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Posts Tagged ‘paradossi’

L_odore del martirioIn quei giorni era scoppiata una grande disputa tra i parrocchiani della chiesa di S. Giovanni e quelli S. Giovanni decollato. La prima scintilla di tutto ero scoppiata durante i preparativi per la sagra paesana che ognuno dei due schieramenti si mostrato deciso doveva tenersi nel proprio territorio. Era un momento delicato. Si doveva ancora anche decidere dove si sarebbe tenuta la promessa visita del Vescovo.
I primi vantavano la presenza, nella loro chiesa, di un calzino del sant’uomo. I secondi dell’acciarino che era stato il mezzo per il martirio. In verità la più grande “chiesa del decollato”, chiamata così con confidenza e comodità dai fedeli, era stata eretta per essere in sostituzione della vecchia pieve dedicata al santo. Alla fine dei lavori ai fedeli dell’altro campo era sembrata una barbarie e un’inutile spreco abbattere, come era stato inizialmente previsto e concordato, la vecchia chiesetta a cui erano ormai affezionati.
Fra i due schieramenti cominciarono a volare parole grosse. Si giunse fino urlare accuse di eresia e anche di blasfemia, e ad arrivare anche alle mani. Al momento si erano spinti solo a qualche schiaffo e a un paio di cazzottoni, ancora niente di grave, ma la tensione stava precipitosamente degenerando. Il sabato, al mercato, oltre alle parole era volata un’orata. Pietro&Paolo Giusti era stato pesciato da Tuttisanti Giovanbattista, pescivendolo della fazione avversa, nonché cornuto, a detta del Giusti. Giusti se si chiacchierava fosse proprio il visitatore seriale nemmeno troppo occasionale della coniuge del proprietario del banchetto puzzolente al mercato.
Giovanni De Santis, che portava quello stesso nome impegnativo, nella sua ingenuità, osservò che anche il signor Cristo era decollato in cielo, anche se dopo tre giorni. E che forse proprio questo era segno di più grande santità. Padre San Giovanni Lupatoto lo erudì e illuminò spiegandogli che in quel caso si trattava di martire santificato giustiziato con il taglio della testa. Il Giovanni De Giusti era allora stato tentato di passare all’altra fazione e dare ragione a quelli della basilica meno grande. Si trovò in un lampo a pensare che sicuramente un santo senza testa, idiota, magari ubriacone, e ormai morto non poteva essere una grande figura da onorare. All’uomo di chiesa caddero le braccia e rinunciò a spiegarsi oltre, lui che era frate domenicano e sostenitore di san Raniero (o Rainero) degli Avogadro e di papa Clemente V°, cinque, che avevano sconfitto l’eresia dolciniana, nonché di Bernardo Gui, splendidamente interpretato da Murray Abraham.
Forse poteva essere proprio quel vescovo la persona più adatta a dirimere la controversia, ma quello non aveva nessuna intenzione di schierarsi da una delle due parti inimicandosi l’altra. A complicare ulteriormente le cose intervennero anche quelli della parrocchia di santa Giovanna d’Arco martire, che essendo stata arsa viva, a loro parere era santa più importante, più santa. Al confronto del suo suppliziato perdere la testa per mano del boia era un gioco da ragazzi; riservato ai nobili e ai pavidi. E poi in una cappella era conservata un’ampolla con il sudore della santa ragazza condottiera dei fedeli contro gli invasori protestanti inglesi e i loro vigliacchi seguaci abiuratori della vera fede.
Entrambi i sostenitori dei santi San Giovanni e San Giovanni decollato si mostrarono indignati: non si era mai sentito, in tutta la storia della chiesa, di una santa donna più importante di un santo uomo. Che poi si sa che la donna è una creatura di Satana, facile vittima del peccato e naturalmente, proprio per costituzione fisica e per il non troppo cervello, predisposta alla lussuria. Fu a quel punto che il silente sindaco preferì ritirarsi e prendersi un lungo periodo di ferie. La sua dolcissima metà era tutt’altro che docile ed era risaputa come vicina a posizioni femministe abbastanza estremiste. Ed è nelle sagrestie che ci si gioca la candidatura per un secondo mandato.
Se non fosse abbastanza a complicare il tutto si aggiunse la protesta dei fedeli di madre Sant’Humiltà da Faenza che sostenevano che la santa a cui era titolato il loro santuario non era da meno avendo affrontato il supplizio di essere graticolata. Anche se non se ne parlava abbastanza il suo era un vero esempio di sacrificio, di fede e di umiltà. Nonché di dolore. E come per mettere le mani davanti al viso sostennero anche che la loro era ben al di sopra di tutte malelingue. Nel tempio dedicato alla povera martire, trattata, orrore, come un volgare hamburger, erano conservate le ultime feci salvatesi miracolosamente al momento dell’immane sacrificio. Non si era potuto salvare altro della vittima.
Queste ultime sostenevano altresì che era risaputo che la Pulzella d’Orléans era figura ambigua e anche un po’ puttana. Che poi era anche straniera. E che una donna mai dovrebbe immischiarsi in affari da uomini. Le altre, quelle della Giovanna, decisero di limitarsi a ribattere solo all’accusa di meretricio rispondendo banalmente che una santa o era madre o era vergine e, tranne Maria, naturalmente, e speravano che quelle cristiane non volessero spingersi fino alla bestemmia di paragonare un semplice santa di seconda mano alla santa Madonna, nessun’altra donna poteva essere vergine e madre allo stesso tempo. E poi, osservarono ridendo, che reliquia era la cacca? A queste parole Caterina precipitò dalla panca svenuta.
Solo sull’accusa della poca serietà dei costumi della francese, con piccole differenze, si trovavano invece d’accordo i tifosi delle altre tre fazioni. Per il resto le quattro correnti continuavano a muovere accuse pesante alle altre e sembrava non esserci assolutamente alcuna possibilità di mediazione. Santina Angelicante, nota al paese intero, e fuori le mura, per la sua indole remissiva, cercò di pacificare tutti mostrando le tette. Fu insultata malamente, e sputata, da un coro roboante di donne a cui si unì il timido Rosario Da Pompei, noto a tutti come Marietta.
Fu in quel momento che il popolo pio vide la luce. Irruppe nella piazza Araldo Di Velletri con la notizia che si voleva costruire una moschea. Si alzò un brusio assordante. Tra grida e insulti sparsi al vento ogni discussione venne sospesa e si trovò una tregua. Ci fu chi fece un salto a casa per controllare che la moglie avesse tolto dal focolare il gatto, chi aveva bisogno di andare al bagno, chi doveva rientrare al lavoro, chi si preoccupò che la propria donna avesse buttato la pasta, e chi rimase assente scoprendola in altre faccende affaccendata. Una si vide corre tutta ignuda per tutto il paese.
Dei molti rimasti alcuni imbracciarono falci e forconi, altri semplici bastoni e manici di scopa, altri impugnarono delle torce, per muoversi tutti all’unisono come in processione. Era una gran folla gaudente e incazzata. I giornali del giorno dopo, e dei seguenti, benedissero l’iniziativa lodevole e pensarono bene di chiamare quel, non del tutto pacifico, corteo come: L’ultimissima crociata.

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La saetta nera.jpgIo mi preparo sempre per tempo quando devo viaggiare. Con il giornale e tutto il resto. Ho già sistemato la valigia, ma mi muovo leggero, quando lei sale affannata, anche se manca quasi mezzora, e sceglie il posto davanti. Saluta educatamente e naturalmente attacca il cellulare a ricaricare. È carina. Sistema il sacchetto e prende sulle ginocchia la borsetta, quindi si mette comoda. Subito penso a un viaggio tranquillo in buona compagnia. Guardo fuori la stazione e guardo lei. Potrò ammirare un paesaggio migliore e più interessante di quello offerto solitamente dalle ferrovie italiane. Uno dei tanti paesaggi gradevoli che la fortuna a volte concede a noi poveri che dobbiamo usare il treno. Magari forse capiterà di fare due chiacchiere e anche, perché no, una fugace amicizia. A volte succede.
La osservo intensamente e poi distraggo lo sguardo. Lei sembra nervosa. Guarda l’ora, guarda il cellulare, torna a guardare l’ora e poi decide di chiamare. I giovani si assomigliano un po’ tutti. Forse parla con un amico, forse col fidanzato. Credo più alla seconda ipotesi perché alla fine gli manda bacini, bacini. Durante la conversazione le ho sentito dire che se il dio dei viaggiatori la assiste lo richiamerà appena arrivata, tra un’oretta. Ripenso a quanto mi ero detto: sarà un incontro di breve durata. Intanto, senza essere invadente, mi lustro gli occhi della sua compagnia. La guardo e non la guarda, con aria distratta, allontanando gli occhi prima di correre il rischio di metterle imbarazzo. Appoggia il mento sulla mano e si appisola. Non mi resta che continuare a fissare la mia bella addormentata. Perfino se non volessi c’è anche il fascino delle cose rubate.
Il treno parte e lascia sulla banchina un paio di ritardatari. Ma ne compiaccio. Così imparano. Cerco, senza riuscirci, di tornare a leggere. Sono alla pagina dell’economia. Lei si sveglia, si guarda le gambe, mi guarda, cerca di coprirsi inutilmente e poi alza le spalle. Il jeans è corto, non la può esaudire. Si accontenta di prendere lo specchio e di controllare il trucco. Si accontenta di lasciarmi vedere tutto quello che moralmente è possibile di lei. Tutto ciò che è umanamente ragionevole concedere a un dirimpettaio. Schiava della stagione calda e dello scompartimento spartano. Le saette nere promettono un tragitto comodo e il rispetto degli orari. Le saette nere, in tutta la loro storia, non hanno mai mantenuto nessuna promessa. Lei guarda fuori e sembra ridestarsi all’improvviso. Scuote i lunghi capelli e il dialogo che ne segue ha un’andatura convulsa. Abbiamo già superato Marghera?
Da un po’.
E Mestre?
Da un po’.
Manca molto a Padova?
Non co come dirglielo. Forse per lei è importante, ma che senso ha scandire stazione per stazione? Anche quelle perse nel nulla. La sua famosa oretta della promessa telefonica con tanto di bacini è già passata. Cosa dovrei fare? Ha quell’aria così distratta e simpatica. È così giovane e fresca. Non so perché ma la situazione mi appare come surreale: Veramente abbiamo appena lasciato Bologna Centrale. Siamo quasi a Bologna S. Vitale.
Lei sgrana gli occhi: Ma come? Io dovevo scendete a Terme Euganee-Abano-Montegrotto. E adesso cosa faccio?
Vorrei farle notare che i treni rapidi non hanno mai fermato a quella stazione. E pure un altro paio di cosette. Sono troppo gentile per infierire. Mi scappa da ridere. Mi trattengo: Non le so che dire.
Devo essermi assopita.
Credo di sì!
Perché non mi ha svegliata?
Vorrei solo farle presente che io non potevo sapere
Bella scusa. Sì, lo so, forse non ne ha tutte le colpe, però poteva chiedere. Io sono così distratta. Non viaggio spesso in treno. È un dramma. Mi si è rotta la macchina. Proprio ieri. A un semaforo. È vero che era rosso, ma quello davanti ha frenato così all’improvviso. E adesso cosa faccio?
Certo che continuo a trattenere a stento quella risata che spinge per esplodere. Lei sembra talmente preoccupata che non mi pare il caso di infierire ulteriormente con uno scatto di ilarità. Cerco di mantenere un contegno serio. Mi spiace. Non ferma più fino a Firenze Santa Maria Novella.
Non è possibile. È ora che faccio? Era un appuntamento di lavoro.
Credo che… che non le resti che chiamare e spostarlo.
Nel frattempo il nostro viaggio si è lasciato dietro anche Rastignano, senza nemmeno rallentare. Non posso. L’ho già fatto. L’ho già spostato. È stato carino ma ha detto che questa sarebbe stata l’ultima volta. Fine. Che non possono più accettare posticipi. Che hanno altri che aspettano di essere convocati. È una selezione lunga e laboriosa. Di lavoro non ce n’è mai abbastanza. E di pretendenti sempre troppi. Già, ma a lei cosa importa. Nemmeno so perché sto a parlare. Magari nemmeno mi sta ad ascoltare. Ma lei dove deve andare?
Io scendo a Roma Termini.
La sua faccia mostra tutta la sua preoccupazione: Ma lei è un pazzo?
Anch’io viaggio per lavoro.
È probabile che il dio dei viaggiatori sia un dio distratto. Almeno per questo venerdì. La saetta nera supera sbadata e senza tentennamenti anche Musiano-Pian di Macina. Senza appesantire ulteriormente il suo ritardo. Lei ha una voce cantilenante che le guizza tra le labbra con note acute e appuntite. Mi scruta indispettita: Guardi pure, sa. Beh! se la smette per un attimo, di guardami tra le gambe, le mutandine, potrebbe aiutarmi. Faccia qualcosa. Insomma. Non posso mica passare tutta la giornata in treno. È in ballo il mio futuro. Forse la mia vita stessa. Non ha proprio idea di come posso fare?
La guardo attonito. Non so che dire e taccio. Mi sembra tutto una pazzia. Il resto deve ancora venire. Fruga nella borsetta. Ne estrae una banana di ragguardevoli dimensioni, ma non troppo matura. La impugna come una berretta e me la punta contro fissandomi minacciosa: Mi scusi, non lo vorrei fare, ma ne sono costretta. Questo è un dirottamento. Dobbiamo farlo tornare indietro. Sono già in ritardo e devo proprio essere a Terme Euganee-Abano-Montegrotto. Dovrei dire che già dovevo esserci. Ha idea di dov’è? Ce lo siamo lasciato dietro le spalle. Cavolo. Che palle. Va a finire che poi è colpa mia.
Mi sembra tutto così ridicolo e irreale. Vorrei farle capire la situazione con calma. Un treno mica può fare un’inversione a u e tornare sui suoi passi. È un limite propriamente tecnico. E comunque non lo farebbe mai, anche se potesse, per una sola cliente distratta, e… anche… un po’ fuori di testa. E non sono io a guidare questa bestia. Ma il piglio della sua faccia è così pieno d’irritazione, così determinato e così deciso che resto senza fiato. Non riesco a dirle nemmeno che quella è solo una banana. Che la sua è una ben strana minaccia. Credo di essere testimone dell’unico dirottamento della storia delle ferrovie italiane. Per il momento non vedo alternative che assecondarla. Fingo di essere in preda al panico. Non saprei proprio, anche volendo, come aiutarla.
Come anche volendo? Faccia qualcosa. Fermi questo maledetto arnese del diavolo. Ci sarà pure un modo. Che ne so? Cerchi di farsi venire un’idea. Chiami il capotreno. Chiami qualcuno. Mi faccia scendere. Sarebbe già tardi. Devo assolutamente tornare indietro.
Rasentiamo l’assurdo. Continuo a interpretare la mia rappresentazione sotto la minaccia di quel frutto. Cercando di essere il più convincente possibile. Non posso però che dirle la verità, quello che non vorrebbe sentirsi dire. E cerco comunque di uscire dall’equivoco e dal suo incubo farneticante. Credo che nemmeno lui… Però non ho idea dove sia. Dovrei andarlo a cercare.
Non la convinco. Lei cerca di essere molto persuasiva. Temo che la prima, e unica, che ha convinto sia se stessa. Non mi sono mai trovato sotto la minaccia di un’arma, e per giunta un’arma simile. Speravo in un viaggio tranquillo. Non chiedevo molto. Erto contento pensandola una gradevole compagnia. Non si muova. Stia dov’è. Guardi che non scherzo. Se si deve andare, allora andiamo assieme. Lei non mi sembra molto pratico di treni. Cavolo d’un cavolo. È proprio imbranato. Non immagina cosa mi verrebbe da dire. Le faccio vedere io come si fa.
Mi strattona per il braccio. Mi lascio sollevare e mi spinge davanti a lei sotto la minaccia del frutto. Me lo preme contro la schiena. Per fortuna non è abbastanza maturo. E lei non preme troppo. Lo appoggia solo. Non faccia gesti inconsulti. Di cui ci potremmo pentire entrambi. Sono decisa. Se fa il bravo non sarà necessario che tra i viaggiatori si diffonda il panico. La cosa potrebbe rivelarsi veramente pericolosa. Se fa come le dico la cosa potrebbe restare circoscritta.
Mi indica in fianco alla porta di discesa, a destra, un piccolo panello bucherellato. Non ci avevo mai fatto caso. Non ne avevo mai avuto bisogno. Mi spiega che se premo il bottone, quello rosso che è giusto sotto, mi mette proprio in comunicazione con il personale addetto. Mi faccio passare il capotreno e brevemente accenno che si tratta di una situazione veramente di pericolo. Che sono sotto la minaccia di un’arma. Che si tratta di un dirottamento e che c’è la possibilità che la pazza si spinga fino ad azionare il freno di emergenza. L’altra mi dice di darle un minuto e che arriverà in un lampo. Spero non sia nero anche il lampo, oltre la saetta. Pensieri stupidi, lo so.
Come avevo intuito dalla voce il capotreno è una donna, ma la divisa conferma che è lei quella che dovrebbe risolvere i problemi. Pare gentile fin dal primo sguardo. Accenno alla banana, le strizzo d’occhio e con la mimica facciale le suggerisco di assecondarmi. Lei prega la passeggera che mi minaccia di stare calma: Parliamo. Cerca di tranquillizzarla e rassicurarla. La invita a evitare di far allarmare anche il resto dei viaggiatori. Di evitare il caos. Le illustra i pericoli che potrebbe comportare il ricorso al freno a mano. Afferma di aver già parlato con il macchinista. Che per un caso come il suo non c’è modo di intervenire. Perché il treno può andare in una sola direzione; quel treno.
La dirottatrice la guarda con sospetto. Teme che sia un tentativo per raggirarla; è evidente. Non si fida. Le si legge in volto. Mi guarda cercando il mio appoggio. Ma i treni vanno e vengono. Perché non potremmo tornare?
L’altra sbuffa e cerca di raccattare tutta la propria pazienza: Perché i treni corrono su un binario. E dietro c’è un altro treno. E dietro ancora un altro. Tornare significherebbe solo una collisione terribile. Morti e feriti. È questo che vuole? Non arriverebbe comunque a destinazione. Sarebbe una catastrofe epocale.
Lei, la mia decisa e indomita pirata, la guarda stranita e poi guarda me. Forse attende conferma. I miei occhi e il gesto delle mie spalle non la convincono. Non del tutto. Non ancora. Poi controlla l’orologio e sembra rendersi conto di essere già comunque in un ritardo irrimediabile per il suo appuntamento, a… a, se non mi sbaglio, Terme Euganee, eccetera. Posso dire una cosa? non sono mai passato per quei posti. Ma che ci va a fare una bella ragazza da quelle parti? Le cadono le braccia. Termo stia per piangere. E adesso cosa faccio?
L’altra cerca di impostare tutta la tranquillità possibile nel tono delle proprie parole. L’unica cosa che possiamo fare e fornirle gratuitamente il biglietto di ritorno. Solo per lei, in via del tutto eccezionale. Noi delle saette nere. Lei può scendere alla prossima, Firenze Santa Maria Novella. Lì prende il primo che parte. Per Venezia. Per Padova. Per dove vuole lei. Guardi però che per Terme Euganee-Abano-Montegrotto deve cambiare e prendere un regionale. Mi raccomando: faccia attenzione.
Lei si fa finalmente docilmente convinta. La donna in divisa se ne va tranquillizzata e ci lascia soli. La invito nella cabina ristorante per un caffè e lui rassegnata accetta. Un caffè è proprio quello che ci vuole. Un caffè funziona in tutte le occasioni. Spero che la caffeina non me la agiti ancora di più. Chiede se può, per cortesia, avere anche un bicchiere d’acqua. Mi chiede se sono così gentile e può prendere anche un cornetto. Lo ha già stretto tra i denti quando le dico di sì. Ormai si avvicina anche Sesto Fiorentino. Dove ha detto che deve scendere?
Io scendo a Roma Termini. Che importanza ha?
Non è che per caso le serve una segretaria? Qualcuno che l’aiuti? Sono proprio disperata. Guardi che sono brava. Non sono una stupida qualsiasi. Ho anche una laurea. Lasciamo perdere quella. Non mi ha dato che noie. E parlo quasi perfettamente anche l’inglese. Dicevo… Allora, se non le spiace, scenderei con lei. Dove ha detto? Ah sì! Roma Tiburtina.
Termini.
È lo stesso. Non essere pignolo. Una Roma vale l’altra. –se la ride– Non è forse vero che tutte le strade menano qui?
La osservo bene. Mi soffermo su quella specie di stivali rosa all’uncinetto. Sulla canotta a righe orizzontali. Sulla borsa di pelle, con le cuciture a rombi, che tiene stretta come un amante. Poi gli occhi risalgono lungo le lunghe gambe. A parte tutto carina è carina. Mi dico Perché no? Se non altro per un po’ di gradevole compagnia. E poi si presenta bene, nonostante com’è vestita. E poi, in fondo, è così giovane. Le si può anche perdonare qualcosa. Credo che, con un po’ di maquillage, e forse anche così come si trova, mi potrebbe aiutare ad aprire qualche porta. Averla a fianco, un aiuto mi potrebbe anche fare comodo. E glielo dico. Perché no?
Lei la prendo con un grande sospiro di liberazione. L’ho fatta felice. Mi ringrazia. Fa per darmi la mano come per stringere un patto. Si ricorda che non è libera. Se la guarda, ormai è abbandonata lungo il fianco, e sembra rinsavire. Sorride e sbuccia la banana. Ride: Non ci avrai mica creduto veramente? Inizia a mangiarla lentamente con una grazia indicibile. Assieme a un bel po’ di malizia e di sensualità. Resto ammagliato dalla sua recitazione e dallo stretto rapporto che stabilisce tra lei e il frutto. I suoi occhi mi sono così grati che vorrebbe che quel momento durasse all’infinito. Segretamente, ma non troppo, è esattamente quello che vorrei anch’io. Ripete il suo Grazie! Poi, con uno scatto improvviso e impulsivo, decide di ringraziarmi con un bacio schioccate sulla guancia.
Giunti a destinazione mi chiede il permesso di allontanarsi per prendere qualche libro. Se avremo qualche ora libera, per non doversi annoiare. Lei non sa stare con le mani in mano. Si ricorda che non è partita per restare fuori a lungo. Poi le serve ancora un attimo per farla. L’aspetto con una birra davanti. Ne prende una anche lei e mi mostra le sue prede; gli acquisti letterari. Non credo che avremmo delle ore libere o tempo per annoiarci. In fondo nemmeno io mi sento un tipo del tutto convenzionale. È vero che ero solo un ragazzino, ma la mia prima impresa è stata trasformare il mio cavallo a dondolo in un cavalluccio marino. In verità ha imparato subito a galleggiare, ma non dondolava come prima, e si rovesciava continuamente. Senza contare che i canali sono sempre infidi e pieni di batteri. La seconda nemmeno la dico perché ancora più singolare.
Il primo appuntamento ce l’abbiamo per domani. In fondo io ammiro Svampirella, è proprio questo il suo nome, ci eravamo presentati passando per Montevarchi-Terranuova, ma lei mi ha pregato di chiamarla semplicemente Lella o Svampa; come preferisco. Io quando sono salito sul volo per Berlino, e mi sono accorto di aver preso l’aereo per Giacarta, non ho avuto il coraggio di protestare né di chiedere il rimborso del biglietto. L’avvocato poi mi ha convinto che non era il caso di procedere contro la compagnia di linea. Troppo forti loro, troppo debole la mia rivendicazione. Lei invece è un tipo che sa farsi valere. Non disposta a fare un passo indietro.

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L_amante venezianoVenezia è una città ben strana. È nata strana e strana è rimasta. Sarò anche un pazzo, ma sono un pazzo veneziano. Forse è l’odore dell’acqua dei canali. Le sue maree alte. Forse frastornati dalle troppe lingue che affollano le calli. Forse il rimorso degli abrei. Forse il gran da fare dei colombi che tubano garruli. Forse è perché non è mai cambiata e il passato qui vive ancora. Forse perché niente è uguale a qualsiasi altro posto. E a chi non ci abita è come se i suoi abitanti camminassero sull’acqua. Come tanti Gesù. Forse per il peso della storia. Baluardo della cristianità contro gli infedeli, ma mai schiava di Roma. Basta ricordare la storia che lega la città indomita e mai serva alla figura del colto veneziano Giacomo Girolamo Casanova di cui Roma esigeva la testa.
Venezia: meraviglia dell’occidente e porta dell’oriente. Sulle palafitte, dove gli altri non son riusciti a fare che capanne, i nostri vecchi hanno innalzato palazzi e chiese. Quei bei palazzi pieni di marmi bianchi e quelle chiese invidiate in tutto il mondo. Come quella della salute, innalzata a una madonna nera che ci ha salvati dalla peste, che pare agli ignoranti una moschea. Ignoranti e cafoni: chi credono che abbia insegnato a quelli che allora erano gli ottomani a fare le loro sedi di preghiera? Ma a Lepanto gli abbiamo dato una lezione che non si dimentica. Correva il giorno 7 ottobre dell’anno santo 1571[1]. E poi siamo andati anche a riprenderci il nostro San Marco.
E assieme alle chiese e ai palazzi, quei vecchi, hanno costruito una città intera. Sull’acqua e sulla melma. Hanno iniziato la nostra serenissima città da Rialto, che così si chiama perché appunto sul rio la riva era alta. Perché lì è nato, ed è sopravvissuto fino a giorni nostri, il famoso mercato. I veneziani sono sempre stati grandi commerciati e non meno furfanti, se è vero, come dice una nostra canzone dialettale, che marmi e ori sono solo prede rubate ai greci e ai mori. E a Rialto hanno costruito un ponte unico al mondo, che hanno cercato di copiare malamente i fiorentini. Un ponte, il nostro, anch’esso di marmo, che tutti allora avevano detto che non sarebbe sopravvissuto un giorno. Sopravvivrà anche al giudizio universale, questo è certo.
Come dicevo una strana citta la nostra. E… che ne so, forse lo siamo anche noi, un poco strambi. Da sempre abituati ad avere foresti tra i piedi. A dare, con quattro parole, o solo con le mani, un minimo d’indicazioni. Mentre l’amministrazione si fa covo di ladri e di rapinatori. E quella gente che viene da tutto il mondo non lo sa, e ci guarda come si guardano i tipi singolari. Non è vero che camminiamo sull’acqua e ne restano sorpresi. Non è vero che abbiamo le branchie, ma questo forse già lo sospettavano. Non c’è una lingua migliore del nostro dialetto per farci capire da tutto il mondo. La bestemmia è, ostia, che è il mondo a non voler capire.
Solo che loro credono di essere in un film dove noi siamo stati presi come comparse. È un mercoledì quattordici e il cielo è cupo. E fa anche due gocce di pioggia. Solo una rapida pisciatina. E io me ne sto tranquillo alla finestra a farmi una cicca. Passa una tipa per il viale dell’albergo. La noto appena. Cappelli raccolti in trecce sopra la testa. Vestito elastico e lucido che la fascia tutta e credo non le lasci spazio per respirare, color acqua marina, molto scollato. Tacchi alti e gambe lunghe. Trascina un borsone con disegni di carte geografiche e una valigia rossa con le rotelline.
Lei torna indietro e mi fa dei cenni. La osservo meglio. Non capisco. Poi credo di riuscire a interpretare i suoi gesti. Muove le labbra ma non la posso sentire. Da lontano, con le mani, mi chiede se mi può fotografare. Io scuoto la testa appena infastidito. Poi ci ripenso e le grido: Solo se me la fai vedere. Lei mi fa un cenno entusiasta di sì. Fruga nel trolley, getto la cicca, e lei scatta la mia finestra. Come dicevo ci prendono tutti per comparse. Naturalmente scherzavo, con l’amore per la burla di noi veneziani, ma non mi va di essere imbrogliato. Col palmo le faccio segno di aspettare. Ancora una volta con cenno entusiasta mi ripete un sì con la testa.
Mi dò una pettinata e scendo. Così come sono, ancora vestito da casa, e in ciabatte. Lei è lì che sembra aspettarmi. Cazzo! è spagnola e, ostia, il nostro dialetto non le è del tutto ostico. Provo vergogna, temo mi abbia capito. Dovevo aspettarmi una qualche sorpresa dal vestito che indossava. Si china per fotografarmi e capisco che ha capito. Prendo il cellulare e scatto anch’io. Lei sembra solo divertita. A raccontarla non mi crederà nessuno. Sicuramente è tutta matta. E pazza scatenata, certo diventa matta per quello che le mostro; il capitone in cambio della sua gentilezza. Fa un gridolino di stupore e di entusiasmo. Ha fretta e mi prende bene le misure, in quell’albergo che deve avere, ostia, almeno settantasette stelle.
Parlare si è parlato poco, ma quel poco bastava per capirci del necessario. In fondo le mani servono anche più delle parole. In fondo lo spagnolo altro non è che un dialetto dell’antico veneziano. Voleva portarmi subito con sé a Barcellona. Dove ha tutto un castello tutto suo a Disneyland. Ora sto scrivendo da Formentera. Certo il mare è più bello che da noi. Del nostro mare che non è nemmeno un vero mare. Ma non hanno il Lido. E io torno spesso a Venezia. La mia città la porto sempre nel cuore. E poi è una città dove non ti puoi mai annoiare. Se non amassi Dolores avrei un solo amore.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto

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La valigiaNella vita di ogni persona c’è un viaggio da fare e una valigia. Sulla soglia dei settant’anni Ilaria se ne era ricordata, mentre guardava il suo programma a premi. Non ci aveva più pensato, ma gliel’aveva detto sua madre quand’era bambina. Così sua madre l’aveva saputo dalla sua di madre. E così via, per via orale, come per tutte le vecchie tradizioni.
Si era distratta dal programma. Ilaria, forse per la prima volta, si trovò a guardare indietro, senza rimpianti. Non poteva nemmeno dire di essere vissuta. Ed era rimasta sola quasi prima di imparare a essere in compagnia. Fin dalla nascita si era limitata a fare la brava figlia. Era una bambina che non aveva mai dato nessun problema. A scuola non andava male, ma s’impegnava il minimo necessario. Non aveva mai stretto grandi amicizie. Poi aveva dovuto diventare rapidamente grande. Il papà era mancato. I soldi erano pochi. Aveva conosciuto il lavoro e la fatica.
In seguito aveva incontrato Giovanni. Si chiedeva ora se era stato quello il grande amore. Anzi, più precisamente, semplicemente se era quello l’amore. Era stato il primo uomo che avesse conosciuto, anche a letto, e anche l’ultimo. Un corteggiamento breve, anzi brevissimo, poi aveva fatto solo la moglie. Lui faceva già il muratore e il contadino. Come muratore allora era solo un apprendista, spingeva la carriola per portare i mattoni e le malte. Come contadino era un lavoratore infaticabile. Il loro orto era invidiato da tutti. E lei era diventata semplicemente massaia. La sera Giovanni era fin troppo stanco. Lei non si poteva lagnare, i soldi erano pochini, anche se era stanca anche lei. A quei tempi, al suo paese, poche donne si sarebbero sognate di tenersi un lavoro.
Di figli non ne avevano avuti. Lui e quel solo salario non li avevano voluti. C’erano Giorgio e Gregoriana, quelli del fratello, ma ormai erano cresciuti ed erano mesi che non le facevano più visita. Per quello anche suo fratello erano tre settimane che nemmeno telefonava. Ma lei non si lagnava. Non si era mai lagnata, e non avrebbe certo imparato a farlo ora. Solo che ormai aveva la verità davanti agli occhi. Trovò la valigia in soffitta, se ne armò e uscì da quella porta. Non si era mai messa in viaggio da sola, per il semplice motivo che non si erano mai allontanati dal paese. Eppure, sapeva attraverso la televisione, che lì fuori c’era un mondo.
Non aveva mai voluto aprire quella valigia. Ma camminare con quella in mano le costava sempre più fatica. Però ogni volta che la guardava quella le metteva una sorta di paura. Questo era bastato a farla resistere da qualsiasi curiosità, anche se lei curiosa lo era e anche molto. Cercò la strada e fra le tante non faticò un attimo a riconoscere quella giusta. C’era un cartello che recava in caratteri incerti ma grandi il suo nome. Sembrava fatto dalla sua stessa mano con la sua scrittura pasticciona. Eppure quel viaggio sembra portarla da nessuna parte. Non incontrava villaggi, persone. Sembrava un binario morto e dimenticato. Intorno il paesaggio vuoto sembrava incerto tra la primavera e l’autunno. C’era solo silenzio e nemmeno un passerotto a cinguettare.
Lei sapeva in cuor suo che doveva andare. Quella voce glielo diceva e la incitava. Se avesse portato uno specchio se ne sarebbe accorta prima, ma non tardò comunque troppo a farlo. Più proseguiva e più ringiovaniva, e più la valigia si faceva prima leggera e in seguito sarebbe diventata più pesante. Tranne quel peso che cominciava ormai ad aumentare, non le sembrava che cambiasse altro. Lei ritrovava vecchie energie e forze nuove. La fatica le costava sempre meno. Se non altro questo notò per gran parte del cammino.
Poi gli anni cominciarono a essere troppi pochi per quel fardello, e le gambe ad accorciarsi. Era tornata bambina e il peso della valigia era diventato insopportabile. Aveva provato a cercare di scordarsela, di abbandonarla. Scoprendo con tristezza che non era possibile. Ogni qualvolta che si fermava per riprendere fiato, o bere un sorso d’acqua, si ritrovava allo stesso punto. E lei, la valigia maligna, era là, per terra, al suo fianco. La odiava come non aveva mai odiato nulla e nessuno. Le sembrava malvagia. Forse doveva finalmente scoprire il suo segreto, cosa conteneva. Forse era proprio quello che doveva fare. Forse avrebbe potuto sbarazzarsi del suo contenuto un poco per volta.
Con il coraggio dei suoi nuovi cinque anni infine la aprì. Era colma di oggetti che sembravano appartenuti ad altri, ma che sapeva essere suoi. Era piena di sensazioni che non conosceva, di ricordi e rimpianti. Delle cose perdute. Le sfogliò a una a una. E ognuna prese a raccontarle di cose che non aveva visto e non aveva fatto. A rimproverarle quel passato che non aveva avuto, che aveva fuggito come un malanno, e a mostrarle cosa sarebbe potuto essere stato. Lei resistette finché poté, poi si lasciò trasportare. Si incamminò per la strada del ritorno riprendendo da capo a vivere la sua vita, ma stavolta accettando di viverla. Ricominciando tutto di nuovo. Da quei cinque anni, ma era una vita diversa. Salì sull’altalena del cuginetto. E a lui diede il suo primo bacio di curiosità.
A scuola imparò l’impegno e il fascino della lettura. Ogni compito era una battaglia e una vittoria. Si fece molti amici. Notò l’interesse degli uni e degli altri. Scoprì molto presto la propria nuova curiosità per i ragazzi. Imparò a leggere in quegli occhi e anche in certi silenzi. Senza timore prese Giulio per mano tornando a casa. Per gioco si nascose con Rolando e a lui diede quel bacio come facevano i grandi. Cercò di lottare, ma ugualmente dovette abbandonarla presto, la scuola. Per aiutare la mamma. Per cercare di salvare il loro piccolo orticello. Fu lo stesso un professore, a cui aveva chiesto di darle ripetizioni, ad introdurla ai segreti del sesso; a dodici anni. A farla donna. Né scoprì la gioia e il piacere, ma anche il dolore, anche quando seppe che era sposato.
Dopo ce n’erano stati altri. Con Sebastiano aveva visitato Parigi. Con Vittorio erano stati a Vienna. Con Keammar aveva fumato la sua prima canna, a tredici anni. Nascosta e piena di vergogna. Però scoprendo che non è sempre vero che l’angelo è biondo e il diavolo nero. Che non tutti gli stranieri sono cattivi. Con Tonino non erano andati fuori Monza; non erano mai riusciti ad abbandonare il letto. A Moreno non avrebbe mai imparato a dire di no. Non sapeva se era quello il grande amore, ma non gli aveva potuto negare niente, e in fondo non le importava. Ma Moreno l’aveva portata in un albergo che non aveva mai visitato nemmeno nei più belli dei suoi sogni. Forse era lui quello che avrebbe dovuto sposare. Solo che l’aveva lasciata per una giovane russa, oppure ucraina. E a suo modo era anche un poco violento. Ma violento solo per il loro piacere. Quel tipo di piacere che presto l’aveva stancata appena si era accorta che lei poteva benissimo, e anche meglio, farne senza.
A sedici anni aveva conosciuto il suo Giovanni, questa era l’unica cosa che poteva ricordare veramente, l’età del loro incontro. L’aveva educato ad aspettarla e a desiderarla. Alla fine aveva ceduto al suo corteggiamento e aveva accettato di diventare sua moglie. Ma intanto lo aveva già tradito prima del matrimonio con Aldo e Giacomo. E si era imposta trovando lavoro come segretaria presso un notaio. All’inizio la paga non era molta. Poi cominciò a fare carriera, non solo per aver accettato gli approcci del vecchio. Solo per il suo impegno e la sua bravura. Lasciò lo studio e con i suoi risparmi aprì un’agenzia di assicurazioni. Nel campo non sapeva molto, ma non doveva lavorare lei. Aveva assunto un giovane bravo e due ragazze part-time.
Corse dal marito raggiante e gli diede la splendida notizia, e gli consegnò i documenti per il divorzio. In quella vita era diventata consapevole del valore della propria libertà. Di uomini ne aveva avuti altri, nessuno importante come quelli citati. Aveva avuto tre figli, ma se ne erano occupate delle brave balie e bambinaie assunte allo scopo; dopo attente e minuziose valutazioni. Il suo seno era rimasto quello dei vent’anni. A cinquanta anche la sua pelle era ancora quella di allora. E si poteva permettere abiti costosi e audaci. E l’interesse e il corteggiamento di molti; assieme all’invidia di molte. E una macchina lunga come un pullman; Patrizio le aveva lasciato una piccola fortuna. Aveva dovuto lottare, alla fine l’aveva spuntata. I figli avevano continuato a odiarla, ma avevano smesso le loro pretese. E aveva scoperto di amare il mare, ma il mare azzurro e trasparente delle Hawaii.
Sulla soglia dei settant’anni Ilaria non aveva quasi più nulla da chiedere alla vita. La casa era sua e ne aveva un paio in affitto. I figli si erano sistemati ed erano tutti all’estero. Il più grande qualche volta telefonava; dagli Stati Uniti d’America; Dallas. Gli altri erano ancor meno premurosi. Aveva quel solo rimpianto di ritrovarsi da sola, ma era stata una sua scelta. Stava guardando il suo programma a premi. Non era costretta a guardare il calcio, anche se giocava la nazionale. Detto per inciso aveva vinto, ma non aveva convinto. Era stata una partitaccia con un avversario molto più debole. Lei invece aveva azzeccato tutte le risposte. Se fosse stata lei, in quel programma, avrebbe vinto tutto il malloppo. Sentiva che non sarebbe riuscita a tenere gli occhi aperti ancora per molto.
La trovò un vicino, allarmato dall’abbaiare dei suoi cani. Il vicino pensò Pevera donna, ma lei aveva dipinto in volto un sorriso sereno e compiaciuto. E si era persino truccata come se dovesse uscire. Se ne era andata in silenzio com’era vissuta. Senza chiedere nulla a nessuno. Nemmeno Permesso.

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L_ultimo viaggioClinica Santissima Maria Crocifissa (Paola) Di Rosa Vergine; nel bresciano. All’esterno si presentava come una villa, tenuta bene, con un bel giardino. Non era un rifugio per poveri, ma alcuni ospiti beneficiavano della carità cristiana e l’istituzione li sopportava amabilmente, in cambio solo della loro pensione. Molto spesso questi ospiti, alla loro morte, ricompensavano quella generosità lasciando al pio istituto tutti i loro averi; non certamente benedetti dai propri cari.
Nadežda ci lavorava da un paio d’anni. Da quello stesso periodo circa Pietro, novantacinque anni portati nemmeno tanto male, era ricoverato e ormai era immobile nel suo letto. Intorno ai due protagonisti si muoveva quell’universo che è solito popolare posti simili, cioè uomini e donne anziani, che non avevano più, molto da aspettarsi dalla vita, se non ricordi spesso sbiaditi, naturalmente in stanze separate, anche quando si trattava di coniugi. Un passato che a volte diventava nebbia. Una memoria che, in molti casi, non era più nemmeno presente.
Neanche più persone, ma individui. Parcheggiati là da famigliare che non potevano o non volevano accudirli di persona. Fantasmi di antichi affetti o doveri. Sarebbe persino inutile dire queste cose e descrivere quel paesaggio, così comune a tutti gli altri. Le attese di quelle persone pazienti. Già tutti sopravvissuti. Affetti disperati. La delusione delle frequenti mattine in cui all’appello qualcuno mancava di presentarsi e mandava al suo posto solo la stessa, sempre triste, giustificazione.
Il posto è bello, ma, come sempre, aleggia quell’odore di disinfettanti e di crisantemi in putrefazione. Olezzo che persiste e resta appiccicato a pigiami e a vestiti. Come già un odore di camposanto; nell’aria immobile e stagnate, sempre viziata. È un mondo dietro le mura. Un mondo che sa di chiuso anche con le finestre spalancate.
Si sa che i vecchi non hanno bisogno di molto sonno. Dormono poco. Anche Nadežda, che quel giorno compiva i suoi primi trent’anni, lo sapeva. Non si era mai chiesta perché prima di quella sera. Non aveva saputo darsi nessuna risposta. Sapeva solo che era così e aveva alzato le spalle. Poi era tornata a pensare solo al proprio lavoro, e a occuparsi di tutti i suoi vecchietti.
Ce n’era uno in particolare, sempre gentile e educato, che aveva riscosso un tozzo ulteriore della sua simpatia. Quel vecchio, appunto, si chiamava Pietro, e lui non dormiva mai. A Nadežda faceva una gran pena. Spesso, la notte, quando tutti gli altri riposavano, si sedeva vicino al suo letto e si fermava a parlare, o gli leggeva qualcosa per fargli passare quelle ore. Molte volte il giornale con le notizie sportive. Quella sera qualcuno lo aveva preso e lei non aveva niente da leggere. Le sembrava di essere già al capezzale di un moribondo. A volte salutavano il mattino e la fine del turno assieme. Altre volte veniva chiamata e allora si doveva allontanare. Si sa com’è quel lavoro che ti ghermisce l’anima. Quella volta decise di inventarsi una storia. Era l’undici novembre del 2011.
Pietro aveva una grande simpatia per la sua infermiera. Erano tutte gentili con lui, ma lei, quella straniera, lo era anche di più. Riusciva a starlo ad ascoltare e soprattutto gli parlava, quando era libera e nessuno la reclamava. Dopo aver fatto anche l’ultimo giro. Senza mostrargli sopportazione. Gli raccontava di lei. Gli chiedeva di lui e della sua famiglia. Gli leggeva il giornale. Aveva una grande pazienza. Con lei, Pietro, si sentiva sereno e tranquillo, anche se continuava a non riuscire a prendere sonno. Si sentiva sereno e ancora vivo. Ma come poteva riposare se l’unica cosa che faceva era solo riposare, tutto il santo giorno.
Lei era veramente premurosa. Come con un vecchio padre. Lei era la sua compagnia. Soprattutto da quando i figli e i nipoti avevano cominciato a essere assenti. Lo faceva sentire come se fosse quasi a casa. Non un peso. Non una cosa inutile. Gli aveva raccontato del suo paese, lui non ricordava nemmeno quale. Che il suo nome, Nadežda, nella sua lingua, significava speranza. E tante altre cose. Piccole o grandi. Per lui erano tutte importanti. Anche la sua voce era dolce come lei.
Non importava ciò che dicevano i dottori. Probabilmente era solo compassione, viltà della casa, ma lui sapeva che davanti non gli restavano ancora molti giorni. Era arrivato a quell’età, si potrebbe dire, senza troppa fatica. Ma ogni giorno era un giorno rubato. Non dormiva nemmeno quel poco anche perché appena socchiudeva gli occhi la vedeva là, ai piedi del letto, la dama in gramaglie. Quella vecchia signora che taceva e lo aspettava. Non ci si abitua mai. Quella sorta di timore continua ad aumentare con l’andare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni.
Da quando aveva perso sua moglie era solo. Niente lo teneva ancora aggrappato a una vita che non era più vita. Che era solo attesa. Aveva solo Nadežda. Non fosse stato per lei avrebbe saputo cosa fare. Invece cercava di guadagnare anche quegli ultimi spiccioli. Solo per sentire la sua voce. Solo per godere di averla accanto al letto. C’erano troppi e tutti undici quella notte. Come in un presagio. Era curioso di sentire quella storia. Che, come gli aveva detto la sua cara confidente, non era nemmeno una storia della sua terra. Era solo una storia. Che procedeva così come le veniva. Lui cercò di mettersi comodo per ascoltare, e lei per narrare; a voce bassa e nel buio per non disturbare nessuno. E allora:
«C’era un giovane principe in un ricco palazzo. Il giovane principe non voleva invecchiare. La sua giovane moglie, ancora troppo ragazza, giaceva in un letto, e nessun medico la sapeva guarire. Lui temeva le malattie e la morte. La malattia che vedeva. La morte che era lì in attesa. E che prima o dopo avrebbe bussato anche per lui. Che poteva coglierlo in ogni momento. Anche per mano delle belve che vivevano nei giardini della sua reggia. Cercava l’elisir della vita eterna. Cercava quella fonte che in tanti avevano inseguito ma nessuno aveva mai trovato.
Ma quello era un paese di grande fascino e di lontane tradizioni. Un paese dove tutto era niente e niente era tutto. E dove tutto sembrava possibile. E per ogni quesito c’era un responso. Così il giovane chiese a tutti e riempì l’intera isola di domande. Non trovava la risposta che cercava. Alla fine era stato il cuoco a parlargli di quel saggio che si diceva avesse una soluzione per ogni cosa. Ma abitava in un eremo molto lontano. E chi si metteva in viaggio, doveva farlo da solo. E lui, da solo, attraversò il mare. Incontrò villaggi sconosciuti e altre lingue. Guadò torrenti e navigò fiumi rabbiosi. Camminò faticosamente per settimane intere. Infine, salì fino alla cima più alta del monte più alto.
Nadežda si scusò se quella storia Pietro l’aveva già sentita o in qualche modo la conosceva già. Che lui glielo dicesse pure. Ma lui rapito tacque e lei proseguì. Così come il viaggio del principe era proseguito insegnandogli molte cose. E aveva perso molto del suo egoismo e della sua arroganza. Era un paese povero quello che aveva attraversato. Per dormire si era dovuto accontentare di posti poco meno che malfamati, e persino anche di niente. Con un soffitto fatto di stelle, o di nuvole nere.
Era stato bagnato varie volte dalla pioggia. Aveva mangiato quello che aveva trovato. In vecchie bettole puzzolenti e fumose. Della carità di qualche contadino. In alcune occasioni anche solo con qualche frutto caduto, o rubato. Da solo aveva guarito le proprie ferite. Aveva sofferto e aveva consolato. Le sue belle vesti si erano sporcate delle intemperie e delle sofferenze. Ormai erano lacere. Ormai i capelli e la barba erano lunghi, sporchi e trasandati. Finché, nella grotta, non si presentò al cospetto di quell’anziano saggio, provando rispetto e vergogna.
L’uomo sapiente, malfermo e raggrinzito, che pareva avere tutti gli anni del mondo, gli aveva chiesto cosa lo avesse spinto fin lì. Poi era stato in silenzio solo ad ascoltare. Sembrava assopito. Infine, per giorni erano stati entrambi senza emettere suono. Sospesi tra il presente e i loro pensieri. Ascoltando solo quel frusciare di foglie che arrivava da fuori. Il grido di qualche uccello. Poi un dì, che sembrava come tutti gli altri, decise di non finire e non farsi scovare dalle ombre della notte. Alla trentaseiesima ora il vecchio saggio gli aveva annunciato che però c’erano delle prove da superare. Delle terribili prove dalle quali nessuno era mai tornato. Lui si sentiva pronto. Il suo cuore era indomito e non temeva tentennamenti né dubbi.
Il giovane principe si preoccupò solo del passare delle cose; temeva che non avrebbe più rivisto la sua cara moglie bambina. Che avrebbe ritrovato la sua reggia vuota e in rovina. Il vecchio saggio lo tranquillizzò spiegandogli che in quel posto, fuori da ogni altro posto, il tempo sarebbe passato inesorabilmente solo per lui. Oltre quei confini, in tutto il resto dell’universo, la grande clessidra della vita non avrebbe fatto cadere un solo granello di sabbia. Per tutti gli altri esseri umani, tranne lui, tutto si sarebbe fermato immobile e sarebbe rimasto uguale.
Il giovane principe si sentì rassicurato, ma anche si lasciò a un piccolo dubbio. Dubbio del quale fu rimproverato con uno sguardo, ma credeva a quel vecchio, seduto su quel sasso, che sembrava leggergli nel pensiero. Ormai si era convinto che fosse proprio così, che qualunque cosa dicesse o chiedesse lui la sapesse già, e con largo anticipo. Già quella era stata la prima prova».
Prima di proseguire la giovane donna guardò il vecchio amico. Aveva occhi spalancati e attenti. Le labbra dischiuse per la ritrovata meraviglia. Sembrava tornare bambino, disposto a lasciarsi affascinare, anche da una cosa semplice come quella. In fondo le prove, nelle grandi fiabe e leggende simili, si assomigliano tutte. Tanto varrebbe nemmeno darsi la pena di elencarle o raccontarle. E la notte di Nadežda e Pietro lasciava inesorabilmente scorrere le proprie ore. Eppure, nessuno dei due aveva fretta.
«Le fatiche del suo viaggio sarebbero sembrate nulla al confronto di quello che attendeva il principe. Doveva far visita al grande sultano del deserto che aveva nascosto anche la più piccola pallida ombra. Il caldo era tremendo, sbriciolava le pietre come un martello gigante. E lui non aveva nemmeno né un mantello né il suo turbante. Dopo doveva recarsi dalla grande signora del ghiaccio, che lo avrebbe ospitato fuori dalle sue mura, finché la sua pelle non fosse diventata dura come corteccia e poi sottile fino a creparsi. E i suoi denti non si fossero frantumati nel battere. Dopo doveva fronteggiare i morsi dell’irascibile belva della fame che avrebbe affondato gli artigli fin dentro le sue viscere.
Il giovane principe si rese presto conto però che ad ogni prova lui invecchiava. E più invecchiava e più paure incontrava. Chiese al saggio perché i suoi anni corressero con quella velocità affannata. Allora il saggio gli spiegò, con la massima calma, che ogni prova lo avvicinava alla conoscenza. Ogni prova lo aiutava a capire che cosa lo aspettare, nella vecchiaia. Prima i fastidi. La progressiva diminuzione della vista, e dell’udito. Poi i veri dolori.
La fatica nel fare quello che era sempre stato semplice. I nipoti che crescevano, e lui che si curvava. Gli amici perduti e quelli che lo salutavano per l’ultima volta. La solitudine. La fragilità del suo corpo. L’affollarsi di ricordi che si confondevano e diventavano difficili da riordinare e rammendare. I figli che pian piano venivano sempre meno. E venivano non per ascoltare, ma per raccontare dei loro problemi. Dipendere dagli altri. Dipendere da quattro pastiglie, ogni benedetto giorno che gli concedeva la provvidenza, e un’iniezione, uno sì e uno no. L’umiliazione del pannolone e del catetere. Tutte cose che il paziente Pietro conosceva bene.
Ma la lotta per l’ardimentoso principe non era ancora finita. Dopo quello con la fame veniva l’incontro con l’egoista padrone dei mari, dei fiumi e delle piogge, che aveva leccato via persino la rugiada dal mattino. È comunemente risaputo che la sete è la sofferenza più atroce. E che porta alla morte più dolorosa. Il principe, non più tanto giovane né vigoroso, pensava che sarebbe stata la fine. Era solo l’inizio. Ciononostante non aveva ripensamenti.
Dopo era stato invitato a contendere alla morte la vita, nella malattia più grave: la sindrome del morto vivente. Il valoroso non si lasciò abbattere. Affrontò anche quel cimento e vinse. Ancora una volta confidava di poter tornare al vecchio per la sua risposta. Si trovò davanti invece alla tigre albina che sfoderava i suoi temibili artigli e le sue mostruose zanne. Lui non aveva che le sue stesse mani nude. Alla fine, dilaniato dalle ferite dell’aspro combattimento, con una selce affilata scuoiò la belva del suo manto per coprirsi e poi portarlo come prova e trofeo. Per concludere lo aspettava la prova più ardua: doveva ascoltare i lamenti di dieci mogli. Quando si credette sul punto di impazzire le donne gli annunciarono che poteva far ritorno alla grotta.
Alle numerose domande, dell’ormai vecchio discepolo, il paziente maestro rispose con la massima calma. Il vecchio saggio gli rivelò che, in verità, le prove non erano propedeutiche a nulla. Solo a quello, a visitare tutto ciò che lo aspettava. A renderlo edotto che il futuro è quella stessa condanna quasi per tutti, e gli altri erano solo stati meno fortunati. Poi lo restituì ai suoi anni. Infine, il vecchio saggio, gli diede la risposta che cercava. Non c’era una soluzione alle sue paure. C’era solo la consapevolezza di sapere che il paradiso, per chi se lo merita, è esattamente come ogn’uno ha saputo immaginarlo.
E il principe, nuovamente giovane, ripartì per tornare alla propria reggia, e dalla sua tenera moglie, non del tutto soddisfatto. Ma se ci avesse pensato bene, e di tempo ce n’era, aveva tutto quello che serviva. Ora sapeva che dopo la vita c’era un’altra vita. E che quella vita doveva cercare di guadagnarsela immaginando come la voleva. Forse quelle che lo aspettavano erano prove ancora più dure di quanto già affrontato e superato».
Pietro aveva sempre provato, con tutta la propria buona volontà, Nadena cioè Nadsa, poi aveva borbottato e alla fine si era arreso. E l’aveva apostrofata con l’unico nome che gli riusciva di pronunciare. Oltre a tutto, senza i suoi denti in bocca, le sue parole diventavano sputi: “Nadia, puoi essere così gentile di passarmi la dentiera”. Faceva fatica ad allungare quel maledetto braccio e ad afferrare le cose con la mano destra. Lei gliela porse nel bicchiere.
L’aveva ringraziata e ancora aveva vinto, dopo molta fatica, il suo riservo e la sua progressiva timidezza. Si era fatto coraggio: “Me lo daresti un bacio”?
Perché no”?
Lei, con la massima delicatezza, accostò le labbra a quello del povero vecchio. Quando le staccò lui era sorridente e i suoi occhi mandavano lampi benevoli ma accecanti. Gli ci vollero alcuni minuti per ritrovare fiato e voce: “È proprio vera. La storia, voglio dire. Ecco, io ci sono appena tornato, dal paradiso”.
Nadežda aveva finito il suo raccontare e, dopo il bacio e quelle parole, guardò il vecchio Pietro che finalmente si era addormentato sereno. In cuor suo sapeva che da quel sonno ristoratore non si sarebbe risvegliato. Finì il suo turno e tornò a casa con il cuore triste, ma gli occhi rallegrati.

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Angeli & cherubiniDovevo immaginarlo che non la potevo farla franca. Mi hanno sgamato subito. Quasi nemmeno il tempo di rassettarci. Gli angeli sono come noi. Cambiano ma li riconosci all’istante. Come tutti. Mica hanno le ali o almeno le nascondono bene, sotto le giacche. O forse se le fanno spuntare quando hanno assolutamente bisogno di volar via per fare in fretta. Anche se sembrano non averla mai, la fretta. E cosa più incredibile ancora è che possono essere anche donne. E vedono tutto anche se paiono così beati, quasi noncuranti. Proprio come una specie di polizia, ma disponibile e cordiale. L’unica cosa a renderli differenti è il fatto che sono qui da molto prima di chiunque altro. Nel mio caso si presentano due maschietti, a dire il vero dall’aria un po’ anonima. Guardano con severità la mia Dar’yana, ma sono palesemente venuti qui per me. Uno ha un registro molto voluminoso, l’altro una penna.
Guardano e consultano. Per un po’ il loro sorriso sereno s’incupisce in una smorfia di rimprovero. Quello a destra sembra conoscere le norme a menadito. Mi spiega che non dovrei essere là. Che non ne ho acquisito il diritto. E che non dovrei essere con lei. Che lui capisce, ma che sarebbe vietato farlo. Non mi posso ancora innamorare di una del livello superiore. Sono ancora dichiarato come incapace di governare i miei sentimenti, geloso e possessivo. Cerco in qualche modo una giustificazione che non trovo. Balbetto pretesti presunti. Non posso negare l’evidenza e di avere una preferenza per lei. Lei non sa se essere divertita o dispiaciuta nel vedermi così in imbarazzo e se la ridacchia. Poi alza le spalle e si allontana cercando di sistemarsi le vesti. Lasciandomi da solo davanti alle mie colpe. La guardo mentre si incammina orgogliosa tra le nuvole. Ha un gran bel portamento. La preferivo nuda.
Mi invitano a seguirlo con ostentata gentilezza. Non posso sottrarmi. Il paradiso è fatto così, mica lo puoi cambiare. Puoi avere tutte le donne che vuoi, ma non ti puoi innamorare, almeno finché non raggiungi la prima autostima. E comunque trascurare le altre e considerato un gesto di arroganza e scortesia. E tutte quelle donne sono belle e possono scegliere la loro età migliore. E anche le meno belle debbono essere belle agli occhi dei visitatori e dei residenti. Così entro al cospetto del Supremo a capo chino. Consapevole dei miei errori e delle mie colpe; ma anche un poco colpevolmente fiero di me. L’occhio di Dio sembra uno smartphone. La mia, in fondo, non è una colpa tanto grave. Ne deve vedere tante e di ben peggiori. Forse ha troppo da fare, poveretto. Un poco anche lo capisco. Mi lascia al giudizio di un’angela magistrato.  I miei occhi si lustrano di lei e i suoi sbrilluccicano.
Non posso che ringraziare il Signore. È la mia fortuna. Lei è molto indulgente. E molto ma molto carina. Con un tono di rimprovero, ma con una voce canagliesca, mi elenca nuovamente le mie colpe. Nel momento vorrei esternare i miei dubbi: se una donna resta soddisfatta, che c’è di male? In fondo sono stato educato che il rispetto e la fedeltà sono virtù. Conosco già la risposta: gli educatori sulla terra sono degli incompetenti imbecilli. Magari mi verrebbe data con altre parole. I suoi occhi mi giudicano e soppesano. Non ho mai capito le donne. Nella terra sono state un vero disastro. In paradiso le cose sembravano andare meglio, molto meglio. Nessuna più a dire di no. Nessuna a darmi buca. Mi sento proprio in paradiso. E ho un’energia che non è nemmeno mia. E… mi innamoro immediatamente e perdutamente di una Angela.

FINE

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lempertz-1041-62-photography-christer-stroemholm-puta-palma-de-mallorcaQuesta è una vecchia foto. Quello ritratto sono io. Lei è quella che sarebbe di lì a poco diventata mia moglie.
L’anno lo ricordo perfettamente Naturalmente per forza. Era il millenovecento-sessantanove. Ricordo tutto come fosse ora. Il nostro grande amore ha conservato indelebilmente ogni momento e ogni ricordo.
La vedo ed era bella. La chiamo: mi scusi signorina… Lei mi guarda, sorride, e mi risponde come si vede. Mi sembra una proposta allettante. Voi cosa avreste fatto? Quello che ho fatto io è stato semplicemente seguirla senza pensarci. Su per quelle vecchie scale. Lei è la madre dei miei figli. Abbiamo tre bambini. Dopo le prime due femmine è arrivato il maschio. Il Signore ha voluto così e così ha benedetto la nostra unione.
Allora ero solo uno studente spiantato. Genova non era quella che è oggi. Era ancora, come si può vedere, in bianco e nero. Non avevo ancora imparato da Gilberto Govi a fare il vero pesto genovese. Lei ha sempre avuto il sole negli occhi, ma in cucina non è mai stata nemmeno mediocre. Le riesce solo la parmigiana di melanzane, se la prende già fatta che basta passarla al microonde. Sul brodo mi ci mette ancora i piselli. E per formaggio prende solo la mozzarella. Dice che il grana va solo con gli spaghetti. Insomma, saliamo e ha solo una stanza riempita quasi esclusivamente dal letto. Si stende sopra e credo che non si senta bene. Glielo domando e lei ride e mi dice: Vieni un po’ qui mio bel giovanottino.
Mi sembra simpatica e anche un pochino strana: Mi dice che si chiamerebbe Concettina ma che si chiama Salomè: Vieni dalla mammina. Per essere mia mamma sarebbe un poco troppo giovane. E poi la conosco la mia mamma. E so che non è lei. Però trovo che sia carina. E gentile. Insomma, non mi sembra il caso di protestare. Preferisco starmene zitto. Forse non la dovevo importunare. Non sono stato corretto. Però… forse è stato anche un bene. Ho l’occasione di conoscerla.
Le dico che voglio diventare architetto. Non so cosa la diverta del fare l’architetto. Non le ho detto che sogno di fare il saltimbanco. La stanza non è più di tanto pulita. Direi proprio che è trasandata. Mamma ha detto che è ora che mi trovi una ragazza. Credo di averla trovata. Credevo di dover fare più fatica. A trovarla. Di dover parlare prima di tante cose. Di tutte quelle cose. Di doverla rassicurare. Non so molto sulle donne. Forse mi sbagliavo. Lei mi ha messo subito in confidenza. Si è persino sfilate le mutandine per mettermi a mio agio. Magari pensa che questo mi aiuti. In verità mi mette in imbarazzo. Dovevo farmi spiegare meglio. Salomè è proprio bella. Ed è gentile: Non fare il timido.
Si sorprende per la mia voglia di parlare. Si preoccupa di non piacermi. Mi piace, eccome. Le racconto che sono militesente. Quando insiste perché mi tolga i calzoni, trovo che sia un poco troppo intraprendente. Che in tutto sia leggermente frettolosa. Però lo faccio. Torna a invitarmi e stavolta mi stendo al suo fianco. Ora comincia l’incredibile, so che nessuno mi crederà. Mi fruga e me lo prende in mano. È allegra. Ride e si diverte. Temo si accorga che per me è la prima volta. Perdo la testa e le dico subito quanto la amo. E le chiedo immediatamente quando ci possiamo rivedere. Lei dice che non abbiamo ancora iniziato. M’invita a non fare lo sciocco e non correre troppo.
Quello che ho detto è la pura verità. Poi tutto è un poco confusione. Il primo bacio me lo darà il mese successivo. Il quel momento me lo nega, risoluta. Dice che non può, ma io non so perché. Quello lo so: fra fidanzati ci si bacia. Comunque lei ne sa molto più di me. Credevo che il bacio fosse la prima cosa. Non è nemmeno la seconda. Perché quando ha finito di giocarci esclama: E adesso fai il bravo e mettilo al suo posto. Come? Non è un problema. Non ci capisco. Non lo so, ma mi guida lei. E la lascio fare. Forse è una bugia, ma fa vedere che le da piacere. Lo fa vedere anche troppo. Con tutti quei versi qualcuno ci potrebbe sentire. Ma per lei deve essere proprio bello, perché le scappa anche qualche volgarità. Tipo: Coraggio, fottimi tutta, mio bel stallone.
Poi mi invita a sbrigarmi. Per quanto ne so lo stallone dovrebbe essere un tipo di cavallo. Meglio se me ne sto zitto. Però all’improvviso mi sento salire un sacco di calore al viso. E mi succede qualcosa che non mi era mai successo. Mi dice Bravo. e credo di aver fatto quello che mi chiedeva. E anche di essermi abbastanza sbrigato. Insisto per sapere quando la posso rivedere. Mi spiega che posso passare di là quando voglio. Mi chiede qualche soldo, anzi mi dice la cifra precisa. Poverina, deve avere proprio bisogno.
Insomma, questa è stata la nostra prima volta. E anche la seconda e la terza. E tutte le altre. Ma dalla quarta mi ha restituito i soldi. Poi si sono assomigliate tutte. Finché non le ho chiesto di diventare mia moglie. Lei non mi voleva credere dalla gioia. Ha protestato perché avevo un paio d’anni meno di lei. Mi sono scusato che non è colpa mia. Che se voleva potevo passare più tardi. Avevo insistito che non mi sembrava un problema. Abbiamo fissato per marzo il giorno delle nozze. Il tredici che porta buono. E lei in bianco era ancora più bella. E abbiamo trovato casa vicino a quella dei miei. Temo che alla mamma non sia mai piaciuta molto. A me però è piaciuta fin da quel primo momento.
La prima notte non mi sembrava vero. Nella nostra casa, nel nostro letto. Veramente non è stata niente di speciale. Tutti a ridere e prendermi in giro. Quella notte era tanto uguale ai nostri pomeriggi. Ma io queste cose non le vado a raccontare. E quando ho preso il portafoglio mi ha chiesto se son matto. Sei mesi dopo aspettava già Evelina. L’ho detto che è una donna impaziente? Dal lieto annuncio ha cominciato a stare di più in casa. Usciva meno spesso e mai alla sera. Io lavoravo da un geometra e ora ho uno studio mio. Non so se l’ho detto.
Non portavo a casa molto e non lo porto nemmeno ora. I clienti non sono in coda fuori all’uscio. Ma lei se li è sempre fatti bastare. Ha anzi sempre saputo risparmiare. È con quei risparmi che ho aperto un ufficio tutto mio. Non so ancora come ci sia riuscita. Spesso passano suoi amici che diventano anche miei clienti. Anche questo ci aiuta. Sono anche persone a modo che riesco ad accontentare facilmente. E poi ci sono stati i bambini. La seconda e infine il terzo.
Lei è rimasta la splendida donna di sempre. Quasi nemmeno una ruga. Io la amo come il primo giorno. Ma non proprio tutti i giorni. A volte è solo perché è affaticata. A volte è perché sono stanco io. È sempre affaccendata ed è spesso fuori. Non che lavori, non ne ha mai avuto bisogno. E per quello ci sono io, suo marito. È solo che è piena di amiche e di parenti. E molti hanno bisogno di lei. E lei è sempre disponibile. E ha un cuore grande. Antonio dice che sa lui cosa ha Tina di grande. Lo dice come si racconta una barzelletta divertente. Lui non sa proprio un bel niente. Se non conosco io mia moglie chi la conosce meglio?
Come dicevo all’inizio quella foto può ingannare. Potrebbe sembrare una che se la tira. Non ha messo su un etto e poi ha anche smesso di fumare. Indossa sempre lo stesso colore di rossetto.

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