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Posts Tagged ‘ospite’

tazzina di caffèMaria era ancora sudata sopra ai fornelli. Giuseppe andò alla porta ad aprire. Naturalmente lui era arrivato con una bottiglia di vino, rosso. Forse si era dimenticato che per pranzo era previsto pesce o forse il rosso era il suo colore. Entrò sicuro, impeccabile come il solito (curato al minimo dettaglio), accompagnato da un alone intenso di dopobarba. Chiese il permesso di mettere la bottiglia in frigorifero. Ce ne fossero altri come lui, pensò Annastella, così decorativi; o capitasse più spesso. Due occhi azzurri sono troppo di frequente due splendidi occhi azzurri. Lui salutò prima la padrona di casa poi l’amico e in fine l’ospite, quella giovane nuova che non conosceva; poi si accomodò senza che nulla di lui rischiasse l’offesa di una piega. C’era ancora un poco da attendere. Annastella provò a informarsi cortesemente di lui: in realtà lui pesava le risposte come se dovesse districarsi tra delle scelte, ma anche i suoi argomenti sapevano di dopobarba. Più che interessarsi voleva interessare e continuò a parlare di sé anche mentre sezionava il pesce con una precisione chirurgica. Non si può sempre avere tutto ma qualcosa, a volte, e pur sempre qualcosa; soprattutto se anche piove. Non le toglieva mai gl’occhi di dosso e quando chinava leggermente il capo, per passarsi il tovagliolo sulle labbra, il suo sguardo assumeva un’espressione strana che lei non conosceva, ma che sembrava soddisfatta o forse vagamente intrigante. Vedeva, cioè, in quegli occhi quella che lei avrebbe detto approvazione e fu in quell’istante, o poco prima o poco dopo, che cominciò a batterle il cuore. Voleva che la guardasse. Si chinò apposta. Non lo aveva mai fatto. Non riuscì a verificare che lui l’avesse fatto.
Naturalmente lei, Annastella, aveva portato il dolce.

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raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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Parlare ancora di caldo? fa solo caldo. Attacco l’aria condizionata a manetta così la smetto di lagnarmi. Naturalmente sembra una situazione di intervallo, quasi di tregua. Nessuno l’ha dichiarata ma è una necessità. Soprattutto per l’impossibilità ad opporsi a questo mese che ci vede, in città, in pochi intimi. Puoi attraversare le strade senza danno, e non è una cosa da poco vista la nostra viabilità. Anche a voler trattare non sai con chi farlo. Anche dal governo notizie sudate. Tirate al limite. Ultimi scampoli. Nemmeno i soldati fanno più notizia. Siamo arrivati a usare i soldatini a difendere la marmellata. Anche a sedersi in un bar il rischio è di non poter far altro che leggere la Gazzetta dello sport. Cerchi almeno un dialogo con la barista. E’ carina anche, ma ormai sono quasi tutte cinesi e fatichi a capirti. Hai l’impressione di metterle in difficoltà. E poi di che parli? Loro sono sempre amici di tutti. Sorriso e inchino, e quella loro pronuncia da vignetta. Ieri volevo un caffèlatte, mi son dovuto prendere un cappuccino. Capiva solo le parole cappuccino, caffè e latte, ma queste ultime due solo se staccate; e sapeva contare i soldi e dare il resto. Niente contro i cinesi, certo. Quella di oggi poi è proprio più che carina. Ed è giovane. Fa tenerezza. E ha un sorriso luminoso che regala senza avarizia. Anzi sembrano anche meglio delle nostre. Così c’è tutto il tempo di riflettere. Per avere un sogno io non me lo faccio mancare mai. Vorrei poter migliorare questa città. Invertire il senso di dormitorio. Tornare a renderla solidale. Rompere quell’impressione di gestione omertosa. Toglierle il primato di città con la gestione più “mafiosa” del settentrione che ne fa un esempio (e non sono parole mie). Darle un governo che governi l’interesse pubblico e non poche tasche private. Rimetterla a cavallo del buonsenso. Comincio a demoralizzarmi. Mi assalgono i dubbi. Non so se possono cambiare i musicisti, l’impressione è nell’impossibilità di cambiare la musica. Pian piano vi presenterò i protagonisti di questa storia. Io ne sono solo poco più che un semplice relatore. Forse il gobbo. Non posso e non voglio essere di più e poi l’ho scelto quattro decenni fa: idee e ideali possono far senza di alcuna ricompensa. Incontro Mirco. L’occasione è la presentazione del grande piccolo personaggio che l’ha raggiunto dalla Bielorussia. Con l’ospite parla in russo (il bimbo è vivace e lui felice), con noi non resta che l’italiano. Sarebbe il momento di festeggiare ma devo chiamarmi fuori, non sono dell’umore adatto. Anche se non è l’attimo più adatto ne parliamo. Non mi nasconde le difficoltà. Dice che però vale la pena provare. Pare disponibile ad una sua collaborazione. Ripeto: ho dei dubbi (anche se in sua presenza non li esprimo). Forse io stesso sto puntando sul cavallo sbagliato. Difficilmente, nel caso del cavallo, se non esce di stalla, e non smette di riempirsi di biada, può pensare almeno di piazzarsi. E lui è un amico. E mi leggerà. E non lo farà con piacere. Non ho mai mandato a dire le cose attraverso altre persone. E’ la mia condanna. Nonostante tutti il sogno è lì a portata di mano, anche se un po’ evanescente:

Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto

ma dovrà metterci anche del suo

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Avremo altre occasioni per ascoltare Francesco Guccini ma qui lo sentiamo in Don Chisciotte [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/DonChisciotte.mp3”%5D

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