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Posts Tagged ‘pace’

S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

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Verona 25 aprile: Arena di Pace e Disarmo


Assopace Palestina aderisce all’Arena di Pace e Disarmo che il 25 aprile all’anfiteatro di Verona dalle 14.00 alle 19.00

Sarà un grande incontro di persone e associazioni che credono in un cambiamento oggi necessario e possibile, a livello personale e politico, accomunate dalla convinzione che di fronte alla crisi economica, sociale, ambientale sia razionalmente logico ed eticamente doverosa LA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI E UNA POLITICA DI DISARMO.

Alle associazioni che ancora non l’avessero fatto, chiediamo di mettere ben in evidenza nella pagina Home del proprio sito il logo:
http://arenapacedisarmo.org/wp-content/uploads/logo_arena.jpg
e il link al sito dove si trovano tutti gli agggiornamenti:
http://arenapacedisarmo.org/
Ai singoli chiediamo di mettere il logo nel profilo della propria pagina Facebook

Abbiamo aperto anche un riferimento twitter da seguire:
https://twitter.com/@arenadipace
un apposito canale youtube:
https://www.youtube.com/user/nonviolentiorg
e la pagina FaceBook da rilanciare:
https://www.facebook.com/ArenadiPace2014

loc_ArenaPaceDisarmoE’ poi indispensabile il versamento di contributi da parte di associazioni grandi e piccole, ognuno secondo le proprie capacità.
Ciò che è arrivato fino ad oggi è ancora troppo poco e le spese da sostenere sono molte (a giorni un bilancio dettagliato):
http://arenapacedisarmo.org/e-io-pago/

Adesioni

E’ organizzata da: Associazione “Arena di Pace e Disarmo”

E’ promossa dalle organizzazioni nazionali:
RETI: Rete Italiana Disarmo, Tavolo interventi civili di pace, Conferenza nazionale Enti di Servizio Civile, Rete della Pace, Libera, Focsiv, Sbilanciamoci!, Forum del Terzo Settore, Conferenza istituti missionari italiani, Federazione stampa missionaria italiana, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, Rete corpi civili di pace, Rete cooperazione educativa, Beoc (ufficio europeo obiezione di coscienza) – Bruxelles

ORGANISMI: Missionari Comboniani, Movimento Nonviolento, Pax Christi, Acli, Arci, Cgil, Legambiente, Emergency, Greenpeace, Emmaus Italia, Movimento Laici America Latina, Arci Servizio Civile, Cgil-Fiom, Agesci, Amesci, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, Mir, Associazione nazionale per la pace, Beati costruttori di pace, Nessuno tocchi Caino, Movimento Decrescita Felice, Rete Radiè Resch, Banca Etica, AISeC, Auser, Un ponte per …, Bilanci di Giustizia, Chiama l’Africa, Rappresentanza nazionale volontari Servizio Civile, Comitato italiano per una cultura di pace e nonviolenza, Commercio Equo e Solidale, Centri informazione e maternità Il Melograno, Commissione giustizia, pace e creato della Famiglia Domenicana, Reorient, Slow Food, ANED, ANPPIA 

FONDAZIONI: Fondazione Nigrizia, Fondazione Exodus, Fondazione Langer, Fondazione Balducci, Fondazione Di Liegro, Fondazione Fontana, Fondazione Nesi 

STAMPA: Emi, Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, Combonifem, Vita, Messaggero Cappuccino, Popoli, Missione Oggi, Missionarie dell’Immacolata, Missioni Consolata, Nostra Signora degli Apostoli, Il Missionario, Missioni OMI, Il Quaderno Montessori, In dialogo, Peacelink, Radio Articolo 1, Radio Popolare, La nuova ecologia, Unimondo, Pressenza, Gerico Web Tv, First Line Press, Altreconomia, Articolo 21, comune-info

CENTRI STUDI: Archivio Disarmo, Osservatorio permanente armi leggere, Osservatorio Balcani e Caucaso, Centro Studi Sereno Regis, Centro Nuovo modello di sviluppo, Centro studi difesa civile, Wuppertal Institut, Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” 

Hanno aderito gli organismi locali: 
Centro Missionario Diocesano – Verona, Scuola “Penny Wirton”, Roma, Aquiloni – Verona, Associazione Civica – Vicenza, Comitato per Bilanci di Giustizia 20 – Venezia, Mondo senza Guerre e senza Violenza – Milano, Associazioni Gruppi “Insieme si può” socio Focsiv – Belluno, Gruppo di acquisto solidale Gaslein – Merano (Bz), Cortili di Pace- Pergine Valsugana (Tn), Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci – Trieste, Amici dei Popoli ONG – Bologna, Infinitiform Edizioni – Pavia, Cestim – Verona, Circolo culturale “Primomaggio” – Bastia Umbra (Pg), Il Mappamondo – Ledro (Tn), Circolo Laboratorio Sociale – Ancona, Coop. Le Rondini per un commercio equo e solidale – Verona, Watoto Ciao onlus – San Bonifacio (Vr), Comunità dell’Arca di Lanza del Vasto – Imola (Bo), Centro Amiche e Amici della Nonviolenza – Ferrara, Gruppo Missionario Cadidavid – Verona, L’Ecologico – Rocca San Casciano (Fc), Gruppo acquisto solidale della bassa Valpantena – Verona, A.L.T.A. – San Martino di Lupari (Pd), Comunità Cristiane di Base – Verona, Il Porcospino – Alessandria, TESC Tavolo Enti Servizio Civile Piemonte – Torino, Centro Mondialità Sviluppo Reciproco socio FOCSIV – Livorno, A.S.I. socio FOCSIV – Roma, Ass. per la Decrescita – Venezia, Associazione senza confini – Napoli, Celim Bergamo socio FOCSIV – Bergamo, Tavola della Pace Monza e Brianza – Monza, Good Samaritan Onlus – Ivrea, Welfareweb – Verona, Centro Psicopedagogico Per la Pace E La Gestione Dei Conflitti – Piacenza, Gruppo Sud Nord Araceli – Vicenza, Murga Saltinbranco – Vicenza, RTM Volontari nel Mondo socio FOCSIV – Reggio Emilia, Caritas – San Giovanni Lupatoto (Vr), Donne in Nero – Modena, Tavola della Pace e della Cooperazione – Pontedera (Pi), Piccoli progetti possibili onlus – Guspini (Vs), La mescolanza – Casoria (Na), Centro d’ascolto “Mons. S. Spettu” – Guspini (Vs), La Genovesa Cooperativa sociale – Verona, Coordinamento “Verso il 21 Marzo” – Verona, Rete Nuovi Stili di Vita – Padova, Casa della Pace e della Nonviolenza – Castellammare di Stabia, Amahoro –Onlus socio FOCSIV – Ugento (Le), Ass. Nazionale Domenicani per Giustizia e Pace – Napoli, Le Rondini – Verona, Missione Waibrahimu di Muhanga – Nord Kivu – RDC, Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma, Associazione Monastero del Bene Comune – Sezano (Vr), Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, Associazione Cultura della Pace – Sansepolcro (Ar), Centro Missionario di Pinerolo, Centropace Friedenszentrum Bolzano/Bozen, Comitato Piazza Carlo Giuliani – Genova, Coordinamento Comasco per la Pace – Como, Casa per la Pace – Milano, CSEV (coordinamento spontaneo enti e volontari servizio civile Veneto), CIPAX Centro interconfessionale per la pace, Centro di Ascolto per gli Uomini Maltrattanti – Ferrara, Premio Trabucchi alla Passione Civile – Illasi (Vr), Servizio Civile Nazionale Istituto don Calabria – Verona, Comunità Stimmatini di Sezano – Verona, Casa Per la Pace – Vicenza, Amici della Casa per la Pace di Vicenza, Famiglie per la Pace di Vicenza, Cristiani per la Pace di Vicenza, SìAmo Vicenza, Associazione APRIRSI – Vicenza, Gruppo CCP Vicenza, Pax Christi-Vicenza, Beati i Costruttori-Vicenza, MIR-Vicenza, La Gabbianella Coordinamento per il sostegno a distanza onlus – Roma, Comunità La Madonnina di S.Giovanni Lupatoto (Vr)

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Pubblico così come inviatomi (nel suo italiano) da un amico palestinese dei territori occupati
Mi chiamo Mohammed e questa è la mia storia
La mia storia inizia nel mese d’ottobre, un mio nipote di secondo grado che vive in USA aveva una figlia gravemente malata, egli aveva promesso a Dio che se sua figlia fosse guarita, avrebbe donato 20.000$ alla moschea di Al-Aqsa; ad ottobre è venuto qui con la figlia che stava bene, e così si è rivolto a me per aiutarlo a portare i soldi alla persona giusta e onesta a favore di Al-Aqsa in quanto lui non aveva il permesso d’entrare a Gerusalemme, e così ho pensato di consegnare i soldi a Raed Salah, un arabo d’Israele che si occupa della manutenzione e dei lavori della moschea, non pensando che tale signore era sempre sotto il controllo della polizia israeliana. La donazione infatti era fatta alla luce del sole.
Sabato 24 novembre ero a Ramallah con una delegazione italiana ospiti a cena del direttore dello staff medico dell’ospedale di Sheikh Zayed, sono tornato a casa verso ore 23. Alle 4 del mattino mia moglie mi dice che ci sono i soldati. Ho pensato che i soldati ci sono spesso nella zona dove abito, così le ho detto di tornare a dormire, ma mia moglie ha insistito, dicendo che sono entrati in casa. Mi sono alzato e sono andato verso la porta (al secondo piano dove dormo io) ed ho visto tre soldati con i fucili puntati e con il muso duro. Ho chiesto loro perché avessero forzato la porta. Per tutta risposta loro, con un cenno, mi hanno detto di arretrare. Ho ribadito la domanda ed ho avuto la stessa risposta, a quel punto ho chiesto -in inglese- dove fosse il loro capitano che è subito apparso. Mi ha parlato in arabo chiedendomi se ero Mohammed. Ho detto sì; mi ha chiesto la mia carta di identità e anche quella di tutte le persone presenti in casa mia.
Successivamente mi ha chiesto il numero del mio cellulare digitando i numeri per chiamarmi poi ha preso il mio cellulare mentre i soldati hanno iniziato a frugare in tutta la casa. Si sono fatti accompagnare nella mia camera da letto dove hanno iniziato a rovistare in tutti i cassetti. Rivolgendomi al capitano ho chiesto cosa stessero cercando in modo da aiutarli e fare risparmiare tempo a tutti quanti. I soldati hanno risposto che stavano cercando cose proibite, per me proibite. Per me proibite vuol dire armi o droga; così ho detto che nella mia casa non ci sono né armi né droga. Il capitano mi ha risposto che cose proibite vuol dire anche altre cose. Dopo dieci minuti di ispezione mi hanno detto di prepararmi e seguirli. Per me è stato un momento di sollievo perché, ad un certo punto, ho pensato che fossero venuti per i miei figli. Sono uscito da casa con loro ma ho rifiutato di essere ammanettato davanti ai miei figli e loro mi hanno ammanettato dentro la jeep militare. Prima di essere bendato e chiuso nella camionetta ho contato più di quaranta soldati dentro e attorno alla mia casa. Mi hanno portato verso una caserma militare che si trova all’entrata del mio paese[1], questo l’ho capito dal percorso della jeep. Una volta dentro sono stato visitato da un medico che parlava solo ebraico e inglese. Ho cercato di scherzare con il medico dicendo che la sua visita era gratis, quando ha finito di visitarmi mi ha chiesto di fare il traduttore mentre visitava altri tre palestinesi arrestati la stessa notte. Non li conoscevo né so da dove provenivano, ho continuato a scherzare dicendo che avrebbero dovuto pagarmi per fare il traduttore. Sono rimasto ammanettato e bendato per forse dieci ore, era facile capirlo perché ho sentito il Muezzin intonare il richiamo alla preghiera di mezzo giorno e sono rimasto lì per altre due ore circa. Ad un tratto sono arrivati quattro soldati che mi hanno tolto il filo di plastica[2] attorno ai polsi e mi hanno messo le manette che usano i poliziotti. Scortato dai poliziotti siamo partiti ancora, ho cercato di sapere dove si andava ma l’unico soldato che parlava inglese mi ha detto di stare zitto perché nemmeno lui sapeva dove stavamo andando. Dopo quasi due ore di viaggio siamo arrivati a destinazione, ho capito che si trattava di Betah Tekva[3] nei pressi di Tel Aviv. Durante il viaggio mi hanno chiesto se parlavo ebraico ho detto di no, che oltre alla lingua araba parlo inglese e italiano. Uno dei soldati mi ha chiesto, sempre in inglese, che cosa ne pensavo di Ahmadi Najad[4], il presidente iraniano. Ho risposto che quello è un gioco tra Iran e USA e alla fine si metteranno d’accordo. L’Iran consegnerà il centro nucleare e in cambio otterrà maggiori controlli sull’Iraq. Una volta dentro la caserma mi hanno fatto un’altra visita medica e mi hanno fatto spogliare completamente nudo per passare attraverso il metal detector. In seguito mi hanno portato al secondo piano, dichiarato in stato di arresto per novantasei ore. A quel punto mi hanno nuovamente ammanettato con le manette in ferro e bendato gli occhi finché siamo entrati in una camera dove mi hanno tolto la maschera da sub con vetro scuro, nella stanza era seduto un uomo in borghese, il capitano B. del servizio di sicurezza israeliano. Col viso sorridente mi ha chiesto se volevo del caffè, ho detto di sì, fino a quel momento nessuno mi aveva ancora detto perché mi trovavo lì. Ha iniziato a chiedermi nome, cognome, data di nascita di tutta la mia famiglia e cosa fanno i miei figli. Subito dopo mi ha chiesto se conoscevo arabi israeliani. In quel momento ho capito perché mi avevano arrestato. Ho risposto che conosco due membri del parlamento israeliano: Mohammed Baraka del partito comunista, incontrato in un dibattito politico, e Ahmad Teibi, incontrato quando ho lavorato per Bruno Vespa in qualità di interprete, inoltre, ho aggiunto, conosco lo Sheikh Raed Salah. Il Capitano B mi ha detto di dimenticare i primi due e di parlare della mia relazione con lui. Gli ho raccontato la storia dei 20.000$ con tutti i dettagli: dove ho consegnato i soldi, se era da solo, se mi ha rilasciato una ricevuta. Ho spiegato che era la seconda volta che lo incontravo. La prima era stata tre o quattro anni fa nella mosche di Al Aqsa e la seconda nel mese di ottobre. Ho raccontato la storia perché la donazione è passata tramite il conto corrente di un’ associazione registrata legalmente in Israele e riconosciuta dal ministero degli interni. Il capitano mi ha detto di andare a dormire al primo piano. Durante tutto l’interrogatorio sono rimasto con una mano ammanettata alla sedia. Scendendo mi hanno risparmiato il trattamento della bendatura e mi hanno lasciato le mani libere. Il posto per dormire era un box di cemento con una porta di 2,5 metri per 2,5, senza finestre. L’aria era ventilata attraverso un sistema di aerazione, le luci sono rimaste sempre accese e il bagno era in un angolo non separato dal resto della stanza. Un lavandino, due materassi molto bassi e qualche coperta. Ero molto stanco e mi sono addormentato quasi subito. Il giorno dopo ho ricevuto come colazione un pezzo di pomodoro, un pezzo di pane e yogurt, poi mi hanno portato nuovamente al piano superiore, ammanettato e bendato. Questa volta era presente un altro capitano: A. Mi ha fatto le stesse domande ma ho dovuto rispondere per iscritto, in arabo e firmare. È tornato il capitano B. che mi ha rifilato le stesse identiche domande cui ho dato le stesse risposte. Un terzo capitano, M, è intervenuto, poi un quarto, AK. Anche lui mi ha fatto le stesse domande, poi il capitano A mi ha chiesto cosa potessi fare per dimostrare la mia buona volontà verso di loro. Ho detto che non capivo il significato della domanda, e lui l’ha ripetuta identica. Ho ribadito con chiarezza che non sarei mai stato una loro spia, anche se avessero puntato i fucili contro la mia testa non sarei mai diventato un loro cane, ripetendo la parola cane più di una volta. I tre capitani ci sono rimasti male per la mia definizione, perché ho definito cani le spie. Ad un certo punto ho chiesto al capitano B. se lui avesse rispetto per i cani che tradiscono il proprio popolo per i soldi. Lui ha avuto il coraggio di dire di no. Hanno continuato con il discorso su Raed, cercando di scoprire altre relazioni tra me e lui ma senza successo. Ho iniziato a sentirmi più forte di loro ed ho iniziato a parlare di politica. La prima cosa che ho detto è che la mia presenza in Israele è una violazione della convenzione di Ginevra perché è proibito trasferire i cittadini dei territori occupati altrove. Ho parlato del terrorismo dicendo che per me è ogni atto compiuto da un individuo o da un gruppo ed anche da uno stato che minaccia la vita o danneggia la vita altrui fisicamente, moralmente o ostacola la libera circolazione a causa della religione, lingua e razza. Alla fine sono arrivato a dire che l’occupazione è un atto di terrorismo come anche gli insediamenti, i Checkpoint e il muro.
Loro cercavano di spostare il discorso mentre io sono riuscito a trasformare l’interrogatorio in un processo politico contro l’occupazione. Mi sentivo più forte di tutti loro. A quel punto il capitano A mi ha chiesto se ero disponibile a passare il test con la macchina della verità. Ho detto di sì, così avrei potuto dimostrare quello che avevo sostenuto fino ad allora. Il giorno seguente, cioè martedì, mi hanno condotto nuovamente al secondo piano, sempre con lo stesso trattamento. Si è presentato il signor R. che mi ha spiegato come funzionava la macchina, mi ha letto le domande prima di iniziare. Sette in tutto. Due su Raed: se ho altri rapporti di denaro con lui e se ho altri tipi di relazione con lui. Lì per lì ho deciso di fare un gioco con il signor R. e gli ho detto di non chiedermi se avessi mai toccato armi in vita mia. Il signor R. sembrava aver trovato un tesoro perché il suo cliente voleva confessare di aver usato armi prima. Gli ho spiegato cosa intendevo: ho sparato una volta in Sardegna con un fucile da caccia, quando sono andato in montagna con lo zio della mia ragazza, la seconda volta mi sono fatto fotografare con un mitra con la polizia palestinese nel 1994 a Gerico (era per festeggiare l’arrivo della ANP). La verità è che ho sparato quattro volte non una. La seconda cosa che ho detto di non chiedermi se dico bugie, perché io dico sempre le bugie a mia moglie in quanto ho tante relazioni sessuali. Anche se questo non è vero lui ha preso le due domande per metterle nel test. Prima cosa, mi ha detto, facciamo un semplice test. Mi ha chiesto se era domenica, ho detto no, poi se era lunedì, ho detto no. Allora mi ha chiesto se era martedì ma mi ha detto di rispondere di no. Il test è cominciato sembrava una scena teatrale: la macchina era composta da due anelli collegati con uno strumento a sua volta collegato con un computer. Uno strumento per misurare la pressione del sangue e due molle appoggiate al torace ed uno sullo stomaco, collegati anche loro al computer. Seduto sulla sedia mi diceva di non muovermi perché il test stava per iniziare. Dopo pochi minuti ha girato il monitor per farmi vedere la risposta quando ho negato che fosse martedì. Mi ha mostrato che l’oscillazione era diversa e non regolare come le altre. Mi sono messo a ridere dicendo che il diagramma era stato preparato tanto tempo fa e che questo gioco si può fare con i bambini ma non con un uomo di quarantasei anni. Ha fatto finta di essere arrabbiato dicendo che lui è un professionista, ha fatto finta di andarsene ed io non ho fatto nulla per trattenerlo, poi ha ripreso da solo con il testo. Mi ha fatto le sette domande più le due che avevo suggerito:
1- tu sei Mohammed…………Sì,
2- sei musulmano………Sì,
3- ha una relazione diversa con Raed…………NO,
4- hai un’altra relazione con Raed………NO,
5- abbiamo una sedia qui…………….Sì,
6- abbiamo una porta qui………………..Sì,
7- hai paura che ti farò domande diverse da quelle concordate prima……………NO
(anche se dentro di me dicevo che se il test è vero sicuramente mi farà domande diverse da quelle concordate prima)
A quel punto mi ha fatto le due domande sulle armi e sulla mia vita sessuale, sempre con la stessa scena.
Il test è stato ripetuto per più volte cambiando l’ordine delle domande.
Alla fine il capitano Ak. è arrivato dicendo che ho fallito sulla questione che riguarda una relazione diversa con Raed, la domanda dove sono stato sincero al cento per cento!
I tre militari hanno iniziato a bombardarmi con la stessa domanda… “parla, cosa hai con Raed? Il test ha provato questo fatto”, loro parlavano mentre io ero tranquillo sorridendo, la mia risposta era: niente di questo è vero, ribadendo che i fatti sono uno due: o la macchina è un grande fallimento, o loro mi prendono in giro. È andata avanti così per quasi due ore. Ho iniziato nuovamente a parlare di politica, l’importanza del processo di pace, arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto, dicendo che Israele ha 3 scelte: due stati per due popoli con il ritiro dai territori occupati nel ‘67 Gerusalemme est inclusa; la seconda alternativa un stato tra il mare ed il fiume per due popoli e la terza un stato di aparthaid come era il Sud Africa. Ho detto che lo stato di Israele ha favorito la creazione di Hamas per colpire OLP, e che la pace è interesse d’Israele, non solo dei palestinesi, e che il futuro non gioca a favore d’Israele, avrebbero dovuto lavorare per porre la fine del conflitto durante la presenza di Arafat, mentre adesso dovranno farlo con Hamas e Al-Fatah altrimenti il futuro sarà Al-Qaeda e sarà impossibile pensare ad una soluzione politica. Mi hanno chiesto che ne penso dei profughi, la mia risposta è stata che basterebbe avere la volontà e la soluzione si troverebbe, ad esempio, una parte dei profughi potrebbe essere trasferita a vivere al posto dei coloni. Dopo poco mi hanno spedito nel box.
Mercoledì mattina, la guardia mi ha chiamato dicendo che dovevo andare alla corte militare del carcere. Sono arrivato lì ammanettato e bendato, legato ad una catena tra i piedi. In aula mi hanno liberato dalle catene e dalla benda. Sono stato scortato da due soldati e posto davanti ad militare presentato come giudice militare e al suo assistente. A sinistra un signore in borghese parlando in arabo mi dice essere il procuratore militare, e mi informa che la corte ha deciso di prolungare la mia detenzione per altri quindici giorni. Ho chiesto se la decisione era stata presa senza ascoltare me o il mio avvocato, la risposta è stata sì. Solo dopo qualcuno mi ha detto che era stata incaricata della mia difesa la famosa avvocatessa israeliana Lea Tsemel. Ho saputo in seguito che è stata incaricata da un gruppo di amici italiani. Alla fine mi hanno riportato di nuovo al secondo piano per una nuova serie d’interrogazioni, di nuovo sul fallimento del test, di nuovo ho dirottato il discorso sulla politica ribadendo che a nessuna condizione sarò un loro cane. A quel punto il capitano Ak. mi ha detto che se lui intende farmi lavorare per loro lo farà perché secondo lui ogni persona ha un prezzo. Ho deciso di giocare di nuovo chiedendo: sei sicuro che ogni persona ha un prezzo indicandolo? Lui ha capito il gesto ed ha cambiato il discorso. Allora mi ha chiesto dove si trovavano le ricevute del pagamento. A casa mia -ho risposto- ma non sarà facile trovarle senza la mia presenza. Dopo una lunga discussione hanno accettato di farmi accompagnare a casa per prendere le ricevute. Ho accettato ma a condizione di non entrare ammanettato o bendato. Siamo saliti in macchina, mi hanno portato al checkpoint di Qalandia, durante il viaggio hanno usato tre catene: una per le mani, una per i piedi e la terza per collegarle tra loro. Vicino Qalandia c’erano circa venti soldati che ci aspettavano. Sono sceso dalla vettura ed ho chiesto di togliermi la catena come d’accordo. I soldati non ne volevano sapere, hanno solamente sganciato la terza catena che era poi tenuta ad una estremità da un soldato. Ho deciso di non andare a casa chiedendo di portarmi indietro al carcere. L’autista della vettura che mi ha portato da Betah Tekva si è rivolto verso di me e mi ha consigliato di andare con loro, altrimenti i soldati sarebbero andati a casa mia da soli e avrebbero potuto distruggere tante cose e terrorizzato la mia famiglia, così sono stato costretto ad andare. Il capitano mi ha detto che avevo diritto a salutare la mia famiglia ma senza aggiungere nulla sull’interrogatorio. A casa mi hanno preceduto, i miei figli erano li. Il capitano aveva chiesto ai soldati di portare il cane, i figli pensavano si trattasse di un cane vero e hanno avuto paura, ma lui indicava me, sono arrivato. I bambini e la moglie erano tristi, avevo paura di una reazione del mio figlio più piccolo, Ali di 15 anni, I miei occhi erano sempre su lui, cercavo di tenerlo calmo. Ali secondo me era capace di alzarsi per picchiare i soldati. In quel momento ho compreso la rabbia che si trova negli occhi di tutti i bambini palestinesi.
Una volta che abbiamo preso le ricevute siamo tornati al checkpoint e da lì verso la prigione. Il giorno dopo, giovedì, mi hanno portato alla corte di Ofer, nei pressi di Ramallah, perché l’ avvocatessa ha presentato un appello per il mio rilascio. Il viaggio di andata è stato tranquillo, mi hanno portato davanti alla corte, dove c’era il procuratore, il giudice, un interprete di lingua ebraica ed una ragazza per stendere il verbale. Il giudice si è rivolto verso di me dicendo: la seduta è aperta mentre l’avvocato non era ancora arrivato. Mi ha chiesto se preferivo la sentenza subito o se volevo aspettare la domenica successiva. La mia risposta è stata che non tocca a me a decidere, questi fatti vanno regolati tra giudice e avvocato, a quel punto è entrato l’avvocato. Mi hanno portato fuori dall’aula; ho sentito che parlavano in ebraico, dopo di che l’avvocato è andato via, mi hanno fatto entrare ed il giudici mi ha chiesto se volevo aggiungere altre parole oltre quelle dette dall’avvocato.
Ho detto che l’ebraico non è la mia lingua e che non sapevo cosa avesse detto l’avvocato, il giudice ha riferito che l’avvocato aveva chiesto il mio rilascio. Ho detto che ero innocente e che non avevo nulla da aggiungere. Mi hanno poi portato nuovamente in carcere. Il viaggio di ritorno è stato il momento peggiore. I soldati erano tre più un vero cane, un lupo grosso che appena mi ha visto ha iniziato a saltare ed abbaiare. Per fortuna ho visto che la bocca del cane era chiusa, mi hanno fatto salire in macchina, e dopo di me il cane, tra me ed il cane c’era una barriera di ferro, e così siamo arrivati a Petah Tekva. Il soldato che guidava ha chiesto a quello che teneva il cane di farlo saltare proprio vicino a me. I soldati tutti ridevano a voce alta. Da quel giorno non ho più visto gli investigatori, mi hanno isolato in una cellula fino a martedì quando mi hanno informato che potevo tornare a casa, dopo dieci giorni; dieci giorni con sentimenti misti, rabbia, orgoglio, paura per la mia famiglia, sentirsi forte, più forte dell’occupazione.
Qui non posso scordare gli amici italiani, quelli che stanno a Gerusalemme o quelli che si trovino in Italia, la loro posizione, il supporto era chiaro e evidente, le parole grazie non basteranno, sarò grato per tutta la mia vita, cito in particolare Raffaele Spiga, il rappresentante della regione Emilia, non posso scordare quando l’avvocato mi diceva che gli italiani si sono mobilitati tutti per seguire il mio caso, le sue parole mi hanno fatto sentire più forte.


[1] Ar_Ram, è a pochi chilometri da Gerusalemme di cui ne farebbe parte ma è separata dal muro.
[2] Le manette sono costituite da un sottile e forte filo di plastica, tipo quello che si usa per chiudere i pacchi o i cavi elettrici, se stretto forte blocca la circolazione del sangue.
[3] Questo luogo è in Israele, di conseguenza Mohammed è come se fosse stato arrestato e in un altro paese, atto illegale secondo il diritto internazionale.
[4] È il grande anatema degli israeliani, ai nuovi arrivati che frequentano le Ulpam, le scuole dove si impara l’ebraico vengono ripetute delle frasi per apprendere la grammatica, una di queste dice: Ahmadi Najad è buono o cattivo? Cattivo. È la risposta della classe.

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E noi, davanti a questo mare
–fetida pozza d’acqua
sepolcro delle nostre vergogne,
ossario–
cerchiamo di dimenticare,
ma se sappiamo ascoltare
il silenzio in silenzio
allora potremmo sentirlo,
con onde solo placide all’apparenza,
ancora raccontare di storie lontane
e magari finanche di velieri e imprese
e dell’orribile pesca temiamo
le membra straziate
poiché non c’è pace se non è di tutti
e non c’è libertà se non per tutti
e non c’è giustizia nel sonno pasciuto
giacché non c’è futuro senza lotta,
e a riva porta il corpo del pesce,
questo mare,
e resti di vecchie parole
e persino gesti stanchi
rassegnati
e allora tutto è perduto
ma infuria tra le onde
di rabbia la sete di giustizia
e nuove grida si staccano dal silenzio
non c’è perdono per i carnefici,
non ci sarà,
sbarca a riva la miseria
e il mare si lascia alle spalle
per una nuova speranza
ché il mondo è stato creato senza frontiere.

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bandiera-palestinaLe parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

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bandiera-palestinaA ripetermi rischio di annoiare me stesso. Non cerco di scrivere un diario, io scrivo versi, racconti, cerco di giocare con le parole. Le parole appunto. E poi ci sono persone che lo fanno fin troppo bene, anche molto bene, anzi benissimo, come la Rossana delle mie storie, la mia Valentina, come Lei, e Lei, e tanti altri, molto più bravi di me. Anche per le foto devo denunciare la mia pigrizia e i miei limiti. So improvvisare, forse, col tempo, ma mi ci ritrovo stretto in uno spartito. Sì! forse sono solo scuse, che poi certe cose mica le spieghi. Sono partito e non mi sembra. Non mi sembra di essere mai partito cioè arrivo in Palestina e mi sembra di essere solo tornato, più precisamente di trovarmi a casa. E’ vero, l’aeroporto, che raggiungi non senza fatica, è quello di Tel Aviv e ti accoglie subito un busto del Dracula di Bram Stoker, quell’opera calligrafica che ci ha regalato Francis Ford Coppola. Personalmente lo trovo un po’ invecchiato, ma il tempo passa anche per i personaggi dei films, anche se si stenta a crederlo. Sotto leggo Ben Gurion, ho il fugace dubbio che il metallo abbia imprigionato una severità e una accidia che vanno oltre il significato che si voleva dare in quel film. Ho il dubbio di essermi sbagliato. Intorno è tutto in ordine, in un ordine sbandierato che sa un po’ di propaganda, con gli eroi dello sport inchiodati alle pareti, con un’aiola ingombrante come fosse un benvenuto, insomma sbarchi in israele ma è solo un attimo e subito dopo è già Palestina. Sono ancora in Palestina. Tra quei sorrisi che sembrano volerti loro dire “Coraggio”; loro. Tra quegli occhi di donna profondi che paiono carichi di orgoglio e misteri. E la gente di Palestina abbraccia il visitatore e lo riempie delle sue musiche; musiche e odori, sapori.
Le parole appunto. A volte hanno suoni aspri, duri, soffici; sì! le parole hanno suoni, sono suoni, anche della mente. Qualcuno, e forse a ragione, sostiene che dovremo emendare il nostro vocabolario, liberarlo dei termini che ricordano violenza, guerra, distruzione, dolore, eccetera. Come dicevo secoli fa: quelle parole massimo asprore, ma erano antichi suoni di ragazzi, quelle, solo imbarazzata poesia: qui, in questa terra che ti costringe a guadagnarti tutto, fin dal mattino, le parole sono vita, a volte lotta, alla fine possono diventare futuro. Ma io non temo le parole. E dove la lingua può essere un confine, in questa terra di confini, per uno che conosce poco più della lingua dei gesti, allora cerco di ascoltare con gli occhi e col cuore; curioso di tutto; imparo ad amare anche certi silenzi; e soprattutto gli sguardi. Già ho parlato di sguardi di occhi arrossati che piangono, per ricordi che non invecchiano mai, che sfidano il tempo; in questa terra dove ogni pietra ha una storia e un dolore. Soprattutto ho imparato a liberarmi del pudore di un abbraccio; la vita in fondo è una continua lezione di vita, basta sapersi accettare e saper accettare, la vita sono gli altri; la vita è fuori. Non bisogna mai restare alla finestra a guardare, il tempo passa ugualmente, si rischia di ereditare solo rimpianti, di annoiarsi del niente. Sono così e ho impiegato ben più di mezzo secolo cercando di accettarmi.
Le parole appunto. Io non temo le parole, siano esse gridate o sussurrate. Certo si può temere il significato e il significante di ciò che veicolano, nei ricordi, nei ricorsi, nel loro essere e assemblarsi. La verità è che io non sono propriamente uno che ama arrendersi o chinare la testa. Di parole ne conosco poche, non ho potuto studiare molto, soprattutto per colpa mia, e perché la testa non c’era, anche per ciò non ho il piacere di vedermi rubare anche quelle poche. E siamo in un paese dove qualcuno, innominabile, ama costruire muri. E siamo qui (utopisti) col desiderio confessato, fiero e testardo, di abbattere muri, qui Nel baratro. Perciò diamo voce alle parole, credo che basterebbe pulirle, caricarle di corrispondenze nuove. Se noi abbiamo il coraggio della nonviolenza perché averne pudore e non sentirsi combattenti per la Pace? L’arma del Partigiano è la scelta, come diceva qualcuno al cui nome il solo accostarmi mi fa provare vergogna, odio gli indifferenti. E quell’odio in fondo è un grande gesto d’amore, amore per la vita, un grido disperato di essere vivi. Alla fine porto dal viaggio tanti volti, tante espressioni, e tutti quegli occhi di donne, di donne che come tutte le donne si liberano da quell’angolo in cui il genere, in tutti i posti del mondo, cerca di relegarle e sono in trincea, sono davanti nella lotta, sono il cuore della lotta, sono sempre il vero orgoglio di essere, e di essere libere, e di essere ma a testa alta.

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ImmagineOnestamente la battuta, del titolo, la trovo anch’io scontata ma in tutta onestà non ho trovato di meglio e mi pare adatta. Allora l’8 gennaio ci troviamo con l’amico Vito per parlare proprio di “Diritto Internazionale”, questo sconosciuto, cercando poi di focalizzare le nozioni sulla questione palestinese. La curiosità è quella di apprendere almeno un paio di informazioni di base per cercare di capire di cosa andiamo parlando e sentirci un po’ meno digiuni. Io forse sono un po’ troppo pragmatico e la testa, che non è mai stata un granché, oggi, anche per l’età, è quello che è, allora cerco di capire quello che posso. Tralasciando i termini in latino, che resta una lingua morta, Vito ci spiega in soldoni che il diritto internazionale è una scienza che non c’è, ovvero che regola i rapporti soprattutto attraverso un qualcosa chiamato “consuetudini”; a me, e spero non solo a me, già tutto mi sembra fumoso. Non bastasse che non è comunque facile parlare di Diritto, se poi si aggiunge Internazionale la cosa diventa assolutamente ardua. C’è chi confonde le leggi e la giurisPrudenza con la giustizia, chi si distrae ed entra nei territori dell’etica, della politica, della storia (questa sconosciuta), delle comunicazioni, chi si distrae e basta, eccetera, e chi più ne ha evita spesso il buon tacere. Vallo a spiegare tu, per esempio, che certe congregazioni non hanno alcuna forma né validità giuridica, certe persone non si arrendono e ripropongono la domanda pari pari.
Stabilito, ma non accettato, che la giurisPrudenza offre degli strumenti che sta poi a noi cercare di usare e rendere efficaci, un po’ come mettere in mano uno scalpello allo scultore, possiamo giungere alla conclusione che l’occupazione, e in quella che chiamano West bank o Cisgiordania e che noi ci ostiniamo ancora a chiamare Palestina, è in atto una vera occupazione, metterebbe in essere degli obblighi a cui israele si sottrae e che non vuole assumersi. Stabilito che l’occupazione, che dovrebbe essere temporanea, e qui parliamo di 66 anni, è un atto condannato dal diritto internazionale. Stabilito altresì che il blocco, in termini tecnici, l’assedio nel gergo corrente, di Gaza equivale a un atto di guerra e comunque comporta gli stessi obblighi sopracitati, cioè che l’occupante dovrebbe farsi carico dei bisogni primari delle sue vittime. Stabilito infine, con parole molto prosaiche, che l’occupante sionista se ne frega dei propri torti e obblighi anche là dove ha sottoscritto trattati o accordi; compresi quelli da lui stesso proposti; la domanda che resta sulla Palestina è: cosa noi possiamo fare?
Ora, consultata la carta, o con una ricognizione, per chi può, sul posto, ci troviamo a constatare che la Palestina è oggi un paese che non esiste, già nei propri libri di testo israele parla di insediamenti nel proprio territorio riferendosi a quelli che si possono chiamare ghetti o riserve, o al massimo enclavi, e che chi è più colto chiama bantustan. Per israele quelli non sono differenti dai tanti campi profughi seminati all’interno e all’esterno e pertanto probabilmente di unica pertinenza della carità e del sostegno delle agenzie e delle operazioni umanitarie. Per israele la Palestina non esiste e non è mai esistita e così i palestinesi che per loro paiono giordani, nel migliore dei casi. Molto modestamente io sostengo poche cose: Sono in favore dell’autodeterminazione dei palestinesi pertanto non mi sbilancio in una tesi politica su quale può essere la forma di un eventuale futuro stato di Palestina poiché credo non abbiamo molto da insegnare. Ritengo che sicuramente la “battaglia” non si può vincere sul piano militare, ma su quello diplomatico. Che vada affrontata sul territorio ma soprattutto che possa trovare i suoi veri strumenti di riscatto nella solidarietà internazionale e per questo sostengo il lavoro di tanti attivisti e ammiro quello delle campagne del Bds (Boycott, Divestment and Sanctions (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni)) e oggi partecipo, con interesse ed impegno, alla campagna “Free Marwan Barghouthi and all Palestinian prisoners” per, come dice il titolo, la liberazione del grande leader palestinese Marwan Barghouti (forse l’unico ad avere la credibilità necessaria per essere interlocutore e poter trattare col governo degli invasori) e di tutti i prigionieri palestinesi. I palestinese continuano da sempre a chiedere come premessa a qualsiasi vero colloquio di Pace la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento del “diritto al ritorno”.
Fino ad ora non ho saputo dire che una serie di ovvietà, ne sono consapevole, ma vorrei usare questo spazio per togliermi alcuni sassolini dalle scarpe. Credo che nessuno da qui dovrebbe parlare a nome dei palestinesi visto che sanno farlo egregiamente e sicuramente meglio da soli; forse dovremmo imparare ad ascoltarli. Credo che la causa palestinese abbia bisogno di alleati e non di nemici (di quelli ne hanno fin troppi): poco capisco la folle strategia di scompaginare le nostre forze invece di quelle dell’oppositore, questa mania comune alla sinistra di nebulizzarsi in mille frazionismi, di sottolineare tutte le differenze, di gridare una proprio superiorità etica, politica e culturale a scapito di una organizzazione capillare e in grado di dar forza ai progetti. Questo etichettare come traditori tutti colori nei quali si riscontra un minimo segnale di dissenso, magari spesso solo terminologico; inviterei anche a rileggere gli accordi di Oslo con un occhi meno ideologici e più pragmatico, ma non sarebbe male una rilettura più vicina della nostra tanto sbandierata e sconosciuta Resistenza. E infine vorrei stigmatizzare, in mezzo al tanto che mi è sfuggito, tutti coloro che occupano la maggior parte delle loro energie, se non tutte, per rendere difficile se non impossibile il lavoro degli altri attivisti in nome di una sorta di “purezza delle idee” e di bisogno di vetrina. Dopo questo me ne torno in silenzio, non mi piace prendermi sul serio, torno a fare ciò che mi piace e ciò il militante di base, il manovale e parlare della periferia dei grandi discorsi, di emozioni, di stati d’animo, se posso e ne ho l’occasione e ne sono capace di cultura, e ripeto: Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

 

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Ci fermiamo in un posto emblematico. Un crocevia. Dove è cominciato tutto. Dove Jaffa diventa Tel Aviv o Tel Aviv diventa Jaffa. O dove Tel aviv, “collina della primavera”, finisce e comincia Jaffa. O dove Jaffa o Giaffa finisce per diventare Tel Aviv. Uno di quei bivi della storia. Uno dei tanti. Uno dei tanti bivi delle storie palestinesi. Davanti a noi c’è una costruzione, ora c’è anche un bar. Ha un numero che di per se è testimonianza dura. Siamo al 48. Da una parte movevano quelli dell’Haganah[1] (La Difesa), dall’altra avanzavano i terroristi assassini della Banda Stern, ma potevano anche essere quelli dell’Irgun o altri cani simili. Belve assetate di sangue. Senza pietà. Poco più avanti c’è un vecchia casa palestinese. L’ultima dell’intero quartiere. Anche su quella gli occupanti hanno voluto porre in segno dell’invasore. Lo potete vedere nella foto. In quei giorni tragici quando hanno cominciato ad urlare le armi la gente scappava e correva e moriva e resisteva. L’ultima flebile resistenza cercò di difendere la moschea. Al posto del popoloso quartiere ora c’è un parco. Le case e la gente è sepolta sotto quell’erba, quei viali, l’asfalto di un parcheggio. C’è anche un parco per gli animali. Non un posto per i palestinesi musulmani. Isolata c’è la moschea nel mezzo del parcheggio. La moschea è stata ricostruita, coi soldi dei sopravvissuti, di chi ha avuto pietà, ma è vietato l’uso come luogo di fede.
Davanti a quella moschea ci fermiamo a parlare e a guardare le foto che ricordano quei giorni e quella storia. Ma non sempre la storia si limita alle pagine dei libri, tutt’altro, spesso ne esce, si fa protagonista, scende nelle cose, si fa trovare. Qualcuno approfitta per fumare. Qualcuno, pochi, si distrae. C’è un po’ di brusio, di chiacchiericcio. Un palestinese si tiene in disparte e pare interessato a quello che dice il nostro accompagnatore. Luisa gli si avvicina. Luisa è una persona incredibile. Speciale. Dovrei spendere pagine di parole per parlare di lei. Luisa è Resistenza. Luisa ha un cuore enorme. Insomma Luisa è Luisa. Parla in disparte, sottovoce, con quell’uomo dall’aspetto umile e remissivo. Torna con lui per raccontarci che lui è uno dei sopravissuti, degli scampati a quell’immane eccidio. Lui cerca di aggiungere qualcosa: in quella fuga ha perduto due fratelli. Erano solo bambini, come lui. La ferita di quel dolore non s’è mai rimarginata. Come può un tormento simile trovare pace? I suoi occhi si riempiono di lacrime. Si allontana velocemente per rifugiarsi nel pudore del suo taxi. Aspetto che torni. Non posso che dirgli grazie e abbracciarlo. Sento le sue ossa contro il mio petto. Siamo fratelli e vorrei portare un po’ di quel peso. Gli chiedo scusa per una colpa che non ho. Non ho alcuna colpa di ciò? Dai suoi occhi tornano a sgorgare lacrime che questa volta si mescolano alle mie.
Più avanti c’è una casa diroccata e ricostruita ora usata per testimonianza dall’altra parte, dal sionismo, scusate la volgarità. Sul muro sbrecciato una targa che inneggia alla “liberazione”. I morti tacciono e giacciono sotto terra. Le macchine passano sopra e parcheggiano. Dovrei forse ammirare l’ironia di questi occupanti? Dovrei forse imparare qualcosa dall’ironia della storia? Intorno si alzano grattacieli in una città senza anima, senza passato, senza amore. Luisa ha detto che chi vuole possedere non sa amare. Mi son scritto queste parole che trovo giustissime e bellissime. Sotto i nostri piedi scorrono i fiumi di sangue. Il terreno ha provato ad assorbirli. La gente ha provato a dimenticare. Ha voluto dimenticare. Spero che la vergogna torni a trovarli ogni notte. Torni magari declamando i nomi di tutte quelle vittime. Ora al loro posto c’ Tel Aviv e Jaffa, due città senza un’anima. E il traffico corre veloce, come scappasse. E il cielo è imbronciato. E oggi persino il mare mugugna. Vieni in Palestina e sai che la Palestina ti cambierà. Un pezzo di Palestina ti si conficca nel cuore, non puoi che portarlo con te. Soffri, ti indigni, anche sogni, ma non puoi che tornare innamorato della Palestina.


[1] organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il Mandato britannico dal 1920 al 1948.I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
così la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.
Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.
Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.
Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni.
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.
La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.
Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta!
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio?
Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste, senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?
Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò sei palestinese e lo rimarrai.
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio.
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma,
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

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Storia di un’emozione che i nostri compagni di viaggio non hanno potuto condividere (ma ogni foto e tutta la Palestina è piena di storie).
Andiamo a Bovezzo. Perché c’è una grande festa per la Palestina. Perché ci sono dei meravigliosi amici ad aspettarci. Perché abbiamo spedito la nostra mostra dei disegni dei bambini di Gaza su quel vergognoso conflitto. Perché così ci va e ci dà soddisfazione. Insomma andiamo a Bovezzo che per chi non lo sa è ad uno sputo da Brescia. E andando sappiamo di incontrare anche Luisa. Per essere precisi fino alla noia è il 28 giugno. Ci sono tendoni e un palco, cioè si mangia e si parla di Palestina. C’è il banchetto dei libri e una mostra di bellissime fotografie di un fotografo Palestinese che conosciamo in quel momento anche se alcune delle foto ci erano note. Premetto che io credo in certa magia e non credo nell’impossibile; dico sempre: bisogna provarci. Magari stupido ma inguaribile ottimista. Per farla breve torniamo dopo aver acquistato un po’ di materiale fra cui quattro foto belle che incorniciate, compresa quella di una donna che affronta un soldato israeliano, proprio quella che vedete a fianco, ma non abbiamo posto sulle pareti e aspettiamo di trovarlo ponendola in un angolo. Insomma torniamo con belle vibrazioni, ottimi ricordi e un po’ di cose tra cui le foto. Direte: e allora?
Abbiate pazienza, nulla si fa in un attimo. Nel frattempo potete andare a vedervi le foto. In ottobre, per la precisione il 26, organizziamo un convegno sulla Resistenza a Kafr Quaddum: Il coraggio della non violenza, ospitando due nuovi amici palestinesi. Dopo le fatiche siamo a casa gozzoviglianti e a Murad Shtaiwi cade l’occhio sulla foto. Scoppia a ridere e ci spiega “Ma quella è mia zia”. Data la mia conosciuta ignoranza non solo delle lingue lo so in traduzione. E tutto pare finito lì. Continuiamo nel nostro impegno e incontriamo altri amici. Il tempo passa senza fretta. Non sempre vola alla nostra età.
Per capodanno, ma ormai e risaputo, ce ne andiamo in Palestina con un viaggio di conoscenza (e sofferenza). Si gira per i posti e si apprende e si partecipa e parteggia, ma non possiamo evitare di staccarci per andare a trovare a casa gli amici Murad e Samir. Vediamo colonie, vediamo infamie, testimoniamo soprusi e barbarie, in fondo alla strada ci aspetta il piacere dell’amicizia. Quei sorriso e quegli abbracci ricompensano di tutto. Ci accolgono pieni di sorrisi e con grande gioia e lì, sprofondata in un poltrona, c’è un piccola donna dal viso gentile e dolce: è quella zia Resistente. Mi si inumidiscono gli occhi ancora oggi solo a raccontarlo. Non riusciamo che a coccolare quello scricciolo di donna impavida e piena di coraggio e orgoglio, quell’orgoglio ce l’ha impresso nella faccia, tra le rughe, assieme ad una serenità che alberga nelle sue pupille facendosene padrona. Certo: voreremmo portarcela a casa. E lei quando la salutiamo si commuove e anche i suoi diventano rossi. E questa una delle immagini più belle di questa visita in Palestina e ve la regaliamo, come dire “dalla cornice alla realtà”:

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poesiaPoesia d’amore e labbra disperate
ti accoglie il mattino prima ancora che sapere
c’è un sordo ruggito nell’aria:
ascolta.
Ascolta quello che porta questo vento,
è solo scirocco,
mentre la marea sale quasi prudente,
ascolta bene
quando parla di te, di noi; degli altri
e del mondo fuori
e del mondo al buio
e del mondo dentro
silenzioso come non ci fosse.
Lui ricorda i nomi, questo vento,
tutti i nomi
e non quelli delle belve;
solo quelli delle vittime:
Hala Abou Sabikha avrà sempre tre anni
e non smetterà di guardarti
gli occhi fissi su un perché?
ma alcuni restano aggrappati alle cose
come quello di Dima morta di dolore
e quello di Zaher Rezai con un pugno di poesie
proprio davanti alla porta di questa casa
mentre sognava di Pace.
Morti diverse
come se si potesse morire diversamente che subendo morte;
ma sono troppi
e troppo è il dolore
anche se il vento sussurra soltanto
si riempiono di incubi le notti.
Vorrei un attimo di speranza:
è strano come le grida dei gabbiani
abbiano il suono del mio orrore
più strano è come riusciamo a liberarci dell’angoscia
e della colpa
mutuando il silenzio;
fin troppo strano,
e non ho che queste parole
e mani inutili
e inutili diventano persino le parole
mentre le lacrime suonano sulle corde del dolore
armonie che hanno il suono delle pietre;
e gli stessi duri accordi.
Non c’è nessun perdono
e noi siamo
anche senza consapevolezza.

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