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Posts Tagged ‘Paolo Pietrangeli’

Io non credo ai vampiri. E’ meglio dirlo subito. Tanto per essere chiara, anche se mi chiamo Elisabetta. Non credo ai vampiri come non credo a dio, a maometto, a jahvè, a budda, all’uomo lupo, a halloween, alla befana, a babbo natale ma con qualche riserva. Stento persino a credere al primo maggio. Credo solo a ciò che vedo, anche se alla messa ci vado come tutte. E la notte non si può dire che mi annoi. Io vivo la notte. In fondo si può dire che sono anch’io un animale della notte. Di giorno me ne starei sempre a letto. Con le persiane chiuse. Amo la notte. Mai fatto strani incontri. Eppure usciamo, o frequentemente esco, spesso. Non si può dire che la mia non sia una vita frenetica. Oggi una cena o una cenetta. E domani qualche locale. Uno spettacolo. Un’intervista qua e là. Mai ferma. E poi il mattino bisogna ricominciare. Ed essere pronta e presentabile.
E ripetutamente siamo passati anche per quei quartieri. Quelli che chiamano del degrado. Di notte. Un po’ per curiosità. Per vedere. Senza scendere dalla macchina. Le cose bisogna vederle. Non basta saperle per sentito dire. E ho provato a lasciare avvicinare qualcuno. Raramente barboni; hanno un puzzo. Qualche pusher. Qualche signora della notte. Sempre per curiosità. Mi chiedevo come facevano. Cosa dicevano. E un po’ mi fanno anche pena, quelle signore che invecchiano subito. Capisco che molte lo fanno per bisogno. E poi spesso puttana ci nasci. E’ nel dna. Nell’ambiente in cui cresci. Molte non hanno mai avuto una vera famiglia. O degli esempi positivi, in casa. Non hanno conosciuto un’alternativa. Sono nate per riempire quel letto. Per essere balocco. Ma anche tante non hanno il minimo rispetto della fatica. Non hanno mai imparato a lavorare. E’ questo a farmi incavolarsi. Nemmeno un briciolo di dignità.
Io dalla palta mi sono tirata fuori. Con le mie mani. Se era per i miei non so dove sarei. Magari a lavare panni. Posso proprio dire che mi hanno lasciata con le pezze al culo. E sono caduta. Ma ogni volta mi sono rialzata. E più caparbia di prima. Ricordo bene tutto. E’ anche per questo che non mi dimentico mai degli altri. A guardare bene ne ho fatto di bene io durante tutta la mia carriera. Le so le cose della vita. Sono vedova due volte, ma questa volta l’ho scelto più giovane. Non che non mi si addica il nero. Anzi ci sto anche una meraviglia. Solo non mi piacciono quelle cerimonie, dove devi mettere in piazza il tuo dolore. Il mio è una cosa privata. Quello che sento lo sento io. Non ho bisogno di andarlo a raccontare, né sbandierare. E tutti si ricordano di me come della vedova del mio povero primo marito. Nessuno si ricorda di quella ragazza. Li so io i segreti dietro la facciata, e i sacrifici. Mica li vado a raccontare.
Non ho nulla contro gli operai. Sono stata operaia anch’io. Al telaio. Prima che diventassero i miei operai. Prima che quattro esagitati frantumassero il busto del mio primo povero marito. Ho anzi simpatia per loro. Ci sono anche brave persone, che fanno il loro lavoro. Ma erano altri tempi quelli. Però più di ieri vivere costa fatica. Per tutti. Anche per me. Ne ho viste tante. Ma proprio tante. Solo che ho la fortuna di essere quella che sono. E una deve anche sapersela guadagnare la propria fortuna. E so buttarmi tutto dietro le spalle. Ma chi non l’avrebbe fatto al posto mio? Avevo quel personale, non che oggi… proprio non male. E lo sapevo usare. Non che non ci avesse pensato allora anche la Arianna, quella smorfiosa. O la Gianna che di tette era messa anche lei bene, forse meglio. Guardo poi com’è finita. Non è stato facile convincerlo. Ma io ci ho saputo fare di più. All’uomo bisogna lasciare credere che è lui a fare l’uomo. Sbagli un attimo e sei già tra le cose usate. E quell’arte mica me la sono imparata a scuola. Non mi potevo distrarre nemmeno un attimo. Col mio primo; ma un po’ anche con il secondo.
Lui, il primo, mi ha lasciato la sua fortuna, ma ha avuto la morte che ogni uomo desidererebbe. E’ lui l’uomo importante della mia esistenza. Non lo scordo mai. E’ morto tra le mie braccia, nel nostro letto. Chi potrebbe chiedere di più? E poi non gli ho forse dato dodici anni della mia vita? E che vita. Un giorno gli dico: “Sarai mica geloso”? “No! –mi dice– è che non mi piace vedere il tuo culo in tutti i quadri appesi a tutte le osterie dove entriamo”. Che colpa ne ho se mi piacciono le cose belle? Se amo l’arte? Ma eravamo ancora all’inizio. La verità vera è che un po’ geloso lo era. E che avrebbe voluto vederlo solo lui. Averne l’esclusiva. Come un cardato di sua produzione. E, non per dire, mi ricordo anche degli altri. Di chi ha meno. Non c’è un’iniziativa di beneficenza che io non dia il mio contributo. Che non mi veda presente. Li scalo dalle tasse ma li tiro fuori dalle tasche; dalle mie tasche. Dove passo io poi i poveri sono meno poveri. E quando mi libero delle mie cose vecchie, che tanto vecchie non sono, solo che magari non le uso più, le dò alla caritas sempre. O il ricavato dell’asta lo dò a qualche altro ente benefico. Insomma non mi si può proprio rimproverare niente. Se ho qualche spicciolo è perché me lo sono guadagnato, centesimo sopra centesimo. So io quanto ho dovuto lottare che a lui quasi quasi piacevano più i maschietti, ma proprio ragazzini. E quando si limitava a guardare li vedevo come miei figli; io che di figli non ne ho mai voluti. Che io non prendevo sul serio i ragazzini nemmeno da ragazzina. Ho sempre preferito l’uomo a cui non devi star lì a insegnare tutto. A dirgli come deve fare. Insomma mi facevano, e mi fanno, tenerezza.
E io non mi sopporto quando provo tenerezza. Mi sento così… così indifesa. No! non è stato facile, ad assecondare i suoi vizietti. A far finta di non vedere i suoi capricci. Anche quando mi diceva che voleva guardare. Io sempre pronta. Sì! mi sono sudata tutto; ogni fortuna. E ora quello che ho posso dire sia frutto solo dei miei sacrifici. E Lorenzo, il mio compagno attuale, ma anche Claudio, fanno quello che voglio, perché pago io. Non fosse per me dovrebbero andare a lavorare. Dovrebbero sudarseli i loro sfizi. Guadagnarselo il pane. E allora li vorrei vedere. Puf! finito tutto. La macchina nuova. L’attico. La casa al mare. Le vacanze in montagna. L’amichetta. Purché non acceda. Come una bolla di sapone. Invece… So essere anche tollerante. E comprensiva. Ma se si viene a sapere gli spezzo le gambe. Gli tolgo gli alimenti. Non che qualche corno non glielo metta; a Lorenzo. Va da sé anche a Claudio. Devo essere onesta. Ma che colpa mi si può muovere? Sono solo scappatelle. Cose di poco conto. Quasi tutte. Non è forse l’occasione che fa l’uomo… cioè la donna ladra. E’ la vita stessa che ti porta nelle cose. E poi quale donna non ama essere corteggiata?
Io preferisco corteggiare. Quando me ne viene voglia. Succede. Non spesso. Succede. Ma loro devono stare attenti perché ho una faccia da difendere. Un nome rispettabile. Perché io la pipì non la faccio mica in piedi. E poi a loro non deve interessare quello che faccio io. Se non ho bisogno di Lorenzo ho l’autista ad accompagnarmi. Sempre lo stesso. Uno che non vede. Che sa tacere. Una persona riservata. Per dirla fino in fondo mi ha assaggiata anche lui. Forse dovrei dire che son stata io ad assaggiare lui. A pensarci mi viene anche da ridere. Dovrebbe essermene grato per sempre, ha conosciuto il sapore di una signora. Ma debbo dire che da quando è al mio servizio, e prima a quello di mio marito, non ho mai avuto da lagnarmi. Li tratto bene i miei sottoposti. Non so come faccia lei ma quando ho bisogno è a mia disposizione ventiquattro ore su ventiquattro. E anche lei si sarà resa conto che un lavoro come il suo è un capitale. Non si trova facilmente. Non ci si può sputare sopra. E così se lo chiamo di notte arriva prima che abbassi la cornetta.
A Lorenzo gliel’ho detto chiaro e tondo: “Così non va. Vedi di darti una regolata”. Certi vizi prima o dopo si pagano. E per lui sembra che il conto debba arrivare in fretta. Prima ancora di finire cena. Devo pensarci prima o poi. Ultimamente ha un incarnato che non mi piace proprio. Certe notti è proprio uno straccio; povera stella. Col rischio che mi prenda il sonno prima di toccare il letto. Certe sere persino sopra il piatto. Non lo vedo bene. Sta invecchiando in fretta, povero scricciolo. Però nemmeno io posso starmene sempre con le mani in mano. Deve capire anche me. Non potrò mica andare io a portare fuori il cane? Forse dovrei ridurgli la paghetta. A fare del male a volte si fa del bene. Io dico che dovrebbe smetterla. I vizi prima o dopo si pagano. A parte il costo; che quello sarebbe anche il meno. Ma non tanto.
Lui dice che lo lascio senza fiato, ma per me è una balla. Non credo di essere troppo esigente. Una donna è una donna. Ha le sue necessità. Le sue esigenze. E anch’io ho i miei bisogni. E lui a letto sta diventando… moscio. Se stiamo a casa cerca scuse. Spesso è davanti alla tele. Non sempre posso fingere di non vedere. E’ troppo giovane per una vita da pensionato. E io non sono l’istituto della previdenza sociale. Se non fa neanche quello… Che se lo mollo io ha finito di fare il cascamorto con tutte. Con tutte le sue… gallinelle. E di darsi quel tono. Io l’ho fatto e io lo disfo. Lo faccio rigare diritto. E che non mi dica di nuovo che è stanco. Che ha un cerchio alla testa. Le so bene anch’io queste storie. Si potrebbe dire che mi spetterebbero i diritti d’autore. Forse sarebbe meglio, anche per me, se si trovasse una mignotta fissa. Ora si è messo in testa di prendere il posto del D’Ambrosio. Buono quello.
Insomma sono buona e cara ma quando me le fanno girare. Il D’Ambrosio è finito a Cork a controllare la tosatura delle pecore. Ha smesso, dalla mattina, di fare il responsabile degli acquisti. Non potevo continuare a pagare quelle diarie, oltre a quelle la cui unica mansione era di stare inginocchiate tra le sue gambe. Che lo spieghi lui alla sua signora. Vediamo cosa le racconta per dirle che devono rinunciare a Cortina. Pierre dice che sono fredda come il granito. Non è vero. E’ solo che io non riesco a lasciarmi andare. E’ solo che io ho bisogno di avere le cose sotto controllo. Ho bisogno di sapere come va la tal azione e cosa mi costa il tale capriccio. I soldi non crescono nell’orto; sotto i cavoli. I soldi chiamano soldi. E quando se ne vanno si corrono appresso gli uni con gli altri. Ho dismesso Budrio perché era quasi solo un costo. In verità è stata solo una delocalizzazione. Mi dispiace per loro ma non potevo fare diversamente. E la vita continua. Gli affari sono affari. Soprattutto quando hai a che fare coi gialli. Che spesso mi chiedo chi me lo fa fare. Sarebbe anche ora anche per me di limitarmi a godermi quello che ho fatto. Insomma io mi son fatta tutta da me e mi son fatta bene. Inutile ripeterlo. E mantenermi bene mi costa fatica. Fatica e denaro. Ma non sto qua a piangere sul latte versato. In fondo non mi manca niente. E, parlando di uomini, posso ancora avere tutti gli uomini che voglio. C’è ancora chi non chiederebbe altro. Eppure non ho ancora il coraggio di dare un calcio a Lorenzo. Così me lo porto appeso alla borsetta. Tanto ormai tutti tollerano la sua goffa ignoranza. Certo è ancora molto… ornamentale. Non dico di no. Lui lo sa che deve stare attento. E che non mi piace sentirmi dire di no. Dovrei prendermi una vacanza, ma una vera vacanza. A volte vedo proprio che non sono più la stessa di un tempo. Che il troppo lavoro mi lascia i suoi segni addosso. Lo specchio non mente. Ho bisogno di coccole. Di farmi viziare. Ho bisogno di qualche novità. Forse di un maschio come si deve. Di una notte senza impegni. Ho solo bisogno di svagarmi. E questa maledetta forma di allergia per l’aglio.

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ResistenzeBastavano solo ancora pochi passi, ero già sul limitare del paese. Il buio mi nascondeva, ma nascondeva anche loro. Che poi per loro era più facile con quelle divise. Così sono spuntati all’improvviso. Mi si son fatti intono: “Ciao Giovannina, dove si va”? Solo il tempo di infilarmi il biglietto in bocca. Noi lo si chiamava Sanbuco perché era sottile. A dire il vero ci si metteva una breve pausa e ne usciva San buco, ma era per altri motivi. Si sa tutti che è lui il capo. Il capo della squadraccia. Lui mi prende alla gola, ma io il messaggio l’avevo già ingoiato. Per precauzione nemmeno l’avevo letto. Così mi sentivo più sicura. Una cosa in meno che mi poteva scappare.
Mi portano da loro. Una stanzetta poco illuminata e grigia. Si side e mi fa sedere. Anzi mi sbattono e mi costringono sulla sedia. Sarà quasi sempre lui a parlare e a dare gli ordini. Capisco che non sarà come oltre volte, me la vedo brutta. Si son fatti sempre più arrabbiati. Prima me lo chiede gentilmente poi mi assicura, dopo il primo schiaffo: “Ce lo dirai. Stai sicura che alla fine ce lo dirai”. Mi spiega che non gli piaccio quando faccio la testarda. E giù altri schiaffi. La guancia è già rossa e indolenzita. Credo che ormai anche l’occhio sia tumefatto. A Remigio invece son sempre piaciuta, questo si sa anche in giro. Lui mi guarda e già sbava con le sue fantasie. Quegli altri stanno intorno per vedere. Uno mi da un calcio per partecipare. Sanbuco la guarda che lo fulmina. Poi fa un cenno. In due mi prendono per le braccia. Uno mi tappa il naso. Un altro mi fa spalancare a forza le ganasce. E mi danno l’olio. Mi sento come se mi avessero slogate entrambe le mascelle. E la pancia che subito tutta mi ribolle.
Decidono cioè decide il capo e mi fanno il gioco dell’acqua. Mi immergono la testa dentro un catino. L’acqua è sporca e io mi sento soffocare, mi manca il respiro, mi sembra di annegare. Me la tengono dentro sempre più a lungo. Sanno che prima o dopo un essere umano parla. Non hanno fretta e non si stancano; anche perché Sanbuco più che altro ordina e loro si danno il cambio. E mi trascinano la testa per i capelli che mi sento svenire. E’ come se me li strappassero tutti insieme. Come se mille aghi mi si conficcassero dentro. Mi pare di impazzire, e loro si divertono. Si sente da come ridono. Artemisio è quello che pare più incazzato. Forse perché a lui ho detto no, e poi mi son messa con quel moroso. Forse lui non sa dimenticare. E continuano a chiedermi dov’è Tommaso. E io a ripetere che nemmeno lo conosco.
Mi dico solo a me, in testa: “Tommaso un c’è più. Adesso è Saetta”; ma a quelli ripeto solo quelle due solite parole. Cerco di farmi coraggio e di tirare i muscoli. Non so quanto ancora potrò resistere. Gli voglio bene e non sarà per colpa mia… Ma so che se la dovranno sudare. Sono decisa dentro. Non mi possono far paura. Lui, il Sanbuco, lascia pendere la cicca dalle labbra. Pensa che gli dia un aria più da duro. Il fumo gli va agli occhi. Sghignazza e me la spegne sul dorso della mano. Faccio per reagire ma in due mi afferrano per le braccia. Ma lo sputo gli arriva diritto in faccia. E’ solo che questo lo fa incazzare ancora di più. Quello che mi tiene alla mia sinistra è il Remigio. Sbava e mi strizza con forza una tetta: “Perché non ci divertiamo un po’”? Uno sguardo del Sanbuco lo zittisce. Va a prendere una pinza per estrarmi un dente. Io mugolo e cerco di divincolarmi, ma quelli che mi trattengono sanno fare il loro. Sono robusti e fin troppo forti per me. La stretta delle loro mani è energica e mi entra nelle ossa. Mi scendono due lacrime, non è per la cicca, nemmeno per il dente, né per altro; è solo per la rabbia e quelle mani. Mi lecco il sangue dalle labbra; ha un sapore amaro.
Per non pensarci mi ripeto in testa le tabelline. Sarà anche folle ma mi sembra che mi aiuti. Il Sanbuco mi strappa la camicetta prima che mi arrivi il suo pugno su un occhio. Scoppia a ridere e continua a chiedere. Loro per un attimo mi lasciano. Sibilo un fanculo ma anche questo li diverte. Ho un seno fuori ma non mi ricordo più di quei lividi. Naturalmente il Remigio ha gli occhi fuori tutto eccitato: “Perché non ci divertiamo un po’”? Poi aggiunge, dopo aver ripreso l’ossigenazione: “Con questa vacca”. Ho ancora solo brandelli di camicetta addosso. Mi rendo conto che stavolta nessuno lo mette a tacere. Che anzi la cosa sembra interessare tutti. Anche il Sanbuco pare d’accordo: “Perché no? Facciamoglielo vedere cos’è un vero uomo. Un camerata”. Mi sbattono sul tavolo e mi strappano il resto dei vestiti. L’ Artemisio mi assesta un pugno preciso sul fianco. Poi si offre volontario: “Ci penso io.” –ma nessuno pare dargli troppa retta. C’è confusione e ressa.
Cerco di guardare da un’altra parte mentre aspetto il dolore. Mi fanno girare la testa a forza e con violenza. Pare che se sono guardati provino più piacere. Il primo elogia e sbandiera il suo battacchio e mi promette: “Adesso te lo faccio sentire. Ti faccio io divertire”. Il Remigio accenna una sorta di timida protesta. Forse vorrebbe rivendicare una sorta di diritto. Pare che la gerarchia resti tale in qualsiasi momento, e anche se taciuta. E’ il primo che fa più male. Me lo ripeto anche per convincermi. Lo sento entrare che mi sento lacerare tutta. Gli altri in quattro mi tengono tirandomi per le braccia. Cerco di divincolarmi, inutilmente. Mi arrivano schiaffi da tutte le parti; e mi sputano addosso le loro risate. E si danno il cambio come se seguissero un ordine. Ma dopo i primi sono talmente indolenzita che non sento più quasi niente. E forse mi fa più male la vergogna.
Sanbuco si scosta e controlla che siano rispettati i turni. “Adesso tu. Ora basta. Che c’è, non ti si rizza? Non fare la signorina, mica siamo qui solo per darle piacere. Anche questo è servizio”. Lui preferisce i ragazzini ma mica lo può mostrare. Soprattutto davanti a loro, sarebbe un disonore. E allora ha spiegato che lui preferisce guardare. Si mette da parte e sembra gli piaccia veramente vedere. Senza di meglio gode del dolore, o forse è proprio quello a dargli maggior piacere. Lo guardo prima di voltarmi dall’altra parte, e ne provo pena. Pensando a lui tutto fa meno male. Lo penso in preda del suo vizio. Lo penso al mio posto. Penso a che lui ci dovrò pensare. Penso a quando stavamo bene con il Tommaso. So che non lo posso tradire. Penso che sarà sempre un bel ricordo, anche non lo dovessi più rivedere. E penso a tante cose, o meglio cerco di pensarci.
Il Gilberto pare avere qualche problema. Non gli si rizza più. Forse sono io ad imbarazzarlo. Forse è il modo in cui lo guardo. Forse è semplicemente l’essere guardato. O non ha molto fiato. Certamente non gli piace e mi ammolla un morso che mi sento strappare il capezzolo. Ma nemmeno questo serve. E forse quello che lo fa incazzare di più sono le risa dei compagni e i loro lazzi. E allora si sente in dovere di fare l’uomo: “Non è questo granché. E’ come tutte. Credevo fosse più bello. Voglio farle il culo”. Mi rigirano a forza, a pancia in giù; mentre lui continua a ripetere: “Voglio farglielo sentire nel culo”. E quello, il Gilberto, prima mi controlla. E mi molla uno scapaccione, e pare divertito. Dice che il mio culo proprio gli aggrada. Che è un piacere guardarlo ma che ci pensa lui. Che poi non sarà più lo stesso. Lo pizzica. Mi dice che ho delle splendide chiappe. Mi avverte e mi rassicura che me lo romperà per bene. E che mi piacerà. Tanto che dopo, quando avranno finito, lo implorerò di farmelo ancora. Chiudo gli occhi e stringo i denti e aspetto quel dolore che mi squarcia e mi brucia come se al posto avesse un ferro rovente.
E, uno per volta, tutti ci danno dentro, naturalmente tranne il Sanbuco. Anche a lui piace il culo, ma non quelli come il mio. Credo che nessuno faccia più caso a lui. Tutti si impegnano con foga e per quanto ne so possono aver usato proprio anche quel ferro rovente. Certo che non si sono limitati ad usare solo di quanto erano dotati. Certo si sono aiutati anche con altri oggetti. Naturalmente non posso vedere. E il dolore si mescola al dolore. Credo di essere anche per alcuni istanti svenuta. E ho pregato iddio di farli smettere. Poi l’ho semplicemente pregato di farla finire. E allo stesso tempo mi aggrappo alla vita. E continuano ad imbrattarmi tutta. I capelli mi vanno negli occhi. Le lacrime mi bruciano le pupille. Le tette mi sembra me l’abbiamo strappate via. Il sangue mi cola da per tutto. Sono uno schifo, in balia ormai impazzita di quei bruti. E hanno anche smesso di chiedermi alcunché, così presi da quel divertimento.
Alla fine, perché c’è sempre una fine a tutto, il Sanbuco si avvicina e mi sbatte giù dal tavolo. Credo sia quello il momento in cui mi sono fratturata il braccio. E i suoi amici ricominciano con pugni e calci. Uno non credo di averlo mai visto. Mi da un calcio anche in faccio. Credo non voglia essere visto. Più che altro ha cercato di stare in ombra. Uno c’è l’ha ormai moscio, è finito, e mi piscia addosso. Poi anche un altro. Anche le loro energie si stanno esaurendo. Il Sanbuco prova a dire: “Ora basta”. Il Teschio lo prega: “Solo un attimo. Anch’io… ma non ho solo la piscia da fare”. Tutti sembrano entusiasti. Mi scavalca, allarga le gambe, si piega sul mio petto, spinge e mi cacca addosso. Gli altri se la ridono. E’ in quel momento che l’olio mi fa effetto e mi riempio anche della mia. Anche perché il peso del Teschio mi schiaccia al pavimento e mi preme sulla pancia.
Ho la terra in bocca, e negli occhi. Non riesco più a vedere bene. Mi vergogno, non so di cosa; decido: per tutto. Uno protesta: “Cazzo. Se l’è fatta sotto. Questa… questa… Sentite come puzza”. Un altro dice che non è stato come sperava. Uno è deluso perché dice che non ero vergine; né di qua né di là. Non era vero. Sono schifati. E poi insieme mi imbrattano tutta della sua materia organica, della sua caccata, e della mia. Alla fine sono esausti tutti e mi spiega il Sanbuco come stanno le cose: “Non è successo niente. Tu non sai niente e noi ci scordiamo tutto. Anche che non sei stata gentile con noi. E ringrazia che siamo buoni. Ricorda: non è successo. Altrimenti veniamo a trovarti a casa”. Mi alzano. Mi mettono i miei stracci in mano, o ciò che ne è rimasto. Mi infilano le mutandine in bocca; e mi mollano nel mezzo della strada. Così nuda e così sporca. Io cerco di stare in piedi e cammino a fatica. Non voglio farmi vedere, e inseguo gli angoli e l’ombra anche se è notte.
Per fortuna che mi incrocia solo la Silvana. Non c’è altra anima sveglia in giro. Lei dorme poco ed è appena uscita dalla casa. Per prendere un po’ d’aria fresca. Appena mi vede mi viene vicino. Non è sorpresa e mi chiede, anche se sa la risposta: “Che t’hanno fatto”? E mi sorregge fino a dove abito. La porta è rimasta solo spinta su. Si prende cura di me. Va a prendere l’acqua con la secchia e senza dir altro mi pulisce tutta. Lei, la Silvana, è un donnone. Mi tratta come la sua bambina. Quelle mani enormi sono così delicate che paiono cancellarmi il dolore. Certo non tutto. Fruga nella panca. Trova quello che cerca: qualcosa da mettermi addosso. Fa un pacco dei mie panni strappati e sporchi e li butta. Poi mi mette a letto e si siede vicina. Io chiudo gli occhi e fingo di dormire. Ho fitte in ogni angolo e mi brucia tutto là sotto. Non ci riesco proprio, a dormire. E domani devo anche andare per pomodori. Mica voglio dar loro anche quella soddisfazione. Chissà cosa racconteranno. E immagino come mi guarderà il paese. Non sarà una gran soddisfazione ma la Giovanna non ha parlato. E me lo dico a me stessa con orgoglio. Poi non prendo sonno, ma è come se dormissi. Chiudo gli occhi e faccio sogni violenti; sono in una sorta di ipnosi. Semplicemente assente. E quando canta il gallo la Silvana è ancora là. S’è assopita, povera donna.
Dopo un mese da quelle botte comincio a stare un po’ meglio. La faccia ha ancora lividi e cicatrici e quelle non se ne andranno. Anche sotto porto i segni e anche quelli non se ne andranno, neanche quando non si potranno più vedere. Certo, qualcuno mi guarda come avessi fatto chi sa che. Come avessi la peste. Come se fossi ancora sporca, e continuassi a puzzare come in quella notte in cui nessuno mi ha vista. Quella zitella della Ines si segna quando mi incontra. Forse mi invidia. Non sa quello che pensa. Forse è solo che vorrebbe anche lei, per una volta, sentirne almeno uno di duro. Non la bado. Vado per la mia strada. E non entro all’osteria da Anselmo. Loro ci vanno per il bigliardo. Io ci giro distante per non sentire le loro risa e i loro commenti. Non ho più paura di loro, io sono stata zitta, solo che mi fanno schifo.
Ma il diavolo fa le pentole e spesso dimentica i coperchi. E loro credevano che il Benito sarebbe ancora tornato. Invece non si sarebbe mosso più, li appeso per le gambe. Non sarebbe più tornato per stare vicino alla sua Claretta, che pendeva anche lei senza mutande. E in sua vece son arrivati degli americani, con le gomme e il cioccolato. Ed è tornato anche il mio Tommaso, ora non aveva più bisogno di farsi chiamare Saetta. E quelli di quella notte son stati presi tutti. Presi tutti tranne il Sanbuco. Presi e attaccati agli alberi appena fuori paese. E gli era stato dato quel che si meritavano. A tutti tranne che al Sanbuco, lui s’era nascosto in canonica; dietro quella gonna pretesca di don Girino, o come diavolo si chiamava quello schizzo di parroco topo.
Me lo sono sposato il mio Tommaso, anche se non ero del tutto convinta. Ma mica sono andata a farlo in chiesa. Io in chiesa non ci voglio più entrare. E anche il Tommaso alla fine s’è convinto, tanto aveva capito che non sono una che cede. Da lassù son tornati tutti eroi, ma io penso che i più eroi son quelli che son rimasti a casa propria; giù al paese. Ha appeso la sua bandiera rossa sul muro della sala da pranzo, e ne è pieno d’orgoglio. Mi piace come mi racconta le storie di quei giorni. Anche ai suoi compagni piace come le racconta. E’ per questo che l’hanno fatto segretario della sezione del partito. Io li guardo, i suoi compagni, e mi paiono tutti bravi ragazzi. Intanto il Sanbuco è ancora rintanato lì dietro l’altare. Quasi ce lo siamo dimenticati. Per tutti ma non per tutti. Quasi nessuno pensa più a lui, ma io mi ricordo e anche me lo sogno. Lui, mio marito, non vuole sapere di quella notte. Non per un motivo preciso. Non perché sia geloso. Semplicemente non vuole sapere. Preferisce così. Il Palmiro ha detto ch’è tutto finito. Di consegnare le armi. Qualcuno di quei compagni non l’ha fatto. E si bisbiglia in giro. Io li capisco.
Tommaso, il mio eroe di quei giorni, il Saetta, non è d’accordo. Lui dice che dobbiamo badare al futuro. Forse il giorno del matrimonio ho proprio sbagliato. E quando esce il Sanbuco dal convento qualcuno lo guarda con disprezzo e qualcun altro come un furbo. Io lo guardo e basta, quando lo incontro. Gli dico in silenzio il mio disprezzo. E giorno dopo giorno capisco che non mi basta. Per quella notte, ma anche per tutti i giorni dopo. E per quelli prima. E anche solo perché è il Sanbuco. E non mi piace punto. E non mi piace come certe volte mi guarda. O come sorride guardando mio marito. E non mi piace come guarda certi ragazzetti. E quello che si torna a dire in giro. E il fatto che ora lui ha una camicia bianca. Ed è il pupillo del fattore. E i braccianti è tornato a trattarli male. Né più né meno come faceva prima. Non tanto a suon di botte ma di umiliazioni. E di fame. Non c’è proprio giustizia in questo mondo. Il Tommaso continua a dirmi che debbo portare pazienza. Intanto il fronte le elezioni le ha perse; anche se ha vinto la repubblica. Non era quello che si voleva. Non è questa l’Italia che si sperava. E si parla per le strade che il Sanbuco alle prossime vuole candidarsi per le elezioni. E il Tommaso ancora a dirmi di pazientare.
Ma come e quanto? Con questi socialisti? Mica glielo dico al Tommaso quando esco. Parlo solo con quei compagni, quelli che hanno detto che il Togliatti si stava sbagliando, e altri ancora più giovani; nuovi. Non tanti, un mezza dozzina. Ed è dopo l’ora del desinare. Abbiamo tutti in faccia coperta dal nostro fazzoletto rosso quando busoo. Lui viene ad aprire e vede solo me e fa per l’ultima volta il gradasso: “Cosa vuoi? Guarda che ti riconosco anche con quel fazzoletto in faccia”. Sante, che è al mio fianco, lo spinge dentro ed entriamo tutti. Lui si fa bianco: “Ragazzi, non fate stupidate. Parliamone. Quel ch’è stato è stato. Eravamo giovani. Forse qualcuno ha sbagliato, lo ammetto. Io non ho fatto niente. Non sono stato peggio degli altri”. Due lo fanno sedere. E tutti gli si mettono intorno. Io mi chino e sollevo appena la gonna. La faccio sopra al giornale; ho portato l’Avvenire perché so che adesso legge quello. Gliela servo sopra la tavola; calda sopra il quotidiano. Lui ci guarda a tutti stupito, e guarda soprattutto me. Io gli spiego paziente: “Mangia”!
Pare capire ed è preda del panico. Cerca di non credere che sia possibile. Che siamo lì: “Voi… voi… Non potete! Ma siete matti”?
Io me la rido. Basta uno ad afferrarlo per le braccia tenendogliele dietro la schiena. Basta un altro a tenergli aperta la bocca. Sante sembra divertirsi e mi sorride e me ne chiede il permesso. Prende un cucchiaio dal cassetto e, mentre guardo, lo imbocca come un bambino. E come si parla ad un bambino gli parla: “Non devi fare i capricci. La devi mangiarla tutta”. E quella che al Sanbuco gli cola di bocca il Sante la raccoglie con pazienza e perizia e gliela rinfila dentro. All’inizio il porco cerca schifato di non deglutire, poi capisce che tutto sarebbe inutile. Ha tutte le labbra sporche ma sul tavolo non n’è rimasta nemmeno una cucchiaiata. All’ora lo si spoglia; proprio tutto nudo. Gli si mette un fiocco rosa sul suo battacchio spaventato. E io gli scrivo con mio rossetto sul culo “San –e subito sotto– buco”. Glielo si strapazza un po’ in modo che non gli sia facile tornare ad usarlo. E tutti ridiamo e poi, così conciato, lo si porta in piazza. Lo si lega alla colonna col culo in fuori. Beppe entra nel campanile perché per lui aprire una serratura è un gioco da ragazzi. E lui è ancora un ragazzo. E poi fa suonare le campane come ad un adunata. Quando arriva tutto il paese a guardare quello spettacolo io sono già a casa; anche se me lo sarei voluto vedere.
Solo dopo essere entrata mi tolgo il fazzoletto. Tommaso mi guarda stupito e mi chiede dove sono stata. Mi vede che non ho nessuna intenzione di rispondergli e allora mi chiede, per soddisfare la sua curiosità, anche se ha il dubbio di sapere da dove vengo: “Cosa hai fatto”?
Quello che dovevi fare tu. Questo era un lavoro da uomini”.
Prendo su le mie cose. Lui mi guarda. Sembra non capire: “Non fare così. Siediti un attimo. Parliamone. Giovannina. Ma vuoi metterti in testa che è acqua passata? Che è tutto finito”?
Lui sa che non mi piace che mi si chiami Giovannina. Mi chiamo Giovanna. E in quel modo mi avevano chiamato fin da bambina. E mi avevano chiamato pure loro; quei delinquenti. Glielo ripeto. Sotto Sante mi aspetta con la lambretta. Sono già sulla porta con la mia valigia in mano. Poche cose; non ho mai avuto molto. Il vestito che ho addosso, un cambio e la mia dignità. Non mi pesa nemmeno. Per ciò che lascio posso farne a meno. E il biglietto per il pullman ce l’ho nella tasca. Solo allora mi giro per rispondergli: “Sei tu che non capisci: Niente è finito e non finirà mai”.

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoAnche il ricordo fatica. Un nuovo mondo veniva alla luce e non c’era stato prima. Non c’era mai stato un ragazzo a dar calci a un pallone. I calcinacci li spalavano ancora di saggina. Cos’era la musica allora? quando è nata la musica. Allora era rubare un sogno. Tornavo a casa correndo col disco lucido e nero e lo mettevo nel piatto fino a consumarsi. E il giorno appresso ancora, e aveva colori e sapori nuovi. E imparavo le parole anche quando erano suoni che non conoscevo. Alle mie orecchie cercavo di farli suonare almeno simili. E le cantavo stonato come fossimo in tanti o cantavo Annamaria alla mia malinconia o a lei dopo averla conosciuta. Con quella voce che è rimasta uguale e gl’occhi che invece non sono più gli stessi. E loro parlavano di me e io di loro. E poi la prima autostrada senza riprendere fiato e sempre la mia musica con me a squarciagola. Ma poi entri ed esci dalle stanze e le stanze ti lasciano sempre qualcosa addosso. Ieri sera non era una sera come un’altra e ogni anno voleva raccontarsi. Chiudo le palpebre e torno a rubare o mi lecco le ferite e ho perso il conto. Non ho più quel giradischi ne un giradischi. Non ci sono più i dischi. Rimetto Contessa che l’ho rubata in rete e tutto torna vivo. Alzo il volume. Sarò anche uno stupido. Sarà anche vero che non succede mai due volte, ma quando devo scendere alla stazione di Bologna non riesco a non aver rancore.

Fotografia BN dell'orologio della stazione di Bologna fermo all'ora della stragePaolo Pietrangeli: Contessa

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Paolo Pietrangeli: Il vestito di Rossini

Torno su cose già trattate, anche se raramente, anche se superficialmente. Torno con queste due canzoni: “Il vestito di Rossini” e “Piazza, bella piazza”; entrambe già postate. La prima di Paolo Pietrangeli e la seconda di Claudio Lolli. Torno rubando una domanda che il poeta Roberto Roversi (quello di “Dopo Campoformio”) ha scritto per Lucio Dalla nella canzone “Le parole crociate” (magari ve la proporrò appena possibile) riguardo al cosiddetto passato e alla memoria: “Sono cose di ieri”? Naturalmente torno indignato, ma per nulla sorpreso. C’è una ipocrisia che mi evito, quella del buonismo e delle cose tutte perfette da una parte e dei cattivi dall’altra. E’ un veleno sottile. Ha sempre ammalato tutto, persino la Resistenza. Forse ci sarebbe bisogno di una riflessione, non oggi. Oggi non mi va di spiegare. Oggi ho questo sordo rancore. Come dopo Genova, dopo Piazza Alimonda, di cui sarebbe anche più facile parlare e di cui Guccini ha scritto un’altra bella canzone. E’ strano vedere come le canzoni siano spesso presenti. Ma la piazza è da sempre il luogo dell’incontro, anche quando questo è conflitto.

Claudio Lolli: Piazza, bella piazza

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Era stato Lunardo: “Sono usciti proprio dalla villa, col buio”.
Sei sicuro”?
Con questi miei occhi”.
Non c’era niente ad essere sicuro. Persino gli occhi potevano mentire, ma cosa importava? Era ormai il tempo e allora dico “Si va”!
L’ultima era stata la Marta. Se ne tornava tranquilla a casa, povera ragazza. Solo una ragazza. Io mica le so raccontare le cose. Ora sembra pazza. E così siamo entrati, sventrando la porta. Armati con quello che si aveva. La rabbia era tanta; troppa. Ermes era di vedetta: “Dov’è il conte”? Maremma maiala! mi vien ancora da dire “il signor Conte”. Mi toglierò mai questo vizio? Ma quello era nelle sue stanze, con tutta la sua famiglia. Si va a cercarlo. Ha gli occhi che si spalancano. Non l’ho mai visto con quella faccia. Fa il cordiale: “Calmi ragazzi, che volete fare? Sono sempre stato dei vostri”. “Ci va di divertirci anche noi“. Dei nostri un cazzo. Gli riesce facile a fare il cordiale, ma non troppo. Gli tiro il pugno prima che provi a passarmi il braccio sulla spalla. Si regge a fatica. Mi guarda con odio solo per un attimo, e se ne pente. Si crede che sia ancora tutto come ieri. Ho i calli delle sue zolle tra le dita, la sua terra tra le unghie. Non è mai stato dei nostri. E noi non siamo più suoi. E’ stato allora che ha capito, e s’è preso dalla paura. “Non fatemi del male”.
Tutto per niente. E’ peggio di prima. Era meglio morire in collina, che adesso in piazza. Almeno lì sapevi da che parte era il pericolo. Forse credevi di saperlo. Questo paese non è più il mio paese. Io le cose le so fare. Io le cose non le so raccontare. Tanto ho già la valigia pronta. Da domani sono in Belgio. Cerco di mettere tutto il mio disprezzo nei miei occhi. E’ solo un animale ferito; impaurito. Eppure non fa nemmeno pena. Lei tiene una mano sulla bocca. Con l’altra stringe il pugno sulla gonna. Agguanta con violenza più stoffa che può. Il mondo è pieno di servi, ma oggi è un giorno diverso. Mi vuole sfidare ma anche mi teme. “Pensa tu a lui. Io penso a lei”.
Non è il vino a darci coraggio, non ci serve; basta la rabbia. Lei cerca di dire qualcosa che non riesce a dire. Riesce a trattenere il pianto. L’ho spinta per terra, là, sopra il tappeto. Si dibatte, cerca di liberarsi. Certo non è comoda come nel suo letto. Per una volta. Eppure s’è anche accontentata anche del pagliaio; qualche volta. “Aiutami a tenerla ferma”. Faccio da solo che faccio prima. E faccio meglio. Quando lei ha provato a gridare e ribellarsi l’ho colpita con uno schiaffo e ho gridato: “Se non sta buona uccidi quel porco”. Ho messo tutta la mia forza in quel palmo che le resta il segno e il volto si gira e si contorce. Un rumore secco. Un rivolo di sangue le scende sulla guancia. Dopo s’è messa più tranquilla; non che abbia smesso di divincolarsi ma mi sono accorto subito che la sua resistenza era meno decisa. Eppure avevo spesso pensavo che non mi sarebbe dispiaciuto conoscerla: “Fai la brava, contessa”. Non c’era verso che volesse fare la brava. Ma è pur sempre una donna.
Tiro e le mutandine vengono via subito, come fossero fatte di niente. “Dai che poi facciamo divertire anche gli altri”. Ma Magno ha preferito andare di là col giovane conte. Dice ch’è un gesto politico. Ch’è un disprezzo maggiore. Ch’è le colpe ricadono sui figli. E che non ne devono nascere più. E c’ha pure ragione ma comincio a pensare che il suo possa diventare un vizio. Comunque non è che ne ho una gran voglia, mi è come passata, ma torno a pensare a Marta, a Juri e agli altri. Mi torna la rabbia. Non la posso far passare liscia. So che lo devo fare. Dovevo lasciargli un saluto. Non potevo andarmene via così. “Il porco deve stare a guardare. Poi lo porti a far compagnia ai signori maiali”.
Le strappo la gonna. Sono un po’ deluso, in fondo è fatta come ogni donna. Ha solo un odore diverso. Il conte cerca di girare la testa. Ci pensa Manolo a tenergliela dritta. Intanto gli fa provare la punta del coltello. Non so se lui ci vede veramente. Non credo gli importi molto. Pensa alla propria pelle. Quello è inorridito, ma di più è che ha paura. Una paura boia, ma paura per sé. Non che mi piaccia particolarmente farlo davanti agli altri. Mentre stanno a guardare. Manolo se la ride e ha scritto nello sguardo che aspetta il suo turno. La contessa piace anche a lui. Gli occhi sono febbrili. Ha fretta. Si sta divertendo più di me. Io so solo che lo debbo fare. Sento la sua carne liscia; curata. Una carne che ha ignoranza della fatica. La fatica l’ha sempre comandata agli altri.
Mi incazzo perché ho come il sospetto che alla cagna cominci a dare un po’ di gusto. Così non va bene. Mi ricordo della sua alterigia, della sua arroganza. Alda pare soddisfatta. Come fosse anche la sua rivincita. “Adesso vieni via”. Forse un po’ ne è anche gelosa. Ha paura che non sia solo un capriccio. Che possa non finire oggi. Che mi sia piaciuto troppo. Ma è solo un attimo. La tranquillizzo. Mi pulisco sul tappeto e su quel vestito morbido, ormai lacero.
Poi lei, la contessa, ha pianto in silenzio. Ormai rassegnata. Non piangerà altrettanto per quel marito. Il tempo di raccomandarlo a quel loro dio. Mi sento più libero. Niente di cui andare fiero, ma mi sento più libero. E poi anche gli altri si sono tolti uno sfizio. Parto mentre i conti tornano ad essere conti. Almeno il nostro continua ad esserlo ma sotto un metro di terra. E il mio conto l’ho saldato.

Paolo Pietrangeli: Contessa [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Paolo Pietrangeli – Contessa.mp3”]

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Un amore meccanico. Tutto era cambiato. Camminava nelle sue scarpe. Era un giorno che non capiva. Un sole opaco. Avrebbe dovuto cambiare la macchina. Avrebbe dovuto? Non aveva più nessuna soddisfazione nemmeno ad incazzarsi. E non riusciva a provare pietà di sé. Si lavò le mani pulite prima di mettersi a tavola. Eppure alcune cose erano rimaste nella sua testa e non riusciva a liberarsene. Continuava a sentire le macchine ringhiare come cani in catena. Sempre alla stessa ora si destava e doveva aspettare il momento per alzarsi cercando di non disturbare il sonno di lei. Continuava ad odiare quell’amore,  quell’amore fatto in fretta, poco prima di dormire¹. Ma ormai lei non lo cercava nemmeno più. E non gli interessava nemmeno sapere. Non avrebbe potuto cambiare nulla.


1] Paolo Pietrangeli: La leva

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

Torni a casa con la moto
hai la testa che rimbomba
riesci a odiare anche i tuoi figli
riesci a odiare anche i tuoi figli
che ti urlan nelle orecchie.

E quell’attimo di sosta
che sarebbe la tua vita
non ti può più appartenere
serve solo a caricare
la tua molla che è finita.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

C’è tua moglie che ti aspetta
anche lei ha le sue esigenze
come odi quell’amore
quell’amore fatto in fretta
poco prima di dormire.

Non puoi avere più problemi
non ti è dato di pensare
devi essere efficiente
non ti resta proprio niente
neanche il lusso di impazzire.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

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