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Posts Tagged ‘orgoglio’

tazzina di caffèL’avevano seppellito nella sua bandiera. Lo sapeva che non avrebbe avuto modo di esserne orgoglioso (avrebbe avuto di che esserlo) ma si dovrebbe rispettare sempre la volontà dei morti. Invece spesso non si fa e lui l’aveva detto “Non me ne frega un cazzo della fine delle ideologie. Che anche lui è un uomo. I miei polmoni sono quelli di uno che ha fumato da quando è nato. E povera Matilde…” –e non aveva voluto sentire ragione– “La ragione è per chi ha ancora tempo”. La sorella aveva sperato e cercato di dissuaderli fino all’ultimo ed oltre “Chissà dove finirà adesso? A tribolare come quando era qui.” –e si era segnata per sé e per lui una dozzina di volte; lei che non cedeva mai e finiva sempre quello che cominciava, ma lui il nero non lo voleva nemmeno da morto (nessun colore di nero). Dopo una vita di lavoro a suo figlio non aveva lasciato molto: i suoi libri, i suoi dischi e quelle parole “L’uomo non è nato servo.” –e a Oreste, quel figlio, ogni santo mese scadeva la rata del mutuo. Oreste ora era veramente solo e stanco come mai prima. Annamaria non poteva capire perché Annamaria era, come quasi tutte, una donna pratica. Lei non se ne faceva nulla delle parole quando si trattava di contare gli spiccioli. Non se ne voleva dar pace che lui non volesse liberarsi di tutte quelle vecchie carabattole per di più polverose.

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tazzina di caffèLui la guardava e lei era bella. Già! forse avrebbe dovuto esserne geloso. In effetti non sapeva cosa essere ed era distratto ed era orgoglioso che fosse la sua donna. E poi è così ridicolo vedere l’uomo in quei momenti che non riusciva a capacitarsi come fosse capace di governare l’istinto di scoppiare a ridere. Lui aveva cominciato a cercare con estrema attenzione le parole e ad abusare di pause accuratamente misurate per dare importanza ai suoi argomenti. Gli sembrava che cercasse anche di comporre in modo suadente il tono della voce. La guardava e i suoi occhi si soffermavano in lunghe e poco discrete ma insistenti carezze e quando trovavano gli occhi di lei cercavano miele e musica. Era veramente ridicolo con quei pochi capelli e quella pancetta. Non aveva perso tempo appena gli aveva detto che anche lei faceva filosofia. Stava cercando di affascinarla con un suo vecchio cavallo di battaglia: Horkheimer. Argomento che aveva abusato migliaia di volte. Lei, come donna, ne era lusingata. Si muoveva con quella grazia studiata e gli ronzava attorno per non perdere i complimenti dell’ammirazione. Quando si chinò per versare il the l’amico cercò di sbirciarle nella camicetta e lui cominciò ad avere il sospetto che non fosse stata una buona idea invitare a cena il vecchio compagno.

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Logo del sito Canzoni contro la guerraNon solo una canzone. Se c’è una storia è questa la storia. L’unica storia che conosco. L’unica a cui mi sento legato. L’unica a cui mi sento di appartenere. L’unica che vale vivere. Quell’unica storia di cui si può essere orgogliosi. Quella storia fatta di lotte per la libertà, la pace e la dignità. La storia di un mondo di uomini che ama l’uomo. Chi l’ha tradita, chi non l’ha mai abbracciata, difesa, vissuta, per me non è degno di essere chiamato uomo. Dovrebbe portare il peso della propria vergogna per tutta la vita. E ho bisogno di una canzone, questa canzone, per ricordarla. Per ricordarne la fatica, la sofferenza e persino il sacrificio. Per il mio “Concerto del 1° maggio“: Oggi e sempre Resistenza.

N. B. Per il testo e la traduzione riportati devo ringraziare quello splendido sito che è antiwarsongs richiamabile anche del logo che abbiamo “rubato” e riproposto in testa a questo post.
Cliccando sull’immagine della copertina del disco sarà possibile ascoltare tutta la canzone per intero attraverso il lettore residente nel vostro PC o scaricarla.

Copertina del disco di Ivan Della Mea: Ringhera

El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el dieciocho día de julio
en el patio de un convento
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.[1]El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster del convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.[2]E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa,
E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa. [3]1. Luu el g’aveva desdott an
desdott ann, ma de ringhèra,
desdott ann, ma de speranza,
tuta rossa de bandera.
La morosa la zigava,
la diseva “Resta in cà “,
luu la varda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha basada, ribasada,
la rideva: che magon,
lee ghe pianta ‘na sgagnada
e la sara su el porton.E la bàtera de ringhèra
tuta insema ‘riva in Spagna,
‘riva cont la so bandera
bela rossa e sensa cragna.El dieciocho día de julio
en el patio de un convento,
el Partido Comunista
fundó el Quinto Regimiento
.
El desdott del mes de luj
int el chioster del convent,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regimént.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò néla fossa,
E tira süü la bandèra,
la nostra Spagna è già rossa
l’è rivada la Ringhèra,
fazolett giò néla fossa.

2. Dopo Spagna, la montagna,
ohè, morosa, su, pazienza,
la ringhera, la bandera
la se ciama Resistenza.

Ariva el giorno della festa,
‘riva el venticinque aprile,
la ringhera torna a cà,
la morosa l’è in cortile.

L’ha basada, ribasada
la piangeva, la taseva,
e poeu luu l’ha sgagnada,
l’è scapada tuta ‘legra.

E poeu dopo, ma per trent’ann
operari alla catena,
e poeu dopo, ma per trent’ann
giò in sezion cont la ringhera

A l’han trovaa ch’el cantava
tra i maton e pièn de tèra,
la sezion l’era ‘ndada:
una bomba tuta nera

di fascista, e luu’l cantava
la canzon de la ringhera
e in man, rent a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

E ‘l cantava, luu l’cantava
la canzon de la ringhera,
e…

El desdott del mes de luj
int el chioster de on convent,
el desdott del mes de luj
int el chioster de on convent
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment,
i compagn de la ringhera
han faa su el so regiment.

E tira su la bandera,
la nostra Spagna è già rossa
l’è ‘rivada la ringhera,
fazolett giò ne la fossa.

3. Quanta gent che gh’è in piassa
coi compagn de la ringhera
e gh’è anca la morosa,
cont el tocch ross de bandèra.

E che acqua, “ven chi sota,
ven chi sota ma de prescia”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
‘na fiamada e la morosa

a l’è morta, tuta morta
mezz al fum col sang per tèra
e in man, ‘renta a i man
l’ultim tocch ross de bandera.

L’ha basada, ribasada
la taseva, la taseva
e alùra l’ha vardada
l’era bianca, e rossa…l’era.

Ross de sang ch’el se squaja
ne la pioggia disperada,
e la mort che la sgagna
tuta intorna on pò stranida.

E la rabia disarmada,
Brescia piange la ringhera
torna a casa senza dona
senza el tocch ross de bandèra…e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagn de la ringhera
han gridato: “Su coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
han rifatto la sezione
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna
hanno ritrovato il passo,
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera,
e cantando la canzone
la più bella, la più vera
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera,
torna in marcia ‘n’altra volta
tuta insèma la ringhera.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera
l’Italia si farà rossa
l’è ‘rivada la ringhera
fazolett giò ne la fossa.

E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandera!
E tira su la bandèra!

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento,
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera,
la nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!1. Lui aveva diciott’anni,
diciott’anni, ma di ringhiera,
diciott’anni di speranza
tutta rossa di bandiera.
La morosa lo sgridava,
gli diceva “Resta in casa”,
lui la guarda: “Devo andare.”
“Devi andare, e allora va’.”L’ha baciata e ribaciata,
lei rideva: che magone,
lei gli dà una morsicata
e chiude il portone.E la compagnia di ringhiera
tutta assieme arriva in Spagna
arriva con la sua bandiera
bella rossa e senza sporco.Il diciotto del mese di luglio,
nel chiostro di un convento
il Partito Comunista
fondò il Quinto Reggimento
.
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento.

E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!
E tira su la bandiera!
La nostra Spagna è già rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

2. Dopo la Spagna, la montagna
ohè, morosa! Su, pazienza
la ringhiera, la bandiera
si chiama Resistenza.

Arriva il giorno della festa
arriva il venticinque aprile,
la ringhiera torna a casa,
la morosa è in cortile.

L’ha baciata e ribaciata,
lei piangeva e lei taceva,
e poi lui l’ha morsicata,
è scappata tutta allegra

E poi dopo, ma per trent’anni
operaio alla catena,
e poi dopo, ma per trent’anni
giù in sezione con la ringhiera

L’han trovato che cantava
tra i mattoni, pieno di terra
e la sezione era andata:
una bomba tutta nera

dei fascisti, e lui cantava
la canzone della ringhiera,
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso della bandiera

E cantava, lui cantava,
la canzone della ringhiera,
e…

Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento,
Il diciotto del mese di luglio
nel chiostro di un convento
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento,
i compagni della ringhiera
han fatto il loro reggimento

E tira su la bandiera!
La nostra spagna è gia rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

3. Quanta gente che c’è in piazza
coi compagni della ringhiera,
e c’è anche la morosa
col pezzo rosso di bandiera

E che acqua: “vieni qui sotto,
vieni qui sotto, ma alla svelta”,
Urla Brescia, urla e scoppia,
una fiammata e la morosa

È morta, tutta morta
tra il fumo, col sangue per terra
e in mano, dentro alle mani
l’ultimo pezzo rosso di bandiera

L’ha baciata, ribaciata,
Lei taceva, lei taceva
e allora l’ha guardata
era bianca, e rossa era

di rosso sangue che si scioglie
nella pioggia disperata,
e la morte che morde
tutto intorno un po’ stranita

E la rabbia disarmata,
Brescia piange, la ringhiera
torna a casa, senza donna,
senza il pezzo rosso di bandiera, e…

Il ventotto, ma di maggio
i compagni della ringhiera
han gridato: “Su, coraggio,
riprendiamo la bandiera.”

E mattone su mattone
Han rifatto la sezione,
ogni pietra era un colpo
ma sul muso del padrone.

Han rimesso i vecchi panni
quelli cari della Spagna,
hanno ritrovato il passo
quello duro di montagna.

E cantando la canzone
la più bella, la più vera
e cantando la canzone,
la più bella, la più vera
torna in marcia un’altra volta
tutta insieme la ringhiera,
torna in marca un’altra volta
tutta insieme la ringhiera

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
L’Italia si farà rossa,
è arrivata la ringhiera,
fascisti giù nella fossa!

E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
E tira su la bandiera!
(inviata da Riccardo Venturi)

NOTE AL TESTO:
[1] Si tratta della prima strofa, leggermente modificata, del “Quinto Regimiento”, uno dei canti più celebri della Guerra di Spagna. Il testo originale presenta una variante in cui, al posto del “Partido Comunista”, si ha “el pueblo madrileño”, “Il popolo madrileno”. Riporto il testo del canto originale seguito da una traduzione:

El dieciocho de julio
en el patio de un convento
el partido comunista
fundó el Quinto Regimiento.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con Líster, el Campesino,
con Galán y con Modesto
con el comandante Carlos,
no hay miliciano con miedo.

Venga jaleo, jaleo
Suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con los cuatro batallones
que Madrid están defendiendo
se va lo mejor de España
la flor más roja del pueblo.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Con el quinto, quinto, quinto,
con el Quinto Regimiento
madre yo me voy al frente
para las líneas de fuego.

Venga jaleo, jaleo
suena la ametralladora
y Franco se va a paseo.

Il Quinto Reggimento

Il diciotto di luglio
Nel chiostro du un convento
Il Partito Comunista
Fondò il Quinto Reggimento.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con Líster il “Contadino”,
Con Galán e con Modesto,
Con il comandante Carlos
Non c’è Miliziano che abbia paura.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con i quattro battaglioni
Che difendono Madrid
C’è il meglio di tutta la Spagna,
Il fiore più rosso del popolo.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

Con il quinto, quinto, quinto,
Con il quinto Reggimento,
Mamma, me ne vado al fronte
Alle linee di fuoco.

Venite, forza, forza!
Suona la mitragliatrice
E Franco se ne andrà in culo.

[2] È la resa in milanese della strofa precedente, con i compagn de la ringhera al posto del Partido Comunista.

[3] Il ritornello che chiude ogni parte della cantata.

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foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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In occasione della manifestazione “Se non ora quando?” del 13 febbraio prossimo venturo, in cui le donne scenderanno in piazza per difendere la loro dignità e ribadire che c’è un’altra Italia, e in quell’Italia un’altra condizione della donna, ritengo doveroso riportare il seguente documento di Mariateresa Di Riso rintracciato in Facebook. Questo blog è orgoglioso di testimoniare su quella che è “L’altra metà del cielo” fatta spesso anche di orgoglio senza nome, la metà fiera di un mondo che ha riservato alle donne sempre il boccone più duro e quello più amaro.

Anna Magnari nel celebre film Bellissima

LE PAROLE DELLA DIFFERENZA

Sono Ildegarda di Bingen, ero predicatrice quando era proibito alle donne predicare, musicista di nome quando la maggior parte era anonima, teologa, artista, scienziata, consigliera politica. E sono stata una monaca di clausura. Per metà della mia vita, il mio unico contatto con il mondo è stato una finestra.

Sono Elena Cornaro Piscopia, sono padovana, sono la prima donna laureata al mondo.

Sono un’anonima emigrante italiana, sono operaia in una industria tessile di New York, oggi è l’otto marzo 1908, io e le mie compagne facciamo sciopero. Magari non è proprio l’8 marzo, io comunque sono morta così.

Sono Brunilde Iotti, detta Nilde, sono stata partigiana, ho fatto parte della Costituente, sono stata presidente dell’UDI e la prima donna Presidente della Camera dei deputati.

Sono Maria Montessori, il resto lo sapete.

Sono Rosa Parks, sono solo una sarta. Semplicemente, non ho ceduto il posto ad un bianco sull’autobus.

Sono Lois Jenson, sono stata la prima a denunciare, nel 1984, abusi sessuali sul luogo di lavoro; io e le mie colleghe abbiamo vinto la causa.

Sono Khady Koita, sono senegalese, sono presidente della rete europea contro le Mutilazioni genitali femminili. “La parola orgasmo non esiste nella mia lingua. Il piacere di una donna non è solo un tabù, è ignorato. La prima volta che qualcuna ne ha parlato in mia presenza, sono corsa in biblioteca a cercare sui libri”.

Sono Anna Politkovskaja, ho combattuto sino alla morte per denunciare le violazioni dei diritti umani in Cecenia e i soprusi di Putin, l’amico del vostro premier.

Sono Ilaria Alpi, anch’io attendo giustizia dal nostro premier.

Sono Shirin Ebadi, sono un giudice, sono la prima donna iraniana e musulmana ad aver ricevuto il Nobel, nel 2003, per la Pace.

Sono Emanuela Loi, la prima agente donna in una scorta, ho 25 anni e l’ho scelto io di far parte della scorta di Paolo Borsellino.

Sono Ilda Boccassini, ho fatto arrestare gli esecutori materiali delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il mio lavoro continua.

Sono Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino, ma io sono morta a 88 anni. Mio marito mi portava con la forza da Tano Badalamenti. “Vestiti, mi diceva”. Ma io mi rifiutavo. Ogni tanto una donna deve farsi sentire.

Sono Indira Gandhi. Non ho l’ambizione di vivere a lungo, ma sono fiera di mettere la mia vita al servizio della nazione. Se dovessi morire oggi, ogni goccia del mio sangue fortificherebbe l’India.

Sono Azucena Villaflor, o una delle altre madres e avuelitas de Plaza de Mayo.

Sono Millicent Gaika, sono stata legata, strangolata, torturata e stuprata più volte in Sudafrica, perché sono lesbica.

Sono Rita Pisano, nel 1964 sindaco di Pedace, in Calabria, Picasso da giovane mi fece un ritratto. In segno di stima.

Sono Franca Viola, sono siciliana, e dico grazie a mio padre per essere stato sempre dalla mia parte.

Sono Aung San Suu Kyi. Sono Waris Dirie il “Fiore del deserto”. Sono Rita Levi Montalcini, Nobel, senatrice, di fede ebraica. Per non dimenticare.

Sono Wiesława Szymborska, sotto l’occupazione tedesca ho seguito corsi clandestini per prendere il diploma, ho vinto il Nobel per la letteratura nel 1996.

Sono Sibilla Aleramo. Io non domando fama, domando ascolto.

Sono Anna Magnani. Non toglietemi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care.

Sono Frida Kahlo. Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.

Sono Alda Merini. Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta.

Sono Alba De Céspedes, per non dimenticare.

Sono la giovane Anna Frank e sono Miep Gies, che ha salvato i diari di Anna, per non dimenticare.

Infine, sono Margaret Mead, antropologa: non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata.

Ero e sono una partigiana. E sicuramente lo sarò.

Mariateresa Di Riso (intervento al I Congresso regionale Sinistra Ecologia Libertà Veneto 29 gennaio 2011)

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Terra fuoco e gas (50*70) 4 aprile 2010La nostra è una comunità che non ha bisogno di importare immigrati poveri, magari di colore, dal terzo mondo, per ricordare a sé stessa l’etica del dolore e della carità. Non ci si faccia trarre in inganno dalle apparenze, nonostante le infervorate prediche del parroco nella chiesa del centro durante la funzione della domenica mattina, anche qui, come in tutto il ricco e florido nord-est, la vita ce la si suda.
Lei ne era il classico esempio e la conferma. Negli studi si era sempre più che distinta ma dopo la maturità e il dottorato, superati con ottimi voti, aveva faticato a trovare un impiego. Per tre anni si era adattata a fare qualsiasi lavoro, anche i più umili. Era stata in fabbrica con tempi di pendolarità notevoli; aveva distribuito tonnellate di pubblicità per le cassette postali di tutta la città, inimicandosi più di qualcuno; si era fatta sfruttare da un ragioniere con studio da commercialista e da un Architetto con villa dal parco immenso e annesso studio; aveva custodito bambini, compreso il servizio notturno, e bavosi anziani tremanti e incontinenti ma solo in orari diurni, naturalmente; gli era anche stato offerto agosto in un calendario 35×70, e finalmente aveva trovato il posto fisso. Come si dice: si era sistemata.
Infatti, Alessandra detta Kika ormai anche dai famigliari, era diventata uno dei sei spazzini di ruolo del Comune; o netturbini se si preferisce, o meglio ancora, con dizione corretta come si usa in tempi recenti, “operatori ecologici”. Tre definizioni sono più che sufficienti per indicare un servizio che poi è di una semplicità rara. In verità, al di là di tutto, questi sofismi non cambiano la sostanza lasciando inalterati il ruolo, le mansioni e soprattutto la retribuzione.
Benché il nomignolo potesse far pensare a una giovane minuta o comunque graziosa ma piccolina Alessandra era una bella ragazza alta più di un metro e settanta, con un fisico da indossatrice e con un bel portamento che la faceva stare bene anche con la divisa verde. Perché poi Kika allora è presto detto: il soprannome gli fu affibbiato da qualcuno, di cui si è persa traccia nel tempo, come sempre avviene, semplicemente perché ricordava nel suono l’inizio di una delle sue frasi più celebri e ricorrenti di approccio.
Era stato per lei come una lotteria e con il primo stipendio aveva offerto da bere ai colleghi e poi agli amici, aveva pagato qualche debituccio, si era comprato un paio di scarpe, che guardava ormai da tempo, e aveva fatto un regalo ai suoi: un tele colori stereo con tanto di parabola e videoregistratore. Non gli era rimasto molto, alla fine, ma a sufficienza senza sprechi e aveva pensato che non prendono poi male gli spazzini. Subito dopo aveva fatto il grande passo: si era impegnata per i seguenti dodici mesi con un motorino tutto argento metallizzato. Non un impegno pesante, anche perché gli permetteva di risparmiare l’abbonamento, ma pur sempre il suo primo di un certo valore; quasi il segnale del passaggio alla sospirata indipendenza.
Forse non era il massimo che ci si può aspettare ma con un poco di spirito di adattamento e cercando di non pensarci, perché lei aveva pur sempre un titolo di studio, si arriva a capire che c’è di peggio; ti lasciava il tempo per pensare, gli orari erano appetibili, poteva sempre dare delle ripetizioni e non era poi così pesante come si può pensare. Modesto questo sì, ma anche i lavori più umili alle volte sono necessari e devono trovare qualcuno disposto a applicarvisi e così fischiettando spazzava i marciapiedi, e raccoglieva i sacchetti neri, con la sua scopa lunga quasi quanto lei dalle setole che graffiavano l’asfalto.
Anche se non abitava precisamente in quel quartiere lei riusciva ad essere gentile, quando se ne presentava l’occasione, e presto prese a salutare tutti e non tardò a farsi anche le prime amicizie. Già dopo due settimane, alle dieci e trentadue di ogni giorno, puntuale come un orologio svizzero, prese a prendere il caffè, con un craft, assieme al signor Giovanni, postino della corrispondenza ordinaria. Ormai anche i più tenaci si erano stancati dei loro pochi lazzi, lanciati dai finestrini aperti, forse stimolati anche dal fatto che non è proprio sovente vedere una ragazza, e anche carina, impegnata in mansioni simili, solitamente riservate a uomini. In quei casi lei era riuscita a trattenere in gola le parole della sua giovanile esuberanza, che pure erano in lei veloci, e solo raramente la sua mano guantata di quei guanti, enormi e rigidi che gli erano stati forniti con tutto il resto, si era lasciata sfuggire un gesto rapido col dito teso.
In una sola occasione un vecchio traballante, con un piccolo cane a guinzaglio e un sacchetto d’umido gocciolante, tanto pesante che faticava parecchio a trasportarlo, nelle prime ore del mattino, prima che lei potesse offrirsi per aiuto, gli sibilò un apprezzamento pesante. Rapidamente era tutto passato, anche l’imbarazzo dei primi giorni, forse delle prime ore, e ormai era diventata famigliare e c’erano persino signore che mentre lavorava gli chiedevano e davano consigli anche sulle cose di cucina e un poco su tutto. E’ vero che il rapporto con lo spazzino oggi, grazie ai raccoglitori esterni, è diventato più impersonale eppure era entrata nelle simpatie di tutti anche se c’è sempre qualcuno o qualcuna che si lava il becco dietro le spalle perché questo fa parte della vita. Solitamente piccole donnicciuole con molto tempo a disposizione e poche soddisfazioni dentro casa, con qualche taciuto rimpianto, o qualche segreto anziano spasimante che sarebbe rimasto segreto per sempre.
E del quartiere cominciava a vedere e sentire quei piccoli segreti che sono il sale delle discussioni sussurrate e delle sedute dalla parrucchiera: L’andirivieni di quel civico centotrentasette del corso, la galanteria del signor Paroli, i ragazzi della scuola che si nascondevano nell’androne del Palazzo Acida, che avevano soprannominato Fottiti, a fumare nascosti o che nascondevano lo zaino in garage e prendevano il buss per andare da tutt’altra parte, ecc… ma niente di veramente degno di nota e si sentiva realizzata. Si fece scattare una foto in divisa per metterla nel suo album personale, con la scopa tenuta ritta in mano e il suo sorriso più semplice.
Tutti la chiamavano per nome, anzi con quel soprannome, ormai. Aveva lineamenti fin troppo fini e un poco duri, capelli biondi lunghi, raccolti in una coda morbida durante il servizio, e occhi chiari e dita affusolate; eppure quando sorrideva il volto ne riceveva una luce mansueta. Curava la sua divisa come un abito da festa, mai una piega tratteneva un che d’ombra e sembra anche che se la fosse fatta leggermente adattare ma i pantalonacci restavano larghi, ed era un peccato, e la giubba non si abbandonava di certo sofficemente ad accompagnare le forme ne i movimenti. Chiunque, fin poco prima di allora, sarebbe riuscito ad immaginarsela vestita da hostess, al massimo da vigile urbano. Più di qualcuno, sottovoce e di nascosto, la chiamava “la principessa”.

Ma quel mattino, dall’Ufficio per le Risorse Umane, ex Ufficio per il Personale, attraverso il messo comunale gli avevano comunicato, a firma del Segretario Comunale, con letteratura fredda e impersonale, che non aveva superato il periodo di prova, cosa questa più unica che rara in tutto l’impiego pubblico, e che pertanto la Signoria Vostra sarebbe stata dimessa dallo stesso servizio con decorrenza dal mattino seguente prossimo venturo primo maggio, per altro festività nazionale; come ben tutti sanno.
Non che Chicca si fosse distinta per assenteismo, avesse mancato in qualche modo davanti a qualcuno o a un proprio dovere, ne che facesse male il suo lavoro; forse semplicemente lo faceva troppo bene. Lei spazzava le sue strade come avrebbe pulito le stanze della sua casa e come dovrebbero pulire le brave madri di famiglia, le massaie che non si trovano più, senza trascurare un angolo che sia uno ne cercando di nascondere lo sporco ma semplicemente cancellandolo. Tanto che gli abitanti avevano persino preso a farsi riguardo di portare giù il cane e o lo accompagnavano fino alle strade che non cadevano sotto la sua responsabilità o almeno aspettavano le ore in cui lei non era in servizio.
Certo, per far ciò, per eseguire il suo servizio con tanta meticolosa cura, il turno non era mai sufficiente e, nonostante lei non guardasse i dieci minuti, riusciva così a spazzare e liberare solo una parte della zona che gli era stata assegnata. Ecco, se c’era qualcosa che gli si poteva rimproverare era che puliva talmente bene che si vedeva a occhio la differenza fra le strade curate da lei e quelle invece dove erano frettolosamente passati i suoi colleghi ma non riusciva che a fare da Corso Calligola a Viale Yahoo, massimo la vicina Via Luther Blissett, e a destra Vicolo Il suonatore Jones e a sinistra Galleria Bettie (Betty Page); niente di più e niente di meno. Certo non la finiva, ma questo cosa vuol dire? La zona era certo troppo estesa per una lavoro fatto per bene e cosa ne possono capire i burocrati comunali?
Per un momento si sentì salire dal più profondo il pianto ma lo deglutì, gli occhi ebbero il tempo di arrossarsi leggermente ma nessuno si accorse di nulla, lo ricacciò da dove cercava di uscire e cominciò a pensare cosa fare, cosa dire e ancora cosa avrebbe potuto fare. Incontrava le persone e come in un qualsiasi giorno feriale con loro si comportava. Lei era gentile come ogni giorno e loro erano come ogni giorno gentili e rispettosi; più di ogni giorno, quasi cari: erano i suoi utenti, i suoi nuovi amici, una grande famiglia.
Continuò il suo servizio come lo aveva sempre fatto, come prima e meglio di prima ma all’ora di staccare non lo fece, continuò come se non avesse un orario da rispettare, come se non sentisse il bisogno di recarsi a mangiare, senza stanchezza. Aveva sentito dire che in Russia, tanto tempo fa, un uomo aveva fatto una cosa simile. Pian piano le macchine cominciarono a diradare il loro passaggio e a scendere le prime ombre della sera. Il rumore che lei faceva diveniva sempre più nitido e sempre più la sua unica compagnia; gli chiese per pura gentilezza il macellaio mentre chiudeva. “Ancora in servizi Alessandra, a quest’ora? Ve li fanno guadagnare quei quattro soldi quelli del comune”. Ma non sapeva e tiro giù la saracinesca con grande frastuono.
Dopo i lampioni anche dietro le finestre si accendevano le prime luci, cominciavano a trapelare i primi rumori delle televisioni e dei preparativi per cena, poi le strade si fecero vuote e nessuno poteva più fare caso a lei, ombra fra le ombre che continuava a lavorare. Si passò il polso sulla fronte, spostando un ciuffo che si era ribellato, e guardò verso il cielo che si trasformava in un tetto solido.
Continuò nonostante le difficoltà che la notte aggiungeva, gli angoli in ombra, una pur comprensibile apprensione che il buio non si limita di dare solo nei bambini e con accresciuta meticolosità rese quelle strade pulite come non si era mai visto e come non si sarebbe potuto vedere mai; tutte quelle strade, fino a tutta Via Vash The Stampede, prospiciente il municipio, l’intera zona che le era stata affidata, anche quelle che non aveva, fino ad allora, mai conosciuto e frequentato; di un pulito persino maniacale. A quel pulito avrebbe potuto aggiungervi anche la cera, se solo non fosse stata certa che si sarebbe rivelata pericolosa per il traffico e per gli stessi pedoni; e per un attimo ci aveva pensato e ne era stata attratta.
Non un granello di polvere doveva restare al suo passaggio. Spolverò anche tutti i lampioni e ne lavò i vetri; spolverò anche le serrande, ogni cosa ricadesse sotto la sua giurisdizione o si affacciasse su quelle sue strade e spolverò persino gli alberi, quei loro tronchi nodosi, fino ai rami più alti e più sottili assicurando, non si sa come, le foglie affinché non cadessero così da intralciare e minimizzare la sua opera. Particolare attenzione pose attorno ai cassonetti; dopo il suo passaggio, per la prima volta, riflettevano qualsiasi luce vi si posasse contro. Allineò le foglie alle siepi. Giunta allo stretto fiumiciattolo, che costeggiava nervoso il retro del più grande condominio del posto e rappresentava il confine del suo territorio, passò lo stracciò che ne cancellò anche le onde; ogni ruga e ogni pensiero di quell’acqua marcia.
Alle prime luci dell’alba era ancora lì a compiere e completare il suo dovere e a portare a termine la sua vendetta. Si fermò solo quando potè ammirare finalmente con soddisfazione il lavoro fatto e finito. Proprio, come si suol dire, mancava solo la cera. Poi si avviò per lasciare davanti alla porta del magazzino comunale gli attrezzi, i suoi attrezzi, e tornarsene finalmente a casa. Sentiva il sonno e la fatica, l’odore del sudore e crebbe la voglia di togliersi gli abiti e stendere le gambe ma non lasciò tutti gli attrezzi sul muro scrostato di quel magazzino: riprese la scopa in mano, per un momento pensò di cavalcarla verso chissà dove. Sapeva comunque solo che non poteva semplicemente abbandonarla.
Nessun’altro l’avrebbe potuta usare dopo di lei. La impugnò e con tutta la forza della rabbia per il torto subito, dell’umiliazione che le covava dentro, della cialtroneria che condizionava il suo futuro, della ribellione che faticava a trattenere e soffocare e non ultima dell’orgoglio per il compito che aveva portato a termine, e la lanciò a conficcarsi diritta nel grugno di quella pallida luna che si infranse, scomparve e lasciò il posto al giorno. Poi si avviò per andare a riposare e riposò serena di un sonno robusto e tranquillo.¹


1] scritto il 24 novembre 2000

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Erano ormai finiti i tempi dell’avanspettacolo e del varietà al sabato. Belli o brutti erano finiti da una vita. In ogni luogo anche i divertimenti erano cambiati. Ma si sa come, nei paesini di provincia, la guerra sia passata invano. E così il passato era tornato ma non dal fondo di un barile sfondato. E in fondo non se n’era mai andato. Così era tornato come da lì vicino, da fuori alle mura. Intristito e greve, forse, appesantito dalla bruma del mattino sui campi. Eppure tornato non da un’altro mondo; solo da poco fuori, dai paraggi. Per noi questo era normale. Questo faceva parte della vita di un qualsiasi paesino di campagna. O almeno lo credevamo. Ed è solo così che si possono realizzare le cose più fantastiche come avvenimenti del tutto naturali.
Ma il mondo finiva, allora, subito dopo l’ultimo podere. E quella sera c’eravamo tutti. Così passarono sul tavolato (non si poteva definirlo un palcoscenico, nemmeno con tutta la buona volontà possibile) le ballerine di rivista; e ancora: l’illusionista; il cantante afono dalla giacca sgargiante; e poi, come al solito, anche il comico. Per noi era ancora una rappresentazione e ancora manteneva una sua sacralità. Così anche noi ragazzi, e tutto il pubblico, facevamo volentieri la nostra parte, partecipando e gridando e fischiando. Soprattutto alle ballerine, è naturale. Ma non solo, il comico non poté finire e dovette scappare a metà del suo numero. Forse quello era un numero veramente comico o ironico ma certo che, se la guerra era passata invano, lui continuava a riferirsi ad avvenimenti avvenuti prima di essa. Non tanto a quel mondo, che sarebbe stato il meno, quanto a fatti precisi di quell’epoca che non potevamo conoscere. Tra un sogghigno e un lazzo non riuscivamo proprio, anche con tutta la nostra buona volontà, a capire alcunché. Da noi poi si legge solo il quotidiano sportivo del bar e spesso neanche quello del giorno, figurarci se abbiamo altro tempo da perdere.
E poi con quella giacca, e quel suo fisico tradito dalle truppe di pastasciutte. Non potevamo essere da meno. Eravamo una bolgia non molto esigente, delirante e ben armata. Chi non avrebbe provato paura a presentarsi davanti al nostro giudizio? Lei no! Si faceva chiamare Elena Solipinskaija perché diceva sempre: “Si ha un bel dire ma i Russi sono sempre Russi. Come loro ci sono solo i Russi”. Proprio nel momento di massima tensione, dopo il comico, era entrata Lei. Credo che Elena fosse il suo vero nome, per il resto tutto di Lei si perdeva nel più fitto mistero. Nel fiabesco mondo delle mitologie. Parlava un romagnolo senza pentimenti, con le vocali che arrotondano le labbra ma si favoleggiava di grandi onori e grandi amori. Di tesori regalatiLe e sperperati dal tempo e dal sogno di restare sé stessa. Sembra avesse ballato davanti a grandi nobili nonché nei loro grandi letti. E che più di qualcuno lo aveva rovinato. Almeno questo si sussurrava e nemmeno ormai più a voce tanto bassa.
Lei la guerra doveva averla vista davvero e in faccia; e non l’ultima bensì quella grande. Scoppiò in tutti una volgare risata spontanea. Ma la sua figura appariva, in verità, patetica. C’era in Lei tutta la nostalgia del tempo che era fuggito. Muoveva alla tenerezza: nel suo tutù rosa pareva schiacciata al suolo. Della antica bellezza non era rimasto molto, la figura era appesantita; ne più ne meno che quella delle tante nostre massaie in età. Il viso era così bianco che ricordava la pasta degli gnocchi quando si ravvolge in un abbondante lenzuolo di farina. E in quel viso una boccuccia rossa e due occhietti azzurri, piccoli come spilli, che sprofondavano senza penitenza.
Dopo un breve attimo di pausa, quel tanto bastante a riprender fiato, la platea aveva ricominciato il solito vociare: “Nuda! nuda!” subito affogato nel pentimento e poi nel terrore. Lei sarebbe magari stata anche capace di farlo. A seguire le urla si indirizzarono in un più innocuo e meno pericoloso: “Facce ridere! mandrucona.“–ed erano già più tranquillizzati– “Nun ce provà!” –e altri– “Ah Fata!” –e altri ancora– “Torna a casa“. E in effetti la cosa aveva, nella sua melanconicità, un che di ilare. Ma Lei non indietreggiò d’un passo e cercò di ballare. Non è per mancanza di rispetto ma quello era il termine giusto: “cercò” perché il suo, anche con la più buona buonavolontà, non si poteva certo più definire ormai un balletto. Per fortuna avevano finito i gatti ma anche solo quelle grida erano una bestemmia, a una grande artista come Lei. Ma si sa che nessun pubblico sa essere pietoso più del tempo che quando passa non torna mai sui suoi passi.
Questo mise in moto tutto il suo orgoglio. I grandi, quando sono veramente grandi, si possono privare di tutto, anche del pane, ma mai dell’orgoglio. Provò una posizione da angelo, col busto molto in avanti, sbilanciato in avanti, e le braccia allargate. Ma tremò tutta e tremarono tutte le sue carni di budino tiepido. A stento non crollò tragicamente al suolo trascinata anche dai suoi grandi senoni e dall’equilibrio reso precario su quei piedini. Solo l’orgoglio smisurato riuscì a tenerla su. E con uno sforzo sovrumano rimase pressappoco nella posizione. Quando il suo partner cercò di prenderla dopo un volo d’un misero saltino fu stroncato dal delicato peso rosa.
Fu allora che, prima uno sparuto manipolo, e poi tutti all’unisono, come una voce sola, cominciarono a gridare: “Sulle punte! dolcezza! sulle punte. Facci vedere“. Io cercai di interpormi fra i due partiti, anzi tra l’artista e i suoi carnefici. Di lottare per impedire quella che mi sembrava un’inutile, e immeritata, tortura. Ma ero solo un ragazzino. Così con tutta la tipica ignoranza grossa, e l’indelicatezza del giovane qual’ero, gridai, con tutte le mie forze: “Basta! basta per carità!”. E forse anche della pietà che non poteva essere morta. Ed era un grido compassionevole il mio; ma nemmeno si udì. Eppure non avevo pensato a Lei, non avevo avuto rispetto di quella donna. Si! ero stato proprio io, come potevo non aver considerato che quel palco era la sua vita? E che era la mia ignobile pietà a pugnalarla lì sopra?
Forse solo Lei mi udì, perché guardò dalla mia parte, o almeno questo mi sembrò. Con un gesto imperioso fece tacere la musica all’improvviso e si rivolse al pubblico: “Io ho ballato davanti a ricchi signori e a tiranni“, –disse, con tutta la dignità che può dare l’arte, in un italiano quasi perfetto –”davanti a occhi non più benevoli dei vostri ma certo più competenti. Fuori bruciava la guerra e io dentro ballavo e facevo esplodere una diversa guerra nei cuori“. –tutti erano allora rimasti muti ad ascoltare quella donna così decisa–”Io ho sempre ballato perché io so solo ballare. E il balletto, io, io che ho visto danzare Nijinskij, proprio io, ho elevato ad arte. Anzi, io sono il balletto. Non c’era Preobrajenska che tenga. E anche stasera ballerò e non sarete voi a farmi smettere. Volete vedermi librare sulle punte; e non aspettavo altro. E sulle punte mi librerò. Leggera come una piuma. E con la grazia di un usignolo“.
Con un gesto simile al precedente ma più aggraziato diede il permesso affinché ricominciasse la musica da dove l’aveva interrotta lei stessa. Fece due piroette, una prima un po’ goffa e traballante, ma la seconda andava già meglio ed era più decisa. Poi uscendo da quest’ultima giravolta si fermò sulle punte del suoi piedini; immobile. Le braccia larghe come piccole ali. Gl’occhi rivolti al cielo, come se il soffitto non ci fosse, il naso all’insù pieno di naturale superbia. Le bocche di tutti si spalancarono, Lei era là statuaria e immobile e scoppiò giù, fra il pubblico, una vera e propria ovazione. Ma Lei rimaneva lì sulle punte come sorda a quanto avveniva. L’ovazione si tramutò in una lungo sospiro di meraviglia. E Lei restava lì a trattenere quel sospiro minuti, ore, come in una sfida fra la donna, l’artista, e il suo pubblico. Si! perché il pubblico ormai era solo suo, tutto suo; le apparteneva.
Tre giorni dopo si spensero alcuni riflettori e si verificarono le prime, sporadiche, diserzioni fra il pubblico. Tradimenti di poco conto. Gente priva di rispetto per sé stessa. Ma Lei era ancora lì, nella penombra, che si rizzava verso il cielo, verso là dove si incrociavano le corde che governano le quinte. I pompieri, finito il servizio, abbandonarono via via la lotta. Ma molti tornarono poi come semplice pubblico. Gli operai smontarono dispiaciuti quelle quinte. Ma bastava Lei per lo spettacolo. Io non so se Lei è ancora lì, ritta sulle punte. La vita, mio malgrado, mi trascinò, con la mia famiglia, via. E come molti ci costrinse nella grande città. Secondo le voci è ancora immobile su quel palco. Ma qualsiasi sia poi la verità io non potrò mai dimenticarla. Per tutta la mia vita. E per me resterà per sempre la grande Elena Solipinskaija.¹


1] Scritto il 21 ottobre 1994 già postato nel blog L’altra metà del cielo il 1 aprile 2009

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