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Posts Tagged ‘orrore’

Foto da Vincitori e VintiNon avrei voluto essere nemmeno nei panni di quei poveri difensori. Nomi di tutto rispetto. Il meglio. Non doveva essere facile nemmeno per loro. A carico degli imputati c’erano montagne di accuse, di prove e di testimonianze. Non sussisteva il minimo dubbio. Colpevoli erano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio. Non si trattava certo di questo. Né dell’entità delle colpe. Alcuni avevano ucciso anche con le proprie mani. Tutti avevano dato scientemente gli ordini. I nomi delle vittime erano in un elenco senza fine. Solitamente, per subirne meno il peso, ci si limita ai numeri.
Le cose non sono mai o bianche o nere. Nessuno poteva avere alcun dubbio: le pene sarebbero state pesanti per tutti. Per alcuni si parlava della vita. Per qualche altro sarebbe stata comunque una condanna a morte vista l’età avanzata. Ma la legge è fatta da uomini per gli uomini. Non si somministra la giustizia; anche quella è un concetto aleatorio o soggettivo. Si applicava quella legge formulata appositamente per quel caso, come per gli altri casi simili. La guerra è un’aberrazione della storia; ci si illude che sia una eccezione. Ogni morte è morte. E anche la morte di quei colpevoli rappresentava togliere loro la vita. Che diritto ne avevano uomini su altri uomini, più o meno come loro. Ma quello di cui si parlava in quell’aula severa e in quell’aria grave erano crimini di guerra. Certamente il delitto più grave che l’essere umano possa concepire. Un crimine che spinge agli estremi. Che richiama alla vendetta.
Eppure nessuna vendetta è giustizia. E quando si entra nella logica della guerra chi può definirsi innocente tranne quelle vittime? Forse noi giudicanti che non abbiamo partecipato in prima persona? Chi crede di aver dato la morte per la vita? La verità è che il giudizio è sempre impartito dai vincitori, non dai giusti. Ma chi giudicherà i crimini dei vincitori? E chi si potrà definire Giusto? Niente può essere definitivo tranne quelle morti. Non si può cancellare l’orrore. Ci saranno altre vendette, altre condanne. La coscienza del mondo rimarrà scossa. La memoria tornerà a visitare le notti di tutti i sopravvissuti. La storia non finisce con una condanna, anche se esemplare. Già sul banco degli imputati sbiadisce l’arroganza del potere. Ora il potere è in mano ai giudici; a uomini. Del tutto uguali agli uomini che dovevamo giudicare. Non ero stato a guardare. Mi ero indignato. Dentro di me avevo gridato. Non sapevo perché non mi sentivo l’unico innocente. Quei crimini hanno lordato anche me. Nelle notti ci pensavo e ancora ci penso. Termine complesso quello di giudice. Avrei voluto rinunciare a quel ruolo. Non mi sentivo libero di esprimere un verdetto. Che condannavamo l’orrore. E non riuscivo ad illudermi che potesse essere l’ultima guerra.
Indubbiamente l’orrore va condannato. La confusione che era in me derivava dal fatto che con l’orrore si condannavano gli uomini. Non ero certo che vi fosse un’alternativa, un altro modo di procedere. Non era questo il punto, il dubbio, la perplessità. Il malessere era dovuto nel dover decidere della vita di qualcuno. Un malessere che non si sarebbe comunque mai sopito. La domanda restava. Avevamo noi il diritto di trasformare i carnefici in vittime? Come avrei potuto spiegarlo a mio figlio? Quali braccia avevano imbracciato le armi giuste? Esistono? Avevano difeso la libertà, certo. Forse qualcosa che si sarebbe potuto chiamare civiltà, democrazia, in altri mille modi. Qualcosa che analizzata diventava impalpabile, quasi indefinibile. La guerra non ha vincitori. Allora chi giudica i vinti? Con quale diritto? L’unica via di uscita si nascondeva sul rifugio che il mio giudizio non era determinante. Che potevo liberare la mia coscienza allineandomi alle decisioni degli altri. Non mi era sufficiente, ma non mi restava altro. La condanna era scritta prima che ci si riunisse. Era la storia che la imponeva. Eppure anche quelli erano uomini.

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Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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1948-2012
64 anni di Resistenza in Palestina

C’è una Resistenza in Palestina, una Resistenza che dura da 64 anni. C’è un genocidio in Palestina, un genocidio cominciato più di 64 anni fa. C’è una verità in Palestina, una verità taciuta e mentita, una verità che ha molto più di 64 anni.
Dal Congresso di Basilea (29-31.08.1897, ripetiamo milleottocentonovantasette) Theodor Herzl dà corpo alla sua idea di uno stato per le “popolazioni” di religione ebraica. In realtà inizialmente non viene colto l’aspetto razziale del progetto, ma subito le persecuzioni li fanno persecutori.
Il 2.11.1917 il Regno Unito si impegna, lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero attivista sionista), a destinare dei territori in Palestina per costituire un “focolare nazionale” con l’intento di dare “una terra senza popolo per un popolo senza terra” cioè la famosa “terra promessa”. Unica piccola anomalia è che quella terra è la Palestina e lì un popolo c’è, quello palestinese, e una cultura, tra le più ricche dei paesi arabi. Dal 1921 è l’inizio della violenza e la fine della storia civile di questi popoli.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948. Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati. E’ a questo punto che i sionisti cominciano attacchi terroristici contro inglesi e palestinesi. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all’ONU anche perché il potere di influenza sulla regione sta sempre più passando in mani statunitensi. E subito assistiamo al primo massacro, quello di Deir Yassin consumato il 9.04.1948, sei settimane prima della proclamazione dello Stato di Israele e prima che scoppiasse la conseguente guerra nel 1948, con il massacro di circa 200 civili palestinesi ad opera di membri dell’Irgun guidati dal futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin ai danni degli abitanti arabi dell’omonimo villaggio presso Gerusalemme ovest, nella Palestina all’epoca sotto Mandato britannico. E’ questo l’inizio di una vera e propria pulizia etnica che dura ancora.
La risoluzione Onu 181 propone l’ennesima divisione in Stati separati, ma gli Arabi rifiutano: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente. Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall’Onu come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Il mediatore Onu Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico Stern a Gerusalemme, e lo Stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all’inizio del 1949 Israele vince definitivamente conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana). Gli scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la Gran Bretagna e la Francia) attacca l’Egitto (che aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai (gli Usa li convinceranno a ritirarsi un anno dopo). Con quel pretesto l’esercito israeliano entra nella striscia di Gaza dove si assiste ai massacri di civili soprattutto a Rafah e Khan Younis vicino al confine egiziano. In realtà nella striscia vi hanno trovato rifugio i profughi palestinesi in attesa di ritorno e comincia ad essere una prigione a cielo aperto, un vero e proprio lager.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Questo gruppo compie azioni di guerriglia contro Israele, e verrà visto come l’unica speranza di riscatto palestinese; è l’inizio della Resistenza.
Nel Giugno 1967 Israele attacca l’Egitto. E’ la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condanna la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati e una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettano subito; Israele la accetterà 3 anni più tardi senza però mai evacuare i territori.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccano a sorpresa Israele (guerra del Kippur) che è in seria difficoltà, solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la mediazione di Kissinger e un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 242, ma su quest’ultimo punto c’è un nulla di fatto. Iniziano, o meglio continuano i massacri di palestinesi.
Ricordiamo il massacro di Tell El Zaatar del 1976 (20.06-12.08), il nome vuol dire Collina dei Tigli, un campo palestinese alle porte di Beirut di 20mila abitanti. L’esercito siriano, protetto da quello israeliano, isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille morti, vecchi e bambini, morti di guerra ma anche di fame e stenti, anche se la resistenza armata aveva abbandonato il campo. Si prova a nascondere la tragedia.
Nel novembre 1977 il presidente egiziano Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele e firma a Washington il 26.03.1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la scusante di dare la caccia ai cosiddetti “terroristi”, e arriva fino a Beirut con l’aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli Usa mediano la fuga dell’Olp e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila le milizie Cristiane Maronite, protette dall’esercito israeliano sotto il controllo di Ariel Sharon (allora ministro della difesa), sterminano 1.700 civili palestinesi, destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti.
Ricordiamo ancora tre piani di pace del 1982 proposti da Usa, Urss e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi accettano tutti e tre i piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Iniziano colloqui con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di pace, accettazione di tutte le risoluzioni Onu, autodeterminazione del popolo palestinese, soluzione per il problema dei rifugiati. Il fallimento delle trattative è da attribuirsi al rifiuto Usa di accettare l’autodeterminazione del popolo palestinese. Mentre il Consiglio Nazionale Palestinese ritrova un’unità fra tutte le fazioni, nei territori occupati il pugno di ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno legalizzate dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a farlo) trova un fronte unito, e i giovani palestinesi esplodono nell’Intifada (sollevazione) il 9.12.1987.
Il 13.09.1993 Arafat e Rabin (a Washington) firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell’Olp, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati “di Oslo” grazie alla mediazione norvegese, è concesso all’Olp di formare una propria amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Tuttavia gli accordi rimandano a negoziati futuri i punti più spinosi: gli insediamenti ebraici illegali in terra palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi, le risorse idriche, e il destino di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come propria (come nella risoluzione Onu 242) mentre Israele vuole fare di Gerusalemme la propria capitale. Il resto non è più storia ma cronaca e tutto continua, compresi i genocidi, la pulizia etnica, le vessazioni e il tentativo di impedire qualsiasi parvenza di vita normale, gli espropri e tutto il resto, in una terra martoriata che si chiama Palestina.
Nel luglio del 2000 Clinton convince un riluttante Arafat e Barak ad andare a Camp David (Usa) per finalizzare gli accordi di Oslo. L’incontro naufraga in un nulla di fatto, Arafat è responsabile di respingere la generosa offerta israeliana: viene concesso molto più territorio di quanto fosse mai stato fatto, ma resta il rifiuto al ritiro da Gerusalemme Est, ad affrontare la questione dei rifugiati palestinesi, a rispettare la risoluzione 242, ad affrontare drasticamente la questione degli insediamenti ebraici illegali, e non c’è nessuna continuità territoriale dove costruire uno stato. Arafat non poteva accettare.
Il 28.09.2000 Ariel Sharon, leader dell’opposizione israeliana di destra (Likud), sfila a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della religione musulmana ed è un oltraggio imperdonabile. Le rabbie e le tensioni accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91) questa sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c’è un uso massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro i civili, e soprattutto c’è un marcato aumento di giovani kamikaze, mentre da parte israeliana la repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le devastazioni di aree abitate e gli “assassinii mirati” di presunti terroristi e/o di leader politici, non conoscono più limiti. E l’orrore continua.
Per questo chiediamo l’istituzione “anche” di una “giornata della memoria” per il popolo Palestinese in quella data (15 maggio) che loro ricordano come il giorno della Nakba (letteralmente “disastro”, “catastrofe”).

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Giovane ebrei e palestinese abbracciati«Quello che quel giorno vidi, era quanto di più vicino al paradiso e lontano dall’inferno potesse esistere: una striscia di spiaggia isolata, a pochi chilometri dalla miseria di Gaza, dove le onde si infrangevano sulla riva. Probabilmente non sembravamo molto diversi da qualsiasi altra famiglia sulla spiaggia; i miei figli e le mie figlie guazzavano nell’acqua, o scrivevano i loro nomi sulla sabbia. La giornata fredda, il cielo di dicembre rischiarato da un pallido sole invernale, il Mediterraneo risplendeva, limpidissimo. Ma sebbene guardassi i miei figli giocare fra le onde, la preoccupazione mi attanagliava.
Poco più di un mese dopo, gli israeliani avrebbero bombardato Gaza e buttato all’aria la mia vita.
Quel giorno eravamo tutti in casa: i miei otto figli, i miei fratelli, le loro famiglie. Dove potevamo andare se neppure ospedali e moschee venivano risparmiati dai bombardamenti?
Giocavo con Abdullah quando ho sentito l’esplosione nella stanza delle ragazze.
Ho perso le mie figlie, e nonostante la rabbia e lo sconcerto, so che non odierò

dalla seconda di copertina del libro Non odierò di Izzeldin Abuelaish

P. S. Credo non ci sia molto da aggiungere, tranne un silenzio che diventa rispetto, per uno che come me crede in una vera pace. RESTIAMO UMANI.
Posterò appena la trovo una testimonianza da parte israeliana di chi crede alla vera pace e non alle bombe, allo sterminio e alla prepotenza delle armi. FREE PALESTINA.Disegno di un bimbo palestinese e di una penna che lacrima di notte in attesa di quella pace di Vauro

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4. Avevo sentito la sua presenza dietro; il suo passo seguirmi. Sapevo di doverle chiedere delle spiegazioni. Cosa stava succedendo? Quando mi sono voltato non era più lei. Davanti avevo una donna. Una donna che aveva almeno vent’anni più di quella ragazza. In realtà c’erano delle somiglianze. La differenza era data soprattutto da quell’età. Quella che in quel momento avevo davanti e mi sorrideva avrebbe potuto essere la madre della ragazza. Ed è quello che ho pensato. Gli occhi erano gli stessi, cioè dello stesso colore, ma anche la luce era molto simile. Persino quel taglio quasi orientale. Certo c’era quel qualcosa di diverso. La donna aveva forme più piene, evidenti. Un corpo più maturo. Un sorriso diverso, forse stanco. Un trucco più accurato e studiato. Ed era in accappatoio come appena uscita da sotto la doccia. Osservandole appariva come una di quelle donne che sembrano perfette anche appena uscite dal sonno. Quelle che non possono sbagliare né apparire in disordine mai, nemmeno volendolo. C’era una cosa strana di cui mi avvidi solo dopo un po’, mentre su suo invito mi accomodavo sul divano, era in accappatoio ma sotto aveva le calze. Questo era sorprendente e strano, ma confermava le mie considerazioni sul suo conto. Era una donna che si preoccupava di come si mostrava, di come veniva vista. Una donna attenta ad essere sempre e continuamente quella donna. A sembrare una vera signora; appena uscita dall’istituto di bellezza. E profumava da togliere il fiato di un profumo intenso che lasciava una scia vaporosa. Mentre la seguivo per tornare nuovamente in salotto mi riempii le narici di quell’odore caldo e assordante. Per me gli odori possono essere suoni e quel suono mi ricordava le note del basso più rovente di Mingus. Ricordi che si perdevano lontano.
Avrei voluto chiederle dov’era finita l’altra. Non ne conoscevo nemmeno il nome. E la domanda mi era sembrata inopportuna. Credo che fu per questo che la pensai ma non la formulai. Ascoltavo la sua voce che era una voce convincente, di quelle che ti accarezzano e abbracciano avvolgendoti tutto. Non perché si adoperasse di scegliere le parole, ma solo perché metteva estrema cura nel trovare quel suono melodioso. Prima che prendesse posto accanto a me ebbi il tempo di valutarla e convenni che anche i suoi fianchi erano più larghi; più larghi di quelli della ragazza. E poi il suo bacino era anche diversamente pieno e più mobile. Quella vestaglia di spugna dondolava pigramente come fosse governata da una autonomia propria, ma accompagnava acconciamente ogni suo passo. Lei non camminava scalza ma anzi le sue pianelle, dello stesso colore, erano graziose e avevano i tacchi. E ogni passo sembrava il frutto di una lunga riflessione; studiato e provato. Il fatto che avesse tardato dandomi le spalle mi aveva lasciato dell’altro tempo in questi pensieri. Un suono appena udibile, come un bisbiglio, sembrava uscire più dal petto abbondante che dalle labbra. Non sono certo di poterla definire una risata di soddisfazione. In quella posizione non potevo cercare conferme. Mi limitavo a guardare la spugna riempita di lei. E poi, dopo che si era voltata, il violento rossetto rosso di quelle labbra.
Non mi hai ancora detto come ti chiami”?
Lo tolse, quel rossetto. Non so se quel gesto ha un significato in qualche modo preciso; appartiene ad un linguaggio. So che le labbra e tutto il volto dopo avevano un altro aspetto. E sulle labbra si passò la lingua pigra tornando a ridere in un modo che mi sembrò che ridesse di me. Lo so che non ne avrebbe avuto motivo, ma la cosa mi diede del fastidio ugualmente. Riconobbi con estrema esattezza la statuina della damigella. Aveva quella stessa piccolissima scheggiatura che aveva sempre avuto dopo che mi era scivolata di mano e l’avevo salvata per miracolo agguantandola al volo. Purtroppo il bordo della gonna doveva avere già un piccolo difetto e si era staccato un frammento di smalto dorato e di porcellana. Solo un occhio allenato e che ne era a conoscenza poteva cogliere quella piccola imperfezione. Certo che anche la luce che entrava di striscio dalla finestra metteva in risalto la scalfittura. Le cose erano le stesse cose ed erano le mie cose; ma a che serve dirlo se era a casa mia facendo l’ospite.
Lei giocava con la cintura dell’accappatoio come fosse nervosa, ma ero sicuro che non era nervosa. Sembrava lei a casa sua. Non era donna da trovarsi in imbarazzo. Era piuttosto una donna che poteva mettere in imbarazzo. Aveva sempre mostrato, fin dal primo sguardo, di essere sicura di sè. Pensai che mi aveva guardato come si guarda un ragazzino. In quel momento usava uno sguardo diverso. E usava sostanzialmente due sorrisi: uno molto amichevole come per mettermi comodo e uno come curioso e interessato, cioè uno che avevo difficoltà a definire più compiutamente. Questo secondo era più sfuggevole e meno definito. A volte mi pareva questo e a volte quello. A tratti curioso e a tratti intrigante. A volte sembrava adatto a chiedere nuovamente di me, subito dopo mi sembrava come se volesse attrarre da me la curiosità. Che ci faceva a casa mia? E così?
Non sei un tipo di molte parole”.
Abbiamo avuto per lunghi periodi delle donne delle pulizie, ma non si sono mai permesse certe libertà. Usavano casa loro per lavarsi e mettersi comode. Arrivavano e partivano. Si limitavano ai lavori domestici. Tanto meno si sedevano a conversare con qualcuno, non ne avrebbero nemmeno avuto il tempo, comunque non il modo ne il permesso. La povera nonna, finché aveva comandato lei la casa, le avrebbe richiamate al loro posto. Sono sempre stato molto legato a quella nonna. Era una piccola donna che sapeva dove stava l’ordine e la disciplina. Era stata lei a farmi da mamma. Era una dolce vecchietta ma piena di energia e di certezze. Avevamo tenuta la sua camera così com’era, con ancora quel crocefisso che lei adorava appeso alla parete sopra il letto; povera donna. Avrei voluto portare quella donna nella stanza per farle vedere chi era a casa propria. Ancora una volta avevo preferito non sottrarmi alla mia curiosità; e lei e la situazione mi incuriosivano. Per un attimo fui preso da un pensiero strano, quello di una porta che si apre su di un mondo diverso. Era un pensiero in qualche modo affascinante. La porta non si apriva per svelarti un volto diverso per degli oggetti quotidiani, quel volto che tu e la tua fantasia volevate trovare. Semplicemente quella porta cambiava tutto quel mondo su cui vigilava e che avrebbe dovuto difendere. Mi annotai quella piccola e magica osservazione per rifletterci in seguito. Per il momento volevo solo occuparmi di lei e non farmi più cogliere mentre non la ascoltavo.
Sai che sei proprio un bel ragazzo”?
Accavallando le gambe la stoffa si era leggermente scostata. Lei non ci fece caso. Io non riuscivo a distogliere il mio sguardo. Credo che mi chiese cosa guardassi ma non credo di averlo udito. Oppure l’ho udito solo nella mia immaginazione. So che non le risposi e so che mi sentivo molto confuso. Ma forse mi chiese cosa gradivo. Mi sembrò anche di sentirla ridacchiare già mentre diceva quella cosa e anche dopo averla detta. Lasciando che la stoffa continuasse ad allargarsi senza darsene pena mentre le gambe restavano sempre più scoperte. Cercai di pensare il più velocemente possibile. Cercai allo stesso tempo di impormi di alzare lo sguardo, senza riuscirci minimamente. Forse mi diede anche dello sciocco. La sua risata era sempre più canzonatoria e soddisfatta. Non mi andava di farmi prendere per uno stupido. Aprii la bocca e stavo quasi per dirglielo quando sentii la sua mano risalire lentamente dal ginocchio. Quella donna era una donna ed io ero solo un ragazzo. La vidi per quello che era. Trovai il suo gesto sconveniente e sconvolgente. Come poteva? Forse era la madre della ragazza. Dovevamo essere all’incirca coetanei, io e la ragazza. Forse non era sua madre. Se lo era dovevo presumere che la ragazza fosse rimasta di là, in un’altra stanza. Sarebbe potuta entrare da un momento all’altro. Lei poteva essere mia madre. Ma come può una donna avvicinarsi ad un ragazzo che potrebbe essere suo figlio? E atteggiare le labbra in quel modo socchiudendo gli occhi? Fare di quegli occhi espressioni sognanti e imploranti? Labbra carnose; protese. Palpebre appena accostate. Le dita a cercare i lembi del chimono.
Le piacevano quelli un po’ misteriosi. Credeva di potersi permettere qualsiasi cosa. Fu solo allora che la vidi: la collanina le pendeva al collo. Fu allora che capii, come in un lampo. La riconobbi appena lei accennò a sporgersi verso di me. Il metallo dondolava e dondolavano leggermente le sue carni, in quell’inizio di seno che cominciavo ad intravvedere. Che cominciava a mostrarsi. Liscio e pieno di luce abbagliante. Era proprio quella. Era la collanina che portava mia madre, non se ne separava mai. Quella donna era mia madre o almeno lo era stata. Per uno strano gioco stavo parlando con mia madre e forse non era ancora mia madre. Bella di quelle cose che rendono bella agli occhi una donna. Deplorevole di quelle cose che rendono biasimevole una donna. Lei era già una donna ma una donna ancora giovane, ed io ero già un ragazzo. Forse un ragazzo che come diceva lei era anche un bel ragazzo. Era solo una donna. Una donna come le altre. Quella donna era mia madre ed era una donna. Colsi in quello sguardo, per la prima volta, negli occhi di mia madre, la lascivia. La conobbi allora. La dovevo cancellare.
Al primo colpo quegli occhi si spalancarono trovando un’espressione di sorpresa e di meraviglia, forse anche di sgomento; e le labbra si spalancarono mute. Credevo che la statuina non avrebbe retto all’urto. Che la damigella sarebbe andata in frantumi. Ne fui rincuorato ma era comunque troppo leggera. Al secondo colpo dalle labbra le uscì un gemito di dolore e dalla fronte cominciò a scorrerle sangue. Non cercava di difendersi o di proteggersi. Spesso la vittima impara subito il suo ruolo e accetta immediatamente di farsi vittima. Oppure semplicemente non lo sapeva e non lo capiva. Forse io avevo capito ma lei ancora no. Al colpo successivo il sangue si fece più copioso e il rosso del divano divenne più rosso. Sentii il rumore di un sinistro stridore. Non guardavo più quegli occhi. Colpivo e gridavo: “Sei mia madre”! Al sangue si mescolavano piccole schegge bianche. Alle schegge una materia gelatinosa. Quello che dovevano essere stati i pensieri di quella donna si riversavano dalle ferite tutto intorno. Il sangue ormai imbrattava tutto e schizzava e virava facendosi bruno. Bruno e denso. Viscoso. Appiccicoso. Lo sentivo sulle mani e sulla maglia. Macchiarmi il viso, gli occhi e le labbra. Continuavo a gridare e a colpire. Nel suo viso era scomparsa ogni espressione. Stava scomparendo il viso. Non aveva più nessuna forma. E quei pensieri non abitavano più lì. Finalmente non era più mia madre. Finché la fatica mi prese e la ebbe vinta e rimasi imbrattato sospirando un ultimo “Mamma”.
Scoppiai in un pianto liberatore. Non è vero che dopo la toccai o le feci quelle altre cose. O almeno questo non lo ricordo. Non ricordo più niente. Guardavo quel corpo immobile e pensavo che il racconto che avrei voluto scrivere si era scritto da solo. Ed era un racconto strano. Strano perché quel racconto non mi raccontava dell’orrore. In quel racconto ero io l’orrore. E forse la storia era finita bene solo per me. Quando vennero a prendermi ero solo tanto stanco. Mi chiesero perché. Come potevo spiegare che era colpa di quella porta. Che si apriva su un mondo che non era più questo mondo. Che dietro di lei gli oggetti non erano più gli stessi oggetti. Che prima era ragazza e poi donna. Quello che avevo visto e che non riuscivo più a cancellare. Ma soprattutto che io non ero più io e che lo dovevo fare. E’ per questo che sono qui a parlare con la signorina Margheretta. Parlo solo con lei. Veramente, in questo momento è lei che parla. Non so se lo sa ma nemmeno la ascolto. Ascolto solo i miei ricordi. I miei pensieri. Non mi va più di parlare. Anche negli occhi della signorina Margheretta vedevo quegli occhi. In certi momenti persino quegli sguardi. Una sola cosa la so: è sempre colpa delle donne.

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3. Quel mattino l’ascensore non andava. Erano più numerose le volte che non funziona. Non avevo nemmeno provato a prenderlo. Stavo appunto pensando a come avrei potuto scrivere una di quelle storie. Appena dopo la porta, sul cassettone, sapevo che c’era un piccolo campanello di bronzo. Non riuscivo proprio a trovare la soluzione. Non era nemmeno abbastanza pesante per essere usato come arma. Ci stavo arrivando. Ero quasi giunto alla conclusione che si può decidere di scegliere, per farne un oggetto demoniaco, anche il secondo oggetto che colpisce l’attenzione. In fondo è abbastanza inutile disperdere energie in imprese impossibile. Questo stavo pensando quando quella ragazza è venuta ad aprirmi l’uscio. Me la sono trovata davanti. Credo di non averla mai vista, eppure non era un volto completamente nuovo, vi era qualcosa di famigliare. Forse potrei trovare qualcosa di famigliare nel volto di ogni ragazza della sua età. Forse sarà dovuto al trucco. A come si vestono e si atteggiano. Al fatto che cercano in tante di assomigliare a pochi modelli.
Vieni avanti. Entra pure”.
Parlava come fosse casa sua. Per un attimo fui sul punto di distrarmi dai miei pensieri. Ero a casa mia, uguale come sempre, eppure c’era qualcosa di diverso. Non riuscivo a cogliere cosa. Tutto era al suo posto. Sembrava la stessa stanza e contemporaneamente non esserlo. Nonostante il mio spirito di osservazione la cosa non mancò di colpirmi immediatamente e di intrigarmi, nonché di incuriosirmi. Anche lei, quella ragazza, mi incuriosiva. Dove finiva la manica sinistra della maglietta aveva un tatuaggio che sembrava continuare lo stesso disegno della T-Shirt. La seguii guardandola da dietro e la lasciai condurmi dentro casa mia come fosse la sua.
Come ti chiami”?
Presi posto sulla mia solita poltrona. Lei mi stava di fronte. Sulla punta della lingua aveva una pallina d’argento. Cosa conta il mio nome? Un nome è uguale ad un altro. Anche se le avessi detto che mi chiamavo Alessio se non mi conosceva avrebbe continuato a non conoscermi. Trovavo sconveniente quella pallina sulla sua lingua. Ma in fondo lei mi stava anche simpatica e la trovavo ugualmente carina. Portava i jeans stretti e bassi in cintura. Le potevo vedere la pancia. Avevo accettato di seguirla per ascoltare la mia curiosità. Lei aveva acceso dei bastoncini di incenso. Quello era un odore quasi sgradevole che non avevo mai sentito dentro casa. Le chiesi se aveva un cane. Mi disse che no! non l’aveva mai avuto. Non so perché la cosa non mi ha sorpreso. Era buffo che lei non avesse mai avuto un cane. Mi sembrava di poterne annusare l’odore. Mi sono accorto solo allora che camminava scalza.
Anche gli occhi erano belli. Me lo ha chiesto. Non riuscivo a liberare i miei occhi dai suoi nemmeno per un secondo. Erano di quelli occhi che parlano e pieni di sorrisi. Non che non mi trovassi in imbarazzo, io sono sempre in imbarazzo davanti ad una donna, era solo che non riuscivo a districare lo sguardo; a distrarlo. Poi finalmente lo lasciai scivolare sopra la maglietta. Me ne sembrò grata con un sorriso gratificante. Pensava che ero un tipo strano. Non credo di esserlo ma se le faceva piacere poteva continuare a pensarlo.
Ma mi senti con quelle cuffie? Cosa stai ascoltando”?
Cosa gliene fregava di saperlo? Magari nemmeno la conosceva e non l’aveva mai ascoltata “Highway to hell”. Veramente non la trovo nemmeno troppo hard. Niente mi sembra abbastanza hard nella musica hard. E’ una ricetta riuscita approssimativamente o in progresso. Una musica veramente dura non l’hanno ancora scritta. Lei mi sembrava più il tipo della musica dolce, di ambiente. Tenevo come sempre alto il volume per riceverne un poca di adrenalina che non trovavo nella musica stessa. Capii che quella ragazza carina era una ragazza curiosa. Ancora non ci eravamo nemmeno presentati e già mi chiedeva delle cose di me. Forse era anche una che fumava qualcosa. Io non ho mai fumato. Non so come mi sarei comportato. Mi sarebbe dispiaciuto dover rifiutare se lei me ne avesse offerto. Credo che sarei finito per soffocare di tosse. Speravo che non lo facesse. Scoprii così che i suoi occhi sapevano essere degli occhi che cercano di guardarti dentro. Non mi è mai piaciuto il tè ma l’avrei preso per farle compagnia, per essere gentile. Certo sarebbe stato più facile che prendere una di quelle sigarette. Credo che stavo per confondermi. Le chiesi se mi scusava solo un attimo. Andai alla porta e controllai il nome sul campanello. Nessuna sorpresa: era sempre lo stesso, era il mio.

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2. Eravamo invece d’accordo, e non poteva essere diversamente, che il tipo di letteratura influenza, anzi condiziona la struttura stessa dell’opera. Persino il modo mentale di approccio e di procedere del lettore. Faccio un esempio (ed è l’argomentazione che ho usato con lei): da un racconto dell’orrore ci si aspetta che il cattivo sia molto cattivo e che il protagonista corra e reiteri il pericolo in modo convulso. Che faccia magari delle cose sciocche pur di non evitarlo fino al finale. Poi si pretende un finale che faccia finire la storia bene. Una specie di giustizia che trionfa. Muore il mostro e vince l’amore. Mica c’è bisogno di meccanismi troppo sofisticati. L’orrore può nascere da qualsiasi cosa o momento. Può anche essere disegnato in modo, diciamo così, grossolano. In fondo la lettura aspetta solo quel finale. Non è importante come si genera il mostro, più importante e com’è fatto. Descrivere e far immaginare l’immagine del male. Che poi c’è chi ci trova chissà che cosa, e quali riferimenti. Ma ci sono sempre quelli che trovano qualcosa in ogni cosa. Persino sotto i cavoli. Veramente credo che potrei essere un buon scrittore di racconti di quel genere. Immagino che basti, aprendo la porta ed entrando in una casa, poggiare gli occhi sulla prima cosa che capita di vedere e immaginarla come oggetto che si può animare. Che può nascondere dentro sè la malvagità.
Ho sempre immaginato che si possa fare così. Tutto può trasformarsi, con un po’ di fantasia, in un ordigno per una trama fantastica. Il portachiavi elettronico della macchina. La lampada da tavolo con le ombre che proietta. La cartolina che è arrivata il giorno prima. L’intero impianto elettrico, come il rasoio. Potrei aggiungere e continuare all’infinito. Ho imparato a pensare così proprio leggendo quello scrittore famoso. Lui cerca di far apparire orribile anche l’oggetto più quotidiano. Rende assassino anche l’oggetto più innocente, come un giocattolo; l’animale domestico che ha sempre fatto compagnia alla vittima. E’ anche questo che mi piace nei suoi libri. Credo che potrei farlo, è solo che lo scrivere, come il pensare, mi stanca e mi prostra un po’; e non amo parlare dei miei incubi. Chi non ne ha, di incubi? Ma c’è chi ama parlare delle sue cose e chi no. Io sono di quelli che sono genericamente più riservati. Anche se mi piace parlare con lei, non sempre, ma abbastanza, sarei un tipo taciturno. Mi piace anche il silenzio e nel silenzio pensare. Non le ho mai infatti confidato che da piccolo avevo un gatto; un soriano. O delle mie raccolte di figurine. Né dove le ho nascoste. Delle tartarughe cinesi liberate al parco.
Comunque, restando in argomento, ci sono sempre le imprese impossibili. Parlandoci mi rendo conto che nel caso di Margheretta (preferisco chiamarla Margie o signorina, ma solo nel mio pensiero perché sembra fiera di quel nome assurdo e complicato) nemmeno un grande scrittore come lui potrebbe trasformarla in null’altro di diverso da succube. Non potrebbe interpretare altro ruolo che quel ruolo. La vedo anzi estremamente portata come perseguitata; nel dibattersi con l’angoscia. Il solo cercare di immaginare cosa si può trovare di sinistro in lei mi fa accapponare la pelle. E’ una figurina così fragile e indifesa che sarebbe uno spreco e una stupidaggine. Non fossimo dove siamo e fossi, come ipotizzavo, un autore, o un regista, mi ispirerei certamente a lei. Ne farei la mia preda preferita. Sono sicuro che sarebbe la sua una interpretazione magistrale, come sono sicuro che sarebbe bellissima con gli occhi sbarrati e con quel raccapriccio che accelera i battiti e rompe il respiro. Credo però che mi sto distraendo e che sto perdendo il filo. Vorrei tornare in argomento. Credo che un giorno prenderò carta e penna. Per ora torno solo a riflettere sulle mie attitudini come scrittore di storie dell’orrore. Ritengo che nulla sia cambiato, anche se la mia esperienza mi porta a riflettere attentamente sulle variazioni che può contenere una buona storia e su cosa la può suggerire. Siamo sempre un poco condizionati da quello che ci è successo. Come dicevo ho sempre pensato che si può animare di paura ogni oggetto che capita sotto gli occhi. Continuo a crederlo e anzi ne sono più che mai convinto e confortato dalla mia stessa vicenda che in fondo ha persino allargato le possibilità, diciamo così, di ispirazione. Avevo proprio questo per la testa salendo le scale e davanti alla porta; ma facciamo un passo per volta. Questo è un altro di quei segreti di cui non parlo con Margheretta. Magari ne è al corrente, anche perché è la ragione che mi ha condotto qui.

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