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Posts Tagged ‘padri’

varie2Fate che i pargoli vengano a me. Ora le storie sono storie anche per le loro orecchie. Qui non c’è nulla da nascondere. Tutto appartiene ad un Disegno Divino. Chi dovesse nutrire diffidenze e financo sospetti sarà soddisfatto. In questo capitolo la storia sarà divisa negli stessi capitoli con cui è stata tramandata. Qui non c’è nessun imbonitore né nessun illusionista. Tutto è più vero del vero. Qui si ricorda come un povero vecchio, più sordo di una campana, stesse per sopprimere il suo unico amato figlio. E come un angelo, forse lo stesso, gli fermò all’ultimo istante, giusto in tempo, la mano. Ma anche di come gli uomini odiassero gli uomini, cioè niente di nuovo. Parola di Dio.

20. Con Abimèlec il pasticcio l’aveva combinato quel vecchio pazzo. E Lui era venuto a saperlo per ultimo. Era riuscito a trattenere all’ultimo l’Ira divina. Trattenersi non era certo facile nemmeno per Lui; tuoni e fulmini. Abimèlec non aveva colpe, lui s’era invaghito della sorella di Abramo, non della moglie. Certo che, a guardarle, entrambe erano una bella donna. Non è poi un peccato così grave guardare. E anche lei aveva detto: «È mio fratello». Pareva lo facessero apposta, quei due. E non gli era sembrata contenta quando Lui aveva rimesso ordine. L’aveva guardato indispettita e come si guarda un impiccione. O almeno a Lui era sembrato così. Come aveva Abimèlec fatto a non fare se lo sarebbe chiesto per tutti i tempi dei tempi. Se lo chiedeva anche Lei. Non che potesse ritornare sui suoi passi, la parola di Dio resta la parola di Dio. Aveva rischiato di fare un bel pateracchio. Proprio una figura di… di… quella cosa. Abramo s’era scusato con il pretesto che era la sua sposa ma anche la sua sorellastra, anche se non sua sorella. Si sarebbe detto un bel paraculo dell’ultima ora. Si sarebbe detto che erano tempi in cui le famiglie erano strani tipi di famiglie. E la parentela era una grande comodità ma anche un grande pastrocchio. Avrebbe voluto dire caos, ma quella parola proprio non la sopportava. Certo che era un profeta, che la sapeva raccontare, ma a sentire non doveva sentirci molto bene e in quanto a coraggio ne aveva di più un coniglio, con tutte le scuse al coniglio.
21. E Dio non poteva ignorare che non tutto era come sembrava. Anche il vecchio aveva la sue colpe. Aveva combinato le sue marachelle. Certo, pensò Dio, qualsiasi cosa gli chieda, anche la più strampalato quello la fa. Sarà l’età. Non sapeva se era un bene o un male. Non aveva ancora deciso. Ma non poteva fingere di non sapere di Agar l’egiziana. Non poteva dar torto a Sara, anche se forse sarebbe stata l’ultima a poter protestare: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». Sempre con quelle questioni di eredità. Così i figli si scannano con i figli. Ma per Abramo e per Dio anche quello era suo figlio. Un po’ di deserto non gli potrà fare certo male –pensò. Aveva dei progetti anche per quel figlio illegittimo. Ora la confusione era proprio completa. Per un brevissimo attimo perse la sua calma divina: “Fate un po’ di silenzio. Se ognuno vuole dire la sua ecco che finisce tutto nel caos, cioè in una baraonda; Dio ce ne scampi. Bisogna mettere un po’ d’ordine per non trovarci nella confusione più completa. Poi è chiaro che si salta di palo in frasca e magari ci si dimentica di cose importanti”.
22. Il resto lo disse a sé ma il suo pensiero rimbombava come il tuono: “E’ così che nascono gli equivoci. Uno dice una cosa, Uno dice un’altra, e poi… alla fine magari anche Una dice la sua. Stiamo parlando della parola di Dio. Questa è la parola di Dio. E la parola di Dio poi diventa la Scrittura Divina. Questo dice questo, Quello dice quello, Qualcuno dice e non si sa, e poi finisce come finisce. Della storia di Isacco ne avevo già parlato, vecchio scimunito, non ricordo bene ma mi sembrava di aver detto abbacchio, non Isacco. E Lui, Abramo, lo chiamò agnello, e forse gatta ci cosa, o non aveva tutte le rotelle al posto giusto. Che poi… qualcuno qui non me la racconta giusta. Va bene che Io sono onnisciente ma magari ero indaffarato, o mi è stato riferito solo dopo, insomma… Onestamente: o il vecchio non la racconta giusta oppure… in realtà nessuno dei fratellastri mi sembra che somigli al padre. Non che sia un esperto ma sembrano figli di altri padri”.
Era pur vero che Lui poteva essere in cielo, in terra e in ogni luogo, vero verissimo, e anche Lui, e Lui, caspita che casino, e anche allo stesso tempo, ma se badava ad una cosa non poteva badare ad un’altra. Lui era Dio non quella cosa che aveva tante teste, lì. E poi se Lui aveva mandato i pellegrini chi aveva mandato gli angeli, e chi era andato di persona? Lei disse e non disse, com’era suo solito: “Perché non prendere esempio dai greci. Loro coniugano l’amore in molte più forme”… Nemmeno la lasciò finire, non voleva sentir parlare ancora degli dei: “Non parlarmi di quelli, incivili e… superati. Dei veri zotici. Bell’esempio. E poi… e poi… quelli sono politeisti, barbari bestemmiatori e… e… senza fede”. Sì! alla fine era dovuto andarci anche Lui per sistemare le cose. Che notte quella notte. A rileggere questa Sacra storia non era sorpreso meno del comune lettore. Si raccapezzava poco che nulla. A parlare tutti, cioè tanti e altri no, non poteva finire che così. E ancora una volta dovette pensarci Lui, sempre a Lui toccava, a mandare un angelo a fermare la mano di quel vecchio pazzo che aveva scambiato il figlio per un agnello e l’olocausto, cioè il sacrificio, per una grigliata all’aperto. Ma Lei gliel’aveva detto: “Devi smetterla di mettere continuamente alla prova quel vecchio rimbambito”.
Avrebbe voluto non essere Lui a dover dare quella notizia al povero vecchio. Certo un po’ d’invidia Abramo doveva pur averla provata. Lui con quella moglie giovane e bella e aveva dovuto aspettare, e poi lui era diventato padre senza nemmeno accorgersene. Mentre dormiva come un ciocco. Come morto. Di quel figlio, Isacco, di cui non andava nemmeno tanto fiero. E aveva rischiato anche di perderlo. Mentre suo fratello, sia fatto la gloria del Signore, Nacor aveva avuto dalla moglie Milca otto figli, non staremo qui ad elencarne tutti i nomi. E Persino la sua concubina Reuma lo aveva reso padre quattro volte. E questi erano solo quelli denunciati. Che nome era poi Reuma? ma dove l’avevano scovato? Lui si chiedeva cosa avevano trovato da dire all’anagrafe, quella massa di impiccioni, di quei nomi. Sospettò che alla fine l’avesse vinta Lei. Doveva proprio ricordarsene, quando aveva un attimo libero, prima o dopo, che avrebbe dovuto creare anche la racchia e la bisbetica. Di quelle donne non se ne poteva proprio più.
A dirla tutta se l’era vista arrivare con la sigaretta in bocca. Ma come? Decise che avrebbe fatto mettere anche nelle confezioni: “il fumo nuoce gravemente alla salute”. Sperando fosse solo tabacco. Ma quella era l’ultima delle sue preoccupazioni. E poi non aveva ancora deciso come organizzare le sue orde di fans. Certo che il vizio dilagava molto più che le virtù. Avrebbe dovuto inventarsi una soluzione. Magari la divisione dei generi, una specie di divisione dei compiti, di divisione del lavoro. Magari le donne di qua e gli uomini di là. Qualcosa insomma. Certo qualcuno prima o dopo troverà la scusa che un piccolo popolo circondato da nemici aveva bisogno di figli per poi mandarli in guerra, bella scoperta, ed ecco come giustificare …tutte quelle nascite… e quei continui casini. E tutti quei morti, che i morti non sono mai un bel vedere. In realtà a Lui sembrava che in quei momenti a tutto pensassero tranne che alla guerra. Era quasi certo che il piacere non l’avesse inventato Lui. Subito si alzò un coro di “Nemmeno Io”. Poi alla guerra ci pensavano per tutto il resto del giorno. Non li aveva fatti certo buoni. Ma non aveva nemmeno creato l’industria bellica, se era per quello. Erano fin troppe le cose… Parola di Dio.

Per la foto si ringrazia la pagina Facebook di Enrico Mazzucato

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Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

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Immagine in grafica vettoriale di un biberon molotovCosì sparpagliati. Così confusi. Frettolosi e qualcosa di più. Flash. Non come tessere di un mosaico che non si incastravano. Più come frammenti autonomi. Questi erano i suoi ricordi. Ma quelli che più gli dolevano, ancor più di quelli dimenticati, erano quelli non vissuti. Come gli fossero rinfacciati. Non ci si può più liberare di un appuntamento mancato. Di un rimpianto. E nemmeno nel sonno riusciva a sottrarvisi.
Era giovane per fare solo il vedovo, ma non sapeva fare altro. E non si sentiva abbastanza giovane. Ci parlava con Agnese, la sera. Le confidava le sue ansie. Non lo avrebbe ammesso mai, nemmeno a sé. Uno come lui non poteva. Indugiava solo a rimproverarselo, di tanto in tanto. Quante ne avevano vissute assieme. E cercò di riprendere in quel libro. Dal punto preciso in cui s’era interrotto. Il terzo capoverso. Meglio a metà riga del terzo capoverso. E ritrovò quella stessa fatica. La fatica di sentirsi gli occhi gonfi. Di averli inumiditi di commozione. Vecchio stupido. Non sarebbe stato importante quello che stava leggendo.
Era un racconto sulla resistenza. Non una testimonianza. Solo un racconto. Uno stupido racconto. Scritto dopo. Solo per ricordare. Ma dov’era Brecht? Poco importava. Era lui ad essere cambiato. Era lui ad essersi fatto debole. La sua pelle fragile. Difficile articolare la parola, ma soffriva di romanticismo. E di nostalgia. E non riusciva a reagire. A dirselo non ci avrebbe creduto. Proprio lui.
Prima non era così. Una volta, si intende. Non aveva quel cuore tenero. Doveva essere l’età. Ma oggi partecipava ad ogni difficoltà degli altri. E tutta la sua storia non lo aiutava nulla. Nemmeno i suoi autori preferiti. Già! poco importa. Il racconto era Estate che mai dimenticheremo. Di Marcello Venturi. Avrebbe potuto essere un altro. Anche un racconto d’amore. Cosa aveva ridotto così la sua carne? No! non era mai stato cattivo. Non era mai stato veramente cattivo. Ma non aveva nemmeno mai conosciuto la facilità di quelle lacrime. Era solo uno stupido vecchio. Onestamente la cosa gli faceva girare le balle. E fa male guardare sé stesso riflesso in quello specchio.
E non era ancora abbastanza vecchio. Si sistemò nella poltrona. Lo infastidiva il gesto ripetuto. In quello stesso ordine, quasi ossessivo. Vi si rifletteva. Le cose entrano dentro anche quando non si vorrebbe. Erano diventati naturali, quei gesti, automatici. Erano i suoi gesti. Come abitudini. Inchiavardate. Come se ci fosse un unico percorso. Un unico assetto. Come ebetudini. Proprio come gesti scaramantici. In quel momento: persino il suo passarsi la mano sui capelli. Toglierne il fastidio negli occhi. Quando ormai i pochi non lo potevano infastidire più di nulla. E quel frugare per l’approfondimento sul giornale. Alla ricerca del dopo della notizia di ieri. Molto lo infastidiva in quel preciso istante.
Claudio lo chiamò. Era un bravo figliolo suo figlio. “Non sei ancora pronto? Te n’eri scordato? Ma dove hai la testa”? Avercela. O a saperlo. Ma non era quello il caso. Quella sera non aveva voglia di andare all’Anpi. Sempre le stesse facce. Sempre le stesse parole. Alla fine le carte. Dovrebbero raccontarle i morti le cose. E lui nemmeno era nato. Tra quei morti ci aveva perso il padre. Una medaglia e una croce. Perché era stato anche fortunato. Ma perché pensarci? In fondo non lo aveva mai conosciuto, suo padre. Dovrebbero parlarne i morti. Ma loro non lo possono fare. E in fondo quei vivi, tutti, li avevano traditi. E continuavano a farlo. E ormai era troppo vecchio. Preferiva stare con i suoi ricordi. Era buono solo per commuoversi.

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Non potendo prenderlo sulle ginocchia fu lui a accomodarsi su quelle del padre. Non l’aveva mai fatto salire quand’era piccolo e non si sentiva più un piccolo. Cercò la novella che ricordava. Voleva dedicargliela e dedicargli la lettura. Sapeva che non avrebbe capito ma ci voleva sperare. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Non aveva altra risorsa che quella di illudersi. Le parole dirette gli costavano fatica. E lui non le avrebbe accettate. E temeva se ne potesse sentire offeso. Son così strani i grandi. Aveva sempre cercato di camminare con delicatezza sui sentimenti degli altri. Che poi per capire non serve essere studiati. Si accorse che l’emozione gioca scherzi ingiusti. Il suono di quelle parole incespicava come per ulteriore pudore. Improvvisamente persino quel piccolo contatto divenne imbarazzo. E la novella era… banale, c’entrava meno dei cavoli. Forse la scelta era stata una scelta affrettata. Ed è così complicato il gioco delle parti. Quel libro parlava di ombre e della paura del buio e di amori della sera. L’ombra che lo seguiva e perseguitava era grande e grossa. Quell’uomo, suo padre, aveva sempre detto che più erano grossi e con più soddisfazione se li sarebbe mangiati a colazione. Che era un motivo in più per abbatterli e che la loro caduta avrebbe fatto più rumore. Anche lui era stato grande e grosso ed era stato giovane. Si accorse che i suoi occhi si erano abbassati e che si era abbandonato ad un sonno tranquillo.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoQuante cose si dicono quando non si ha nulla da dire. Forse la paura del silenzio per poi trovarsi a cercare di ricordare e rimettere ordine; poi, quand’è tardi. Cercava di ricordare tutti gli attimi dei suoi sguardi, ma era un impresa che andava oltre a lui e probabilmente oltre qualsiasi umana capacità. La stanchezza lo prese e gli bruciò negli occhi ma gli tolse il sonno. Così Alfredo si ritrovò da solo in quella stanza che gli sembrava di non riconoscere più. Il tempo lo batteva il gocciolare di un rubinetto che aveva provato a stringere con quel risultato. La cena consumata aveva ora il sapore di quella fatica; un sapore uguale in ogni pietanza. Suo figlio doveva ancora rientrare nonostante l’ora e non avrebbe mai creduto che sarebbe stato tanto difficile. Si chiese se era solo lui e, senza accendere la luce, aprì la finestra, ma fuori l’aria era fredda e ci trovò quel silenzio disturbato. Contò quanto gli era rimasto in tasca cullandosi nell’immagine di se intento a scappare. Non c’era un vero sogno per cui valesse la pena spendere anche solo due lire. Allora tentò di convincersi che forse era meglio così e che lui non era capace di essere diverso da quello che era. Non aveva nessun motivo di aspettare ma si mise a farlo ugualmente.

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La cometa

piccola operetta morale

Il modo si era come corrotto, forse la colpa era stata del passaggio della cometa. Io ero tentato a dar colpa di tutto a quell’avvenimento astronomico perché quella notte mi successero veramente alcuni fatti strani e inspiegabili altrimenti. Avevamo un canarino bello vispo e pieno di vita a cui mio figlio aveva dato il nome di Pavarotti. Aveva sempre cantato a becco spiegato fino a quella notte. Prima che andassimo a letto aveva cantato per l’ultima volta. Il mattino seguente lo trovai steso sul fondo della gabbia. Fui costretto a dire a mio figlio che avevo dimenticato la porta aperta e quello se ne era volato via. Che forse, probabilmente, prima o poi, sarebbe tornato.
Non che io sia uso a incolpare delle cose il sopranaturale. Semplicemente non sapevo darmi una spiegazione razionale. A quello e a tutto il resto. Anche perché m’ero destato insolitamente da un sogno che mi aveva lasciato in un piacere lascivo; eccitato. Ma inizialmente avevo pensato che forse era solo una mia impressione o, ancora, era cambiato solo in me e attorno a me perché non avevo notizie differenti e che smentissero queste mie riflessioni. Eppure la gente mi sembrava presa da una strana e insolita euforia e aspirazione a vivere. Da una nuova fretta. Per essere più espliciti semplicemente da una curiosa e anomala frenesia che almeno io non avevo colto in precedenza.
Qualcuno dirà che sono un sognatore, un illuso, che non sono sufficientemente smaliziato, per la mia età, e che avevo cercato di vivere in un mondo su misura. Forse è in parte vero eppure le coppie che mi circondavano, prima erano coppie, come si dice, regolari. I rapporti erano rapporti rispettosi e normali di coppia. Quelli che ci si aspettano tra coniugi o fidanzati. Poi, una dopo l’altra, in breve tempo, di quelle coppie non sono rimasti che detriti. Erano scoppiate. Da quelle tranquille coppie erano uscite altre coppie e mille altri rapporti complessi che si intrecciavano; e rapporti cosiddetti clandestini.
Ritenevo (e ritengo tuttora) che per i nostri anni l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dai giovani che, anche per età, hanno relazioni instabili, in continuo mutamento. Perché si sa che anche gli ambienti che frequentano invitano, per così dire, alle distrazioni e alle divagazioni. Quella musica a volumi insopportabili e quei suoni ipnotici. Inoltre le cose che ingurgitano in quelle piccole ore e che io non so nemmeno immaginare (e che Dio solo sa). Tutto insomma può diventare ricerca di emozioni e del piacere. Corrompere i costumi e le abitudini. Aiutare alla dissoluzione. E’ difficile crescere un figlio di questi anni.
Ora, come appena spiegato, sembra che mi sbagliassi e della grande (ma non può essere così) e che stesse cambiando il mio mondo. Mi sembra di vedere sempre nuove coppie, una enorme instabilità e precarietà. Coppie strane. Gente con gli occhi sfuggenti e un’aria clandestina. Confidenze esagerate. Allegrie. Mi sembra che anche ogni programma della televisione si sia fatto malizioso quando non sconveniente. Che si ammicchi sempre al nudo, ai rapporti e alla sessualità. Così come i giornali e la musica. Le edicole sono state invase da quelle riviste. Anche i notiziari della televisione; persino quelli. E’ difficile esser padre oggi.

P.S. In qualche caso nei commenti è stato osservato che i miei racconti brevi, quelli dei Profili e altri, paiono degli incipit. Allora allego un vero incipit; così, per divertimento. Quei raccontini brevi cercano di lasciare spazio a variazioni. Tendono a suggerire (sul tema); a muovere a variazioni. L’incipit invece lascia a metà aspettando un seguito. Ma forse è solo una cosa che mi racconto da me. Questo  naturalmente è un vecchio scritto. In realtà è solo l’inizio del primo capitolo di un intero romanzo, veramente il secondo di due, che naturalmente non ho nemmeno mai pensato di cercare di pubblicare.

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Il figlio di Girolamo gli aveva chiesto Cos’è la storia? Era vero che lui non aveva studiato ma stupido non era. Gli aveva raccontato di quanto la nonna faceva il brodo di carne. Lui odiava il brodo di carne e anche quello di verdura. Non gli sembrava nemmeno mangiare. Che poi, piccolo com’era, non capiva perché non ci fosse la carne nel brodo di carne. Come potesse essere la carne quello strano piccolo cubo che alla fine spariva. Che si scioglieva nel nulla. Gli aveva raccontato di quando il nonno spezzava la sigaretta a metà per fumarsi l’altra mezza più tardi. E si sedeva sulla finestra come se dovesse ascoltare qualche cosa mentre succhiava con gusto quel mozzicone. Del capotto di suo padre che rivoltato per la quarta volta era ancora come nuovo. Quando era toccato a lui era ancora bello e gli dispiaceva che l’avessero buttato perché anche quello era la storia. E il freddo alla mattina con il carbone. Lo andava a prendere lui quel carbone. Ed era ancora solo un bambino. Sono cose che non si dimenticano. Poi gli aveva spiegato che loro non potevano sapere e che la storia era finita. Non c’era più storia e loro erano stati messi fuori della porta. Ma quella sarebbe tornata, madonna se sarebbe tornata. E poi lo aveva pregato di avere pazienza perché era stanco e ormai era vecchio. La verità era che quei ricordi gli facevano del male.

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Sei rimasto lì a guardare”?
Ero curioso se bastavano punti nuovi o se servivano punti vecchi. E quanti”?
Vuoi dirmi allora perché”?
Volevo liberarla dal giubbotto di salvataggio. La fretta m’ha preso la mano. Come potevo sapere che era tutto suo, cioè suo”…
Ma quanto”?
E che ne so. Non ero stato lì troppo a controllare. Prima”.
Ma ti sarai fatto un’idea”?
Insomma era una quarta, ma l’altra era una settima. Non credevo ci passasse tanto sangue. E gridava come una ossessa”.
Certo che gridava. Vorrei vedere te. Sei così imbranato. Dovresti smetterla con questo piccolo vizio”.
Quello che mi rovina è il ballo. Lo sai che mi piace il ballo”.
Basterebbe che ti fermassi a quello”.
Se non avesse sofferto quel capogiro, e non m’avesse chiesto di accompagnarla in cabina”.
Non sei più un bambino”.
Nessuno avrebbe avuto la minima incertezza. Perché dovevo averla e con che diritto? Le ho creduto subito. Non sono obbligato a diffidare di ogni donna. Avessi visto con che occhi me l’ha detto”.
Proprio di quelli dovevi diffidare”.
Ti sbagli. Non lo sapevo nemmeno io. E’ solo che, poveretta, è un po’ miope”.
Non sai resistere ad una sottana. Soprattutto se è di stoffa buona. Chissà quanti Martini ti sarai scolato. Te l’ho pure detto che bere tanti Martini poi ti fa male”.
Ma se l’ultimo era un prosecco di Valdobbiadene. Lo stavo portando a mamma. Credevo che avrebbe dovuto pazientare solo per il tempo di quel ballo. Non immaginavo tutta questa confusione. Per caso, l’hai vista”?
Lasciala dov’è che sta meglio dov’è. Forse è per queste cose che mamma ha insistito tanto per venire in crociera”.
E io credevo ch’era per il mare. Che poi qui non c’è tutto questo mare”.
Ciò non cambia che potevi stare un po’ attento”.
Sono stato attento. Ed è una signora seria; maritata. E’ stato lui che non è voluto venire”.
In cabina”?
Certo che no! che dici? In crociera. Mi son sentito proprio come un Robinson”.
E lei sarebbe stata il tuo venerdì. Mi stai prendendo in giro. Se nel salone ci saranno state cento persone”.
Dopo, in cabina. Solo che arrivati nella sua cabina le è mancata l’aria. Non riusciva a respirare”.
Non hai pensato a lei, la mamma”?
Era così contenta che il sottufficiale le facesse vedere le scialuppe. Sai che non mi piace deluderla”.
Ma le hai creduto”?
Certo, se ho provato a tagliare i lacci per fare in fretta. E’ stata la fretta”.
Non intendevo a quella signora. Dicevo di mamma”.
Perché non avrei dovuto”?
Però ti era comodo per sentirti libero”.
Giuro che non era per egoismo. Puoi credermi, se vuoi”.
Non posso evitarlo, te lo devo dire. Ho visto mamma con uno”.
Queste cose le figlie non dovrebbero dirle mai”.
Fai presto a dire tu, ma non riuscivo più a tacere. E poi sono donna”.
Sarà per lavoro”.
Ma se lei si occupa di assicurazioni e lui è autiere”.
Appunto, vedi, starà trattando per assicurargli le macchine”.
Cosa centrano le automobili? mica sono sue. Ed è ancora un ragazzo”.
Vuoi dire che”?
Voglio dire che”.
Pensi che ne dovrei parlare quando prendiamo terra”?
Perché quando scendiamo a terra”?
Perché mi potrebbe rispondere che potevo almeno aspettare che tornassimo a casa. Che sono sempre così. Che rovino sempre le cose. Lo sai anche tu com’è fatta”.
So come è fatta e come sei fatto tu. So che poi non lo farai. Alla fine mi chiedo cosa ci trovi”.
Non sarai gelosa anche tu”?
Che c’entra la gelosia? E’ che io ti amo”.
Che c’è di strano? Le figlie amano il loro padre”.
Non come noi. E poi, volevo dirti che ho scordato di prendere la pillola”.
E Giuseppe non dice nulla”?
Che c’entra lui? Non sa nulla, lui. Crede si prenda solo dopo averlo fatto”.
“Non è così”?
Si prendono per farlo. E lui si è sempre dimenticato di comperarle”.
Cosa vuol dire sempre”?
Sempre vuol dire sempre”.
Vuoi dire che lui”…
Mai. Gli ho detto che una moglie non è lì solo per quello. Che non sono a sua disposizione”.
E lui”?
Non so se ha capito. Mi ha risposto che allora li farà rammendare da sua madre. Faccia come vuole”.
Strana risposta, benedetto ragazzo. Certo che la vostra è una ben strana luna di miele. Io l’avevo detto che non mi sembrava a posto”.
A sentire te nessuno lo era, o meglio uno solo lo è: tu”.
Ho sempre pensato per il tuo bene”.
Qualsiasi cosa che pensi la pensi per il tuo di bene. Cioè la pensi con il pene”.
Non voglio sentirti parlare così. Sai che non sopporto la volgarità. E poi, mi sembra, o sbaglio? che la cosa non ti abbia mai delusa”.
Però qualche volta vista in imbarazzo: sì! Meglio parlare d’altro. Sai che la nave è portofranco”?
Che attracchi dove attracca. La mia vita è qui dentro. Non mi aspetto altro che di essere lasciato in pace. E’ mamma che ha voluto questa follia”.

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poesiaForse la pioggia aveva
lavato     quelle pietre     calcinose
e cancellato     l’odore,     e il segno,
dell’acre fumo d’alte rabbie
ma qua e là     senza ragione alcuna,
dove l’erba era filari secchi,
erano rimaste     senza ordine apparente
le grandi cicatrici
profonde quel tanto che basta
per uccidere     o per divenire
indelebile pianto senza scadenza.

Quale nome dare
all’eroica resistenza di quei sassi
al dolore?

Torna a lustrare l’armatura
dell’astronauta illusorio
e porgere le pietanze
colme di spessi aromi
arcano messaggero di speranze
che stendi a seccare al sole
le pelli della tua selvaggina
gli stessi tuoi panni
brevi e consueti drammi,
e giochi la tua età vicina
con cento lontane     e mille parole

come un’unica preda di anni.¹


1] 16 agosto 1973

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melaA qualcuno piace la storia antica, e sull’argomento ha ben più titolo di parlare di me. Personalmente sono sempre stato affascinato dalla loro mitologia; non che ne sappia poi molto. Mi arrampico in un argomento non mio. Certo che ne hanno dette e fatte in quei tempi che a pensarci qualche dubbio sull’evoluzione della specie viene. Forse più di qualcuno.

In realtà stavo pensando a tutt’altro: a come dire in modo semplice come questa società sia tendenzialmente portata a divorare i propri figli. A farla breve cerco un riferimento, come fanno quelli studiati. Sfogliare memoria con gli anni diventa impresa che nemmeno sorprende più, e non trovo di meglio che impastoiarmi col mito di Crono. Non mi viene altro. Ma non sarebbe venuto in mente solo a me. Prendo una coka e ne parlo. Scopro che anche a dire di altri è un riferimento adatto. Cosmogonia complessa di argomenti e viva. Stavolta, nel mito, c’è un po’ di tutto e forse di più. Son così i miti, non si risparmiano né per le pagine né a sottilizzare sugli argomenti. Saltano di qui e là e fanno di tutto un caos. Potrebbe essere di traccia per qualsiasi argomentazione. Di post ne potrei scrivere due. Anche di più. E forse di meglio. Cerco insolitamente di andare con ordine, ché la cosa mi affascina e mi intriga.
Torniamo nel caos perché tutto nasce veramente dal Caos. Bel tipo questo Caos; uno che s’è fatto proprio da sé. Insomma, senza stare a sottilizzare; ti si inventa. Non quelli che hanno già qualcosa. O che hanno un padre. O una azienda avviata dietro le spalle. Una sorta di dio ma meno ordinato. Non di quelli che si fa un calendario di lavoro. E poi riposa la domenica. Forse si potrebbe dire ancor più casinista. Meno artigiano e più artista. Improvvisa. Fa e disfa e non sempre sa quello che fa o perché lo fa. Gli è venuto così. Ma anche di lui non c’era verso di liberarsene. In qualsiasi parte andavi te lo trovavi tra i piedi. Non certo un padre di quelli facili. Potremmo dire un po’ invadente. E’ da lui che nascono Urano e Gea. Potremmo dire sangue del suo sangue e carne della sua carne. Figli del suo seme se le cose non si complicassero un po’, sia per la paternità (ma anche maternità; probabilmente al tempo le anagrafi non erano così precise), sia per quel loro strano rapporto parentale, cioè per come lo vivono.
Urano lo vive come molti uomini vorrebbero viverlo, in uno stretto rapporto affettivo al ventre materno. Urano si aletta, come si potrebbe dire con termine ospedaliero, e, usando un linguaggio un po’ meno forbito, mette sotto la madre. Non era certo come certi personaggi moderni che tanto vantano ma alla verifica dei fatti… Che maschio Urano. Chi non invidia la sua maschilità? La sua caparbia possanza instancabile? E’ talmente preso nel fare che per generare genera ma non dà nemmeno il tempo alla povera donna, terra, di partorire i suoi “piccoli”. Lui non si ferma un solo istante. E’ forse questo l’amore universale? E non parliamo di morale. Ogni tempo si inventa la sua, di morale. Non c’era in giro nemmeno un confessore. Di cosa ci si poteva perdonare? Si stava, allora, creando il mondo. Inventando la Storia. E mica quella piccola. Mica una barzelletta. La Storia vera. Se ne parla ancora. Una Storia fatta di quello che si ha, e di un buon letto.
Ma si sa come sono fatte le donne, sono volubili. Lei, Gea, dopo un po’, a dire il vero un bel po’, si stanca. Forse, la povera donna, aveva anche le sue buone ragioni. Ormai doveva anche pesarle avere sempre sto impiastro addosso. Forse cominciava a invecchiare; puzzare di sudore. Cosa ne possiamo sapere della sopportazione delle dee o delle sudorazioni degli dei? Come pensa di risolvere la situazione? Rivolgendosi a Crono, Il suo ultimo figlio, il più piccolo, il nostro eroe odierno. Il quale, dietro suggerimento, evira il padre (cioè glielo taglia) con un falcetto. Prima ancora di nascere priva il padre del suo grande orgoglio. E non lo vuole nemmeno come custode del letto. Probabilmente nasce riservato. Poi caccia i fratelli; non doveva essere certo di buon carattere il pargolo. Forse non amava la compagnia. Forse era la confusione che lo infastidiva. A pensarci bene la confusione gli doveva ricordare quel padre ormai eunuco e tanto ingombrante.
Li caccia tutti tranne una sorella: Rea. E mica son gente qualsiasi: sono dei. Ma lei… Infondo Rea non è male. -deve pensare- Forse la guarda e la vede. Piena di tutte quelle cosettine buone messe al posto giusto. Quando l’uomo le donne le guarda con attenzione… E poi anche il nome sembra invogliare. E’ tutto un programma, il nome. I greci son sempre stati, fin dai tempi dei tempi, amanti del bello. Pensa bene di farne, diciamo così, la sua sposa. Non è dato sapere se la sposa, anzi sposarla non la sposa; nemmeno con rito civile. Ne fa, sempre per così dire, la sua compagna. Seppure in un universo non molto affollato c’era una certa promiscuità. Non c’era tempo a sottilizzare. A fare i sofisti. Ora ce ne sarebbero delle malelingue. Non che la morale sia poi così cambiata. Per fare si fa; è nel modo di dire. Si dice solo se fa notizia, altrimenti lei è solo puttana.
Ma le malelingue sono state inventate col mondo e, anche all’epoca, le solite malelingue cominciano a sussurrare che i figli gli riserveranno lo stesso trattamento da lui riservato al padre. Veramente la voce era nata su una sua detronizzazione da parte dei figli, ma si sa come si diffondono le chiacchiere. Sussurra oggi, sussurra domani. Il sussurro si fa pettegolezzo. Il pettegolezzo calunnia. E’ così da che è mondo. Che poi gli schizzi colpiscono dove schizzano, un po’ a dovere ma molto a caso. E poi i Greci erano bravi in queste trovate molto coreografiche e a effetto. Infondo potrebbe essere lo stesso; come nella profezia in cui figli uccidono il padre. Se fa lo stesso, io ho una figlia, ma ci riesce egregiamente. Ma insomma di questo se ne è parlato a iosa, fin troppo. E a dirla tutta ne parlavo più volentieri prima d’essere padre. E’ perciò un bel po’ che ne ho perso il gusto. Infondo è una storia vecchia. S’è già sentita.
E’ verosimile, digredendo, ci fosse soprattutto amarezza e sorpresa nella bocca di quel padre, più che l’intenzione di offendere il figlio per la sua poca avvenenza. Fatto sta che sappiamo come finì. Ma già da prima si era a conoscenza di fatti simili. Da molto prima. Ne è piena la Storia -prima e dopo- della memoria di come in certi ambienti -bei posticini- si andasse alla successione previo soppressione del genitore e dei parenti in genere. Mica come fino a solo ieri che il padre lasciava il posto sicuro al figlio, se non riusciva a sistemarlo prima. Andando così indietro, quelli di allora, erano un poco più, diciamo così, spicci. Come ricordavo di questo se ne parlava già da tempo fin alla nausea. Inutile ricordare che sul nome di un povero orfano, Edipo, si è messo in piedi un complesso (facile ironia fuori luogo sarebbe per me l’ammettere di non averlo mai sentito suonare). Insomma c’era tutta sta storia dei figli che ucciderebbero i genitori. Una cosa tanto confusa da rischiare di perdercisi dentro. E anche una storia un po’ rock. Ma qui è solo caos e divertimento.
La cronaca ricorda pochi episodi e li condanna come eccezioni. La verità assomiglia più all’altra faccia della medaglia. Con l’evoluzione della specie l’età media continua ad aumentare. Carrozzine se ne vedono sempre meno, e sempre meno si sente il belare di neonati. Quello che è, quello che non è, stiamo diventando una società gerontocratica. Il mestiere più diffuso e quello dei badanti. Si incontrano sempre più figli del tale. Sempre meno giovani vivi e vegeti. Sto ancora coi miei. Le nuove leve che avanzano lo fanno a vetusta età e anche. Qui è difficile dirimere la confusione. Pare evidente come sia giunta l’età di Crono che per difendersi dai figli li divora. Potremmo, a questo punto, chiedere aiuto alla Mitopsicologia, ma anche no. Anche perché vallo a spiegare che son finiti i tempi dell’invidia del pene, e sono arrivati quelli dell’invidia del pane. Quello che poi conta è il risultato. Quanto sia invadente la figura di un padre, di certi padri, e relazionabile all’impossibilità di emergere dei figli. Conoscevo uno che ha passato cinquant’anni a fare la sicura promessa. Dalla sera alla mattina si è trasformato da promessa in ex. Il suo mentore è tutt’ora lì, al suo posto. E questo sarebbe nulla, e consolatorio, se appartenesse solo alla storia recente e locale. Ci vuole tatto quando si incontra. Solitamente spinge lui la carrozzina e guarda dentro con sguardo famelico.

Vorrei soffermarmi ad un ultima considerazione di struscio su Crono perché a volte si dovrebbe riflettere bene prima di una decisione decisa. Non sempre tolta la causa hai risolto il problema. Sarebbe fin troppo facile. Zac! basta un taglio netto. Nella vita, a volte, le cose sono più complesse. E quando stappi il tappo ne esce tutto. Non si può scegliere. Ne esce il bene come il male. Le cose buone mescolate a quelle di cui si sarebbe potuto fare a meno. Crono libera la madre dal giogo del padre e libera i fratelli. Mica uno stuolo di pargoletti carini carucci. Non erano tutti riusciti come belli di mamma. Tra loro c’erano anche i ciclopi. Il nome stesso li condannava. Quelli con una sola palla degli occhi. Ricordate quello che si addormentò contando le pecore, e ci ha rimise anche quell’unico occhio? Furbi manco a sperarci.
Grandi, grossi, e minchioni; è risaputo. Non se ne conta uno che veda oltre il naso. Ricordate? un occhio solo; e anche cecato. Probabilmente una cataratta. Comunque, fin da sempre, quando va alla grande, miopia. Impossibile annoverarli tra i lungimiranti. Li vedi avanzare con quel loro passo caracollante. Ricordano proprio le loro caricature disegnate in certi lungometraggi a cartoni animati. Vedere non ci vedono proprio ma a parlare escono solo suoni disarticolati. Puoi vestirli in doppio petto blu e cravatta regimental ma minchioni restano. E dicendo questo non ho in mente nessun personaggio in particolare. Se il pensiero del lettore va a qualche individuo preciso, con nome e cognome, è sola ed esclusiva perfidia dello stesso lettore.

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