiri. E’ meglio dirlo subito. Tanto per essere chiara, anche se mi chiamo Elisabetta. Non credo ai vampiri come non credo a dio, a maometto, a jahvè, a budda, all’uomo lupo, a halloween, alla befana, a babbo natale ma con qualche riserva. Stento persino a credere al primo maggio. Credo solo a ciò che vedo, anche se alla messa ci vado come tutte. E la notte non si può dire che mi annoi. Io vivo la notte. In fondo si può dire che sono anch’io un animale della notte. Di giorno me ne starei sempre a letto. Con le persiane chiuse. Amo la notte. Mai fatto strani incontri. Eppure usciamo, o frequentemente esco, spesso. Non si può dire che la mia non sia una vita frenetica. Oggi una cena o una cenetta. E domani qualche locale. Uno spettacolo. Un’intervista qua e là. Mai ferma. E poi il mattino bisogna ricominciare. Ed essere pronta e presentabile.
E ripetutamente siamo passati anche per quei quartieri. Quelli che chiamano del degrado. Di notte. Un po’ per curiosità. Per vedere. Senza scendere dalla macchina. Le cose bisogna vederle. Non basta saperle per sentito dire. E ho provato a lasciare avvicinare qualcuno. Raramente barboni; hanno un puzzo. Qualche pusher. Qualche signora della notte. Sempre per curiosità. Mi chiedevo come facevano. Cosa dicevano. E un po’ mi fanno anche pena, quelle signore che invecchiano subito. Capisco che molte lo fanno per bisogno. E poi spesso puttana ci nasci. E’ nel dna. Nell’ambiente in cui cresci. Molte non hanno mai avuto una vera famiglia. O degli esempi positivi, in casa. Non hanno conosciuto un’alternativa. Sono nate per riempire quel letto. Per essere balocco. Ma anche tante non hanno il minimo rispetto della fatica. Non hanno mai imparato a lavorare. E’ questo a farmi incavolarsi. Nemmeno un briciolo di dignità.
Io dalla palta mi sono tirata fuori. Con le mie mani. Se era per i miei non so dove sarei. Magari a lavare panni. Posso proprio dire che mi hanno lasciata con le pezze al culo. E sono caduta. Ma ogni volta mi sono rialzata. E più caparbia di prima. Ricordo bene tutto. E’ anche per questo che non mi dimentico mai degli altri. A guardare bene ne ho fatto di bene io durante tutta la mia carriera. Le so le cose della vita. Sono vedova due volte, ma questa volta l’ho scelto più giovane. Non che non mi si addica il nero. Anzi ci sto anche una meraviglia. Solo non mi piacciono quelle cerimonie, dove devi mettere in piazza il tuo dolore. Il mio è una cosa privata. Quello che sento lo sento io. Non ho bisogno di andarlo a raccontare, né sbandierare. E tutti si ricordano di me come della vedova del mio povero primo marito. Nessuno si ricorda di quella ragazza. Li so io i segreti dietro la facciata, e i sacrifici. Mica li vado a raccontare.
Non ho nulla contro gli operai. Sono stata operaia anch’io. Al telaio. Prima che diventassero i miei operai. Prima che quattro esagitati frantumassero il busto del mio primo povero marito. Ho anzi simpatia per loro. Ci sono anche brave persone, che fanno il loro lavoro. Ma erano altri tempi quelli. Però più di ieri vivere costa fatica. Per tutti. Anche per me. Ne ho viste tante. Ma proprio tante. Solo che ho la fortuna di essere quella che sono. E una deve anche sapersela guadagnare la propria fortuna. E so buttarmi tutto dietro le spalle. Ma chi non l’avrebbe fatto al posto mio? Avevo quel personale, non che oggi… proprio non male. E lo sapevo usare. Non che non ci avesse pensato allora anche la Arianna, quella smorfiosa. O la Gianna che di tette era messa anche lei bene, forse meglio. Guardo poi com’è finita. Non è stato facile convincerlo. Ma io ci ho saputo fare di più. All’uomo bisogna lasciare credere che è lui a fare l’uomo. Sbagli un attimo e sei già tra le cose usate. E quell’arte mica me la sono imparata a scuola. Non mi potevo distrarre nemmeno un attimo. Col mio primo; ma un po’ anche con il secondo.
Lui, il primo, mi ha lasciato la sua fortuna, ma ha avuto la morte che ogni uomo desidererebbe. E’ lui l’uomo importante della mia esistenza. Non lo scordo mai. E’ morto tra le mie braccia, nel nostro letto. Chi potrebbe chiedere di più? E poi non gli ho forse dato dodici anni della mia vita? E che vita. Un giorno gli dico: “Sarai mica geloso”? “No! –mi dice– è che non mi piace vedere il tuo culo in tutti i quadri appesi a tutte le osterie dove entriamo”. Che colpa ne ho se mi piacciono le cose belle? Se amo l’arte? Ma eravamo ancora all’inizio. La verità vera è che un po’ geloso lo era. E che avrebbe voluto vederlo solo lui. Averne l’esclusiva. Come un cardato di sua produzione. E, non per dire, mi ricordo anche degli altri. Di chi ha meno. Non c’è un’iniziativa di beneficenza che io non dia il mio contributo. Che non mi veda presente. Li scalo dalle tasse ma li tiro fuori dalle tasche; dalle mie tasche. Dove passo io poi i poveri sono meno poveri. E quando mi libero delle mie cose vecchie, che tanto vecchie non sono, solo che magari non le uso più, le dò alla caritas sempre. O il ricavato dell’asta lo dò a qualche altro ente benefico. Insomma non mi si può proprio rimproverare niente. Se ho qualche spicciolo è perché me lo sono guadagnato, centesimo sopra centesimo. So io quanto ho dovuto lottare che a lui quasi quasi piacevano più i maschietti, ma proprio ragazzini. E quando si limitava a guardare li vedevo come miei figli; io che di figli non ne ho mai voluti. Che io non prendevo sul serio i ragazzini nemmeno da ragazzina. Ho sempre preferito l’uomo a cui non devi star lì a insegnare tutto. A dirgli come deve fare. Insomma mi facevano, e mi fanno, tenerezza.
E io non mi sopporto quando provo tenerezza. Mi sento così… così indifesa. No! non è stato facile, ad assecondare i suoi vizietti. A far finta di non vedere i suoi capricci. Anche quando mi diceva che voleva guardare. Io sempre pronta. Sì! mi sono sudata tutto; ogni fortuna. E ora quello che ho posso dire sia frutto solo dei miei sacrifici. E Lorenzo, il mio compagno attuale, ma anche Claudio, fanno quello che voglio, perché pago io. Non fosse per me dovrebbero andare a lavorare. Dovrebbero sudarseli i loro sfizi. Guadagnarselo il pane. E allora li vorrei vedere. Puf! finito tutto. La macchina nuova. L’attico. La casa al mare. Le vacanze in montagna. L’amichetta. Purché non acceda. Come una bolla di sapone. Invece… So essere anche tollerante. E comprensiva. Ma se si viene a sapere gli spezzo le gambe. Gli tolgo gli alimenti. Non che qualche corno non glielo metta; a Lorenzo. Va da sé anche a Claudio. Devo essere onesta. Ma che colpa mi si può muovere? Sono solo scappatelle. Cose di poco conto. Quasi tutte. Non è forse l’occasione che fa l’uomo… cioè la donna ladra. E’ la vita stessa che ti porta nelle cose. E poi quale donna non ama essere corteggiata?
Io preferisco corteggiare. Quando me ne viene voglia. Succede. Non spesso. Succede. Ma loro devono stare attenti perché ho una faccia da difendere. Un nome rispettabile. Perché io la pipì non la faccio mica in piedi. E poi a loro non deve interessare quello che faccio io. Se non ho bisogno di Lorenzo ho l’autista ad accompagnarmi. Sempre lo stesso. Uno che non vede. Che sa tacere. Una persona riservata. Per dirla fino in fondo mi ha assaggiata anche lui. Forse dovrei dire che son stata io ad assaggiare lui. A pensarci mi viene anche da ridere. Dovrebbe essermene grato per sempre, ha conosciuto il sapore di una signora. Ma debbo dire che da quando è al mio servizio, e prima a quello di mio marito, non ho mai avuto da lagnarmi. Li tratto bene i miei sottoposti. Non so come faccia lei ma quando ho bisogno è a mia disposizione ventiquattro ore su ventiquattro. E anche lei si sarà resa conto che un lavoro come il suo è un capitale. Non si trova facilmente. Non ci si può sputare sopra. E così se lo chiamo di notte arriva prima che abbassi la cornetta.
A Lorenzo gliel’ho detto chiaro e tondo: “Così non va. Vedi di darti una regolata”. Certi vizi prima o dopo si pagano. E per lui sembra che il conto debba arrivare in fretta. Prima ancora di finire cena. Devo pensarci prima o poi. Ultimamente ha un incarnato che non mi piace proprio. Certe notti è proprio uno straccio; povera stella. Col rischio che mi prenda il sonno prima di toccare il letto. Certe sere persino sopra il piatto. Non lo vedo bene. Sta invecchiando in fretta, povero scricciolo. Però nemmeno io posso starmene sempre con le mani in mano. Deve capire anche me. Non potrò mica andare io a portare fuori il cane? Forse dovrei ridurgli la paghetta. A fare del male a volte si fa del bene. Io dico che dovrebbe smetterla. I vizi prima o dopo si pagano. A parte il costo; che quello sarebbe anche il meno. Ma non tanto.
Lui dice che lo lascio senza fiato, ma per me è una balla. Non credo di essere troppo esigente. Una donna è una donna. Ha le sue necessità. Le sue esigenze. E anch’io ho i miei bisogni. E lui a letto sta diventando… moscio. Se stiamo a casa cerca scuse. Spesso è davanti alla tele. Non sempre posso fingere di non vedere. E’ troppo giovane per una vita da pensionato. E io non sono l’istituto della previdenza sociale. Se non fa neanche quello… Che se lo mollo io ha finito di fare il cascamorto con tutte. Con tutte le sue… gallinelle. E di darsi quel tono. Io l’ho fatto e io lo disfo. Lo faccio rigare diritto. E che non mi dica di nuovo che è stanco. Che ha un cerchio alla testa. Le so bene anch’io queste storie. Si potrebbe dire che mi spetterebbero i diritti d’autore. Forse sarebbe meglio, anche per me, se si trovasse una mignotta fissa. Ora si è messo in testa di prendere il posto del D’Ambrosio. Buono quello.
Insomma sono buona e cara ma quando me le fanno girare. Il D’Ambrosio è finito a Cork a controllare la tosatura delle pecore. Ha smesso, dalla mattina, di fare il responsabile degli acquisti. Non potevo continuare a pagare quelle diarie, oltre a quelle la cui unica mansione era di stare inginocchiate tra le sue gambe. Che lo spieghi lui alla sua signora. Vediamo cosa le racconta per dirle che devono rinunciare a Cortina. Pierre dice che sono fredda come il granito. Non è vero. E’ solo che io non riesco a lasciarmi andare. E’ solo che io ho bisogno di avere le cose sotto controllo. Ho bisogno di sapere come va la tal azione e cosa mi costa il tale capriccio. I soldi non crescono nell’orto; sotto i cavoli. I soldi chiamano soldi. E quando se ne vanno si corrono appresso gli uni con gli altri. Ho dismesso Budrio perché era quasi solo un costo. In verità è stata solo una delocalizzazione. Mi dispiace per loro ma non potevo fare diversamente. E la vita continua. Gli affari sono affari. Soprattutto quando hai a che fare coi gialli. Che spesso mi chiedo chi me lo fa fare. Sarebbe anche ora anche per me di limitarmi a godermi quello che ho fatto. Insomma io mi son fatta tutta da me e mi son fatta bene. Inutile ripeterlo. E mantenermi bene mi costa fatica. Fatica e denaro. Ma non sto qua a piangere sul latte versato. In fondo non mi manca niente. E, parlando di uomini, posso ancora avere tutti gli uomini che voglio. C’è ancora chi non chiederebbe altro. Eppure non ho ancora il coraggio di dare un calcio a Lorenzo. Così me lo porto appeso alla borsetta. Tanto ormai tutti tollerano la sua goffa ignoranza. Certo è ancora molto… ornamentale. Non dico di no. Lui lo sa che deve stare attento. E che non mi piace sentirmi dire di no. Dovrei prendermi una vacanza, ma una vera vacanza. A volte vedo proprio che non sono più la stessa di un tempo. Che il troppo lavoro mi lascia i suoi segni addosso. Lo specchio non mente. Ho bisogno di coccole. Di farmi viziare. Ho bisogno di qualche novità. Forse di un maschio come si deve. Di una notte senza impegni. Ho solo bisogno di svagarmi. E questa maledetta forma di allergia per l’aglio.

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E’ stata tutta colpa di questa foto a farmi ricordare, ricordare quando Marghera era centro della lotta, e questa canzone che la memoria aveva cercato di farmi scordare. E tutto a farmi ricordare, se ce ne fosse stato bisogno, che non c’è fabbrica, scuola e campi ma una lotta comune e l’avversario è sempre quello… “quello che combatemmo sui nostri monti e in Spagna“.
La foto la devo al lavoro del profilo Facebook Soffia ancora il vento che ringrazio non solo per questo.

Gualtiero Bertelli: A Portomarghera

L’altro giorno a Portomarghera
gli operai han scioperato
eran gli stessi che hanno gridato
due mesi fa per salari migliori.

Questa volta chiedevano pace
con la stessa forza di ieri
perché pace vuoi dire per tutti
«no alla guerra e no al padrone».

Il padrone che ha licenziato
è lo stesso che manda a morire
è lo stesso che ammazza nel Texas
in Rhodesia, nel Congo e in Vietnam.

I compagni che han scioperato
hanno detto che ‘sta brutta guerra
deve essere l’ultima guerra
per distruggere tutti i padroni.

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La paura dei venditori immigrati abusiviSubisco una sorta di richiamo da un blog amico. Almeno io così lo prendo e il subirlo, in realtà, mi fa bene. Siamo davanti ad una complessità politica straordinaria e probabilmente alla crisi della politica. Degli strumenti del fare politica. Di come li conoscevamo. E, a fianco di tante belle parole, ci si trova confusi e frastornati. Si fatica a capire. Ma questa è una osservazione quasi ovvia di parte. La gestione delle cose pare non darsi pena della mancanza di un progetto alternativo, di superamento. La finanza non abbisogna di sentimenti. Infatti a fianco e in corrispondenza di tutto ciò siamo davanti ad una profonda crisi economica. Le cose non credo siano tra loro indipendenti. Ci si trova spesso ad osservare i risultati di tale crisi nei loro effetti generali. Ma questi effetti hanno sempre ripercussioni sulle persone; sulla persona. Quando si chiude una fabbrica sappiamo tutti che non si chiude semplicemente una luogo ma si creano dei disoccupati. Si mettono in “difficoltà” persone e famiglie. Non so agli altri ma a me succede sempre che mi sento un po’ colpevole e responsabile perché, in un certo senso, quelle storie vorrei conoscerle nome per nome, volto per volto. Perché hanno sempre un volto. Mi imbarazza: credo di aver delle difficoltà a spiegare il disagio che provo.
Cosa posso farci se non posseggo le virtù di un Marchionne? Gli amici che mi hanno spinto a questa riflessione stanno cercando di parlare di questi volti. Entrano nella carne del problema. Per quanto possono cercano di raccontare queste persone. La cosa è assolutamente meritoria. Non aiuta certo una soluzione ma ricorda la carne del dramma. E non è, come detto da loro, contro-vento. Credo che anche di questo sia stata la manifestazione di cui stiamo parlando in questi giorni. In assenza di burattinai quello spontaneo incontrarsi e stato di storie, di persone, di problemi, del loro insieme. E stato di mille voci, anzi milioni. In piazza ognuno con il suo personale e il suo vissuto. Lì c’erano voci per tutti.
C’è il bisogno di un progetto politico che torni a mettere in primo piano la persona. E scusatemi se oggi non ho un semplice raccontino da darvi. Volendo lo avrei, anche. E mi avrebbe fatto meno male postare un po’ di fantasia. Ma di tanto in tanto dobbiamo guardare negli occhi la realtà nella sua crudezza, per comprendere che non siamo in uno spot pubblicitario, ma nelle strade della vita. Per riaffermare che il dolore degli altri non mi fa star meglio ma anzi è anche mio. E non ho che parole davanti alle quali Rosa Giancola, operaia della Tacconi Sud, si vedrà costretta a continuare a dire ai figli “la mamma non dorme a casa stanotte”.

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Foto di una manifestazione delle tute biancheE’ un po’ che non scrivo. Un bel po’. Riciclo. Non può essere una crisi creativa. Mica sono un creativo. Sono uno che semplicemente gode. Un logorroico della parola scritta. E’ che ho anche altro a distrarmi. Lo so che probabilmente è solo la prima scusa ignobile. Né ho poca voglia. Non mi viene. Insomma accetto e soccombo. Non mi sembra importante. Mi sento vuoto. Sterile. Forse non è tempo di parole. Così, come detto, torno a vecchie cose. Le uso. Finiranno. E poi? Nemmeno le ricordavo. Nemmeno le rileggo. Capita persino che ci trovi errori che vedo anch’io. Basterebbe mettersi davanti alla tastiera. Intanto sto qui a dire nulla. E rileggo quello che ho messo ieri. Ancora un raccontino. Ancora della serie Profili. Quella scritta per quell’amico. A proposito: l’ho già detto che per quella cortesia ho perso la sua amicizia? Certo che l’ho già detto. Senilità. E che non andavano bene per il suo blog? E allora potrebbero non andare nemmeno per questo. Un racconto, quello, ancora di ricordi. E sensazioni (ma perché oggi parlo sincopato?). Ancora un ritorno indietro. Al passato. Forse avrei dovuto postarli, questi racconti, in rispetto degli anniversari. Almeno come in questo caso. Non amo così tanto le date. Mi dimentico. A volte scordo persino il mio. E poi li sto mettendo nell’ordine esatto in cui mi sono usciti. Così. Anche per dimostrarmi che vincevo il rischio della ripetizione. Ma quelle erano allora fisime mie. Nel frattempo sono passati circa più di tre anni (quel “circa più” l’ho messo volontariamente). Forse sono anche quattro. Anni importanti. Non è l’importanza che mi toglie la voglia. Che mi detta questa apatia. E ancora un racconto che va tra cronaca privata e reticenza. Che non si pone il problema della chiarezza. Di facilitare la lettura. E ancora in racconto fin troppo breve. Scritto di parole una in seguito all’altra. In forma di poesia. Ma forse ce ne sono già tanti. E il mondo potrebbe benissimo sopravvivere anche senza questa immondizia. Bene, casca a fagiolo questo che è un post di silenzio. Un insieme di righe per non dire nulla. Ma ho aspettato un amico, anzi due. Non è arrivato nessuno. Il caffè si sta freddando. Nemmeno questo può togliere la speranza. E l’entusiasmo. Dove sono tutti? So che ricomincerò la battaglia che ho perso cento volte. So che affronterò tutti i miei dubbi. E li metterò ancora a tacere. Per tirare avanti. Per andare oltre. Perché non ho alternative. Non è questo quel mondo. E questa non è merda peggiore. E’ solo merda. E tutta la merda è uguale. Anche se sembra impossibile che si possa morire di freddo. Oggi. In quella stessa città. A Bologna. In centro di una città che è in centro al mondo. In quella Bologna che è piena di vite. Per quello non so se lo è ancora anche di bulloni. Che non si è mai piegata. Non vuoi accettarlo ma è. La politica non ha tutte le risposte. Allora pensavo che bastasse non trovarsi nel mezzo. Pare impossibile ma a volte non ci puoi fare niente. E altre volte si presentano scelte che non vorresti dover fare. Sono belli i sogni. Hanno un solo vizio: non possono prescindere dalla realtà. Almeno certi. Né dalla vita. A volte dovrei avere il coraggio di mentire; alla vita e a Lei, alla mia compagna. Dirle che si può. Non ricorrere alla mascalzonata della verità. Lasciarle quella speranza. Dirle che ha ragione: che un altro mondo è possibile. Farle credere che anch’io ci credo ancora. La mia colpa è che è vero: alla fine torno a crederci. Testardo. Ma chi mi ha cambiato Il Capitale. C’è la Politica e la politica. La differenza è nella pi. E fosse solo quello. Ma inutile darsi delle arie. E’ meglio restare all’ultimo fatto di Bologna. E sentirne il peso. Non possiamo proibire l’inverno. Non ci sono alternative, non possiamo nemmeno proibire di volersi il male. Forse ci resta solo la rabbia perché bisognerebbe almeno salvare i figli, gli innocenti. E lascio a chi legge la vigliaccheria di trovare metafore; io non ce le ho messe. Almeno non l’ho fatto consapevole e volontariamente. Potrei sempre Poi Scrivere che ogni riferimento è puramente casuale. Perché, cara amica, l’uomo che è sbarcato nel futuro ha veduto che non ne valeva la pena. E allora… cambiamo la realtà.

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Presentazione prima di una storia
Avevo provato a spiegarlo a Ornella di come il nostro tempo era ormai fatto senza domeniche. C’ero tornato sopra con la forza disperata di chi non ci vuole credere, di chi non si sa accontentare e non può arrendersi. Era stato tutto inutile, lei aveva già il suo gran pensare alla casa e alla famiglia; a fare tornare i conti. I miei giorni erano diventati solo fabbrica; fabbrica e produzione, senza nemmeno che me ne accorgessi. E’ sempre così. Non potevo farci nulla. Lei ripeteva che non ci si può accontentare di così poco; vivere di questo niente. Lei non sapeva rassegnarsi.
Poi erano cominciate ad arrivare le lettere e a circolare le voci. Sono queste ultime, le voci, quelle che ti distruggono. Ne avevamo ingoiata di merda e adesso, sia quelli che si erano impegnati per lavorare bene sia quegli altri, indiscriminatamente, ci saremmo ritrovati a casa tutti. Guardavo i compagni smarriti. La crisi: a parole ero stato tra i primi a sostenere che si trattava di una crisi di struttura, epocale, che ne sarebbe uscito un mondo completamente diverso. Sono facili le parole. Poi i primi dubbi che anche se diverso non era obbligatorio che sarebbe stato proprio il nostro mondo; un futuro più giusto. Così mi sono ritrovato dopo più di vent’anni a pensare. Mi rendevo conto che mi stavano togliendo il futuro. E non riuscivo ad immaginare cosa altro avrei potuto fare. Non sapevo essere che in fabbrica. Quella era ormai la mia storia. E non c’era già più lavoro per nessuno e da nessuna parte.
Come aveva incominciato ad avvicinarsi il momento sempre più mi incalzava la sensazione che occupare fosse un gesto dell’ottocento. E che tutto fosse una situazione senza vie di uscita. Me lo tenni dentro. Avrebbero, certo, dovuto capire, starci ad ascoltare, l’impressione era che non ci potessero essere orecchie che potessero sentire. La rabbia che mi era salita non aveva nessun senso, lo sapevo. A cosa sarebbe servito restituire la tessera, prendersela con i delegati? Che colpa ne avevano loro? Nessuna, come quei nostri padri che ci avevano promesso un mondo migliore, e forse ci avevano creduto. Credo che il mio si sia lasciato morire anche un po’ per quella vergogna.
Potevamo combattere ma non avremmo mai potuto cambiare nulla. Non era possibile finché c’era questa società. Niente può cambiare finché c’è un padrone e un uomo disposto a vendersi, uomini pronti o costretti a farsi pecore. Mi sentii morire quel giorno che disse: “Sarà meglio per tutti, anche per te, soprattutto per Alvise. Lì avremmo sempre almeno un piatto di minestra”. Non mi sono nemmeno sentito tradito. Ma mi sono voluto illudere che fosse solo per rabbia, per farmi semplicemente del male. Lo capii solo quando cominciò a fare le valigie. Mi aveva spiegato che in certi momenti non basta l’amore.
Mi ricordo che pioveva, quel giorno. Stupidamente pensai solo che si sarebbe bagnato tutto. Le raccomandai di prendere l’ombrello, di fare attenzione e riparare Alvise, come fosse ancora quel bambino. Quanti anni aveva? Ormai venti, ma come poteva, anche lui, capire? Dovevo pensarci io e non ero più stato capace di pensarci. Ero solo inutile. Poi uscii per andare al lavoro e appena in strada cominciò a montarmi questa angoscia dentro.
Non riuscivo a volergliene e forse aveva ragione. Cosa avevo saputo dare alla mia moglie bambina, in tutti quegli anni? Eravamo solo invecchiati. Quei sogni cominciavamo a non riuscire nemmeno a ricordarli più. Cosa mi restava? E mi accorsi che ero completamente e definitivamente e veramente solo. Forse c’erano stati giorni migliori, o forse semplicemente diversi. L’unica cosa che riuscii a fare fu di pensare ad un vecchio disco di mio padre.

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Lasciatevi meravigliare da Lei, dal suo mondo, dalla sua prosa. Non credo esista un modo migliore in grado di ricordare Ivan. Le sue canzoni sono state un ottimo compagno di viaggio e continueranno ad esserlo.

16 ottobre 1940-14 giugno 2009

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Caro millenovecentosessantotto

bustaQuanto tempo è passato, ed è tempo che non sembra passato; che ha corso in fretta. Ti scrivo perché torni a battere a questa porta. E perché solo un pazzo furioso potrebbe scrivere una lettera ad un anno. Io pazzo, folle di vita, lo sono sempre stato. Curioso e curiosante. Dei tuoi istanti. Dei tuoi abitanti. Di tutte le cose che tutti raccontano e non sono mai state. Come si fa a dirlo ai giovani che tu sei l’anno che non c’è? A quei giovani che piangono di non ricordare, e ti aspettano ancora. Oppure a quei giovani che giovani lo sono rimasti da allora. E a tutti quelli, poi, che non lo sono stati mai. A tutti loro, con una faccia impassibile, hai raccontato una illusione.

Sia tu che io non c’eravamo a quell’incontro. E lo sai. Ognuno metteva in gioco il suo cuore; ed io potevo essere da meno? Anch’io ti ho amato. Come si ama un bacio, quella canzone, un attimo che fugge. Come si ama l’altro doppio di te. Come si ama giovane non sapendo ancora amare. Per quello che avrei voluto fossi ma non sei stato. Non potevi essere. Ed ero anch’io pieno di sogni. Come si fa a non sognare quando si ha l’età più bella? E le più belle cose. E non temi nulla. E pensi di poter sfidare il mondo. Cioè quando puoi possedere l’arroganza dei vent’anni. Pensi che tutto ti sia dovuto. E puoi gridare forte controvento. E non sai vivere niente a metà. In seguito è facile per tutti fare gli eroi.

Dove c’era un fuoco c’era una canzone. Eri quella canzone. Eri la voglia di partire. Eri la strada. In realtà il tuo non essere erano volti, erano nomi precisi. Loro diventano e prendono il tuo posto. Era la strada a prendere il tuo posto. Erano gli incontri. Erano persone; private. Non abbiamo cambiato che noi stessi. Abbiamo speso e contato i grani di un sogno. Ma, a volte, i sogni hanno una sostanza dolcissima. Ti trattengono la mano. Ti aiutano ad andare. Ti spingono all’avventura; loro sì. Non tu che promettevi una promessa che si è rivelata vana. Il giorno dopo non avevamo più quei giorni. Il giorno dopo era il giorno di fare i conti. Del risveglio. Era giorno di rancore. E solo per il giorno dopo eri stato. E io ero a ritornare.

Sulla strada si alzava un fumo nero. E vampe rabbiose.

L’autore

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