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Posts Tagged ‘orale’

GialliLavoravo per Arberesh allora, un italo-qualcosa. Me ne sono andata una mattina senza dire niente. In silenzio. Con le mie cose e tutta la lira. Erano soldi che mi ero guadagnata io. E mi sono lasciata tutto dietro le spalle. Aria nuova, vita nuova; come si dice. Dev’essere molto stupido uno che crede di domare una donna a suon di legnate. Non ha capito niente sul nostro conto. Ho cambiato vita. E dopo allora che mi son data alla professione. Ora sono gli uomini che dovrebbero starmi alla larga.
In fondo un’esistenza tranquilla. Ma quella calma è finita. Scendo da un treno e salgo su un treno. La mia vita è diventata una corsa frenetica. Sono braccata. Qualcuno ha puntato sulla mia testa. Vuole togliermi di mezzo. Forse ho visto qualcosa. Forse ho fatto qualcosa. Uno dei miei cliente? Forse uno dei contratti. Qualche parente. Qualche amico. I morti non parlano, ma a volte fanno un chiasso bestiale. Vogliono mettermi a tacere. L’ho annusato nell’aria. E qualcuno ha pensato bene di mettermi la pulce all’orecchio: Guarda che vogliono proprio te. Anch’io ho i miei amici. E le mie informazioni. E’ da allora che sto ancora di più in campana.
Nel mio lavoro non ci si può distrarre. Non è nemmeno molto bravo. Deve aver visto troppi film americani. Un vero dilettante. Un deficiente. Nasconde la faccia dietro il giornale. L’ho scoperto subito. Sono almeno tre giorni che ho i suoi occhi addosso. Mi sta troppo appiccicato. E me lo sta cagando. L’avrebbe sgamato anche un cieco. Passare da predatrice a preda non è il massimo della promozione sociale. Torno a chiedermi chi lo manda. Non penso possa essere stato Resh. Troppo pigro per provare rancore per più del tempo di una passata di botte. Per coltivare odio e voglia di vendetta. E allora chi? Ma non è il problema più importante, al momento. Devo tirarmene fuori e in fretta. Al resto penserò.
Come hanno fatto a trovarmi? Mi ripeto che devo aver pestato i piedi a qualcuno di importante. Non c’è altra spiegazione. Lui, un ragazzotto dalla pelle abbronzata. Un po’ sul volgare. Vestito malamente. E’ chiaro che aspetta il momento. Intanto mi studia. Non sono una dilettante. Non so fare la preda. Don Salvo dice che quello che frega è la mia faccia da angelo. Di me lui apprezza anche il resto. Tutta la carrozzeria. Apprezzerebbe; non mescolo mai la professione con il piacere. Ad ogni modo ogn’uno al suo posto. Per lui ho fatto un paio di lavoretti. Puliti. Nient’altro. Era rimasto soddisfatto. Non puoi mai entrare nella loro testa. Dei mammasantissima. Credono che stiamo ancora nel medioevo. Loro hanno ancora l’onore. E la famiglia.
Il locale è carino. E’ lui un pesce fuor d’acqua. Si sta mangiando tutta la diaria. Solitamente tendo ad essere sobria. A cercare di passare inosservata. Mi sono messa tutta in tiro proprio per lui. Soffre per non poter fumare. E’ chiaro. Le dita sono gialle da nicotina. Si alza per andare al bagno; il piccolino. Aspetto che scompaia in fondo la sala. Mi alzo e passo vicino al suo tavolo. Se non mi ritrovasse resterebbe deluso. Ma sa dove sono alloggiata. Con fare indifferente butto l’occhio sul giornale. Un foglio locale, forse per farsi notare meno. A bordo pagina ha annotato qualcosa con una grafia illeggibile. Anche se i numeri sono stati scritti invertiti riconosco sotto quello del mio cellulare. Mi sono tolta l’ultimo dubbio. Torno al mio posto e aspetto tranquilla.
Suda. Lo guardo con insistenza. Proprio per farmi notare. Nasconde nuovamente la faccia dietro il quotidiano. Sottovalutarmi così è anche un’offesa. Ha pure gli occhiali da sole. Un classico. Io di mio preferisco prendere l’iniziativa che aspettare. Fare la mia mossa. Trovo sia sempre un vantaggio. Mi alzo e vado al suo tavolo. “Posso”? Certo che posso. Mi guarda sorpreso e stranito. Mi verso del suo vino. Un bianco dozzinale. E mi siedo. Non posso certo aspettarmi una qualche raffinatezza.
Son finiti, da un pezzo, i tempi dei Bogart. Oggi sono i tempi delle Mary Kathleen Turner. Le donne sono più precise e meno prevedibili. Non se ne dev’essere accorto; il pervertito. Accavallo le gambe. Se ne accorge. Apprezza e cerca di resistere. Basta fargli vedere un po’ di pelle a questi uomini.
Ciao pupo”.
Nella realtà faccio tutto da sola. “Non si sta bene da soli. Un po’ di compagnia”?
Non è di molte parole. “Certo che c’è un po’ di chiasso”.
Né di grande iniziativa. “Ci sono posti più… più… dove si può parlare”.
“…”.
E’ uno nato solo per eseguire. “Oltre tutto fa anche un po’ caldo. Non trovi”?
Banalità. Decido. Gli faccio vedere un po’ di Gilda. Gli mostro un antipasto. Con la scusa di allungarmi per il sale organizzo il mio spettacolino “tutto per il mio maialino”. Gliele sbatto sotto gli occhi. Ad un palmo dal naso. Che apprezzi la merce che gli viene offerta. Ed è in offerta gratuita. O quasi. Solitamente a questo punto non ho mai trovato nessuno capace di fingere di non capire. Si convince di essere irresistibile. Di avermi conquistata col suo fascino. Infatti si limita a dire: “Andiamo”?
Giriamo l’angolo ed entriamo in una stradina buia dove si affaccia la porta della cucina. Mi ferma. Lo guardo aspettando. Mi spinge contro un muro. Cerca di baciarmi. Giro la testa. Mi sbava sul collo. Mi lecca dietro l’orecchio. E comincia a brancicarmi tutta. Le sue mani mi cercano, mi palpano, me le trovo da per tutto. Mi alza la gonna, Cerca di infilarle nelle mutandine. Mi riempie di complimenti o di insolenze nella sua lingua, che non conosco. Gli suggerisco che ci sono posti più comodi. E che ci potrebbero vedere. Gli spiego che sono una signora. Ha fretta. Mi tolgo la mano da in mezzo alle gambe. Mi guarda un attimo attonito. Forse infuriato. Gli sorrido amicante. Un sorriso che tranquillizza. Capisce. Mi trascina con sé, in albergo, tenendomi per il polso. Come se temesse che me ne scappi. Forse gli piace violento.
Anche in ascensore lo devo calmare. Non capisce che non mi vanno i baci. Quelli sono un’altra cosa. Lascio che assaggi e lo fermo un paio di volte all’ultimo. Quando sta per andare oltre. Quando non regge la sua eccitazione. Sembra che non si arrivi mai al piano. Gli faccio i miei complimenti con un sorriso. Insomma allungo le mani. So dire le bugie con molta naturalezza. Ho dovuto impararlo fin da bambina. E’ una cosa che una donna apprende facilmente. E quando entriamo torno a prendere in mano nuovamente la parte della protagonista.
Gli chiedo scusa per il bagno. Mi risistemo un po’. Gli lascio il tempo per nascondere il suo gioiello. So come son fatti i tipi come lui. Poi qualche minuto perché ritrovi un po’ di calma. E un po’ di tempo per spazientirlo e aspettarmi con ansia. Rientro ed è ancora in piedi. Sicuramente l’avrà riposta nel cassetto del comodino. Mi ci giocherei… tutto. Lo sbatto nel letto. Lo spoglio di fretta. Mi limito ad abbassargli i pantaloni. E i boxer. Non gli do un attimo per riflettere. Lo lascio lì scomodo. Fingo un istante di pudore. Quanto basta. Persino porto la mano alla bocca. Come un complimento. Mi metto a mio agio, quasi vestita completamente: glielo dico. Lui ha gli occhi fuori dalla testa. Si crede il più grande dei fortunati. E degli amatori. E il più sveglio. Me lo lavoro.
Inizio il pompino. Meccanicamente. Senza trasporto. A lui basta e avanza. Anche troppo. Intanto si distrae e abbassa la guardia. Mi basta un attimo. Allungo la mano. La trovò lì, dove me l’ero aspettata: nel cassettino. Prendo la pistola e gliela infilo nel culo. Forse lo crede un nuovo gioco. Gli tolgo l’attimo delle domande. Quando premo il grilletto lui sta per venire. Nemmeno capisce quello che succede. Non avrà più il tempo di intuire. Passa da essere un figo ad essere un ex in un battito di ciglia. Non era male. Dopo è un pallone bucato da cui usciva un eccesso di sangue e liquidi. Scopro che è un’iniezione incredibile di adrenalina sparare nel culo a uno. Ad un pezzo di merda. Togliergli la vita proprio mentre lui tocca il paradiso.
Un pezzo di merda di meno. Un dilettante. Non avrà il tempo di imparare il mestiere. Fortuna che ho qualcosa da parte e me ne posso stare tranquilla per un po’. Meglio che Francesca sparisca. Bisogna sempre essere previdenti.

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Foto di donna in cucina

Comincio ad averne abbastanza. Se n’è discusso anche ieri sera. Siamo finiti ad alzare la voce. Non so cosa s’è messo nella testa. Cos’è questa novità. In fondo, posso ammetterlo, è un po’ che ci penso. Non posso non pensarci se lui mi ci fa pensare. Se mi perseguita con la sua maledetta macchina. Va bene quando siamo in spiaggia. Certo non sono più libera di prendere il sole come voglio. Non posso togliere più il pezzo sopra. E devo stare attenta a come mi metto. Ma mi entra in bagno quando sono sotto la doccia. Persino quando la sto facendo. Si accuccia se mi chino mentre sto lavando i piatti. Non è che a casa posso sempre stare con i pantaloni e la maglia. Strabuzza gli occhi e corre a prenderla. E sempre più difficile difendersi. Non mi ricordo quando è cominciata questa storia ma va avanti da un pezzo. Approfitto della cena e della presenza di Edo.
Per essere una serata di giugno è caldo. Forse sono io a sentirlo. Continua a sembrarmi una sciocchezza. Non lo capisco. Poi loro due, Edo e Carlo, sono molto amici. Me lo porta spesso in casa. All’ultimo. Per cena. E’ così carino, Edo. Così a modo. Sembra sempre fuori posto. Forse non ci avrei pensato. Non a lui. E’ Carlo che se le va a cercare. Ha cominciato lui. E poi ho visto come sbircia appena può. Certo fa di tutto perché non me ne accorga. Me ne sono accorta. Sento i suoi occhi come fossero mani. Vedo che li infila ogni volta che mi piego. Come mi guarda le gambe appena può. Li sento addosso come mi giro. La cosa anche un po’ mi lusinga. Lo ammetto. Non che ne abbia bisogno. E io so essere veramente provocante quando voglio, anche un po’ porca. E poi che male ci sarebbe? Non c’è male se non ci si mette cattiveria. E credo che a lui, e agli uomini, faccia piacere. Me ne dovrebbe essere grato.
Ma a sentire lui, il caro maritino, niente è mai abbastanza. Solo che… non sono certa di averlo deciso. Guardo la tavola da sparecchiare. Fosse per me un po’ di pelo lo farei vedere, visto che insiste tanto. Per uno scatto o due. Tanto è solo ruba mia. E roba di buona qualità. Se non si offende lui che è lui il becco. Solo che non vorrei mi si riconoscesse. Preferisco, non so perché, starmene senza nome. Va bene un avatar ma il proprio vero nome mi mette a disagio. Metterci la faccia. Magari finisce che trovo qualche maniaco. Che non riesco più a togliermelo da torno. Poi quello mi tempesta di telefonate. Non si è mai abbastanza prudenti. Dice che si vede di più quando sono in spiaggia. Bella forza, in spiaggia mi fa portare dei costumi che non sono nemmeno costumi ma fili interdentali, francobolli, illusioni. Piccoli che sembra che mi sia dimenticata di metterli. Non sono certa che mostrare troppo giovi. Il maschio ha anche voglia di immaginare. Non so. E’ lui il maschio. Mi sa che gli fa orgoglio che gli altri mi guardino. Non vorrei fosse un vizio. Mi decido; definitivamente. Lo chiedo a Edo mentre porta il bicchiere alla bocca: “Me ne versi un goccio? Volevo dirti… cioè… Cosa pensi di quelli che mettono le foto in rete”?
La cosa è andata. Il difficile sempre è iniziare. La paura all’improvviso mi è passata tutta. A volte Carlo mi farebbe proprio incazzare: “Ma quali foto”?
Come quali? Come per quelle al mare”.
Che male c’è”?
Semplicemente non mi va. E poi mi si vedono le tette. Lui, lo stronzo, non mi dice niente e girano per tutta la rete. Ti sembra giusto? Cosa possono dire quelli che le vedono? E mi si vede bene. Mica stanno lì a pensare che eravamo al mare”.
Edo viene spesso da quando s’è lasciato con Gloria, povero piccolo, non s’è più ripreso. Dobbiamo invitare una volta lui e una volta lei. Tenendo conto dell’ultima volta. Per non far torto a nessuno. E’ un casino quando due si lasciano. E mi viene da pensare che stavolta resterà contento. Ha ancora il boccone in gola. Stavolta però la domanda lo lascia sorpreso. Non è uno dei soliti argomenti. Non sa come uscirne. Guarda se lo faccio per rabbia. Per sfida. Se abbiamo litigato. Non trova nulla di tutto questo nel mio sguardo. Mi vede tranquilla. Sicura. Decisa. Mi vede diversa. Edo e proprio carino quando fa così, un gattino, un peluche: “Non le ho viste. Sai… io non navigo. Non so che dire”.
Intanto mi chino e la mia scollatura è già un invito. L’aria si fa più calda. Mi viene da ridere. Mi prende una strana allegria. Rischio di rovinare tutto. Non è che mi succeda tutti i giorni. Forse è un po’ anche il vino. Bella scusa. Certo qualcosa è: “Che poi mica si accontenta; cosa credi? Ma avrai una tua idea tu”?
Lui, come al solito, resta sul vago e nell’imbarazzo. Ripete come un’anatra muta: “Ma, non so”. E’ da lui. Onestamente comincio ad averne abbastanza. Forse potevamo mettere un po’ di musica. Abbassare la luce. E’ troppa. Forse dovevo essere più esplicita. Niente di peggio di chi non vuol capire. Ma forse non ha proprio ancora capito. E non so fin dove voglio arrivare. Gli passo la mano veloce sotto il tavolo. Quasi distrattamente. Appena lo sfioro ma basta. E’ rapido e non ha bisogno di pensarci troppo. Capisce che stasera è una occasione diversa. Che c’è un’aria diversa. O forse non capisce affatto. La tolgo appena è pronto. Devo essere impazzita. La verità è che mica lo so perché lo faccio: “Non credi che dovrebbe smetterla. Non credi che la dovrebbe finire di insistere. Sono una stupida. Il fatto è che io mi vergogno ancora. Che poi il corpo è mio”.
Intanto s’è lasciato cadere la forchetta. Mette il tovagliolo in grembo. Ma sì, che tanto vale… mi faccio tanti problemi e mi prendo della sciocca. Non sarò la prima e nemmeno l’ultima. Il mondo è strano. Lo attraversa il vizio del peccato, del rischio, della novità. Sembra sempre più emozionante nelle intenzioni.
Carlo ha sempre creduto che non ne avrei mai avuto il coraggio. Per quello nemmeno io. E’ che il coraggio ti serve quando ci pensi. Mentre lo fai non ti serve più. Basta non pensarci. E tolgo il tovagliolo, ma stavolta senza sfiorarlo. Non so se è possibile: “Chinati pure. Guarda pure. Vedrai come sono bella sotto. Non mi da più fastidio. E nemmeno a Carlo, vero caro”.
La gonna era già salita prima ancora dell’antipasto. Mi son seduta e l’ho sistemata sopra le ginocchia. E l’ho messa corta di suo apposta. Allargo le gambe. Non sono certa che si veda. Quello che non si vede si può immaginare. Sono fiera di me. Glielo faccio vedere io. Anzi gliela faccio vedere. Ho sempre pensato che mutandine come queste facessero meno che senza. Valli a capire gli uomini. Gli basta quattro millimetri di pizzo. Una trasparenza. Persino un collant. E pensare che mi sono costate una cifra. Fai tutto per loro e a loro non basta mai. Ti fai bella e a loro cosa importa? Loro ti vogliono porca. Ma un attimo sì e uno no. Non sai mai come comportarti. O fanno i gelosi o fanno gli sfacciati. Mi viene la rabbia. Lui e la sua rete: “Che se ti becco con una di quelle troie”…
Povero caro, Edo non può capire. Non tutto. Ci sono discorsi fra noi, solo nostri. E’ stato colto di sorpresa e nemmeno respira. E va bene, te le faccio fare, le tue foto. Ma non con il telefonino. Se devono essere foto che siano almeno foto. Lo aspetto che torni e torna con la macchina. Ci ha messo un attimo. Nemmeno il tempo di scaldare ancora un po’ l’atmosfera. E ha una faccia da sfida. Gliela faccio vedere io. A lui e anche a quello stronzo del suo amico. Ti faccio vedere chi è tua moglie. Che moglie che hai. Gli altri si leccherebbero i baffi. E tu vai in cerca di queste… queste… minchiate. Credo che Edo non la veda da quando se ne andata Gloria. Forse questo lo rende ancora più emozionato. Mi fa quasi pena: “Tanto lo so che mi vedi. La verità è che non mi ha mai dato fastidio. Noi siamo così. Anche un po’ leggere. Se vogliamo, frivole. Hai visto dove ho fatto il tatuaggio? Ti piace? Credi non abbia visto come sbirciavi”?
Mi alzo e comincio il mio piccolo spettacolo. In fondo cosa ci vuole? E loro sono di palato facile da accontentare. Veri dilettanti. Quando posso mi specchio nei vetri della credenza. Scendo dai tacchi. Ho fatto bene a non mettere le calze. Sarebbe stato troppo. E poi mica voglio farlo impazzire. Voglio solo accontentare la sua smania per le immagini. Forse è la società dell’apparire. Certo che piace anche a me sentirmi bella. Essere ammirata. Desiderata. E a chi non piacerebbe? Solo che non restano che parole stupide. Non puoi certo inventarti un gran dialogo: “Ti piacciano le mie mutandine? Hai visto dov’è il cuoricino? Non è un problema. Un po’ di pazienza. E poi… le tolgo”.
Continua a tacere. Ripenso alle fantasie di Carlo. A me non piace con una donna. Cioè, se devo essere onesta, preferisco con un uomo. Voglio dire che credo non mi piacerebbe. Lui dice… pensiamo ad altro. A volte ho l’impressione che agli uomini piaccia quasi di più guardare che fare. Forse più fantasticare. Ma se hai una donna come me… diavolo. Sputo in faccia le parole come se volessi fargli male. “Intendi così”? Edo non sta più nella giacca. Lo invito a levarsela. Intanto tolgo la camicetta. Comincio a mostrare un po’ di mercanzia che quella non mi manca, ne ho in abbondanza: “Perché non ti metti comodo, sul divano. Ecco. Bravo. Sposta il vaso, per cortesia. Non vorrei che andasse in pezzi. C’è abbastanza luce? Dovrei fare vedere un po’ le tette”?
Certo che te le faccio vedere. Te le mostro io, e per bene. O che gusto c’è con una cosa? Dove le pensa? Edo mi guarda e gli occhi gli schizzano fuori. Scopro più che posso e poi passo oltre. Fa capolino un po’ di aureola. Poi, con fare porco, faccio apparire il capezzolo inturgidito. Carlo non si è ancora ripreso. Faccio tutto con una lentezza esasperante. Da vera professionista. Alla fine anche quelle, le mie tette, schizzano fuori. E allora lo sgancio e lo faccio volar via il reggiseno: “Questo non serve più. Vedi bene, Edo? E se non ti è chiaro sono anche un gran bel paio di tette. Se fai il bravo dopo te le lascio anche assaggiare. Sai che mi piace da matti farmele succhiare? Non aver fretta. La fretta non è mai una buona amica. Non aver paura, a Carlo piace che me le succhi. Vero Carlo”?
Non sono certa che sia questo che Carlo vuole. Insomma… cosa deve volere? Quello che vuole vuole. E’ questo quello che offre la ditta. Lo può pensare di divertirsi da solo. Ho messo su qualche chilo. Chi se ne frega. Non starà a guardar proprio quello. Nemmeno se ne accorgerà. E poi non può sapere com’ero prima. Non lo può ricordare. Il vaso intanto lo sposta Carlo. Avrei vinto la scommessa. Edo li strabuzza, è al massimo del turbamento. Cerca di sistemarsi più comodo. Di tenere un contegno. Non può riuscire a mostrare indifferenza. Suda. Si sbottona il colletto. Si umetta le labbra. Lo faccio anch’io. Per lui. Dedicato a lui. Me le sollevo con le mani: “Prendile bene e prendile tutte, che ne vale la pena. Non ne girano tante di così. E sono tutte roba mia. E allora… sono abbastanza porca per le tue maledette fotografie”?
Controllo se sono attenti, entrambi. Poi passo al resto. Lato b. Con lascivia mostro il culo e il mio è un gran bel culo. Lo smeno con gesto sensuale, lentamente. Passo una carezza leggera e accurata sulle chiappe. Vedere e non toccare. Soffermo le dita. Le palpo e le strizzo un pelo. Scivolo sulla loro rotondità. Scopro che nemmeno io sapevo di averlo così bello. Credo che Edo voglia dire qualcosa. Che anzi l’abbuia detta, ma talmente piano da restare un sospiro. E ha la faccia da chiedere nuovamente permesso. Spero che Carlo sia contento. Anzi spera che capisca cosa ha fatto: “E ora che facciamo? Gli mostriamo? No! si annoierebbe anche lui”.
Carlo mi guarda allibito. Non gli lascio il tempo di dire un amen. Lo rimbrotto: “Tu pensa a fotografare”. E’ certo che tanto non avrò mai il coraggio. Insiste ancora caparbiamente nella sua imbecillità. Ormai so di averlo, quel coraggio. Non mi potrebbe più fermare niente. Nemmeno fossimo in mezzo al traffico. Mai sottovalutare una donna dopo averla fatta incazzare. Se lanci una sfida devi essere pronto a prenderti le conseguenze. Non so se Carlo voleva ma adesso deve volere. Non ho nemmeno più voglio di rinfacciarglielo: “Vedi cos’hai combinato? Hai messo in imbarazzo il tuo amichetto. E hai messo qualcosa in corpo anche a me. Non preoccuparti, lo faccio diventare io maggiorenne”.
Edo si alza e balbetta che forse è il momento di andare. E’ quello che volevo. Ha fatto il gesto inconsulto. Quello di uno fuori posto. Quello che aspettavo. Non ha ancora capito. Sono da lui in un attimo. Gli abbasso la lampo, poi i calzoni e gli slip. Senza il tempo di nessuna reazione. Lo guardo e non può altro. Edo è in splendida forma ed è un gran bel vedere. Il suo è un vero stalin. Forse sono solo emozionata anch’io. Non è proprio un momento come tanti. Mi si dovrebbe capire: “E’ questo quello che tu chiami abbastanza? Posso”? Mi abbasso e glielo prendo in bocca. Mica ha il tempo per decidere. Continuo a guardare verso mio marito. Verso l’obiettivo. Penso a come verranno le foto. Mi chiedo quanto sarà contento. Carlo non ha mai saputo d’essere cornuto. Lo scopre in questo preciso istante. Spalanca due occhi che se avessi tempo da perdere scoppierei a ridere. Non voglio scoraggiare il mio partner. Lo so da sola che nell’orale riesco bene. E anche che è molto fotogenico. Sono certa che Carlo si sta chiedendo cosa deve ancora fare. Intanto scatta e scatta come una mitraglia. Si sposta e scatta. Si avvicina e scatta. Si allontana e scatta. Lavora di zoom. E’ molto professionale. Poi lo stupido, l’imbecille, il becco, sembra avere un secondo di dubbio: “Ma… io”…
Mica lo so cosa gli passa per la testa, allo stronzo. Debbo interrompermi un attimo, solo il tempo di rimetterlo in riga. Mica gli lascio il tempo di pensare. Finisce che alla fine diventa colpa mia. Eh no! caro. Adesso che te la sei voluta te la prendi: “Se tu fai, chi scatta le foto? E allora scatta”.
Intanto mi metto più comoda. Pare non essersi ancora del tutto reso conto che sono io quella che l’amico si sbatte, sua moglie. Che linguaggio. Non è da me. Non è certo un linguaggio da signora. Ma… vista la situazione, in una frangente così, chi se ne sbatte. Ormai sono decisa a fare tutto, anche quello che non ho mai pensato. Guarda pure; guarda. Guarda la tua mogliettina. Te le faccio io, per bene. Le corna. E te le metto come si deve. Faccio la gattina che metto a dura prova le coronarie di entrambi. Eccoli gli uomini: il viso paonazzo e l’equilibro instabile sul bordo dell’infarto. Eccoli lì gli eroi. Quelli che non indietreggiano mai. Davanti a nulla. Quelli che loro le donne: “E dì qualcosa anche te. Cos’è, un film muto? Cosa faccio, parlo da sola? Sei rimasto anche tu senza parola”?
Non vorrei dirlo ma… la cosa mi stuzzica. Magari è questa la mia vera natura. Sento quel frizzicorino. Non fosse per le foto me lo sarei già portato di là. Che a letto si sta anche più comodi. Come la chiamano… coerenza. Ho le mutandine bollenti. Insomma, se non le tolgo subito le bagno. E pensare che io a quello l’altro giorno gli ho detto sono sposata, che anche mi piaceva. Che ci avrei fatto volentieri un giro con lui. Che mi guardava con quegli occhi. Devo essermi proprio impazzita. Sono proprio una stupida. Intanto mi son tolta dall’imbarazzo. Mi sono rialzata. Lo guardo diritto e gli sorrido. Cerco di incoraggiarlo. Anche se credo ormai che non ne abbia più alcun bisogno: “E allora scatti? Le fai le tue maledette foto? O devo fare anche quello”.
Sono costretta a rallentare perché ho paura che Edo rovini tutto. Forse sono solo fisime mie. E’ colpa mia se mi sento sempre in colpa. Responsabile. Torno a chinarmi su di lui. Non voglio nemmeno che si scoraggi. Sento che non posso tirarla troppo a lungo. La cosa, il trattamento, lo interessa troppo. Carlo per non sapere che fare continua a scattare. Forse ha capito che non accetto più repliche. Sono decisa. E’ imperativo. Gli piace il porno allo sporcaccione e si scorda che sono sua moglie. Vuole vedere sempre più da vicino. E fotografare sempre più da vicino. Vorrebbe darmi consigli come se avessi bisogno di essere guidata. Fare il regista. Intanto penso che queste no, mica le posso mettere in rete. Mica tutte. Forse verranno troppo forti. Che… forse le tengo per me. Che potrei nascondere la faccia. Io non sono brava col computer. Ma forse si merita che mi si veda bene. Che si sappia che sono sua moglie: “Come se. Una. Con suo marito. In quel momento. Gli viene in mente. Le foto”.
Abbraccio il mio compagno e lo bacio. Gli sussurro in silenzio all’orecchio che sono pazza di lui. E anche di lui. E che adesso che l’ho conosciuto… che non rinuncerò più a lui. In realtà ho perso la testa. E non me ne frega più nulla delle foto. Anzi mi aiutano e mi scatenano ancora di più. Devo prendergli la mano per mettermela tra le gambe. La mia non l’ha trascurato per un attimo. Non ho fretta. E voglio si metta in testa che non potrà più fare senza di me. Altro che un po’ di più. Glielo faccio vedere io. Voglio che chi le guarda non possa resistere a tenere le mani a posto. Che neanche sul canale più bollente a pagamento. E lo leggo in faccia a Edo cosa mi vorrebbe dire. Con quanti nomi mi vorrebbe chiamare. Ma lui non riesce a scordare che c’è Carlo e che Carlo ci sta guardando. Lo facevo timido ma non così timido. E’ talmente facile con la digitale, non serve andare dal fotografo. E’ talmente interessato, preso che non gli viene in mente altro. Che non si pensa di fare. Non è nemmeno più uomo. E’ solo un occhio. E’ la macchina. I gesti si ripetono. Viene vicino. Si allontana. Mette a fuoco. Non c’è bisogno di flash. E ne può scattare quante vuole. E ne scatta quante vuole. E’ una gran comodità. Peccato perché sarebbe bello con due, cioè in tre. Mica lo posso fare con le mutandine addosso. Quasi me n’ero scordata: “Dammi un attimo. Un attimo solo”.
Lo faccio lentamente perché non si perda nulla. Lui avrebbe fretta. Ho fretta anch’io. Dicono che non c’è nulla meglio della malizia. Dicono che non c’è nulla più eccitante di una donna provocante. Della provocazione. Che funziona meglio. Mah! Io preferisco i fatti. Fosse per me lo farei subito. E dopo magari un’altra volta. Non sono donna di grande pazienza. Non in questo. Ma appena mi sfilo le mutandine è fatta. Appena vede un po’ di pelo perde quel poco di testa. Appena ne sente l’odore. A pensarci la stanza odora solo di me, odora di sesso, ma ho altro per la testa. E tutte queste parole non servono a nulla. Non è con le parole che si fanno i fatti. E se non son fatti questi: “E’ questo che volevi? Sono queste le foto che volevi, vero? E’ abbastanza”?
Non è un atleta ma non voglio lagnarmi. E me lo voglio proprio prendere tutto. In realtà Edo si chiamerebbe Edoardo, ma questo non conta nulla. In verità non è proprio come quello di Amedeo, ma, insomma… Ma anche lui, farsi chiamare Amedeo Amedei. Ma il nome è l’ultima cosa che è importante, quando sei su un letto. Per quello anche in macchina. Insomma quando mi va. Che faccio, tentenno ancora? Se non fossi così stupida ne avrei di occasioni. Ne troverei da divertirmi. Invece sto lì sempre a pensarci due volte. A farmi tanti problemi; troppi. E così mi pento dopo. Quasi sempre. E pensare… ma mica lo sapevo quand’è incominciata… sembrava tanto per bene. E invece sembra proprio che gli piaccia. Che le corna gli facciano gusto. Guardalo là. Potrei persino essere gelosa di Leo. Certo che non me lo sarei aspettata. E’ un tipo caparbio. Insistente. Tenace. Uno che dura. Chi l’avrebbe mai detto? Meglio così. Se una deve fare una cosa meglio farla bene. Per una cosa così. Voglio che se la fotografi in testa. Che se ne ricordi bene. Questa resterà nella storia. E gli succhio di dosso il sapore di me. Gli scopo anche l’anima. Voglio essere proprio porca.
Eppure Carlo la dovrebbe provare un po’ di invidia. Non ne ho mai avuto così voglia. Non sono mai stata così calda. Potrei durare fino a farlo impazzire. Ma comincio ad averne proprio bisogno. Questa storia è più pazza di quanto credevo. Se lo avessi saputo… Perché non te le dice nessuno, le cose? E’ una cosa che non avrei detto mai a nessuno. Come si fanno a raccontare, certe cose? Pazienza, la Mirella. Ma quella è una porca. Lei è così. Lei è veramente porca. Povero Giorgio. Meglio che non ci pensi, a Giorgio, ch’è stata una delle più belle della mia vita. Certo che certe donna sanno essere proprio puttane. A dirla tutta son proprio quelle con Carlo, il caro maritino, le più deludenti. Sarà perché è roba mia. Sarà perché non c’è il pericolo, la trepidazione. In fondo con lui è un mio diritto. Che quasi nemmeno lo farei. Non che… povero piccolo. Ecco, proprio povero piccolo. Ma non posso prendermela con lui. A Edo devo proprio sbatterglielo sul muso. Forse anche lui vorrebbe solo questo. Vorrebbe che avessi un po’ più di iniziativa. Ma lui è mio marito, perdio: “Ma guarda cosa mi tocca fare. Di la verità che non credevi ce l’avessi così grosso”.
Solo che una della mia età non dovrebbe mettersi a fare queste cose. Non dovrebbe più aver bisogno di lusingare gli uomini. Si aspetterebbe che si facessero avanti. Che prendessero un po’ di iniziativa. Che dico? Che si mostrassero più uomini. Può una donna fare tutto lei? Non sarà mai un fulmine di guerra. Uno che prende facilmente l’iniziativa. E forse lo so anche capire. Non gli deve essere mai successo. Farlo sotto gli occhi di un altro. Del marito. Di un amico. Di un amico marito. Anche a me fa un po’ strano. Ma ormai ho gettato ogni cosa oltre ogni ostacolo. Che mi sa che non l’ha fatto tante volte comunque. Ma Edo non ha bisogno che insista. Capisce da solo di cosa ho voglia. Ha ancora paura di sbagliare. Gli tolgo ogni dubbio senza bisogno di insistere. Mi basta aspettarlo. E Carlo si dimentica persino di fotografare perché a lui non ho mai voluto dargli questa soddisfazione. Anche per principio. E poi io so essere dispettosa, quando voglio. Da domani non mi chiamo più Rosa. E alla fine la dico la parola: “Sfondami”.

Nessun uomo sa immaginare di cos’è capace una donna. Dove può arrivare.
Ma Rosa”…
Spero che non mi verrai ancora a dire che potevo di più”.
Edo è arrivato alla fine, povero cocco. Scivolo veloce perché me lo voglio sentirlo in gola. “Come credi mi sia inventata il nome di Golosa Tiziana”? E’ stato un bravo compagno, che nemmeno credevo. In fondo se lo merita. Non gli lascio nessuna possibilità per lagnarsi. Poi raccolgo le mie cose. Lo invito a sistemarsi e mettersi tranquillo e comodo. E’ ormai senza energie. Mi infilo la gonna e la camicetta. Sulla pelle. Tanto la serata è finita. Non dobbiamo più uscire. Non resta che un bicchiere di vino. Vado bene anche così. E anche troppo. E chi vuole guardare che guardi. Non ho più niente di nuovo da mostrare. Ho fatto lo spettacolo concreto. E poi mi piace sentirmi la stoffa nella pelle. Che mi sfiora le tette. Sentirmi libera. Nuda sotto. “E ora facci vedere come sono venute ‘ste stronze di foto”.
Carlo è l’unico cornuto che era cornuto già prima di incontrarmi. Contento lui siamo contenti in tre. Però sono venute bene. Ne ho viste di migliori, ma non sono proprio malaccio. Non credevo che ci sarei riuscita. Certo che si vede tutto è bene. Persino troppo. Forse dovremmo farne qualcuna a letto. Con me sola. Che mi spoglio. Mi vengono delle pose… Stesa che mostro e non mostro. Con la mano che me la nascondo. Con la mano che scivola. Con quella sottoveste. E quelle mutandine e reggiseno. E’ un completo che ti fa partire subito. Con gli uomini basta poco. Con un sorriso più malizioso dipinto in faccia. In questo sono subito al lavoro. E neanche di profilo vengo niente male. Solo che a sentirlo in bocca lo avrei detto di più. Ma ha fatto il suo dovere. Povero piccolo, dev’essere stanco. Son certa che anche Carlo aveva fretta di vederle. Vengo proprio bene in foto. Certo non le mostrerei a mia madre. Chiedo ad Edo se è sicuro di poter guidare. Grandi, grossi e bambinoni. Per me gli chiederei di restare. E lo rassicuro: “La prossima volta che gli viene la fregola delle foto non ti preoccupare che chiamiamo subito te”.

N.B. L’immagine è stata trovata nel web.

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Niente di grave che il programma non avesse preventivamente individuato e bloccato. Un po’ di affollamento nella quarantena. Nessun virus. Qualche spam. Niente di più. Un unico indirizzo e qualche mail fermata direttamente dal server che fornisce il servizio. Era solo l’unità C piena; piena e incasinata. Il solito limite di un gestione fatta partizionando il disco. Non aveva mai capito quella politica. Prima o dopo lo spazio diventa stretto. Solitamente molto presto. E c’era l’esecuzione automatica da pulire. Ma l’unità centrale era zeppa di file anche inutili e doppi. Qualche copia era stata causata dai soliti programmi che, come sempre, gestiscono malamente la registrando più volte lo stesso file. Quasi tutti erano solo questione di sbadataggine o incuria. Non si poteva far altro che cancellare. Dopo non si sarebbe risolto nulla ma almeno si sarebbe potuto lavorare con meno fatica e meno avvisi. In realtà la macchina aveva fatto il suo tempo. E lui non poteva starsene lì. Gli ci sarebbe voluto troppo tempo. E non era andato per quello. Gli aveva solo chiesto una cortesia. Gli avrebbe detto di farlo lui; con tutta calma, in seguito.
Aspettando di mettersi a cena aveva cominciato a gironzolare nei contenuti. Mentre girava qualcosa di inutile aveva cominciato a toglierlo. Soprattutto mp3 e immagini che queste ultime sono anche molto pesanti. Poi era stato incuriosito dal none della cartella, Brillantina. Il contenuto era di immagini porno. Con directory recanti il nome delle protagoniste. Niente di trascendentale. Chi non ne ha? Immagini più o meno porno. In parte scaricate dalla rete e in parte no. Le solite immagini, non sempre obbligatoriamente troppo spinte. Giovani ragazze in bikini, poi seni, sederi, etc. e poi anche immagini più esplicite: di veri e propri atti sessuali. Accoppiamenti. E tutte le variazioni. Rapporti di tutti i tipi, naturalmente. Multiformi. Singoli e multipli. Senza che l’insieme lasciasse vedere una predilezione. C’era una di colore. Sembra ci debba sempre essere una di colore. E sembra anche che loro lo facciano con maggiore allegria. In fondo sono tutte uguali. Alla fine possono anche annoiare. E poi c’era, non poteva mancare, uno colorato. Non proprio nero ma proprio esagerato.
Poi c’erano quelle altre, le seconde; quelle prese nel locale o comunque quelle di Ernesto. Ernesto aveva sempre avuto la passione per la fotografia. In quel caso c’erano molte più immagini, soprattutto di ragazzine, ma anche di altre donne di tutte le età, intente semplicemente a divertirsi. Quasi innocenti. E quelli erano tutti scatti fatti dentro. Molte mostravano semplicemente momenti di bevute. Qualche laurea. Qualche compleanno. Incontri meno numerosi. Cene. Una certa cordialità e non molto di più. Risate e qualche bacio. Qualcuno che allungava la mano. Con l’altro o altra che ne era compiaciuto e lusingato. Finto coraggio. Donne orgogliose di sé. In alcune però non provavano imbarazzo anche se si rendevano conto che nello scatto lasciavano si vedessero, più o meno chiaramente, le mutandine. Anzi ne sembravano divertite. In alcune non avevano nessun imbarazzo a gonfiare il seno. Ma anche a spingersi e denudarlo. Si vede di peggio andando al mare. Ma in qualcuna addirittura scostavano il bordo di quelle mutandine per farsi vedere e fotografare quasi con orgoglio. E spesso quelle che lo facevano erano così giovani. Quelle immagini non erano meno imbarazzanti.
Qualcuna si spingeva anche oltre. Casualmente la navigazione pareva averle ordinate per soggetto e, per così dire, genere. Più proseguiva più sembravano diventare esplicite. Come in un casuale crescendo. In mezzo tornava qualcuna di quelle scaricate dalla rete. O di quelle meno indecenti. Come dire professionisti e dilettanti assieme. In realtà non si potevano definire vere e proprie foto d’arte. Difetti se ne potevano trovare a iosa. Qui e lì una luce che tradiva. Vizi probabilmente di frettolosità. E i soggetti ritratti erano quello che erano. Lui era teso e attento. E impaziente. Le passava a tutto schermo rapidamente. Fin troppo. Gli altri erano di là. Li sentiva parlare. Navigava ed era pronto ad uscire dal programma di visualizzazione. A cliccare la ics. Non voleva che, entrando all’improvviso, vedessero quello che stava guardando. Come sempre provava un po’ di imbarazzo. Ma anche una muta sottile eccitazione. Non una vera eccitazione. Forse solo una spinta curiosità. Qualcosa di simile. Ed era anche un bel po’ che non visionava materiale del genere. Cioè che non aveva bisogno di ricorrere al porno per distrarsi e persino eccitarsi. Con Vera le cose andavano alla grande. La loro luna di miele continuava e non avrebbe saputo dire quando poteva cominciare a finire. Ecco! forse non gli sarebbe dispiaciuto vederle insieme a lei. Non che tra loro ci fosse bisogno di quello. Semplicemente perché le avrebbe mostrato come non tutte sono come lei. Che c’erano donne che si facevano molti meno riguardi. Cioè che siamo fatti in mille e mille modi.
Una sui quarantanni aveva un paio di seni da competizioni. Certo doveva sostenerli con le mani. Erano veramente enormi. Poi una ragazzina vestita da pescatore. Come in costume. Non mostrava niente ma era veramente ben fatta. Ed aveva occhi ammiccanti e una sensualità molto naturale. Un giorno che era passato lei era lì. Era stato colpito da quel suo fascino. Un paio di gruppi si limitavano a brindare. Si stava perdendo in quei pensieri quando incontrò quella foto, la IMG_2824.JPG. Dovette tornare indietro perché era già andato oltre. Ne aveva già incontrate di simili ma in quella c’era proprio lei, la sua Vera. Non aveva alcun dubbio: vi era ritratta chiaramente. L’ambiente dietro era la cucina di quello stesso locale. Lei era un poco meno bionda, forse a causa dell’illuminazione, ma era lei, indiscutibilmente. Stessi occhi che erano fissi all’obiettivo e le labbra strette attorno a qualcuno. Cioè era intenta a fare del vero sesso orale. E quegli occhi mostravano l’orgoglio di soddisfare il suo partner. Forse semplicemente l’orgoglio di soddisfare un uomo. E impegno. E sfacciataggine. Allora non era vero che lo loro era rimasta solo amicizia? Lei che aveva sempre sostenuto che non ci può essere sesso tra amici. E tra Vera ed Ernesto c’era sempre stata solo una grande amicizia. Una amicizia che era durata nel tempo. Anche se Ernesto, da ragazzo, un po’ aveva spasimato per lei. Questo a sentire lei. Ma forse quello non lo si poteva ritenere sesso? Non completamente? Cioè forse lei voleva dire che due amici non avrebbero mai dovuto scopare. E in verità non stavano scopando. Non sapeva dire lì per lì se quel gesto ritratto era più o meno… intimo. Si fosse dovuto decidere avrebbe affermato che per lui era sesso. Anche se magari poi la donna si ferma e si rifiuta. Ma poi ognuno la pensa a modo suo; in queste faccende. Insomma era più che sorpreso di trovare lì la sua donna; fotografata. E se fingeva lo faceva con la maestria della vera professionista.
Veramente non poteva essere certo che quello fosse di Ernesto. Né che a scattare la foto fosse stato Ernesto. Dell’uomo si vedeva ben poco. Solo quel particolare che lei cercava caparbiamente di ingoiare. Con bramosia. Quasi lo volesse divorare. Invece quello di Vera era una vero e proprio ritratto. Quegli occhi spalancati e sorridenti erano i suoi occhi. Il fotografo aveva fatto lo scatto in quella cucina ma poteva essere anche qualcun altro. Chiunque. O lo stesso Ernesto senza però essere lui il partner. Certo che doveva essere molto vicino ai due. L’angolazione sembrava proprio quella ripresa dallo stesso amante della donna, cioè di Vera. Non riusciva a crederci. Quella era un’altra Vera. Ma allora non era vero, come diceva, che lei non aveva mai tradito. Poi si ricordò che veramente era stata per tre anni libera da qualsiasi impegno, dopo il divorzio, prima di mettersi con lui. Non bisognerebbe mai parlare prima di riflettere. La foto mica aveva la data. Poteva essere stata scattata in quel periodo. Ma poteva essere stata scattata anche prima del divorzio. E allora… E poteva anche essere molto recente. Fin troppo. Certo recente lo era abbastanza. Le sue rughe erano già tutte lì. Quello non bastava a fare o non fare di lei una bugiarda. Certo che quello non faceva della foto un documento meno… imbarazzante. Una denuncia vera e propria. Perché lei, Vera, si era sempre mostrata molto… come dire? contegnosa. Aveva sempre denunciato qualsiasi eccesso negli altri.
Come può una della sua età? E per di più con un figlio grande? Lei che sosteneva di non averle nemmeno mai guardate. Guardate forse ne ma almeno quella l’aveva fatta. Lei che gli aveva confessato di aver passato una vita avara; quasi priva di piacere. Di aver dovuto quasi sempre mentire e fingere. Di aver sempre trovato partner che avevano lasciato a desiderare; sotto tutti i punti di vista. E scarsi di passione. E privi di attenzioni. Che era anche per quello che aveva pochissimo frequentato sesso e letti. Che era per quello che l’aveva trovata… come dire? scatenata come una ragazzina. Come se avesse incontrato con lui il bisogno di recuperare il tempo perduto. Tanto da restare sorpresa lei stessa. Ma in quella foto c’era un’altra Vera; quell’altra Vera. Che quello che le riempiva la bocca fosse Ernesto o no cambiava poco. Certo che qualcosa cambia se l’altro è un amico o uno sconosciuto. Se non lo conosci, non sai chi è, non l’hai magari mai visto, oppure se ce l’hai sotto gli occhi anche spesso. Si sentiva comunque tradito. E se quello era lui si sentiva ancora più stupido. E si sentiva guardato e indagato dagli stessi occhi di Vera. E lei non mostrava nemmeno un minimo di pudore, anzi. Continuava immobile a fissarlo. Il tutto era tutt’altro che casuale. Già quando ritratta era un’estranea si era sempre chiesto cosa spingesse una donna. Ancor più adesso che nella foto c’era la sua donna.
Si trovò intrigato nel dubbio. Ernesto, l’amico, poteva essere stato così stupido di lasciarlo navigare, anzi di pregare di farlo, scordandosi della presenza di quella foto compromettente? Oppure il caro amico era stato così scaltro da invitarlo a controllare il suo vecchio pc proprio per fargliela vedere? Forse proprio per mostrargli chi era veramente la sua donna? Forse per rendere palese una qualche forma di rapporto o di tradimento? Ma non aveva timore Ernesto che Domitilla, sua moglie, vedesse quelle foto? Che rapporto c’era fra loro, dentro quella coppia? Al solo vedere le prime immagini aveva scoperto un Ernesto diverso. Certo cose simili si possono trovare in ogni computer. Ma non si pensa mai che l’amico, chi ti sta vicino, si diletti con certi vizi. Certo l’aveva fatto anche lui; cosa centrava? Quando uno lo fa si sente come se fosse il solo, ovvero tra i pochi a farlo. Si sente un poco in colpa. Non pensa di condividere quel peccato anche con quelli con cui cena e esce qualche domenica. Fosse entrato in quel momento avrebbe avuto tutte le risposte che cercavano le sue domande dall’espressione della sua faccia. Fosse entrata lei, la sua dolce Vera, le avrebbe chiesto spiegazioni. Ma non le sarebbe stato difficile giustificarsi. Poteva dire che era uno scherzo e che comunque era stata scattata quando lei era sola e libera. Dopo aver lasciato il marito. Prima di mettersi con lui. Magari si sarebbe scusata. Non sarebbe bastato ma ne sarebbe uscita quasi indenne. Avrebbe potuto anche rifiutarsi di fare il nome del… coso che aveva in bocca. Sostenendo che non faceva differenza.
In realtà, per assurdo, quello poteva essere anche Ernesto ma quella poteva anche essere un fotomontaggio. Cioè l’amico poteva essersi sostituito utilizzando un programma apposito di editing. Se lo aveva fatto lo aveva fatto abbastanza bene. Poteva essere tutto e il contrario. Comunque restava quello che era. La cosa certa restava che quella che apriva le labbra era proprio la sua donna. La posa era inequivocabile. Non poteva aver preso quel volto da un momento di semplice convivialità. Da nient’altro. E poi lo sguardo era pieno di sfida e di libido. Certo se fingeva lo faceva perfettamente. E come scherzo sarebbe stato di pessimo gusto.
In realtà, per assurdo, Ernesto poteva anche non saperne molto. Certo che la cucina era quella cucina. Ma la colpa poteva essere solo di Vera. E poi lei aver regalato la foto all’amico. Era comunque solo sua. E poi non si fa una foto simile senza un motivo. Figurarsi poi se la si regala. Ma forse lei sapeva della passione dell’amico. Allora chi era il suo compagno? In quei giochi? E come aveva fatto quella foto senza che Ernesto ne sapesse. Era un’ipotesi improbabile. Non poteva escluderla con certezza. Cercò immagini con una numerazione in diretta successione a quella. Niente. Nemmeno nel disco D, né in quell’unità esterna. Poi scoprì che ce n’erano un paio nel cestino. Non ebbe il tempo di vederle, forse nemmeno la voglia, perché si sentì chiamare da Carla. Forse, se fosse stato tranquillo, l’avrebbe lanciata alla stampante. Magari lei poteva dirgli che non era vero. E lui cancellare. Ormai la frittata era fatta. Comunque la cena era in tavola. Pensò che nella cucina di un locale pubblico non ci si può spingere molto oltre. Anche per una questione di scomodità. Seduto sulla tavola non è lo stesso che steso sopra un morbido letto. Era sempre stato un tipo amante delle comodità.
E se avesse preso Carla da parte? Magari con tatto. Sondando da lei se ne sapeva qualcosa. Di quella storia. Scartò subito l’idea. Meglio non mettere di mezzo altre persone. E poi Carla poteva non saperne niente. Solitamente non sono notizie da dare ai giornali. Magari gli avrebbe dato del pazzo. Per tutti erano una coppia di ferro e felice. A prova di tutto. Geloso non lo era mai stato. Non voleva mostrare di esserlo diventato. Certo che era infastidito. Ma anche… personalmente eccitato. Pensò che era meglio se teneva la bocca chiusa. Se non diceva niente a nessuno. Tanto meglio se si teneva la cosa per sé. Si sentiva anche come se avesse fatto un gesto, anche se involontario, in qualche modo indiscreto. Ormai non poteva proprio più trattenersi e farli aspettare ancora. Scelse la funzione arresta il sistema. Avvertì gli altri: “Vengo subito”.

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