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Posts Tagged ‘Osteria’

GialliCome il solito ero da Luigino. E’ il mio terreno di caccia preferito. Solitamente ci vado la sera. Non tutte le sere, certamente, solo quando mi va. E’ facile trovare ragazzine sperdute, ma anche animali di genere femminile o incerto di ogni età. Magari piene di roba e di alcol. Pettinate alla bell’e meglio. Del tipo: sono sfatta. Fatte. Che pensano di divertirsi facendoti divertire. Disposte a tutto, a volte in cambio di niente. Senza morale né pregiudizi. Di quelle che non sanno tenersi addosso le mutandine per più di qualche ora. Scatenate. Che non sanno stare sole di notte. E con la bocca piena di volgarità che credono divertenti. A volte nemmeno mi lasciano prendere l’iniziativa. Fanno tutto loro.
Invece ero lì per pranzare. Si stava facendo tardi. E fuori un sole virile picchiava come un fabbro. Lei era di tipo diverso. Nemmeno ci pensavo. Niente conciliava per l’avventura. Mi stavo solo impigrendo. Guardando intorno distratto. Cercando di ammazzare il tempo. Senza nessuna voglia tranne quella di fare niente. Ma sembrava un tipo interessante. Certo non una ragazzina. Non brutta, tutt’altro. Sicura di sé da essere quasi impertinente. In mezzo a tanti uomini: a quell’ora ci sono solo lavoratori che mangiano frettolosamente nell’intervallo. E io avevo il pomeriggio libero. E la noia in corpo.
Stavo finendo i miei wurstel e patatine con Ketchup. Lei era alle prese con un’insalatona. Foglie verdi e rosse, di varie tonalità di verde. Forse qualche scheggia di uovo. Improbabili frammenti di formaggio. La servono su terrine enormi ma è tutta apparenza. Lei ci aggiunge ancora olio. Era dal primo spritz che la stavo osservando. Lei se n’era accorta. Non aveva distratto gli occhi quando li incrociavo. Non aveva mostrato di esserne infastidita. Sembrava invece compiacersene. Mi osserva in tralice e infilza con crudeltà una foglia di lattuga. Un messaggio subliminale che non capisco. Come se mi piantasse i rostri della forchetta direttamente sulla carne. Nella sfaccia le si affaccia una sorta di sogghigno.
E’ un attimo. E’ giunto il tempo. Caccio in gola un rutto. Me lo sono meritato. La Coke mi fa sempre questo effetto. Mi alzo per andare verso di lei. Il caldo rende ogni gesto faticoso. Cerco di mostrarmi disinvolto. Mi ha notato. Mi chino con il mio bicchiere ancora in mano: “Scusi, non l’ho mai vista d”…
Alza uno sguardo quasi indifferente dal piatto vegetariano: “Mi stavo chiedendo quanto ci avrebbe messo”.
Nemmeno il tempo di elaborare la sua risposta. Un po’ in contropiede: “Cioè”?
Sorriso forzato: “Come l’avrebbe fatto. Che scusa si sarebbe inventato”.
E poi”?
Sorriso un poco più convinto, quasi di assenso, ma non si sottrae: “Cosa mi avrebbe proposto”.
La incalzavo e lei mi incalzava: “E poi”?
Come avrebbe cercato di farmi bere”.
Non bisogna mai lasciare alla donna il tempo per pensare: “E poi”?
Se si sarebbe sfilata la fede”.
Non era tipa da arrendersi. Né facile da addomesticare. Non una che fa troppo la difficile, ma nemmeno una troppo facile. Non una che dopo un bicchiere… Mi incuriosiva. Mi stava prestando sempre più la sua attenzione. Non mi sembra di quelle frettolose, ma nemmeno di quelle che se non è la grande storia non è. Non la sapevo inquadrare con precisione. Pensavo a una donna consapevole di sé: “Come vede no. Non c’è trucco. Rende tutti più… consapevoli. Non crede”?
Questa volta si prese un paio di secondi di pausa alzando gli occhi come se fosse lei a dover trovare una domanda: “Non saprei. Non ci ho mai pensato. Forse sì. Farse ha ragione. Niente le solite storie. Come si dice? Adulti consenzienti”.
Sta andando tutto per il meglio. Comincio a pensare di essere sulla strada buona. Che il più è fatto. Se non altro continua a parlarmi. Non è seccata. Anzi, pare quasi divertirsi: “E poi”?
Cosa si sarebbe inventato per cercare di portarmi a letto”.
E’ una tipa decisamente interessante. Che ne sa una più del diavolo: “Posso sedere”?
Non funziona così”?
Credo di sì”.
Scosto la sedia deciso a portare avanti l’amicizia: “Puoi anche darmi del tu”.
Anche lei… cioè tu”.
Con un sorriso nascosto in ritardo ha cercato di giustificare la piccola gaffe. Prendo posto davanti a lei. La guardo fin dentro gli occhi. Con il mio sguardo indagatore, un po’ cialtrone e un po’ assassino: “Era un po’ che ti guardavo”.
Non accenna di essersene accorta. Si sistema la gonna. Cerco di controllare com’è messa di gambe. Appoggia il mento al palmo per allargare il suo sorriso. Un gesto confidenziale. Come se volesse imparare a conoscermi con gli occhi. Scosta appena la sedia: “Siedi pure ma… stavo per andare. Non ho troppo appetito.” –e allontana il piatto.
Certo che è una con le idee chiare. Sono curioso di vedere fino a che punto è disposta a spingersi. Cioè quando mi sembra di essere vicino alla meta la sento allontanarsi. E poi tornare. Gentile. E poi c’è ancora un po’ di strada da fare. Una sorta di enigma. E io avevo deciso di avere pazienza. Che forse ne valeva la pena. Cerco di riportarla al vero senso della nostra conversazione: “E per finire”?
Cosa avrei risposto io. Non mi lascio avvicinare facilmente da sconosciuti”.
Lei era sempre presente. Feci cenno al suo bicchiere dove un sorso di bianco era diventato ormai caldo: “Cosa posso offrire”?
Da così vicino posso notare lo sforzo che deve fare per tentare di mantenersi giovane. Il trattamento maniacale che deve usare sulla sua pelle. I piccoli difetti che cerca di correggere con il trucco. Come riempie la camicetta. Quegli argomenti interessanti che gonfiano la stoffa e la tirano con insolenza. Violentemente. La cosa si sta facendo interessante, Anche se ho la pasta con le sarde sullo stomaco. Comunque non è niente male. Faccio un azzardo, furbescamente. Voglio scoprire il suo gioco. E poi va a finire che facciamo notte. Solitamente sono un tipo spiccio: “In questo ordine”?
Sorride di un sorriso più convinto, come se si prendesse gioco di me. Eh! no. Questo non avrebbe dovuto farlo: “Si! Cioè… Non necessariamente”.
In quell’attimo penso che è fatta. Ma non la conosco abbastanza. Con lei niente è certo. E poi c’è questo pomeriggio afoso. Lei pare soffrirlo meno. Immago se anche la sua camicetta le si appiccica addosso: “Come hai detto che ti chiami”?
Mi intriga e lo fa apposta: “Non l’ho detto. Comunque Jo, come Giovanna”.
In testa mi complimento per il suo nome: Jo. Facile da ricordare, veloce da dire. Il nome giusto per la protagonista di una avventura. Faccio nuovamente cenno al suo bicchiere facendolo tintinnare con il mio: “Posso”?
Sorride sicura di sé: “Ma questo non era il punto due? O, correggimi se sbaglio, il tre”?
Scusa. Non era mia intenzione farti ubriacare alle –controllo l’orologio– due e quaranta”.
Anche lei guarda l’orologio e ride: “Sì, lo so. Non siamo più bambini. Non raccontarmi la storia di cappuccetto e il lupo. Non avevamo detto che si stava per andare”?
E’ una tipa piena di buonumore e ironia. Che sa il fatto suo e mira al sodo: “Come hai detto che ti chiami”?
Te l’ho già detto. Comunque Jo, come… lascia stare”.
Fiesso d’Artico è a due passi. Un tiro di schioppo: “Antonio Minestrini. Voglio dire… il mio nome. Per te: Toni”.
Cerca di controllare la sua ilarità: “Scusa, non ti offendere. Mi ha sempre fatto ridere. Quel Minestrini”.
Ormai le sedie stanno scottando. Lei si alza. E anch’io: “Ti spiace se andiamo direttamente all’ultimo punto”?
Si fa fintamente seria: “Solitamente nemmeno io amo gettare il mio tempo”.
La sua risposta mi sorprende. E’ una tipa decisa. Che sa cosa vuole: “Cosa ti ha dato fiducia”?
Mette i soldi sul conto: “No! guarda; il contrario”.
Non sono certo di aver capito. Chi dirigeva il gioco. Ho temuto si trattasse di uno scherzo. Non potevo essere certo del risultato. Mi sono controllato intorno. Ormai siamo rimasti quasi solo noi due. Noi e uno già ubriaco a guardarci attraverso gli occhi che gli cadono dal sonno. E Luigino dietro al bancone. Che mi lancia sguardi di soddisfazione e di approvazione. Forse anche carichi di invidia. E di incoraggiamento. Ho deciso di buttarmi. Fanculo all’ora: “Dunque… si va… Da me o da te”?
Risponde con un sorriso appena accennato pieno di disincanto e di superficialità: “Preferirei un terreno neutro ma… meglio da me. Ho preso una stanza. Ti spiace se andiamo con la mia macchina”?
Di passaggio; eh! Ci avrei giurato. Per me… bene”.
Le controllo la carrozzeria anche da dietro. Niente male. Gonna stretta. Che la fascia. Salgo sulla sua mini rossa. Giuda disinvolta; credo. Le marce sono nervose. Non più di trecento metri e siamo arrivati. La pensione non è granché. Il portiere la chiama signorina Marchetta, Elisa Marchetta, e le da le chiavi. Prendiamo l’ascensore. Cerco di baciarla. Mi respinge spiegandomi tranquilla: “Un po’ di pazienza”. Intanto l’ascensore sale i due piani con una lentezza incredibile, sferragliando in modo allarmante. Lei ha il tempo di spiegarmi che non devo fraintendere: lei non è un escort e niente di simile. Non le è mai capitato. Io cerco di crederle. La rassicuro. Le spiego che l’idea non mi aveva mai nemmeno sfiorato. Non sono una da fare troppo il difficile. Lei è comunque una preda che vale il prezzo del biglietto. Faccio i conti di quanto m’è rimasto in tasca. Perché tutto era stato fin troppo facile.
Atterriamo al secondo come fossimo ammarati su Marte. Fischi, sbuffi e poi si aprono le porte. Il corridoio è buio. Mi toglie la mano dalle chiappe senza dilungarsi in proteste. La pazienza non è mai stata una delle mie doti migliori. Entrando la prima cosa che noto è che non c’è aria condizionata. La stanza non è granché e nemmeno troppo pulita, ma c’è un letto grande che la occupa quasi tutta, e le lenzuola sono state cambiate di fresco. Forse era arrivata solo quella mattina. Un letto e una poltrona. L’adocchio subito. Sono soddisfatto.
Chiamo il servizio in camera. Ci portano un prosecco mediocre. Un po’ troppo freddo per i miei gusti. Ne verso un calice per me e uno per lei. Si paga solo quello che si consuma. Lei ha abbassato un po’ le persiane. Non ho bisogno di atmosfera né di intimità, non sono uno da arrossire facilmente, ma la luce era accecante. Lei accende il ventilatore. Mi accomodo davanti, sulla poltrona che ha visto tempi migliori; con il mio calice in mano. Volevo lasciarmi alla sua iniziativa e fantasia. Ero curioso di lei. Lei si mette fra me e il ventilatore. L’aria spinta dalle pale le scompiglia i capelli. Lo ricordo ancora. Ci sa fare. Ottima recitazione. Dev’essere una che ama anche l’apparenza, il palco. Pare una parte mandata a memoria. Mi sento dentro un film.
Me ne sto tranquillo nel mio posto in prima fila. Getta lontano le scarpe. Uno alla volta si slaccia i bottoni della camicetta e io comincio a fantasticare su quello che mi sta aspettando. Il tutto in silenzio. La musica me la suono io in testa. A me piacciono le tipe che sanno prendere certe iniziative. Mi piace l’intrigo. Quelle che fanno volare il reggicalze con un gesto. Un po’ di poesia. Le interpretazioni sfacciate. Un po’ di coreografia. Cerco in tasca le sigarette e cerco di mettermi comodo. Mi ricordo che ho smesso. Quella che mi suono è la colonna sonora di nove settimane e mezza.
Schiocca la lingua e le dita. Poi qualcosa di quell’incantesimo si rompe. Lei si blocca. Sul più bello. Posso solo immaginare. Mi fissa come mi vedesse solo allora. Cambia sorriso e me ne regala uno ammiccante. Vuole farmi soffrire? Farsi desiderare? No! Ho un attimo di panico: “Certo che saresti un gran maialino”. Torna ad essere comprensiva. Come mi offrisse un gran regalo, glielo leggo in faccia, infila una mano e si estrae un seno. Niente male. Le deve essere costato parecchio. Mi rilasso e riprendo il sogno. Va tutto bene, mi dico.
Mi fa segno di fare silenzio. Io cerco di evitare anche il rumore del mio respiro. C’è solo il ronzio del ventilatore. Ho un secondo attimo di panico quando sento la sua voce suadente dirmi: “Mi dispiace. Veramente. Peccato. C’è un contratto”.
Cerco di capire. Solo ora mi accorgo della glock che stringe in mano. Io preferisco il made in Italy. Preferisco la berretta. Ognuno ha i suoi gusti. Sono sotto minaccia di quel capezzolo caldo inturgidito e della bocca fredda della canna della pistola. Il suo viso perde all’improvviso ogni espressione. Torno ad essere un estraneo. Come se si accorgesse di me solo ora. Forse è una di quelle tipe un po’ bizzarre, incostanti. Che cambiano idea ad ogni momento. Non lo avrei mai detto. Forse è una tipa che nutre rimorsi. Che ha improvvise crisi morali. Le donne sono esseri ben strani. Non so su cosa fissare la mia attenzione. Le dico “Baby!” –al momento non viene altro. Ingoio la saliva. Cerco di fare un sorriso. Forse una smorfia. Non so cosa m’è venuto. Bisognerebbe chiederlo a lei. Il suo era un sogghigno. Freddo. Gelido. Come l’Antartide. Allora gioco l’ultima carta del giocatore. L’asso che mi trovo nella manica. Il mio bluff. Con la faccia le dico sorpreso: “Non capisco”. Con la voce le dico sorpreso: “Ci dev’essere un errore. Chi ha vinto il premio”?
In certi momenti si pensa nel modo più strano, anche le cose già pensate. Non è una di quelle ragazzette, né di quelle donne sfatte e insoddisfatte, piene di vino e di tutto. Abbruttite dal sogno infranto e dal mattino. Su cui la vita ha infierito. Disperata. In cerca dell’illusione di qualcosa. Di una ragione. Me lo sarei dovuto chiedere perché una come lei doveva perdere il suo tempo con me. Per essere una tipa a posto manca un po’ di pazienza. Mi getta un foglio infastidita. Guardo. Indubbiamente la foto mi assomiglia. Immobilizzato in quella poltrona anche leggermente scomoda. Si sentono le molle. Si sente distintamente il mio cuore che scandisce i minuti. Che spacca il silenzio. Istanti di tensione. Il suo dito sul grilletto. Freme. E’ impaziente: “Chissà che mi credevo? Calma. Cazzo. Non vedi che stai toppando. Io ho gli occhi verdi. Non ho quel neo. Non sono uno e ottantuno. Arrivo a stento al metro e ottanta. Ma come si può sbagliare così”?
Mica sono un tipo da romanzo. Un po’ di scaga ce l’ho. Più di un po’. Semplicemente seguo la pallina. Gioco le mie carte. Ci provo. La situazione non è delle più eccitanti. E’ imbarazzante. Debbo ammetterlo: dietro non ci passerebbe nemmeno uno spillo. Ma perché poi dovrebbe? Mi strappa il foglio di mano. Controlla. Ci pensa. E’ contrariata. Controlla nuovamente con tutto il suo impegno. Gli occhi diventano piccoli e scorrono la carta. Li sbatte e rimette a fuoco. Ha ciglia lunghe allungate. Ha occhi espressivi. Forse è un po’ miope. Non mi sembra il caso di mettermi a cercare i difetti. In questo preciso istante. Di chiederglielo. Insisto: “E poi, cazzo, non vedi. Io sono Antonio Minestrini, al massimo Tony, solo per te, non Antony Minstrini. Chi cazzo è questo”?
Ce l’ho messa tutta. Spero di essere stato convincente. Si coccola ancora il dubbio. Mi squadra per bene. Il tempo rallenta e quasi si ferma. La canna non mostra molta simpatia. Si fa persuasa. Appoggia l’arma al comodino. Faccio molta attenzione al gesto. Certe cose uno come me le deve vedere. Memorizzare. Il battito prova a provare a rallentare. La sudorazione si limita. Si batte la testa: “Scusa. Per poco. Mi sarebbe dispiaciuto. Veramente. Tutto a posto. Dov’eravamo rimasti”?
Su questo non ho dubbi. Le torna un sorriso luminoso. Pieno di gratitudine. E di scuse. E di promesse. Lascia scendere la gonna che scivola a terra. Le gambe sono abbastanza lunghe. Non c’è male. Tiro un sospiro. Meglio tornare al presente. Mi piacciono le donne che si spogliano davanti per portarti alla giusta temperatura. Che fanno lo spettacolino solo per me. Che amano che tu le guardi mentre si spogliano. Ho ripreso colore. Mi sento un re: “Mi sarebbe dispiaciuto. Davvero”.
Accavallo le gambe. I pantaloni sgualciti. Sarebbe dispiaciuto anche a me. E lo dico sinceramente. Ormai ci tengo a questo uomo. La fortuna ricomincia a girare dalla mia parte. Cerco di darmi un tono. Mentre lo dico mi sembro scritto da Mike Spillane: “Niente paura, piccola. Va tutto bene. Stavo per prenderti sul serio”.
Chiarito l’equivoco naturalmente finiamo a letto. E io che mi ero avvicinato senza nemmeno troppa convinzione. Non era che proprio ci speravo. E soprattutto mi sarei evitato una simile emozione. Per un pelo. Lei allora cerca di farsi perdonare. Mi dice che lo sa: come farsi perdonare. Sale di giri. In un attimo. Per dirla tutta è lei a trascinarmi nel questo letto. Decisa. Piena di promesse. Volitiva. Impaziente. E a togliermi l’imbarazzo di spogliarmi. Ha mani sicure. Mi toglie i pantaloni senza nessuna incertezza.
Si dimostra subito una tipa ragionevole, e famelica, non protesta quando glielo pianto fino in gola. Non avessi troppe altre fantasie me ne resterei là in eterno. Mi piace guardare. E sarei anche curioso di vedere come finisce. Convinto che lo farebbe. E’ una di buon cuore. Che non poteva pensarlo nemmeno di farmi un torto. Ma quello né a me né a lei può bastare. Mi arrampico sulle sue tette da settemila euro; ed eran soldi ben spesi. Una vera professionista. Le piace condurre il gioco. Ho perso completamente la testa. Proprio andato via di zucca. Ma io sono uno che con le donne ci sa fare; modestamente. Al momento giusto capovolgo la situazione. In fondo sono io l’uomo. La metto sotto. In tutti i sensi. Lei scalpita e poi si arrende. Ha il diavolo in corpo. Mi incoraggia. Mi implora. M i incita. Mi sprona. Mi sputa in faccia il suo disprezzo. Si emoziona. Anche lei perde completamente la testa. Sento che non potrei resistere ancora molto. Anche lei è cotta al punto giusto. E’ a un niente da toccare il paradiso. Prendo il cuscino dell’altra piazza. Glielo metto sul viso e comincio a premere. Cerca di divincolarsi; con tutte le sue forze. Ho sempre voluto controllare cosa si prova a sentire una donna godere e morire. E dopo la prima volta ho capito che da un po’ di sapore in più. Sento che ormai le sue forze la stanno abbandonando. La sua resistenza si sta rilassando: “Lurida puttana, bastava leggessi fino in fondo. Avresti visto che mi manca il lobo sinistro”.
Mi spiace per lei ma certi errori non si dovrebbero fare. E nemmeno certe leggerezze. Comunque era stata proprio bella. Direi una delle mie migliori. Non ricordo altro. Vagamente forse la sua voce che mi spiegava: “Coglione, come te lo devo dire che non l’ho mai data a pagamento”? E’ un ricordo confuso. Forse me lo sono solo immaginato. Comunque… signorile la signorina. Poi solo buio. Mi sono risvegliato in questa stanza d’ospedale. Piantonato da una divisa da NonContoUnCazzo.
Non ho idea da quanto tempo sono qui dentro. In questo letto. Ammorbato da questi odori. Dal mio corpo partono una numero infinito di cannule. Sono attaccato a macchinari da fantascienza pieni di bip e di luci. Cerco di capire cosa è successo. Mi spiega che sono stato fortunato. Mi dice che il proiettile ha trapassato il braccio, è entrato da un fianco e, deviato dall’osso, era rimasto dentro. Che mi è stato estratto nell’operazione. Chiedo da chi sono stati chiamati, per pura curiosità e senza alcuna fiducia. Mi risponde che è stata la donna al piano a trovarmi al mattino. Strano, avevamo messo il cartello sulla porta. Non glielo chiedo e invece gli domando se non c’era nessun altro. Mi risponde che della signora Minestrini non hanno trovato traccia. Gli dico cercando di restare calmo: “Non c’è nessuna signora Minestrini”. Si scusa e si sposta e mi accorgo che sulla porta aspetta paziente Montalacapra. Sì! proprio lui: Monta La Capra.
Lui fa quella sua espressione di quello che conta e a cui non la puoi fare e, dopo essersi accertato se avevo le forze per rispondere a qualche domanda, mi pone il quesito della lotteria per capodanno: “Cosa mi dice dell’aggressore”?
Non ho nessuna voglia di ripetere questa esperienza. Preferirei fare subito e chiudere la faccenda qui. Per me anche la stupidità ha un limite. Potrei anticipare tutte le sue curiosità. Già dire cosa mi chiederà. Faccio la faccia più patita e dolorante che mi riesce: “Ci stavo cercando, ma da solo non mi stavo divertendo molto. Ho chiamato il servizio in camera. E’ arrivata una vestita sado-maso. Tutta nera. Nera e rossa. Le tette di fuori. Con una maschera di latex. Le tette, quelle le ricordo. Potrei dargliene una descrizione. Farne un identikit. Grosse, sode, insolenti. L’unica cosa che so è che era una donna. Di quello ne sono certo”.
So che a Montalacapra le tette fanno effetto. Ci perde il senno. Quando gli parli di tette anche quel neurone si spappola. E gli occhi prendono vividezza. Lo sanno tutti. E’ il suo debole. Corruga la fronte davanti al suo enorme dilemma. Sembra conservare ancora qualche dubbio: “Lei cosa ne pensa”?
E’ un imbecille in ogni centimetro: “Ma è chiaro. Secondo me si tratta di una rapina. Io già mi leccavo i baffi e lei all’improvviso ha sparato. Con ancora tutto addosso. Non mi ha fatto dare nemmeno una sbirciatina. Solo quello: le tette. Non ricordo altro. Creda a me. Quel Giovannino non m’è mai piaciuto. Fossi in lei tornerei a parlarci”.
Ma non le è stato sottratto nulla. A parte i vestiti”.
Ecco vede? È semplice. Una dilettante. Troppo rumore”.
Se ne va quasi convinto scrivendo un paio di scarabocchi su un piccolo blocco. Tiro un sospiro di sollievo. Con lui non si sa mai come va a finire. Dove va a parare. E’ una vera e propria scheggia impazzita. Magari ti offre un caffè e poi ti ripete le stesse domande per ore. Cerca di sfinirti a furia di corbellerie. E’ l’ottusità della legge. Il peggio è che lui ne è anche convinto. Che è sicuro di sé. Ma come si fa, mi dico, ad affidare una cosa così? con informazioni tanto vaghe? Il crimine non può commettere errori. Una volta era così. Erano altri anni. C’era coscienza nel lavoro. I professionisti erano gente più seria. Più attenta. Con le palle. Cazzo se mi brucia il buco sull’anca. Sembra che la carne stia prendendo fuoco. So che ci riproveranno. Ma dove son finiti i bei tempi o per… com’è possibile mandare una dilettante per un lavoro simile?

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Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Da Mario, quando era entrato Claudio, con una folata di vento e un turbinare di nevischio, era entrata anche l’aria del natale. “Chiudi la porta che si gela”. Quelli dell’età di Mario lo sanno tutti che ogni qualvolta suona un campanellino nasce un angelo. Lui era un credente blasfemo e non perse l’occasione di citare una delle sue consuete bestemmie preferite; con quelle condiva ogni pietanza e accompagnava ogni battuta. Aldo alzò distrattamente gli occhi a guardare il nuovo venuto: tutto era già stato visto. Aveva, Claudio, ordinato da bere per sé e per l’angelo accolto sgarbatamente. Poi si era chiuso nel suo bicchiere con gli occhi assenti. La sposa del venerdì si era affacciata sulle scale, gli aveva sorriso e gli aveva fatto un cenno se voleva salire da lei. Era una lusinga quasi distratta ma semplice da cogliere. Lasciò salire prima l’altro, l’angelo, per pensare a sé e perdere tempo e tradirlo. Fu così che quella figura d’amore si lasciò sporcare le ali di mondo mentre Claudio aspettava paziente il suo turno. All’inizio si erano fatti ingannare di un sorriso malizioso, poi sentirono rumori e non erano rumori d’amore. Si precipitarono tutti su ma ormai era troppo tardi. I soldi erano sul comodino e lui era volato dalla finestra.

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