Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘paesaggio’

Gerusalemme

Dopo la notte. Perché la notte sporca tutto; di nero. Nulla è diverso. Solo un grande universo di ombre. E i colpi improvvisi fiondati delle luci. Come buchi; baluginanti. Come bugie. Come sussurri sfuggiti di mano. Frettolosi. Come un vuoto cavo; privo di emozioni. Come se non esistessero altri mondi. Senza eccitazioni. E’ stato tutto fin troppo facile. Non resta che l’incredulità. Ed essa si mescola alla fretta. E alla stanchezza. Guardarsi intorno è trovare solo un grande vuoto. Febbricitante. Mi sembra di non essere mai partito. Non fosse perché mi trascino il sonno di queste piccole ore. Non fosse perché so, perché mi hanno raccontato: pagine, voci, ricordi. Perché ho già una guida. E lei mi guida. Mi dice che questa non è la luna, che non sono entrato nel ballo. E non aspetto il mattino, lui viene da solo. Si fa spargendo sole in un paesaggio piatto. Ed è Palestina.
Diario di viaggio. Mi alzo pigro. Svuotato di forze. Forse è la febbre. Spero sia solo quella. Senza il coraggio della resa. Il fuori mi aspetta. Mi accorgo subito che il viaggio non è fuori ma dentro. In me. A mettermi ansie, e dubbi. A dirmi che non era vero. Non così. E’ un viaggio nella pancia, nel cuore. Banale dire: un viaggio nell’anima. Le emozioni tradiscono. Niente è uguale. Credi di sapere. Ti accorgi che non sai. Devi sentirle le cose. Devi vederle con i tuoi occhi; lì. Toccare quella terra che pare non essersi mai bagnata che di sudore. E mai abbastanza. Terra che si fa polvere. Che si fa pietra. E la carne è pergamena, sui volti scavati, sotto le schiene curve. Adesso sì, sono sulla luna. Su un altro mondo. Il paesaggio altro non è che paesaggio. La gente è gente. So che l’uomo è uomo da per tutto. Non cambia con le stagioni, né per una limite immaginario e immaginato. E la gente va di fretta come da noi. E’ mattino. Si comincia. L’inquietudine è solo nello stomaco, nel mio stomaco. Ho timore di aver sbagliato posto. Eppure le voci hanno suoni diversi. Che ricordo appena (senza dovere spiegazioni).
Dimmi che è vero? Siamo a Gerusalemme. Dove è cominciato tutto. Dove sono nate le storie (e anche chi le ha raccontate). Dove hanno scritto l’odio. Dove hanno ucciso l’uomo. E lo tornano ad uccidere ogni giorni. Ogni minuto. Ciò che mi colpirà è la testarda perseveranza. L’ostinazione di un rancore senza tregua; lì dietro torrette cieche. E la gente per strada, che sa ancora sorridere. Che sa ancora guardare a domani. Che inventa un motivo continuamente, e la voglia di vivere. Quella voglia frettolosa di frugare nel nulla per preparare almeno un tè. Per farti sentire a casa. Eccoli i terroristi. Certo che non ci avevo creduto. Certo che non può esserci un popolo che vive solo e tutto di terrore. Sono uomo tra gli uomini. In ogni paio d’occhi c’è un benvenuto. Voglio vedere l’altra faccia. Ho fretta.
Cos’è un’occupazione? E’ lì, dietro un muro. In quelle torrette da dove ti guardano e non li vedi. E’ nelle armi di un paese di guerra. Ma è questa la guerra? I bambini vanno a scuola. I negozi aprono. Tutti vanno di fretta. Una fretta scomposta. Passano vicini alla guerra e non la guardano. I soldati paiono anacronistici. Usciti da un altro raccolto. Scesi da un altro mondo. Da un mondo distante. Maschere. Finzione. E paiono anche loro a disagio. Fuori dal tempo. Imbarazzati. Appaiono all’improvviso e scompaiono lentamente. Cercano di non guardati, ma quando lo fanno ti sfidano. Credono che quello sia il loro compito: sfidare tutto e tutti. Sfidare il mondo. Forse è questo il mestiere del soldato. Raccontano in silenzio un’altra storia. Ancora un’altra. E tutte quelle storie si intrecciano. Senza una vera trama. Senza un ordine. Più alto delle case si leva il minareto. Più delle voci si alza l’adhān. Ora so di essere arrivato: sono a al-Quds.

Read Full Post »

Foto di una strada veneziana con l'acqua alta e le persone che camminano nell'acquaOggi Venezia è così, come questa splendida malinconica poesia di Alberto D’amico (qui interpretata magistralmente dall’amica Giuseppina “Bepa” Casarin)

Cavàrte dal fredo, dall’umidità
dai muri bagnài, dal letto geà
portarte distante, fora de qua
trovarte una casa, la comodità

tre stanse col bagno e ‘l termosifòn
e tanta acqua calda, che la vien co ti vol
scaldarte i pìe, scaldarte le man
xe longo l’inverno, non basta el me fià!

Se suppia scirocco vien vanti l’istà
e fora in laguna se sente cantar
turisti va in Piassa, al Casinò
Cipriani fa schei e mi no ghe n’ho.

I vien par tre mesi a fotografar
colombi che svola, palassi sul mar
comprè cartoline, che schei no ghe n’è
turisti da culo, che schifo che fè!

Torna novembre, bate le tre
in leto strucài bevemo un brulè
xe fredo, xe acqua, xe tuto allagà
e semo più fondi de un anno fa

Sotto la tola un metro de mar
te s-ciopa la gola, te vien da sigàr
xe morta la stùa, se squagia el cartòn
ti piansi e i to oci xe un’altra aluviòn

Portarte distante, in serca del sol
ma el sangue go fiapo, el peto me dol;
novembre de bruto m’ha assassinà
e gnanca el coragio me ga salvà

San Marco e i palassi i vol salvar
però i venesiani pol anca spetàr
i salvarà i santi, la xona industrial
Valeri Manera col cardinal.

Da Ciosa a Fusina tuto va xo
portarte distante, dove, no so
in fabrica forse i me ciaparà
andaremo a Marghera, forse a Milan

E i veci no parte, i speta a morir
i mor venessiani, i mor col so vin
e vece va a messa, col sciàl e ‘l cocòn
le mor confesàe, disendo orasiòn.

Read Full Post »

tazzina di caffèMentre guidava nel paesaggio diafano, con quel bisogno di dire, si ricordò di Moses E. Herzog; che poteva anche scrivere alle persone, sia che fossero o che non lo fossero più, anche se loro mai avrebbero potuto leggere quelle parole. Spense la radio e fu così che finalmente riuscì a dirlo a Carlotta “Non mi è mai piaciuto il modo in cui cucinavi il riso”. Se ne pentì subito e immediatamente si sentì come liberato. Poteva farlo. Le sue lacrime non lo ricattavano più. Gli scheletri degli alberi erano fragili figure quasi dello stesso vetro del cielo. Si chinavano tutti in una direzione “Non vorrei rubarle il suo tempo, per quanto lo ritenga frivolo, ma la sua teoria del riscatto mi sembra solo richiami per le allodole. Mi addolora”… Si sentiva leggero; era un po’ che non pensava a quel passaggio delicato in Haydn. “Le note restano sette e anche a voler essere generosi le alchimie si stanno esaurendo ma c’è un ma: sono i sentimenti quelli che contano”. Stava diventando pazzo? no! forse era solo quella sorta di ebbrezza che gli dava sapere che, quando sarebbe giunto, lo aspettava Simona. Che lo avrebbe accolto il suo sorriso radioso. “Puoi continuare ad allineare le tue cifre ma alla fine, come risultato, avrai solo il debito della loro aridità. Io non sono per essere solo il mille o mille volte mille”. Qualsiasi convinzione gli andava stretta. Lei almeno non sarebbe ricorsa al Martini; odiava il Martini. Certo non era la Pennsylvania Avenue. Fu solo un intervallo di breve durata “La sua scomparsa è stata unicamente un vero e proprio tradimento”. Al massimo avrebbe versato un bicchiere di Porto rosso freddo per entrambi. Si parla meglio con un bicchiere di Porto rosso fresco tra le dita. Simona aveva mani con dita lunghe e sottili. Mani che svolazzavano sempre in movimento. In fondo belle. Piene di piccole storie da raccontare. Voleva solo stare in silenzio e ascoltarle tutte.

Read Full Post »

E’ sempre facile parlare di vita e di morte quando si parla degli altri o per sentito dire. Certo che lui li ammirava quelli che il coraggio ce lo avevano. Lui amava Enrica perché era sua moglie e perché era paziente. Aveva cercato di farsi accettare dai suoi e la sua vita era sempre stata così. Non sapeva in che misura lei lo stimasse ma dubitava lo facesse. D’altronde non trovava un argomento per essere orgoglioso di se. Quella donna si era spogliata per raccontarsi tutta. Di storie tristi ne aveva sentite molte anche se forse mai come quella. E non aveva dovuto fare strada per raccontarla. Ed è sempre meglio diffidare: di impostori sono piene le strade del mondo. Cosa rendeva veramente quella disperazione più vera e credibile? Eppure i suoi occhi possedevano una tristezza che pareva un baratro. Sul viso e le nocche portava segni di percosse. E aveva troppi pochi denti per gli anni che diceva. Nemmeno lui lo era duro ma gli avevano sempre raccomandato di essere assennato. E faceva freddo per stare lì in strada. Non riusciva a non essere cortese. Si rendeva conto che lei sapeva e voleva muoverlo alla pietà. Ma la mano era già la mano di una morta. Non aveva che il dubbio e l’unica consapevolezza di essere solo un suonatore di sassofono.

Read Full Post »

linguacciaRiprendendo in mano un libro dopo molti anni Marco ritrovò una cartolina di un vecchio amico: Paesaggio sereno di montagna; a uso turistico.
La firma arzigogolata, disegno sicuro, era accompagnata dal nome, grafia elementare, della ragazza di allora. Quei due tratti sembravano ora spiegare tutto. Fidanzati (normalmente dice una classificazione alquanto imprecisa), ora non più. In quel caso si erano scambiati anche gli anelli e si erano restituiti quasi solo rancore.
Come spesso avviene in questi frangenti lui, stava riponendo un poco deciso sogno di pittore, aveva creduto di soffrire. Lei se n’era andata con un altro; ricordo un ragazzo dall’aspetto di quelli che paiono ragazzi per sempre e dai comportamenti composti. Elegante, che dire di più.
Lui, quell’amico, cercò di simulare la disperazione, pensò come colpire l’antagonista, e s’imbatte in un’irosa rabbia. Sembra trasparire sempre qualcosa di falso nei sentimenti estremi dell’uomo quando ha quell’età che non sà concedersi che estremità.
Poi, come sempre, tutto ricominciò daccapo; con verso quasi casuale. Un’altra donna (breve spazio d’attesa) e come un ragazzo essere un uomo in imbarazzo.
La madre (con cui viveva), le storie di tutti i giorni, le curiosità, vecchi amici ritrovati in un momento precario, lo stesso nostro ritrovarsi: quasi un intermezzo.
Di quella ragazza Marco non ricordava nemmeno il nome (se mai l’aveva saputo), non l’aveva mai vista. Con quell’amico si erano da allora persi, chissà se l’avrebbe rivisto. Finì il libro e buttò la cartolina.¹


1] Scritta il 21 aprile 1991

Read Full Post »

Benché gennaio fosse ormai alle porte la gente lo leggeva come in un giornale.
Con allegria ludica e sfacciataggine bambina la gente lo leggeva e ne parlava sopra. Anche il suo disagio leggeva e le sue balbuzie.
Non salutò nessuno, non portò rancore. Forse lui solo si chiese se sarebbe tornato.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

Read Full Post »

La vacanza

La strada si incuneava fra due pareti fiere come un canyon. Costeggiava un fiumiciattolo sempre rabbioso che ne aveva dovuta avere di tenacia per farsi spazio tra quella roccia. L’ultimo tratto era ripido che era una fortuna quando si poteva inserire la terza o far respirare il motore. Senza preavviso, dietro una curva, c’era il piccolo paese. Semplici costruzioni di gente che non viveva perché viveva ancora il passato. Cammini che all’aria di cristallo fumavano. Poi le prime case di vacanza e queste si sporgevano sul paesaggio. Nuove. Con le pareti lisce di cemento. Dove i vetri trasparenti. Con quell’aria di silenziosità.
Era momento per la messa. I pochi si affrettavano per l’ora e per il freddo. L’uomo era ingobbito, mani in tasca, sul filo della sigaretta. La barba di qualche giorno. La moglie lo rincorreva con piccoli passi frenetici. La testa coperta da uno scialle nero. La vita era tutta lì.
Entrarono. La donna si sfilò la pelliccia mentre il compagno ordinava un caffè per lei e una grappa per sé. Chiese se c’era qualcuno che potesse andare a prendere le valigie. Si sentì rispondere, con due occhi più contrariati che sorpresi, che lì nessuno portava le valigie. L’uomo al banco aveva un grembiule che doveva essere stato bianco e che aveva un paesaggio di memorie di cibi. Aveva occhi che non si scordano, curiosi ma tenuti a freno, e una pelle di cuoio che pareva aver ereditato dal padre. Si stava asciugando le mani e continuò a farlo, con calma. Strana gente quella di quel posto. Non parevano per niente amichevoli e loro dovevano sbrigarsi perché lì il giorno non aveva che sei ore.

Read Full Post »

Un po’ per pigrizia e un poco no! ho preso a postare immagini dei risultati di quanto mi diverto ad imbrattare tele. E’ una delle tante gioie ritrovate dopo lunghissimo tempo. Mi sia perdonata la narcisistica esibizione.


Oltremare. Tecnica mista su cartone telato 40*50; 15 aprile 2010.

Read Full Post »

poesiaVedere
ma non aver nulla da poter     dire,
la pioggia aveva tintinnato
e nell’erba giocato la gente.
Dov’è una taverna dove fermarsi
per poter annegare il proprio umore?
C’è una casa     alla fine del viottolo,
qualcuno che potrebbe starmi a sentire
forse addirittura un angolo vivo
come fra le mimose ero bimbo
un bimbo,     un’altalena;
forse tutta una città     già desta.
Io stesso     se voglio
posso rendermi conto     che
non è ancora sera.
Ma chino, scendo     coi miei panni,     vado
dove l’ombra soccorre il silenzio.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: