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Posts Tagged ‘padri’

varie2Fate che i pargoli vengano a me. Ora le storie sono storie anche per le loro orecchie. Qui non c’è nulla da nascondere. Tutto appartiene ad un Disegno Divino. Chi dovesse nutrire diffidenze e financo sospetti sarà soddisfatto. In questo capitolo la storia sarà divisa negli stessi capitoli con cui è stata tramandata. Qui non c’è nessun imbonitore né nessun illusionista. Tutto è più vero del vero. Qui si ricorda come un povero vecchio, più sordo di una campana, stesse per sopprimere il suo unico amato figlio. E come un angelo, forse lo stesso, gli fermò all’ultimo istante, giusto in tempo, la mano. Ma anche di come gli uomini odiassero gli uomini, cioè niente di nuovo. Parola di Dio.

20. Con Abimèlec il pasticcio l’aveva combinato quel vecchio pazzo. E Lui era venuto a saperlo per ultimo. Era riuscito a trattenere all’ultimo l’Ira divina. Trattenersi non era certo facile nemmeno per Lui; tuoni e fulmini. Abimèlec non aveva colpe, lui s’era invaghito della sorella di Abramo, non della moglie. Certo che, a guardarle, entrambe erano una bella donna. Non è poi un peccato così grave guardare. E anche lei aveva detto: «È mio fratello». Pareva lo facessero apposta, quei due. E non gli era sembrata contenta quando Lui aveva rimesso ordine. L’aveva guardato indispettita e come si guarda un impiccione. O almeno a Lui era sembrato così. Come aveva Abimèlec fatto a non fare se lo sarebbe chiesto per tutti i tempi dei tempi. Se lo chiedeva anche Lei. Non che potesse ritornare sui suoi passi, la parola di Dio resta la parola di Dio. Aveva rischiato di fare un bel pateracchio. Proprio una figura di… di… quella cosa. Abramo s’era scusato con il pretesto che era la sua sposa ma anche la sua sorellastra, anche se non sua sorella. Si sarebbe detto un bel paraculo dell’ultima ora. Si sarebbe detto che erano tempi in cui le famiglie erano strani tipi di famiglie. E la parentela era una grande comodità ma anche un grande pastrocchio. Avrebbe voluto dire caos, ma quella parola proprio non la sopportava. Certo che era un profeta, che la sapeva raccontare, ma a sentire non doveva sentirci molto bene e in quanto a coraggio ne aveva di più un coniglio, con tutte le scuse al coniglio.
21. E Dio non poteva ignorare che non tutto era come sembrava. Anche il vecchio aveva la sue colpe. Aveva combinato le sue marachelle. Certo, pensò Dio, qualsiasi cosa gli chieda, anche la più strampalato quello la fa. Sarà l’età. Non sapeva se era un bene o un male. Non aveva ancora deciso. Ma non poteva fingere di non sapere di Agar l’egiziana. Non poteva dar torto a Sara, anche se forse sarebbe stata l’ultima a poter protestare: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». Sempre con quelle questioni di eredità. Così i figli si scannano con i figli. Ma per Abramo e per Dio anche quello era suo figlio. Un po’ di deserto non gli potrà fare certo male –pensò. Aveva dei progetti anche per quel figlio illegittimo. Ora la confusione era proprio completa. Per un brevissimo attimo perse la sua calma divina: “Fate un po’ di silenzio. Se ognuno vuole dire la sua ecco che finisce tutto nel caos, cioè in una baraonda; Dio ce ne scampi. Bisogna mettere un po’ d’ordine per non trovarci nella confusione più completa. Poi è chiaro che si salta di palo in frasca e magari ci si dimentica di cose importanti”.
22. Il resto lo disse a sé ma il suo pensiero rimbombava come il tuono: “E’ così che nascono gli equivoci. Uno dice una cosa, Uno dice un’altra, e poi… alla fine magari anche Una dice la sua. Stiamo parlando della parola di Dio. Questa è la parola di Dio. E la parola di Dio poi diventa la Scrittura Divina. Questo dice questo, Quello dice quello, Qualcuno dice e non si sa, e poi finisce come finisce. Della storia di Isacco ne avevo già parlato, vecchio scimunito, non ricordo bene ma mi sembrava di aver detto abbacchio, non Isacco. E Lui, Abramo, lo chiamò agnello, e forse gatta ci cosa, o non aveva tutte le rotelle al posto giusto. Che poi… qualcuno qui non me la racconta giusta. Va bene che Io sono onnisciente ma magari ero indaffarato, o mi è stato riferito solo dopo, insomma… Onestamente: o il vecchio non la racconta giusta oppure… in realtà nessuno dei fratellastri mi sembra che somigli al padre. Non che sia un esperto ma sembrano figli di altri padri”.
Era pur vero che Lui poteva essere in cielo, in terra e in ogni luogo, vero verissimo, e anche Lui, e Lui, caspita che casino, e anche allo stesso tempo, ma se badava ad una cosa non poteva badare ad un’altra. Lui era Dio non quella cosa che aveva tante teste, lì. E poi se Lui aveva mandato i pellegrini chi aveva mandato gli angeli, e chi era andato di persona? Lei disse e non disse, com’era suo solito: “Perché non prendere esempio dai greci. Loro coniugano l’amore in molte più forme”… Nemmeno la lasciò finire, non voleva sentir parlare ancora degli dei: “Non parlarmi di quelli, incivili e… superati. Dei veri zotici. Bell’esempio. E poi… e poi… quelli sono politeisti, barbari bestemmiatori e… e… senza fede”. Sì! alla fine era dovuto andarci anche Lui per sistemare le cose. Che notte quella notte. A rileggere questa Sacra storia non era sorpreso meno del comune lettore. Si raccapezzava poco che nulla. A parlare tutti, cioè tanti e altri no, non poteva finire che così. E ancora una volta dovette pensarci Lui, sempre a Lui toccava, a mandare un angelo a fermare la mano di quel vecchio pazzo che aveva scambiato il figlio per un agnello e l’olocausto, cioè il sacrificio, per una grigliata all’aperto. Ma Lei gliel’aveva detto: “Devi smetterla di mettere continuamente alla prova quel vecchio rimbambito”.
Avrebbe voluto non essere Lui a dover dare quella notizia al povero vecchio. Certo un po’ d’invidia Abramo doveva pur averla provata. Lui con quella moglie giovane e bella e aveva dovuto aspettare, e poi lui era diventato padre senza nemmeno accorgersene. Mentre dormiva come un ciocco. Come morto. Di quel figlio, Isacco, di cui non andava nemmeno tanto fiero. E aveva rischiato anche di perderlo. Mentre suo fratello, sia fatto la gloria del Signore, Nacor aveva avuto dalla moglie Milca otto figli, non staremo qui ad elencarne tutti i nomi. E Persino la sua concubina Reuma lo aveva reso padre quattro volte. E questi erano solo quelli denunciati. Che nome era poi Reuma? ma dove l’avevano scovato? Lui si chiedeva cosa avevano trovato da dire all’anagrafe, quella massa di impiccioni, di quei nomi. Sospettò che alla fine l’avesse vinta Lei. Doveva proprio ricordarsene, quando aveva un attimo libero, prima o dopo, che avrebbe dovuto creare anche la racchia e la bisbetica. Di quelle donne non se ne poteva proprio più.
A dirla tutta se l’era vista arrivare con la sigaretta in bocca. Ma come? Decise che avrebbe fatto mettere anche nelle confezioni: “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Sperando fosse solo tabacco. Ma quella era l’ultima delle sue preoccupazioni. E poi non aveva ancora deciso come organizzare le sue orde di fans. Certo che il vizio dilagava molto più che le virtù. Avrebbe dovuto inventarsi una soluzione. Magari la divisione dei generi, una specie di divisione dei compiti, di divisione del lavoro. Magari le donne di qua e gli uomini di là. Qualcosa insomma. Certo qualcuno prima o dopo troverà la scusa che un piccolo popolo circondato da nemici aveva bisogno di figli per poi mandarli in guerra, bella scoperta, ed ecco come giustificare …tutte quelle nascite… e quei continui casini. E tutti quei morti, che i morti non sono mai un bel vedere. In realtà a Lui sembrava che in quei momenti a tutto pensassero tranne che alla guerra. Era quasi certo che il piacere non l’avesse inventato Lui. Subito si alzò un coro di “Nemmeno Io”. Poi alla guerra ci pensavano per tutto il resto del giorno. Non li aveva fatti certo buoni. Ma non aveva nemmeno creato l’industria bellica, se era per quello. Erano fin troppe le cose… Parola di Dio.

Per la foto si ringrazia la pagina Facebook di Enrico Mazzucato

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Immagine in grafica vettoriale di un biberon molotovCosì sparpagliati. Così confusi. Frettolosi e qualcosa di più. Flash. Non come tessere di un mosaico che non si incastravano. Più come frammenti autonomi. Questi erano i suoi ricordi. Ma quelli che più gli dolevano, ancor più di quelli dimenticati, erano quelli non vissuti. Come gli fossero rinfacciati. Non ci si può più liberare di un appuntamento mancato. Di un rimpianto. E nemmeno nel sonno riusciva a sottrarvisi.
Era giovane per fare solo il vedovo, ma non sapeva fare altro. E non si sentiva abbastanza giovane. Ci parlava con Agnese, la sera. Le confidava le sue ansie. Non lo avrebbe ammesso mai, nemmeno a sé. Uno come lui non poteva. Indugiava solo a rimproverarselo, di tanto in tanto. Quante ne avevano vissute assieme. E cercò di riprendere in quel libro. Dal punto preciso in cui s’era interrotto. Il terzo capoverso. Meglio a metà riga del terzo capoverso. E ritrovò quella stessa fatica. La fatica di sentirsi gli occhi gonfi. Di averli inumiditi di commozione. Vecchio stupido. Non sarebbe stato importante quello che stava leggendo.
Era un racconto sulla resistenza. Non una testimonianza. Solo un racconto. Uno stupido racconto. Scritto dopo. Solo per ricordare. Ma dov’era Brecht? Poco importava. Era lui ad essere cambiato. Era lui ad essersi fatto debole. La sua pelle fragile. Difficile articolare la parola, ma soffriva di romanticismo. E di nostalgia. E non riusciva a reagire. A dirselo non ci avrebbe creduto. Proprio lui.
Prima non era così. Una volta, si intende. Non aveva quel cuore tenero. Doveva essere l’età. Ma oggi partecipava ad ogni difficoltà degli altri. E tutta la sua storia non lo aiutava nulla. Nemmeno i suoi autori preferiti. Già! poco importa. Il racconto era Estate che mai dimenticheremo. Di Marcello Venturi. Avrebbe potuto essere un altro. Anche un racconto d’amore. Cosa aveva ridotto così la sua carne? No! non era mai stato cattivo. Non era mai stato veramente cattivo. Ma non aveva nemmeno mai conosciuto la facilità di quelle lacrime. Era solo uno stupido vecchio. Onestamente la cosa gli faceva girare le balle. E fa male guardare sé stesso riflesso in quello specchio.
E non era ancora abbastanza vecchio. Si sistemò nella poltrona. Lo infastidiva il gesto ripetuto. In quello stesso ordine, quasi ossessivo. Vi si rifletteva. Le cose entrano dentro anche quando non si vorrebbe. Erano diventati naturali, quei gesti, automatici. Erano i suoi gesti. Come abitudini. Inchiavardate. Come se ci fosse un unico percorso. Un unico assetto. Come ebetudini. Proprio come gesti scaramantici. In quel momento: persino il suo passarsi la mano sui capelli. Toglierne il fastidio negli occhi. Quando ormai i pochi non lo potevano infastidire più di nulla. E quel frugare per l’approfondimento sul giornale. Alla ricerca del dopo della notizia di ieri. Molto lo infastidiva in quel preciso istante.
Claudio lo chiamò. Era un bravo figliolo suo figlio. “Non sei ancora pronto? Te n’eri scordato? Ma dove hai la testa”? Avercela. O a saperlo. Ma non era quello il caso. Quella sera non aveva voglia di andare all’Anpi. Sempre le stesse facce. Sempre le stesse parole. Alla fine le carte. Dovrebbero raccontarle i morti le cose. E lui nemmeno era nato. Tra quei morti ci aveva perso il padre. Una medaglia e una croce. Perché era stato anche fortunato. Ma perché pensarci? In fondo non lo aveva mai conosciuto, suo padre. Dovrebbero parlarne i morti. Ma loro non lo possono fare. E in fondo quei vivi, tutti, li avevano traditi. E continuavano a farlo. E ormai era troppo vecchio. Preferiva stare con i suoi ricordi. Era buono solo per commuoversi.

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Non potendo prenderlo sulle ginocchia fu lui a accomodarsi su quelle del padre. Non l’aveva mai fatto salire quand’era piccolo e non si sentiva più un piccolo. Cercò la novella che ricordava. Voleva dedicargliela e dedicargli la lettura. Sapeva che non avrebbe capito ma ci voleva sperare. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Non aveva altra risorsa che quella di illudersi. Le parole dirette gli costavano fatica. E lui non le avrebbe accettate. E temeva se ne potesse sentire offeso. Son così strani i grandi. Aveva sempre cercato di camminare con delicatezza sui sentimenti degli altri. Che poi per capire non serve essere studiati. Si accorse che l’emozione gioca scherzi ingiusti. Il suono di quelle parole incespicava come per ulteriore pudore. Improvvisamente persino quel piccolo contatto divenne imbarazzo. E la novella era… banale, c’entrava meno dei cavoli. Forse la scelta era stata una scelta affrettata. Ed è così complicato il gioco delle parti. Quel libro parlava di ombre e della paura del buio e di amori della sera. L’ombra che lo seguiva e perseguitava era grande e grossa. Quell’uomo, suo padre, aveva sempre detto che più erano grossi e con più soddisfazione se li sarebbe mangiati a colazione. Che era un motivo in più per abbatterli e che la loro caduta avrebbe fatto più rumore. Anche lui era stato grande e grosso ed era stato giovane. Si accorse che i suoi occhi si erano abbassati e che si era abbandonato ad un sonno tranquillo.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoQuante cose si dicono quando non si ha nulla da dire. Forse la paura del silenzio per poi trovarsi a cercare di ricordare e rimettere ordine; poi, quand’è tardi. Cercava di ricordare tutti gli attimi dei suoi sguardi, ma era un impresa che andava oltre a lui e probabilmente oltre qualsiasi umana capacità. La stanchezza lo prese e gli bruciò negli occhi ma gli tolse il sonno. Così Alfredo si ritrovò da solo in quella stanza che gli sembrava di non riconoscere più. Il tempo lo batteva il gocciolare di un rubinetto che aveva provato a stringere con quel risultato. La cena consumata aveva ora il sapore di quella fatica; un sapore uguale in ogni pietanza. Suo figlio doveva ancora rientrare nonostante l’ora e non avrebbe mai creduto che sarebbe stato tanto difficile. Si chiese se era solo lui e, senza accendere la luce, aprì la finestra, ma fuori l’aria era fredda e ci trovò quel silenzio disturbato. Contò quanto gli era rimasto in tasca cullandosi nell’immagine di se intento a scappare. Non c’era un vero sogno per cui valesse la pena spendere anche solo due lire. Allora tentò di convincersi che forse era meglio così e che lui non era capace di essere diverso da quello che era. Non aveva nessun motivo di aspettare ma si mise a farlo ugualmente.

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La cometa

piccola operetta morale

Il modo si era come corrotto, forse la colpa era stata del passaggio della cometa. Io ero tentato a dar colpa di tutto a quell’avvenimento astronomico perché quella notte mi successero veramente alcuni fatti strani e inspiegabili altrimenti. Avevamo un canarino bello vispo e pieno di vita a cui mio figlio aveva dato il nome di Pavarotti. Aveva sempre cantato a becco spiegato fino a quella notte. Prima che andassimo a letto aveva cantato per l’ultima volta. Il mattino seguente lo trovai steso sul fondo della gabbia. Fui costretto a dire a mio figlio che avevo dimenticato la porta aperta e quello se ne era volato via. Che forse, probabilmente, prima o poi, sarebbe tornato.
Non che io sia uso a incolpare delle cose il sopranaturale. Semplicemente non sapevo darmi una spiegazione razionale. A quello e a tutto il resto. Anche perché m’ero destato insolitamente da un sogno che mi aveva lasciato in un piacere lascivo; eccitato. Ma inizialmente avevo pensato che forse era solo una mia impressione o, ancora, era cambiato solo in me e attorno a me perché non avevo notizie differenti e che smentissero queste mie riflessioni. Eppure la gente mi sembrava presa da una strana e insolita euforia e aspirazione a vivere. Da una nuova fretta. Per essere più espliciti semplicemente da una curiosa e anomala frenesia che almeno io non avevo colto in precedenza.
Qualcuno dirà che sono un sognatore, un illuso, che non sono sufficientemente smaliziato, per la mia età, e che avevo cercato di vivere in un mondo su misura. Forse è in parte vero eppure le coppie che mi circondavano, prima erano coppie, come si dice, regolari. I rapporti erano rapporti rispettosi e normali di coppia. Quelli che ci si aspettano tra coniugi o fidanzati. Poi, una dopo l’altra, in breve tempo, di quelle coppie non sono rimasti che detriti. Erano scoppiate. Da quelle tranquille coppie erano uscite altre coppie e mille altri rapporti complessi che si intrecciavano; e rapporti cosiddetti clandestini.
Ritenevo (e ritengo tuttora) che per i nostri anni l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dai giovani che, anche per età, hanno relazioni instabili, in continuo mutamento. Perché si sa che anche gli ambienti che frequentano invitano, per così dire, alle distrazioni e alle divagazioni. Quella musica a volumi insopportabili e quei suoni ipnotici. Inoltre le cose che ingurgitano in quelle piccole ore e che io non so nemmeno immaginare (e che Dio solo sa). Tutto insomma può diventare ricerca di emozioni e del piacere. Corrompere i costumi e le abitudini. Aiutare alla dissoluzione. E’ difficile crescere un figlio di questi anni.
Ora, come appena spiegato, sembra che mi sbagliassi e della grande (ma non può essere così) e che stesse cambiando il mio mondo. Mi sembra di vedere sempre nuove coppie, una enorme instabilità e precarietà. Coppie strane. Gente con gli occhi sfuggenti e un’aria clandestina. Confidenze esagerate. Allegrie. Mi sembra che anche ogni programma della televisione si sia fatto malizioso quando non sconveniente. Che si ammicchi sempre al nudo, ai rapporti e alla sessualità. Così come i giornali e la musica. Le edicole sono state invase da quelle riviste. Anche i notiziari della televisione; persino quelli. E’ difficile esser padre oggi.

P.S. In qualche caso nei commenti è stato osservato che i miei racconti brevi, quelli dei Profili e altri, paiono degli incipit. Allora allego un vero incipit; così, per divertimento. Quei raccontini brevi cercano di lasciare spazio a variazioni. Tendono a suggerire (sul tema); a muovere a variazioni. L’incipit invece lascia a metà aspettando un seguito. Ma forse è solo una cosa che mi racconto da me. Questo  naturalmente è un vecchio scritto. In realtà è solo l’inizio del primo capitolo di un intero romanzo, veramente il secondo di due, che naturalmente non ho nemmeno mai pensato di cercare di pubblicare.

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Il figlio di Girolamo gli aveva chiesto Cos’è la storia? Era vero che lui non aveva studiato ma stupido non era. Gli aveva raccontato di quanto la nonna faceva il brodo di carne. Lui odiava il brodo di carne e anche quello di verdura. Non gli sembrava nemmeno mangiare. Che poi, piccolo com’era, non capiva perché non ci fosse la carne nel brodo di carne. Come potesse essere la carne quello strano piccolo cubo che alla fine spariva. Che si scioglieva nel nulla. Gli aveva raccontato di quando il nonno spezzava la sigaretta a metà per fumarsi l’altra mezza più tardi. E si sedeva sulla finestra come se dovesse ascoltare qualche cosa mentre succhiava con gusto quel mozzicone. Del capotto di suo padre che rivoltato per la quarta volta era ancora come nuovo. Quando era toccato a lui era ancora bello e gli dispiaceva che l’avessero buttato perché anche quello era la storia. E il freddo alla mattina con il carbone. Lo andava a prendere lui quel carbone. Ed era ancora solo un bambino. Sono cose che non si dimenticano. Poi gli aveva spiegato che loro non potevano sapere e che la storia era finita. Non c’era più storia e loro erano stati messi fuori della porta. Ma quella sarebbe tornata, madonna se sarebbe tornata. E poi lo aveva pregato di avere pazienza perché era stanco e ormai era vecchio. La verità era che quei ricordi gli facevano del male.

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