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Posts Tagged ‘opportunismo’

ResistenzeDicono sia stato in Spagna. La cosa pare certa, ma nessuno che era con lui è tornato. Poi si erano perse le tracce. Volatilizzato. Le notizie sul suo conto, se si può, erano ancora più confuse. Piene zeppe di forse. Semplici ipotesi. Nessuna certezza. Non è con le domande che si racconta la storia. Chi dice che era in val d’Ossola, ma anche chi dice che era sul lago di Garda, a Sirmione. E’ difficile credere a questi ultimi, probabilmente doveva trattarsi di una calunnia, non era tipo da arrivare in ritardo ad un appuntamento. Sicuramente per Venezia ci era passato, ma solo di sfuggita. Poco più che il tempo di scendere da un treno e prendere il successivo.
Il Benito doveva aver già chiesto all’autista di quel camion un passaggio, vestito da tedesco, quando i primi ricordano di averlo rivisto. Aveva un valigia pesante che non appoggiava quasi mai e pareva uno che può permettersi tutto. Aveva alloggiato per un paio di giorni alla locanda e poi s’era stabilito dalla Pina. Del cascinale era rimasto ben poco. E quel poco era nero e sapeva di fumo. Le solite voci sussurrano che quei denari li avesse trovati al mercato nero. Ma se ne son sentite anche di peggiori. Certo che il soldo crea invidia. Certo che il giorno dopo la Pina aveva un vestito nuovo e la vita per lei non fu più la stessa.
Anche da Aristide tirava fuori soldi e di quelli veri. Si azzardava ad offrire da bere per gli amici, così li chiamava lui. Quei quattro perdigiorno con cui non aveva mai fatto comunella. La Luisa gliel’aveva chiesto alla Pina: “E tu cosa dici, Pina”?
E l’altra le aveva risposto: “E’ un eroe” –ma alla Luisella lui non piaceva, e lei ne sapeva di uomini. Diceva solo sottovoce; senza farsi sentire: “Puzza”.
Non era uno da badare alle voci. E di voci in quei giorni ne giravano a mulinello. Già i primi avevano provveduto ed erano scappati, come cani col fuoco alla coda.
E’ uno che sa annusare l’aria che tira. Pochi giorni sparisce. Nemmeno il tempo di salire e già scende in paese. Con in braccio un novantunotrentotto e il tricolore con la croce savoiarda. E tutti lì a dire delle cose. I fratelli Trentin avevano cianciato: “Abbiamo ucciso il porco. Peccato, non s’è potuto fare del salame”. Ma loro eran dei gran burloni. L’aveva detto ridendo. E poi ne dicevan di cose, soprattutto dopo i primi gotti. Nessuno di noi ci aveva creduto. Il podestà doveva esser scappato come tanti. Non ci siamo certo messi a cercarlo. Le cose correvano che non si riusciva a fermarle. E tutti erano come impazziti. Certo che poi, anche loro, si son presi il campo, e si son comprati il camion. Si son messi da soli: “Non vogliamo più padroni.” –e son diventati padroni loro stessi. Certo che questo mica vuol dir nulla. E’ tanto per dire; così, per raccontare. E’ che i padroni son tutti uguali. Anche a essere bracciante dei Trentin sempre bracciante eri. Sempre le pezze al culo portavi. Ma non c’era tempo per queste sciocchezze. Sarebbe stato stupido lasciarci la cotica quando tutto era già finito. E pensavo che s’era già festeggiato una volta. Speravo che non fosse ancora una burla.
Tutti festeggiavano e lui era in prima fila alla festa. Le donne scendevano in strada. Buttavano, a quei ragazzi laceri, le braccia al collo. Qualcuna, fin troppo contenta, cercava di trascinarli in casa. Anche solo per un piatto di zuppa di lenticchie. Le madri tiravano il collo cercando i figli. Noi non s’eran imparate che quattro canzoni. Alcuni in mezzo eran proprio ancora ragazzetti. Per qualcuno quei baci sparsi a caso eran il primo bacio. La Cate era sulla porta; l’ho vista da lontano. Su alcune finestre s’era messo il tricolore. La nostra bandiera era tutta d’un colore. Qualcun altro, non l’abbiamo visto, in preda all’euforia ha rovesciato tutto il comune. Sparse per la piazza c’eran cartelle di chiamata e un sacco d’altre carte. Uno, non ricordo chi, mi fece notare che in quel momento non c’era. Ho tirato su le spalle pensando che s’era infilato in qualche letto. Il Ruvido per gioco s’è messo a corre a presso a una gallina. Lì, in mezzo alla confusione. E altra confusione si mischiava alla prima. E grida. E quelli che correvan dai campi. Con le falci e le roncole e le forche. Non c’era il tempo di pensare ad altro tranne che era finita. I bambini giravano intorno curiosi. Qualcuno di loro chiedeva cioccolata. “Non siamo mica gli americani”.
E’ uno che sa stare in un solo posto: seduto con i vincitori. Non era mai solo. Mi son tolto il fazzoletto e ci ho asciugato il sudore. Dovevo ricordarmi qualcosa che non ricordato. Eppure l’ho guardato a lungo, e lui sembrava impaziente. Avevo anche una fame che non ci vedevo. Eppure il viso di quel suo amico, il Corrado, l’avevo già visto da qualche parte. Era una faccia che non mi piaceva niente. Gli camminava sempre a fianco, era la sua ombra. E a volte mi guardavano in un certo modo e bisbigliavano tra loro. Ma con me lui era sempre gentile, un po’ troppo.
Non gli mancavano certo le donne ma continuava a restare con Pina. Giravano certe voci, che lui non la poteva lasciare perché lei sapeva troppo. In soldoni lei doveva sapere dove ha trovato le lire. E le voci quando diventano troppe creano il sospetto che qualcosa ci possa essere. Cioè la superfice borbottava come il mosto. Poi la Pina è scivolata, nel buio, già da una ripe. E le voci sono diventate silenzio. E di lui s’era tornato a parlare di eroe. Per quella storia della Spagna e per altre storie. Storie raccontate solo dopo. Di cui sapeva solo lui. E chi le aveva sentite da lui. E lui s’era consolato subito. Con una che si faceva chiamare Margueritte. E si diceva francese ma parlava un livornese stretto stretto. E tutti se l’eran passata come Antonia o Tota. Quando ancora non era signora.
Adesso che aveva una sciarpa di piume lunghe e sottili e le labbra rosse come ciliegie allora chiedeva il lei. E gli si aggrappava come fosse una regina. Gli dico: “senti, com’è quella storia della Spagna”? Mi dice: “Lascia stare, cose passate. Li si battagliava davvero. Erano tutti eroi; soprattutto quelli che non son tornati”. Ma io insisto: “Tanti, quasi tutti, ma il Gene è tonato. Lo sapevi”? Lui sbianca. “Anche il Gene, Barcellona”. Lui sbianca. “E quel tuo amico, il Corrado, ora ricordo: a Sondrio. La prima volta l’ho visto a Sondrio. E poi anche peggio. Brutti posti. Brutti ricordi. Ed era vestito tutto di nero. Sai? col teschio e i coltelli in croce”. Non può sbiancare più. È bianco come il lenzuolo sopra il morto. Si fruga dentro a cercar la voce. “Non devi pensare… Guarda che… e poi nella confusione. Era un’altra patria quella patria”.
Patria? Una fifa da far pena. Lo giuro qui davanti all’assemblea. Lo tranquillizzo: “Fosse per me”… E gli ho detto della Volante rossa. Che avevano ricevuto la sua foto. E un consiglio gli ho dato. Mi ha ascoltato e ha fatto le valigie. In paese non s’è più visto. Gene non era stato a Barcellona ma a Salamanca. Sempre Spagna era e lui non sapeva. E nemmeno era vera quella della Volante rossa. E’ diventata vera dopo. Di Corrado invece era vero, lo avevano confermato quelli che lo avevano conosciuto. Quei pochi che ancora avevano il fiato. I fortunati o i veri eroi: le vittime. Era stato un porco e uno dei peggiori. Pareva ci godesse. A lui invece non gli è stato detto prima ma dopo. Con un cartello attaccato al petto. Quando lo han trovato a pender dalla vecchia quercia. E sul cartello c’era scritto in maiuscolo stentato: «Oggi e sempre (e a capo) Resistenza».

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Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHSembra banale ma è meglio precisarlo: chi ha provato la frusta non se ne libera mai. Chi è stato vittima prima o dopo torna ad esserlo. Trova sempre qualcuno pronto a frustarlo. Anche quando le sue ambizioni sono quelle del carnefice. A volte anche per proprio per questo. Anche quanto i suoi desideri vanno oltre. Quella vittima che è stata gli resta appiccicata addosso. Come fosse un’aspirazione. Come se non ambisse ad altro. Resta impressa nella pelle. La si porta dentro. Naturalmente questo è anche il caso di Itzig Finkelstein, una volta Max Schulz. Non è possibile liberarsi del proprio passato, anche dopo essere stato massacratore, in lui qualcosa lo spinge a tornare vittima. A riassaggiare il nerbo. Ad accettare. Qualcosa lo trattiene legato a quella sofferenza. In fondo l’amore è anche sempre un po’ odio. E la donna è sempre un po’ strega. Non che lui abbia rimorsi, i rimorsi non vengono più ospitati in questo mondo. La guerra non ha delicatezze. Quando hai conosciuto il grande orrore tutto il resto sono dettagli. E in ogni donna cerca sua madre, Max Schulz, anche ora che è Itzig Finkelstein. Quella grassa puttana di sua madre Minna Schulz. Benché il passato lo abbia lasciato alle spalle e ora sia solo Itzig Finkelstein quando sorride il suo sorriso è d’oro. I suoi denti sono d’oro. Sono i denti strappati agli ebrei in campo di concentramento. Prima di ammazzarli. I suoi denti sono i denti di Max Schulz. In fondo a lui continua a vivere un po’ di quel tedesco con la faccia da ebreo. Con gli occhi da rospo.
Ha imparato ad uccidere Max Schulz e lo ha imparato per uccidere gli ebrei. Erano ordini, non solo piacere. Gli ordini non si discutono. E’ tutto così semplice quando si sono sconfitti i dubbi. Quando si riesce a farne tranquillamente senza. E ora che ha imparato uccidendo ebrei lo farà per difenderli. Il mondo è di chi lo sa attraversare. Di chi sa nuotare. Di chi si sa adattare. Gli ebrei hanno vinto e ora nei suoi abiti vive Itzig Finkelstein. Lo stesso che lui stesso ha ammazzato. Ammazzato assieme alla famiglia. E lui e Itzig, come meglio non potrebbe lo stesso Itzig, ma non riesce a smettere di essere anche Max Schulz.
Ve l’ho detto? No! non era necessario. Questo ve l’ha già detto l’autore. In un altra vita sono stato sterminatore; ma quella era un’altra vita. Io ero allora Max Schulz. Figlio di Minna e di cinque padri. Cinque padri e un patrigno. Cinque padri e un patrigno dal pene enorme violentatore di bambini. Un libro è fatto per essere letto. La pigrizia non giustifica. Non mi piacciono le cose una seconda volta. E non provo simpatia per l’uomo con gl’occhi da rospo che si chiamava Max Schulz e oggi è Itzig Finkelstein. Ma non è necessario provare simpatia per qualcuno. Nemmeno per sé stesso. E la simpatia è una bene superfluo. Molto superfluo. E forse nemmeno un bene. E’ una catena. E la realtà è una catena. Quando non si può cambiare. Ma io la posso cambiare. La parola è magica; può tutto. E io sono un uomo che è stato morto. E con me porto tutti gli uomini morti. Anche quelli. Loro non sanno che li ho uccisi io. Nessuno più lo sa. Ho i documenti in regola. E porto quei morti viventi. E tutti gli altri, che torneranno a vivere. Piantando le radici nella sabbia del Negev. Un albero per ogni morto. Perché questa oggi è la mia terra. E i morti oggi parlano un’altra lingua. Nessuno mi può più condannare. Perché ho imparato a volare. Perché non si può ammazzare più di una volta un uomo, per quanto colpevole esso sia. Perché non c’è riscatto. Anche se io morissi non farei tornare in vita quei sei milioni. Nemmeno i miei duecentomila. I morti non tornano mai indietro.

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Quello che nel romanzo non si dice è che:
Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHDopo aver ascoltato la voce del grande affabulatore, del nuovo messia, Itzig Finkelstein quando era ancora Max Schulz, ariano purissimo, tornato a casa non fu più lo stesso. Guardandosi attorno vide: non più la vittima ma una nuova fierezza di sé. Ogni passato è un peso enorme da portarsi dietro e soprattutto lì e in quei giorni. E i banditori, i salvatori, gli imbonitori e tutti quelli regalano un sogno a quelli che nella mente coltivano incubi o miseria, a tutti i derelitti, agli scontenti danno una fede. E lui, Itzig Finkelstein, quando era ancora Max Schulz, era stato illuminato e credeva e aveva bisogno di credere. Aveva un mondo nuovo. Fu per questo che si prese un caffè, naturalmente di cicoria, e poi entrò silenziosamente e strangolò suo padre Anton Slavitzki senza un attimo di esitazione. Lo aveva colto assopito dopo il solito niente con ancora quel suo enorme coso fuori che ancora gocciolava per aver pisciato nel lavandino di bottega. Gli tolse la vita avvolgendogli attorno al collo la frusta gialla e stringendola con tutta la sua forza. «Maledetta sia la frusta nella mano del falso padrone. Ma quando la frusta cambia padrone e il nuovo padrone è il vero padrone, che sia sacra» –gli era stato annunciato sul monte degli ulivi. In realtà Anton Slavitzki, che era un vero ariano nonostante il cognome che portava, non era nemmeno il suo vero padre perché non era nemmeno uno tra i suoi cinque padri. Questa era fatta –pensò.
Non aveva mai meditato che potesse essere così facile ma anche così faticoso, né che un morto avesse quell’orribile e inutile attonito aspetto, era la sua prima volta. Chiuse bottega mettendo il cartello “TORNO SUBITO” e chiamò Minna con voce stentorea e autoritaria. Lei portò il suo grande peso e il suo enorme culone lentamente e lo fissò negli occhi e parve capire subito le intenzioni del figlio. Si era limitata ad esprimere la sua inutile domanda solo con gli occhi. Certo, Itzig Finkelstein, che era ancora Max Schulz, non era dotato come Slavitzki, lo stupratore di bambini, ma bastava e avanzava. E Gli era bastato mostrarlo nel pieno del suo orgoglio perché aveva già quel pensiero in testa: “Oggi è un nuovo giorno, non ci sarà più nessun Slavitzki. Chi ha osato ha pagato, e la vittima è diventata padrone del suo destino e del destino del paese ed è per ciò che Max, perché era ancora Max Schulz e non ancora Itzig Finkelstein, oggi fotterà sua madre”. Lei si era limitata ad alzare la veste e ad allargare le gambe senza nemmeno togliersi quella pidocchiosa vestaglia.
E così fece sul letto e in ogni luogo in cui lei era giaciuta con colui che ora era il cadavere di Anton Slavitzki. E per affermare la sua nuova autorità pretese anche di farlo allo stesso modo che piaceva tanto a Finkelstein, e che lui aveva subito dolorosamente, e anche a lui la cosa piacque, e anche in ogni altro modo. Sua madre, la puttana rispettabile e onorata cioè la puttana perbene, l’enorme Minna Schulz, lo aveva lasciato fare senza nemmeno un gemito, come se la cosa non la riguardasse; si sarebbe detto che si stesse persino annoiando, durante. Non aveva battuto ciglio nemmeno quando si era sfogato con rabbia sul suo enorme culone, eppure ci aveva messo tutto il suo impegno e il suo rancore per farla gridare e per sentire che era viva. Ma lui, Max Schulz che non era ancora Itzig Finkelstein, non si arrese né desistette, doveva farlo e lo fece, seppur irritato, e non aveva nemmeno paura dei denti di sua madre, di quei due quintali di puttana perbene che era Minna, proprio come il macellaio Hubert Nagler, uno dei suoi cinque padri, che a dirlo lo diceva ma poi adorava le labbra sensuali di Minna e anche particolarmente quei suoi denti forti e bianchi. Ora che Max, non ancora Itzig, aveva ritrovato l’onore ed era divenuto padrone della sua vita e della storia si sentiva meglio, ma non come avrebbe creduto. Era forse solo un po’ più sicuro di sé, nonostante gli occhi da rospo e il naso a becco che lo facevano tanto sembrare uno di quelli che lui odiava così tanto, proprio all’opposto del suo grande amico Itzig Finkelstein che era biondo e con gli occhi azzurri che pareva lui l’ariano. Non l’aveva mai fatto, né con sua madre, la puttana Minna, né con nessun’altra donna e forse era stato per questo che aveva tanto insistito: per esserne certo e non potersene scordare. Anche questa è fatta –si disse già dopo la prima volta, e dopo ogni volta.
A lei sembrava continuare a non interessare, all’enorme Minna, proprio come quella prima volta, e a lui la cosa diventava col tempo sempre meno influente. E’ la prima quella che veramente conta –concluse. Ma lo si sa che la vita deve andare avanti e la sua non era certo una vita per palati fini. Lui Max Schulz, ariano purissimo, che non era ancora Itzig Finkelstein, a suo modo un precursore anche se i libri e la storia si sarebbero scordati di lui di lì a poco se non subito e durante. In fondo nulla del suo aspetto era cambiato nemmeno dentro quella splendida divisa, e in verità la Goethestrasse e la Schillerstrasse non erano mai state veramente la sua casa; un rifugio.
«Io, Max Schulz lo sterminatore, ho baciato la terra. Ho la bocca piena di sabbia. Mi alzo, sputo la sabbia, noto che anche Hanna Lewisohn, accanto a me, sta sputando sabbia, poi, improvvisamente la vedo girarsi: mi butta le braccia al collo e dice: ‘Itzig… siamo tornati a casa

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MascheraQuesta la scrivo com’è capitata, nella sua singolarità, perché si commenta da sola. Naturalmente nomi e occasione sono puramente fittizi ma il fatto, in sé, è vero. Era maggio e i cali delle vendite erano ormai una costante conclamata e ostinata. Ci sentiamo con Mirco, scendo fino al suo ufficio. E’ ampio con un gran finestrone sulla via centrale. Lui è sprofondato nella sua enorme poltrona. Lo so preoccupato almeno quanto me. –Tu come la pensi?- Mi guarda e so che mi ascolta. La situazione è andata; oltre la tragedia. Alcuni posti sono a rischio. Non certo il mio. Non certo il suo. Infondo a me la cosa un po’ imbarazza solo perché intacca il mio portafoglio. Qui si tratta di salvare o tagliare tutta la rete di distribuzione della Liguria, forse del Piemonte. –Ho pensato al Salvatici. Te n’avevo accennato. E’ adatto e l’ho già proposto ai piani alti del gruppo.- Mi guarda e gli si illuminato gli occhi a spillo quel tanto che basta che sembra che mandino luce anche gli occhiali. Sistema la cravatta e la pancia pare farsi più orgogliosa. Il candidato ha già dato prova della sue capacità proprio con Mirco, quando hanno concluso il contratto a Skopje. E resta il migliore del suo staff. –Perché non c’ho pensato? Perfetto. Lo sapevo che ci toglievi dai guai.- Già! vorrei saperlo come ha fatto a non pensarci avendolo sotto gli occhi. Già! quando ci sono guai tutti si ricordano del sottoscritto. L’avessero fatto prima forse non ci troveremo al punto in cui ci troviamo. Forse. Ci riflette ancora un attimo su. Ne è sempre più convinto. Le sue membra si rilassano. Prende il telefono. Toglie il viva voce. Si consulta con Giovanna. Giovanna è la sua compagna storica, e, anche, la sua confidente, e, anche, la sua ultima parola. Tutti sanno della sua storia con Giovanna. Una storia nata su quella scrivania. Nessuno dei due ne fa mistero. Espone l’idea. Scribacchia ghirigori sulla carta intestata. Annuisce. Abbassa la cornetta. –Fatto! Anche lei ne è entusiasta.- Naturalmente sta a me il compito di organizzare il tutto e portare la proposta alla prossima riunione di tutte le affiliate.

Mi metto al lavoro subito. Non resta molto da fare. Marta spedisce le lettere. Minutaglia. Lei è efficiente e chi deve sapere sa già. Il curricula del Salvatici è da marzo sui tavoli di tutti i membri del consiglio di amministrazione. Alla fine il loro parere avrà il suo peso, ma la decisione spetta all’assemblea. Lo stesso Magni mi aveva chiamato, di persona, per congratularsi dell’ottima scelta. Torniamo a occuparci del bilancio provvisorio di assestamento. Io non mescolo mai il lavoro con le altre cose. Con Marta ci vediamo fuori dall’ufficio. Ci vediamo da lei. E’ il lavoro a mescolarsi tra noi. Ce ne stiamo tranquilli, io e lei, nei nostri ultimi minuti, quando, prima di rivestirsi, mi stampa un bacio sulla fronte e mi ricorda che è meglio fare personalmente quel paio di telefonate. Mi riaccompagna fino a pochi passi da casa mia. La saluto pregandola di ricordarmelo il mattino, in ufficio. Cominciano a pesarmi queste ultime giornate febbrili. Non voglio correre il rischio di scordarmene.

Con Carlotta non parlo mai del lavoro. La lascio fuori delle mie preoccupazioni. Vado a dare la buonanotte ai bambini e ci guardiamo un po’ di tele. Le accenno solo il nome. Lei ha avuto modo di conoscerlo ad un paio di cene. Non pare sorpresa. Pare saperlo già. Conviene che è la scelta migliore. Controlla il suo entusiasmo con pacatezza. Carlotta è sempre così, non sai mai distinguere fin dove la spinge la sua soddisfazione. Ha cambiato profumo. Anche davanti ad un regalo non sai mai se la fai felice o se la fai contenta. Non ricordo di averle preso quegli orecchini. Forse l’ha fatto da sola. Non ne abbiamo accennato. Finalmente una notte tranquilla. Ora che il più è fatto forse posso prendermi anche un paio di giorni di vacanza. Ne ho già accennato a lei che dovrò recarmi ad un sopraluogo per valutare le condizioni di alcuni uffici periferici. Quelli purtroppo sono ormai destinati. Sentirò Marta se ha qualche idea stuzzicante. Questo a Maggio, come detto fin dall’inizio. Poi, con Marta, siamo riusciti a ricavarci anche una intera settimana al mare, e qualche giorno qua e là. Carlotta è molto ragionevole. Si fida di quanto le dico. A volte anche troppo. Intanto i mesi si sono sommati ai mesi. Rimandare è impossibile. Il punto dolente è portare la proposta in assemblea. E’ per domani. S’è fatto tutto il possibile. Marta s’è prodigata. L’impressione è che non tutti abbiano fatto la loro parte. L’impressione è che il Garbino sia favorito. Gli scommettitori lo danno in vantaggio. Spingono per lui i suoi anche se sono proprio loro ad averci infilati in questo guaio. Intanto la situazione di Camogli è definitivamente compromessa, e proprio per colpa dello stesso Garbino. Penso se potevo fare dell’altro. Mi riprometto di tenere duro sul nome.

Stavolta è Mirco a scendere da me. Bussa ed entra. Marta si sistema immediatamente e sistema un po’ le carte con naturale noncuranza. Gli regala un sorriso gradevole. Capisco e la prego di uscire. Ci porta il caffè e ci lascia soli. Da me non stiamo altrettanto comodi perché ho organizzato tutto in base alla funzionalità e non alla vista. Mirco aspetta un po’ a dirlo. –Per domani… si va col Salvatici.– Si ferma e mi lascia ad aspettare. Sa di dopobarba fino alla mia postazione. Dopo vent’anni mi sembra di non conoscerlo più. Infondo è anche merito mio se lui è dov’è. Ho un attimo di timore. Mi ricordo di come Marta me lo aveva detto. Lei sembra capire meglio l’animo umano. Non è imbarazzo il suo, è solo il silenzio che precede. Le parole non le spreca mai. –Che ne dici; tiriamo diritti e, là, contemporaneamente, con discrezione, lasciamo afferrare che forse il Garbino è meglio?– Lo guardo e capisco che sta parlando seriamente.

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