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Posts Tagged ‘paradossi’

Corteggiava quella donna ormai da secoli. Non che lo avesse fatto invano. Ne era stato ricompensato. Agrippina non si era nemmeno tanto fatta desiderare. Gli aveva concesso tutto. Tutto tranne quello. E lui lo voleva. Voleva il culo. Quel culo. Gli aveva consesso la mano. Subito. Prima ancora che gliela chiedesse. Prima della prima sera. Che la invitasse a pranzo. Le labbra in modo seducente e con paziente perizia. Ancora in macchina. Con abilità da contorsionista. Le tette con generosità. Appena entrata in salotto. Ancora sul divano. Con la luce accesa. E la televisione che trasmetteva per nessuno. Senza difficoltà anche l’intimità della sua… natura. Trascinandolo lei. Sbattendolo subito sul letto. Ma quello mai. Si era sempre rifiutata. Aveva sempre trovato una scusa.
Non poteva nemmeno fargliele una colpa. Rimproverargli nulla. Era quasi sempre lei a provocarlo. E cosa poteva farci, un povero uomo come lui, se lei era stata così fornita. Se la natura era stata tanto generosa. Se il suo era una meraviglia simile. Non c’era un maschio al mondo che non si girasse ad ammirarglielo. E quand’erano soli lo dimenava con quella disinvoltura. E poi il modo in cui si muoveva e girava per casa. Quando non era nuda era poco vestita. Vestita per farsi guardare. Con tutte le sue trasparenze. Scomposta per mostrarsi. Lo faceva impazzire. Finiva sempre che lo trascinava ancora a letto. E ancora. A volte svuotato di tutte le energie. Basta vedere nella foto come si affacciava dalla terrazza. Sembrava chiederglielo. Implorarlo. Per poi dirgli di no. Come per dispetto. Sarebbe stato un pazzo a non fantasticarci sopra, anche la notte. Avendolo vicino. A portata di mano.
Non era certo una bigotta. Doveva aspettarselo. Quanto sperava che lui sarebbe stato in grado di pazientare? Con una scatenata come lei accanto, che lo faceva per il suo sommo piacere. Sempre pronta. In fondo gli doveva essere almeno un poco grata. Ma quella sera sarebbe stata l’ultima. O cedeva o avrebbe chiuso la storia. Era deciso. E anche quella sera aveva cercato di fare la preziosa e la sdegnosa. Mai! e aveva, come al solito, cercato di sedurlo in qualsiasi altro modo. Aveva elencato tutte le cose e le posizioni in cui era una vera esperta. Gli aveva fatto il lungo menù di cosa gli poteva offrire e di cosa poteva avere. Un film a luci rosse condensato in poche succinte frasi. Mai eleganti ma sempre inequivocabili e volgari. Ma gli sembrava meno capricciosa. Meno decisa. Un po’ più arrendevole. Più ragionevole.
Alla fine era sembrata cedere davanti alla sua insistenza e risolutezza. “Se è proprio quello che vuoi”… certo che era proprio quello che voleva. “Se è proprio quello che desideri”… certo, non l’aveva ancora capito o faceva la finta tonta? “Se è proprio quello che sogni”… ogni giorno e persino la notte. “Se non puoi farne a meno”… ancora un se e… aveva già l’istinto di affibbiarle un pugno in bocca. Quanto poteva essere paziente? “Se non ne puoi farne a meno”… era l’ultimo se che lui avrebbe sopportato. “Lo faccio per te, anche se non vorrei. Solo per te”. Lui non trattenne un sospiro di sollievo e si lasciò sfuggire un’entusiasta “Finalmente”! Ma la lunga ed estenuante trattativa non era finita. Aveva, la bella culona Agrippina, delle condizioni da porre. “Tu fai il bravo bravino. Fai fare a me. Ti dico io quando sono pronta”. Gli aveva chiesto di aspettarla di là, in camera. Lui si era preparato già nudo per non perdere altro tempo.
Era entrata con una vestaglietta corta e trasparente che non le arrivava alle mutandine. Tanto non le aveva. Sotto non aveva niente. E con un lungo tubo di lubrificante. Lo aveva ammanettato alla testiera. Non era la prima volta nei loro rapporti. Gli aveva bendato gli occhi. Nemmeno questa era una novità. Lo spalmò davanti e anche dietro. Lui non era certo di capire ma la lasciava fare, tanto era l’entusiasmo di aver raggiunto finalmente l’agognata meta. Quel tanto desiderato e agognato trofeo. E lei per i giochini e le fantasie era una vera maestra. Non aveva nulla da imparare. Poteva insegnare anche alla donna di piacere più esperta. “Ora rilassati.” Disse. Non era facile. Era al colmo dell’eccitazione.
Lei cominciò a massaggiargli la schiena. Lui affondò la faccia sui cuscini. Le mani di lei lentamente, molto lentamente, scesero. “Ora sono pronta.” gli annunciò e gli spiegò che avrebbe avuto la migliore penetrazione anale della sua vita. Quindi lo allargò con destrezza e lo infilò con un corpo molto lungo e molto grosso. Poi avrebbe scoperto che si trattava di una bottiglia. “Spero non la preferissi gassata”. Inizialmente lui provò un lancinante dolore. Cercò di ribellarsi, ma lei lo aveva immobilizzato. Pian piano il corpo estraneo si fece spazio e strada. Pian piano il dolore diminuì. Non scomparve mai, ma si mescolò a una sorta di strano diletto. La sentiva ridere alle sue spalle. “Era questo che volevi”? Non era precisamente quello. Non lo avrebbe mai raccontato a nessuno. Non avrebbe mai ammesso cosa avesse sofferto e provato. Tra loro era tutto finito.
Lei se ne andò senza voltarsi indietro. Senza slegarlo. Senza liberarlo da quella situazione. Senza nemmeno domandargli se gli era piaciuto.

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C’era da aspettarselo, eppure nessuno l’aveva previsto. E nessuno sapeva come uscirne. In verità Lui non era nemmeno candidato ma, tranne qualche errore di ortografia, soprattutto per l’inglese, la maggioranza aveva scritto chiaramente nella scheda, e a caratteri cubitali, tutte le lettere con precisione e in stampatello maiuscolo: Il Cappellaio Matto alias The Mad Hatter. La voce poteva essere corsa nell’etere. Non era stato previsto in nessun sondaggio. Non c’era nessun precedente, ma quella era la volontà popolare, al sessantanove preciso per cento. Tra gli scrutatori si era diffuso il timore e si era cercata qualche scappatoia osservando che non era nemmeno iscritto nelle liste elettorali, che era cittadino inglese dell’Inghilterra, e che aveva mantenuto là la cittadinanza, pur trattandosi di un cosmopolita. Inoltre la sua patria, l’Inghilterra, era uscita dall’Unione Europea. Ma le urne avevano parlato chiaro. Non si riusciva a venirne fuori. Come si poteva procedere e depennare il nome che era risultato quasi un plebiscito popolare; anche perché gli altri tutti avevano raggiunto percentuali risicate se non irrisorie. Fuori gioco i non votanti, tolte le bianche e le nulle, messi assieme tutti gli altri, in un unico lotto, potevano al massimo vantarsi di un misero uno virgola sette di consensi, non sufficiente nemmeno per il quorum.
Eppure si poteva immaginare, anche solo con un po’ di fantasia. Tutti si sono distratti. Tutti? E tutti a chiedersi come ragionano quelli che non ragionano. Si dovrebbe abolire lo stupore. Dopo che un papa ha sostenuto i sindacati e i sindacati hanno preteso il ritorno dei padroni. Perché non sostituire il male al peggio? Anche se pare ed è una semplificazione. Qualcuno potrebbe obbiettare che lo scrivente è comunista. Lui potrebbe rispondere che il comunismo non esiste più, senza possibilità di essere smentito; anche se non lo vuole credere. Anche se al posto di Marx cita Hikmet. Che un sasso non fa una rivoluzione. Per questo nemmeno un’Intifada. Solo che ormai chi va Berlino torna a casa con un finto frammento del muro come souvenir, l’imbecille. Chi va in vacanza lascia i giornali a casa. Chi si reca a Roma scende a termini e prende subito il primo mezzo per la Città del Vaticano, dove un microfono è sempre acceso e una grazia sempre pronta. Citando un amico che a sua volta cita Arnold Schönberg: “Tutte le vie portano a Roma, eccetto le vie di mezzo”. Sembra proprio che chi va al voto lasci il cervello a casa. Non è così. O non è così semplice. L’amico in questione citerebbe Gramsci morto ottant’anni fa. Esattamente a oggi 17 maggio 2017, se non sbaglio, 29.240 giorni (non riportati in lettere per semplicità).
Non è il grande complotto, nemmeno la Grade illusione, solo la grande confusione. Io penso che, con molta modestia e un’ignoranza che mi spetta di diritto, tutto è cominciato probabilmente forse durante la puntata di uno show, ma la gente era già stanca e da tempo senza monetine. No! non c’entra l’undici settembre, nessuno. Qualcosa è nato dopo il primo e molto prima del secondo. Forse il primo c’entra, ma solo casualmente. Denunce e niente più che parole. I guidatori dei camion come i nuovi don Chisciotte. La Cia che ci spia. Di cosa preoccuparsi? L’Italia vince i mondiali di calcio. E persino al festival vince Mistero. Qualsiasi ipotesi alternativa stava già cadendo o era caduta. Qualcosa era già morto prima. Cosa? Cosa oltre la testa che cade senza che né condannato né il boia salgano alla ghigliottina? E’ caduto l’indice della borsa. I capitali sono divenuti Finanzia. La Cina è sempre più vicina. E il comico dovrebbe fare l’oracolo. La crisi dei valori ha preceduto di gran lunga la grande crisi, questa, e le hanno trattate entrambe come un’influenza. Passerà. El pueblo unido… vota il personaggio di una favola, nemmeno la protagonista della stessa. E’ pur vero che fin dalla stessa antica Roma, l’eterna, è stata la Repubblica ad eleggere i suoi rappresentanti più folli e sanguinari. E’ la grande decadenza. L’impero che si sfalda. La fase terminale dell’agonia.
Chi ha assassinato il futuro? Non per necessità o con inganno, ma ogn’uno ha fatto la sua piccola parte; tranne quelli che hanno finto e quelli che non hanno proprio visto. Il tutto ha portato a questo niente. Senza una regia precisa. Solo piccoli atti, come quello a via dei Georgofili, che suppongo, non ho nulla a suffragio di una tesi differente, quasi interamente spontanei. Forse ingenui. Forse solo perché i tempi erano semplicemente maturi. O la mela stava già cadendo dall’albero. Così tutto e come prima e niente è più lo stesso. Nemmeno la musica era più la stessa. Ma nemmeno i ragazzi. Come buttargli addosso una colpa? Dov’è Piazza di Spagna. Nessuno ha più insegnato a loro ad essere giovani. Gli hanno dato la possibilità di essere tutti dottori e tolto la possibilità di farlo. Lasciati fuori da improvvisati ma ben identificabili buttafuori. La fabbrica occupata è stata definitivamente sgombrata e desertificata. Gli hanno dato una tromba e nessuno spartito, e poi proibito di servirsene. Sappiamo che il fumo uccide, si deve smettere subito. Prima di prima. Tolleranza zero. Almeno in apparenza. Così al massimo si fanno male, ma non fanno danni. E per i più riottosi la libertà di chiudersi dentro centri sociali come in bantustan. Sull’esempio dei residui di Palestina. E per le più riottose un santino di santa Madre Teresa di Calcutta pieno di maiuscole.
Datemi un palco e risolleverò il mondo. L’uomo che ha fame capisce che la libertà non gli riempirà lo stomaco, e trova prima La rabbia. Ed è allora che può iniziare lo show. Dopo o durante il grande presidente senza consenso, senza elettorato, rappresentante di una parte esigua del paese. Ma non possiamo certo assumerlo a vanto. Non è nato tutto qui. L’epidemia si stava già diffondendo. Per quanto ci riguarda, ma un po’ da per tutto, semplicemente se resta un posto libero in una tavola imbandita non ci si può poi lagnare se il primo che viene si accomoda. E inoltre è proprio vero il fatto che si possono perdonare tutti i peccati tranne quelli dei non peccatori. E che tutti i peccati sono esecrabili tranne quelli che abbiamo fatto o avremmo voluto fare. Come diceva lui: se tutti rubano nessuno è ladro. Tanto vale scegliere qualcuno che abbia i nostri vizi e sia esente dalle virtù che non possediamo né abbiamo mai voluto. Ma in questo caso, per quanto è attinente al Cappellaio, nemmeno tutte le premesse del mondo sono valide. Lui non è uscito dal nulla o da qualche grande messaggio pubblicitario. Se ne esce direttamente dalla favola.
Perché illudersi di poterne sembrare sorpresi? Quando il più grande tra tutti i presidenti aveva preferito essere sbugiardato per un paio labbra carnose e carnivore. Un papà nero non c’è mai stato ma un presidente nero è solo un’eccezione. Così si sono susseguiti da noi poveri e semplici quanto inutili, in ordine sparso e alla rinfusa e in disordine, il deputato rappresentante di detersivi, il ministro banditore di materassi e altri personaggi similari. Il figlio illegittimo del dio della carta stampata, banditore di assicurazioni e mutui, e capitano supremo degli spot: il boy-scout, tutto in una parola. Il comico accigliato e redento. E ancor prima l’intellettuale dell’errore grammaticale, il buzzurro. Sparare nel mazzo non serve a niente. Importante ma non essenziale è essere maschio e sciupafemmine. E così, a parte qualche poco influente dittatore, si diede la stuta ai presidenti Io non sono eccessivamente di destra ma nemmeno moderatamente di sinistra, in politica ed economia mi potrei definire con orgoglio bisessuale, non butterò via tutto quanto fatto dal mio predecessore e così risolleverò il paese; viva il popolo elettore sovrano. Sovrano? Come sorprenderci all’ora che in America sia arrivato il momento del ciuffo biondo di Donald Trump con la sua innocua starlette che presenta come moglie. E’ il sogno americano: tutti possono diventare presidente. Un suggerimento intelligente, non adatto al presidente, sarebbe quello di evitare il risveglio. Che fare? Eppure tutti si sono dedicati alla meraviglia, qualcuno alla beffa. E qualcuno vorrebbe ricordargli che lei potrebbe ricorrere alla Sacra Rota. Ma chi, in cuor suo, non ne prova invidia?
Dopo che qualche eroe è diventato terrorista. Dopo che la Grecia sul lastrico ha sognato di notte e si è risvegliato al mattino, all’apertura delle Banche. Dopo che l’Ungheria ha deciso che il suo futuro era nel passato. Dopo che avevano costruito un muro persino davanti alle porte. Se sono confuso è perché i tempi sono confusi. Maledetta democrazia. Ora non ci resta che festeggiare questa non-elezione di questo personaggio che nemmeno beve caffè ma tè. E che qualche Dio ce la mandi buona o, per gli increduli incalliti, affidarci a qualche buona stella.

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E’ sempre difficile raccontare il racconto. Scrivere è un po’ come vivere. Come scegliere l’abito da indossare. Convincersi che non è ancora tardi. Come preparare la cena per degli invitati. Solo che i lettori non li conosci. Magari nemmeno gli invitati a cena li conosci sempre tutti. Magari, come per ogni racconto, anche a cena si può invitare qualcuno che non avevi invitato. Comunque il computer non aiuta all’ordine. Forse faccio meglio a basarmi su delle analogie. Proprio come: cucinare la storia. Credo possa capitare. A Sveta è capitato, che io sappia almeno una volta. A me un po’ più spesso. Forse per una questione di generosità. Oppure perché ho sempre paura che manchi qualcosa. Del giudizio.
Per esempio, per farmi capire, quando cucino prendo sempre la pentola più capiente per sentirmi più tranquillo. Metto l’acqua e i fagioli e accendo il fornello a fuoco lento. Già prima del primo bollore aggiungo il sale. Ci sto sopra senza distrarmi continuando a mescolare. Mestolo di legno, naturalmente. Poi aggiungo un paio di patate perché venga più addensato. Un po’ di fette di carota. Una gamba di sedano. Aglio appena un odore. Stavo per dimenticarmi: una bella cotica che aggiunge gusto. Aggiungo altre patate che non si sa mai. Assaggio. Unisco un po’ di spezie. Quando bolle butto la pasta. In questo caso preferisco dei ditalini rigati. Solo perché si tratta di questo esempio. Se non l’ho detto prima amo i fagioli. Poi ancora qualche rametto di rosmarino. Mescolando qualcosa mi mette in dubbio e mi rende incerto. Non si sa mai che si aggreghi qualcuno all’ultimo. E allora allungo con ancora un po’ d’acqua. Stavo scordando un filo d’olio ma extra-vergine. Nel dubbio allora sommo al tutto ancora un po’ di fagioli. E’ a questo punto che spesso trabocca dalla pentola e mi si spegne il fuoco. Se non l’ho detto prima amo raccontare. Questo non basta a farmi arrendere. A smontarmi. Allora rileggo la ricetta, ma non ho mai imparato e rispettare i programmi. Ho un mio preciso ordine nel mio disordine. Una mia compulsiva spontaneità. La gioia pura di inseguire la cavalcata frenetica di ogni pensiero, e insieme di tutto il branco.
Ricomincio da capo, in questo caso, per i fagioli, ma solo per quelli, non proprio dall’inizio ma dal secondo punto. Riaccendo il fuoco. E non mi limito al solo assaggiare. Mi elenco in mente tutti i passaggi per ricordare di non essermi scordato di niente. Di nessun ingrediente. Di nessuna singola sillaba. In questo effluvio di sensazioni. Nel ribollire delle parole. Dei concetti e delle idee. Forse sono scrittore anche quando sono in cucina, per così dire sui fornelli. Mi chiedo se il troppo non stroppia. Se non corro il rischio di esagerare e rendere il lettore satollo. Mi sembra che tutto sia irrinunciabile. Come cercare di fare la zuppa senza i fagioli, o rinunciare alla pasta. Anche un pizzico in meno di pepe può rendere una pietanza meno saporita. Forse non ho scelto l’esempio più calzante; perfetto. E’ solo che stavo vedendo la laboriosa Sveta affannarsi intorno a me. Non lo capirà mai che avrei bisogno di solitudine e silenzio. Così mi faccio confusione e si affannano anche le parole, in un turbinio. La guardo bene. E’ spettinata. Lei rassetterebbe e metterebbe in ordine l’intero universo. Non si stancherebbe mai di, come dice lei, puliziare. Ha un’energia incredibile. E quella specie di cosa rossa intorno. A tratti mi rendo conto che sono io un post, anche quando parlo. In fondo un blog E’ solo un blog. La prego di far tacere la scopa e a malincuore lascio da parte quello che sto scrivendo, ancora incompleto; anche se ne avrei ben altre di cose da dire. Ci sentiamo domani.

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Mi reco sempre con un senso di disagio in quegli uffici. Come dal dentista. Come per un esame; quand’ero ancora a scuola. Come per le prime lezioni di guida. E questi corridoi mi minacciano continuamente del pericolo di perdermi. E di confondermi. Però sono stato richiamato al dovere. Essere o non essere, questo è il problema. La mia carta d’identità è scaduta l’anno scorso e la devo assolutamente rinnovare. Non so cosa mi può succedere se non lo faccio. Certo nulla di buono. Così mi preparo di tutto punto, con la giacca e la cravatta, e, quando infine non trovo nessun’altra scusa per tardare, né un motivo per rimandare, Mi prendo un caffè e mi avvio cercando di fingermi sicuro.
Niente che non mi fossi potuto aspettare, l’ufficio “Anagrafi & Residenze” è piccolo e grigio così come l’impiegato; una stanzetta poco illuminata. L’omino quasi completamente calvo s’intravvede appena, con due microscopi davanti agl’occhi, dietro una sorta di oblò di vetro, non proprio pulito, con un pertugio in basso per parlare, che costringe l’utente a chinarsi. Aspettato il mio turno paziente mi avvicino al gabbiotto e gli consegno il documento scaduto, e lui lo mette davanti alla tastiera quasi a confrontare le mie risposte. Per farmi capire devo sillabare chiaramente alzando la voce. Non pare del tutto soddisfatto della somiglianza nella foto. Fa alcuni borbottii di rimprovero e commento a farmi notare il mio pigro ritardo a presentarmi per la sostituzione. Lo so da solo che è scritto che dovevo venire prima, ma la verità è che avrei preferito evitare e non venire mai. Forse è una sorta di allergia alle cose futili e tediose. Al conformarsi.
Per la dichiarazione del “Cognome” e “Nome” tutto fila relativamente liscio, tranne qualche ripetizione di troppo. Il personaggio è molto ligio alla precisione e al dovere. Con il “nato il” comincia a guardarmi con un non troppo velato sospetto. Come fossi un non ben accetto immigrato qualsiasi, e forse anche illegale. Ancora “a” tutto liscio. “Cittadinanza” mi precede e io mi limito a confermate: “ITALIANA”. Per i campi relativi alla “Residenza” e “Via” mi chiede se c’è bisogno di un controllo al catasto. Gentilmente declino cercando di convincerlo che so abbastanza bene dove abito. Si informa se l’appartamento è di mia proprietà e se lo dimoro con qualcuno. Sollevo l’obiezione che questo non è di sua pertinenza. Mi invita a non avermela a male giustificandosi col fatto che E’ solo per fare due chiacchiere, comunque faccia come vuole, sono affari suoi. Non avevo bisogno che me lo dicesse lui. Comunque. Per lo “Stato civile” mi guarda con compassione e mi aggiudico tre meno. Stranamente salta il campo successivo, probabilmente per una distrazione.
Quando dichiaro la “Statura” mi ricambia uno sguardo dubbioso, come se avessi motivo di barare. Quando si tratta del colore dei “Capelli” puntualizza che Erano grigi. Rassegnato lascio che scriva bianchi. Per il colore degli “Occhi” vuole accertarsene personalmente. Dopo il verdi aggiunge scuro di sua completa iniziativa. Ma il dramma vero esplode quando si tratta di compilare il campo: “Professione”. Lui scrupoloso eppure me lo chiede: Impiego? Io zelante preciso: Professione? e cerco di scandire il più chiaro possibile sottolineando ogni singola lettera: Scrittore di Racconti; Racconti con la Erre maiuscola, per cortesia. Alza due occhi indagatori e ribatte stizzito: Intanto va apposto tutto in maiuscolo, comunque, e poi qui c’è scritto PENSIONATO. Lo so che lì c’è scritto PENSIONATO, ma c’è la necessità di passare a una rettifica. Guardi che ci sarebbe un modulo a parte da compilare, crede ne valga la pena? Non vorrei fare una dichiarazione lacunosa o mendace. Cosa le fa credere che possa essere così Facile?
Lo prego con l’ultima gentilezza rimastami di riempire il campo eventualmente aggiungendo: e SCRITTORE di RACCONTI. Ma non sia ridicolo, va o non va a ritirare la pensione alle poste. In realtà avrei la domiciliazione bancaria, ma me ne sto zitto prudentemente, vuoi mai che mi chieda pure il codice IBAN che non mi sono portato dietro. Taglio corto Questo sì. Ne nasce una sorta di scomposto alterco. E allora, mi scusi, vede che è un PENSIONATO, e fa rimbombare la parola come fosse la dichiarazione d’indipendenza, com’è dichiarato anche nella sua precedente. Comincio ad averne abbastanza e a perdere la pazienza, non so perché ma non sono disposto a cedere. Ne faccio quasi una questione di principio. Scusi lei, ma mi sento in obbligo di dichiarare le cose come sono; la verità. Ma non sé mai sentito, SCRITTORE di RACCONTI, non è nemmeno contemplato; non s’è mai visto; e poi la “di” andrebbe maiuscola o minuscola. E’ quello che faccio. E’ di quello che vive? Non ne ricavo il becco di un quattrino, ma è quello a darmi piacere. Il piacere non è contemplato. Ma è il motore delle cose. E’ allora si trovi una donna. Guardi che sono rimasto vedovo. Poteva pensarci prima. Prima di cosa? Di venire da me, in questo ufficio; non siamo qui per giocare o, come si dice, per fare la punta agli aculei dei ricci. E intanto ha già strappato il mio precedente documento salvando solo la foto. Mi scusi ancora ma non credo che questi siano affari suoi. Lo sono nel momento che è qui davanti a me; davanti ad un ufficiale pubblico. Tale titolo lo dichiara in modo pomposo.
Se non era per la raccomandata nemmeno ci venivo. Gli spiego che sto facendo solo il mio dovere e lo prego di fare il suo. Borbotta: Proprio come la volpe che prima vuole l’uva e poi la gallina. Mi viene da imprecare, e non ne sono avvezzo. Però ho Sveva. Certamente non sono affari suoi. Non lo vado a raccontare a un semplice piccolo preposto a questa assurda macchina burocratica. Sto per perdere le staffe Lo sa che lei e veramente un personaggio Kafkiano? Non sono certo che sappia di cosa parlo ma la cosa lo deve impaurire parecchio. Teme di ritrovarsi deriso personaggio protagonista in uno di quei tanti racconti. Oppure sono riuscito a fargli pervenire un dubbio. O che ne so. Quello che so è che non ne è tranquillizzato per niente. Chiama il suo capufficio. Cerca di scaricare ogni responsabilità. Mezze frasi. Gli spiega che insisto. Non so l’ultima risposta che riceve, ma non ne è ancora del tutto persuaso Se va bene a lei, signore. Sbuffa.
Torna da me Poi non dica che non era stato avvertito. Batte sulla tastiera come un forsennato in preda all’ira. E’ comunque sensibilmente contrariato. Lo fa ma non lo vorrebbe fare. Costretto. Gli dico in modo accomodante che al posto di SCRITTORE può andar bene anche AUTORE. Torna indietro per correggere RACCORDI in RACCONTI. Per un pelo non sono diventato SCRITTORE di RACCORDI. Qualcosa di imprecisamente sospeso tra l’idraulica e la manutenzione stradale. Sbuffo anch’io mentre lui da voce alla stampante singhiozzante. Quella si lagna e alla fine sputa il mio maledetto documento. Mi consegna la mia carta d’identità, per farmela firmare, stizzito. In tutta fretta sottoscrivo, velocemente, ho solo voglia di andarmene. Apre la bocca deciso a darmi un’ultima opportunità poi ci rinuncia: Chi cerca il suo mal se lo vuole; non dica poi che non era stato avvertito. Alzo le spalle e faccio per andare senza nemmeno Buongiorno.
Mentre esco lo sento mormorare Quante se ne sentono al giorno d’oggi. Tiro un sospiro di sollievo pensando che sia tutto finito. Solo quando sono quasi giunto a casa controllo quello che mi ha rilasciato. Solo all’ora mi accorgo che sopra i puntini dei “Segni particolari” c’è scritto in chiare lettere minuscole, come da disposizioni, Idiota. Non bastasse io nella fretta ho firmato Inbecillle, proprio con tre elle. Per oggi mi basta ed è ormai troppo tardi. Prego Sveta di sistemarsi e di essere così cortese di portarmi un altro caffè.

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Enrico Mazzucato 10626620_806182036099124_2319238795607853305_nEra passato maggio. Un maggio che aveva visto poco sole e tanta piaggia. Durante il quale la temperatura si era abbassata in modo più che sensibile. Ma il momento poco importa tale è stata la sorpresa. Dopo il crollo del muro di Berlino. Dopo la fine della grande illusione. Fin troppo tempo dopo. Vederli accaldarsi e incendiarsi durante una riunione della confindustria Tutti con i loro completi in fresco lana pettinato e le cravatte regimental di pura seta. Le scarpe assolutamente cucite a mano da italiani. Attenti al tempo scandito dai loro orologi d’oro. Che il cielo provvisoriamente nuvoloso ricordi quella è stata l’ultima rivoluzione.
A detta dei presenti nella sala le grida echeggiarono alte tra un martini e l’altro. E tutti urlavano assieme, contemporaneamente: Siamo stanchi di essere additati come affamatori. Come se fossimo dei privilegiati solo a caso. E’ un’ingiustizia. A me nemmeno piacciono le olive. Di dover dare lavoro a tutti questi immigrati per trattarli quasi ci fossero figli. E di vedere invece i nostri figli prodighi dei nostri soldi conquistati con grande fatica. Viziati. Drogarsi. Drogati. Ubriaconi. Non dire così. Senza voglia di studiare. Di essere guardati con sospetto anche quando quasi paghiamo le tasse. Cosa cazzo stanno dicendo? Quando siamo noi il vero cuore della locomotiva. Il propulsore della società. Della democrazia. Del diritto. Della storia. Corpo di bacco. Noi ci facciamo in poltrona un culo così. Noi non facciamo soldi, al massimo li pigliamo. Giusto, noi facciamo la Finanza. Che ci siano anche e persino precluse le porte del paradiso da un Dio, il Signore non me ne voglia, ingiusto. Solo perché siamo vergognosamente ricchi. Giusto. Chi ha segnato? Non c’è niente di cui dovremmo vergognarci. Come ti sta andando? Ho dovuto licenziare. Poverino. E’ giusto.
Nella confusione del momento qualcuno s’è ricordato: Dovremo darci una nome. Brigate rosso-nere. Perché non bianco-nere? Brigate ha ricordi nefasti. Mica siamo degli storici. La politica non ci interessa, la lasciamo ai conduttori televisivi e ai cabarettisti dilettanti. Noi la lira ce l’abbiamo già. Buoni, puliti e ricchi; che ne dite? Quelli delle tartine. Abbasso la monarchia. Quelli del caviale e lo champagne. Un nome vale l’altro. Quelli delle brioches. Sa troppo di rivoluzione francese e di terrore; spaventerebbe. Qualcosa con proletari; anche noi di figli proprio pochini. Parla per te. Di quelli naturali. Mica per cattiva volontà. Chi ne ha il tempo? Magari tua moglie non lo sa. Puoi sempre ingozzare l’amichetta. Fargliene sfornare un bel paio a lei. Non essere ridicolo, poi capace che mi chiede gli alimenti. Dovremmo avere anche una bandiera. Lascia stare per ora. Possiamo rimandare tutto a più tardi. Siamo seri: Brigate Giustizia e carità o Federazione Proprietari con Attico, FPA. C’è già. La facciamo chiudere. Aboliamo i salari. Giusto.
Quello dei Giusto pare fosse sempre lo stesso. Rimbambito. In attesa di essere riconosciuto incapace dai propri figli. Un giovane rampollo rampante, con la sorpresa di tutti, l’invidia di alcuni, l’orgoglio dei molti, estrasse dalla sua ventiquattrore di pura pelle di vergine moscovita una colt, dalla canna lunga, tutta in titanio con il calcio in madreperla purissima. Uno cercò di estrarre il proprio orgoglio ma, per fortuna, fu prontamente dissuaso. Vogliamo equità e giustizia. Facciamogli vedere. A quelli glielo metto in quel posto. Dove? Nel culo. Ah! ah! ah! Ho una stilografica da cinquemila euro e sputa inchiostro all’arsenico purissimo. Se mi fate passare per casa prendo quello mio da caccia. Anch’io. Anch’io. Io l’ho preso in Ungheria. Io l’ho dato a un’Ungherese. Qualcuno ha una sigaretta? E’ tardi. Gli tiro una scarpa anche se poi resto con la sola destra che da sola vale uno stipendio dei loro. Tanto si erano fatti trascinare da loro stessi che uno persino bruciò il libretto degli assegni.
Cento mani afferrarono cento cellulari ultimo modello, con macchina del caffè incorporata, per comandare ai loro cento autisti di far preparare le loro cento limousine per andare diretti a manifestare in piazza. Onestamente, da un computo che si è potuto fare solo in seguito, quel numero, cento, si è rivelato un conteggio approssimativo per eccesso. Vi erano state alcune comprensibili defezioni per malattia, sopraggiunti impegni e altre motivazioni varie debitamente giustificate, una persino per lutto, e in alcuni casi suffragate da regolare dichiarazione della clinica e alcune, ma scarse, deleghe.
Qualcuno si inventò di portare anche le mogli e quelle erano già quasi tutte assieme a gruppi ristretti dalle parrucchiere, e abbandonarono immediatamente i caschi o interruppero le manicure avviandosi con solerzia. Qualcuno protestò. Le donne, cosa c’entrano le donne? Poi ci dobbiamo sorbire le loro lamentele. E’ ancora per fare numero. Non siamo già abbastanza? e poi siamo quelli che contano. E dare più forza alla protesta. Mostrarci uniti. Qualcuno ricordò ai presenti di essere vedovo. Qualcuno sussurrò qualche singola accusa Perché l’hai ammazzata. Qualcun altro Non hai certo il letto vuoto. Ma anche Alla tua età. E Non fare il solito furbetto. Portaci la Benedetta che ci gustiamo gl’occhi. Chi si ritira dalla lotta e un gran figlio di contessa. Qualcuno preferì invitare la segretaria. Avevano scoperto di essere in conclusione un popolo intero e finalmente unito.
Prima di raggiungere l’obiettivo decisero di andare a chiedere il sostegno delle periferie, trovandolo subitamente, assieme ad alcuni ma pochi Ma va fanculo e Andate a seminare il Pacifico, nel senso di oceano, e Andate tutti a farvelo rimettere. Ma loro erano fermamente decisi. Oltre qualsiasi dissapore e seppellendo ogni ascia di Guerra. Ogni controversia, anche quelle vecchie questioni per concorrenza scorretta e sleale, per aggiotaggio, per essere ricorrersi a manovalanza in nero e persino al crumirato e all’utilizzo di schiavi. Dichiararono pubblicamente di poter rinunciare anche al gilet e, se necessario, alla cravatta, ma fuori dell’ufficio. Marciarono attraverso la via principale senza scendere dalle macchine, seguiti dai barboni delle baraccopoli. Facendo gridare l’ira dei clacson. Nessuno si premurò di pensare che si trattava pur sempre di una manifestazione non autorizzata. A questa guisa chiamò il questore e organizzò subito un cordone di polizia e un servizio d’ordine di carabinieri. Li tranquillizzò. Erano decisi nella loro battaglia e risoluti anche ad allontanare qualsiasi provocazione, se dovesse servire anche ricorrendo alla forza dei maggiordomi, da parte soliti imbecilli ribelli straccioni e perdigiorno dei centri sociali, quelli della cosiddetta autonomia, non allineati, alternativi, non logo, no global, no qualcos’altro o semplicemente disubbidienti che fossero; tranquilli che anche loro erano stati presi di assoluta sorpresa.
Era stata loro prioritaria preoccupazione che gli operai rimanessero operativi in fabbrica. Di tener fuori i sindacati da tutto ciò. Le donne al loro posto. Giunti in pazza elessero il loro tribunale rivoluzionario. Un Governo Provvisorio dello Spavento. Tredici si candidarono ad essere il nuovo Robespierre, l’incorruttibile, della provvisoria situazione. Tredici furono invitati ad andare a cagare sul Tevere. In tutta fretta, per una questione di equità e giustizia, fu deliberato che se fosse stata abolita la dichiarazione dei redditi e tutti avessero pagato quell’obolo simbolico strettamente necessario, comunque la stessa cifra, allora, e solo allora, non ci sarebbero state più differenze. Davanti a Dio e allo stato non ci sarebbero stati più ricchi né poveri né miserabili. Ci sarebbe stata la giustizia sociale.
Quello che non aveva capito, alla parola Uguaglianza, cadde sul campo; morì all’istante sul posto, e fu portato a braccia, dai suddetti maggiordomi prontamente chiamati, e acclamato a vanto come martire. Una grande causa ha bisogno anche di quello, seppure nessuno si era offerto spontaneamente di farlo. Detto per inciso il figlio non poté intervenire al funerale perché in Gabon a cercare di insegnare ai locali la voglia di lavorare. Dall’esempio del fulgido eroe caduto nell’adempimento del proprio dovere quasi prematuramente, e forti del sostegno popolare, i loro principi si sono diffusi rapidamente a macchia d’olio extra-vergine d’oliva in tutto il mondo, e hanno cominciato a formarsi le Brigate Internazionali Paul Getty Ventitreesimo, presenti persino nel Regno Unito. Si sa che sono i francesi quelli che non ce la faranno mai a contare almeno fino a fino a venti.

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«C’è un mondo dentro e c’è un mondo fuori. Quello che chiamano occidente e l’altro. Ma non c’è un limite geografico, solo un confine economico. Tu non lo puoi capire con la tua testolina, tesoro. Una sorta di muro li divide. Un muro non sempre fisico anche se qualche volta lo è. O c’è del filo spinato. O c’è il mare. Dove navigano le nostre navi e affondano le loro barche. C’è un mondo che spia e un mondo che viene spiegato. Noi siamo di qua e loro sono di là. Nessuna carta segna questo e quello, né traccia un confine. Non saremo mai uguali. C’è un mondo che resiste e un mondo che tracima. Un mondo che ha è uno che non ha. Chi ha la democrazia e chi la miseria. Chi fa le armi e chi le compra. Chi quando ode un boato pensa ad una bomba mentre è un tuono e chi sa che quel boato è proprio una bomba. Chi è destinato a vivere e chi a soffrire. Chi ha molte scarpe e chi deve camminare a piedi scalzi. Chi ha il pane e chi ha solo la fame. Chi ha la democrazia e chi fa il terrorista. Chi ha la pelle più chiara e chi ce l’ha cotta dal sole. Chi manda i figli a scuola e chi li deve vendere. Così come c’è chi ha la fabbrica e chi ha solo le mani, è per questo che quei figli bambini finiscono per strada o nella fabbrica. Ma non ti voglio annoiare quando sei fresca di parrucchiera e mentre leggi il rotocalco di domani. Quella famosa cantante s’è fatta un selfie in bagno e loro non hanno nemmeno la forza di cacare. E sono a stomaco nudo. E’ ridicolo.
Sembra impossibile che tutto questo stia dentro una diavoleria di chiavetta, ma è così. C’è un mondo che si difende e uno che offende. Arrivano. Ma non li leggi i giornali? Già! Il tuo mondo è il mondo bello. Fuori c’è la guerra, dentro si canta messa. E’ il progresso. Noi siamo il progresso e loro il caos. Noi diamo l’odine e loro chiedono l’anarchia. Gli offriamo la disciplina e pretendono la libertà. Quale? Ridicolo: vogliono i giornali, la stampa. Che se ne fanno? Possono farli mangiare? Tu cosa pensi? Lascia stare. Non ti cruciare. Lascia a me questi pensieri. Cosa dici? Sì! è proprio bella la tinta di rossetto e lo smalto che hai messo. Ti sta bene. Anche il profumo è adorabile. Ah se non fosse già sera e troppo tardi… Dobbiamo sbrigarci a fare in fretta. Il tempo è denaro. E’ quello che vogliono. Perché poi, mi chiedo, piantono gli olivi, o gli ananas. Vogliono far guerra anche al deserto. Il fatto è che non possono e non vogliono comprare. Non lo farebbero nemmeno se potessero. Te l’ho detto: sono diversi da noi. Basta guardarli. Basta sentirli. E non abbiamo colpa se il Signore li ha fatti così.
C’è chi ha la zuppa Campbell’s al tomato e chi solo i barattoli. Come se la zuppa fosse un diritto e fosse anche buona. Basta aprire le finestre che senti che già si lagnano. Come se la fortuna arrivasse da sola. Se non avesse bisogno di aiuto. Di essere cercata e lusingata. Nessuno regala niente a nessuno. Noi ci siamo sudato tutto. E quando dico noi intendo noi. Non proprio noi due ma anche noi due. Noi siamo parte di una cosa più grande. Superiore. E invece trovano sempre una scusa per sfogare la loro rabbia. Gridano perché le periferie sono periferie. Per le baracche. Vorrebbero le nostre case. Il nostro lavoro. I nostri soldi. Le nostre donne. Sai cosa ti dico: sono bravi a fare tutto per non avere niente. E quello che c’è lo distruggono. Questo te lo dico io. Sono una piaga. Sono la peste. Vandali. I nuovi barbari. Loro adorano la pietra e pregano il sole. E’ il destino.
Metti il vestito più bello che hai e indossa più gioielli che puoi. Stasera ti porto al cinema e poi andiamo a cenare e dopo torniamo e facciamo l’amore. Sbrighiamoci prima che quel altri ci portino via anche il nostro letto».

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Non sono sempre belli i tempi passati ma non è su questo che qui ci si vuole soffermare. Di gente che attraversa la storia approfittandone è piena ogni epoca, non solo il cinquecento. Anche di interi popoli ancorché anonimi e non solo di orde barbariche e di stupri, poiché la gente può vivere bene anche senza guerra. Racconti dove non c’è necessariamente spazio per eroi o martiri, ma dove c’è sempre il becco e l’altro e spesso i ruoli si invertono e non fa nulla chi è l’uno e chi è l’altro. Le loro avventure sono narrate in molta letteratura, sia scritta che cantata. A volte da semplici testimoni, a volte da giullari in vena di facezie, altre volte dagli stessi protagonisti per vanto e senza rispetto. Come ad esempio nel caso sotto citato poiché il buon fra Giovanni era un gran chiacchierone e dopo qualche goto di vino non sapeva trattenere la lingua tra i denti:
«Durante il banchetto, frà Giovanni si rivolge ai pellegrini: “E i monaci, come se la passano? Corpo di Dio! Certo stan facendo la festa alle vostre donne, mentre voi ve ne andate pel mondo a fare i pellegrini!”
“Ché, ché” disse Gambastanca “della mia io non ho paura, perché chi la vedrà di giorno certo non si romperà il collo per andarla a trovare di notte”
“No, caro, sbagli la briscola” ribatté frà Giovanni. “Potrebb’essere più brutta di Proserpina[9], ma avrà sempre, perdio, la sua ripassata[10], finché ci sono dei frati nei dintorni: com’è vero che un buon artigiano sa mettere in opera tutto quel che gli viene alle mani. Che mi venisse la peste se non è vero che le troverete tutte gravide quando tornate a casa: perché dovete sapere che anche soltanto l’ombra del campanile di un’abbazia è feconda.”»[1]
Ma questa è una storia dei nostri giorni o quasi; vera o quasi. Storia di un personaggio minore di cui nessuno si sarebbe dato pena di ricordare il nome, piccolino anche in altezza. Lui non era né un pellegrino né un saltimbanco, tantomeno un monaco di cui non aveva né la vocazione né la pazienza, preferiva la bestemmia. Era un uomo semplice, sapeva a malapena leggere ed era ignaro di storie e leggende. Non stava andando né a Roma né a Velletri, che Roma non l’aveva nemmeno mai vista nemmeno da distante. Banalmente era di passaggio per trattare la vendita di pecore. Era un semplice viandante con quattro soldi in tasca e il bagaglio minimo per passare due giorni e una notte distante da casa. Per farla breve doveva passare a malincuore quell’unica singola notte in quel piccolo borgo.
La locanda era una sola e apriva la porta, sotto un lampione, proprio al centro della piazza. Il nome non ha alcuna importanza, servirebbe solo ad alimentare ulteriormente le chiacchiere paesane. Il vino si poteva bere e l’arrosto accompagnato con la polenta bollente non era poi così male e nemmeno troppo bruciato. A dirla tutta di quel vino l’ospite ne approfittò un po’ facendo due chiacchiere con l’albergatore. Non si vedevano spesso estranei da quelle parti. Era un uomo robusto, alto con la barba rada e le spalle larghe e una voce che sembrava tuonare dal profondo di una caverna, ma era gioviale. Al muro c’era un cartello che il viandante non riusciva a interpretare, ma del cui significato non ebbe l’ardire di chiedere al padrone: Chi si prende il latte si prende anche la vacca. Lui si intendeva solo di pecore ma sapeva, anche senza averlo letto, che la vacca è un animale docile e mansueto.
Quello che un poco lo infastidiva in quell’uomo era solo la risata grassa e divertita e che alla fine gli appioppasse delle gran pacche sulle spalle che gli rimbombavano persino in testa. Come aveva immaginato avevano ancora una stanza libera, l’unica dell’immobile. La locandiera uscì dalla cucina e salì per andare a rassettare la camera e a rifare il letto. Gli occhi del padrone la seguirono attenti in ogni movimento ma lei aveva lasciato solo uno sguardo rapido al tavolo. Portava una gonna lunga e un corsetto. Non si poteva dire fosse una donna bella. Era alta e in carne e anche lei con le spalle larghe e due seni gonfi e appena penduli. I lineamenti e le movenze un po’ volgari e dozzinali. Ma non l’aveva osservata che per quel breve attimo in cui era passata.
Un po’ per il cibo abbondante e il vino, un po’ per il viaggio, un po’ per le chiacchiere, un po’ perché si doveva levare presto pagò cena e stanza in anticipo e decise di ritirarsi. Salì la scala traballante e scricchiolante di legno e prese possesso del suo alloggio. Poggiò per terra il piccolo bagaglio. La stanza non era nemmeno troppo piccola nonostante quel letto enorme e il grande armadio. A lui sarebbe bastato anche un singolo a una piazza ma come detto nell’albergo c’era solo quella a disposizione. Un fuoco scoppiettante ravvivava il caminetto e le coperte sembravano sufficienti e ben imbottite. Si lavò mani e viso nel catino, poi uscì per servirsi del bagno in corridoio. Aveva veramente sonno perciò si sbrigò in fretta e si rifugiò sotto la trapunta con un sospiro di soddisfazione rilassando le stanche membra.
Doveva essersi addormentato subito di un sonno profondo senza sogni poiché non udì cigolare la scala. Pensava che nulla lo avrebbe disturbato, come lo aveva rassicurato l’oste, ma udì nel silenzio e ancora mezzo intontito aprirsi e socchiudersi la porta per colpa di cardini vecchi e un poco arrugginiti. Non aveva chiuso a chiave giacché gli sembrava di potersi fidare ed era certo che non si trattasse della sua porta, invece si sbagliava. Allora si ritrovò all’improvviso ben sveglio e si fece attento. Sentì il frusciare sull’impiantito di pochi passi trascinati e attenti. Dopo un attimo sentì scostarsi e sollevarsi le coperte. Si fece sul bordo e sentì il tepore di un corpo scivolare al suo fianco.
Dai capelli riccioluti e lunghi, dalle dimensioni dello spazio di cui abbisognava e dall’odore d’arrosto riconobbe che si doveva trattare della locandiera; della moglie dell’oste, ne era quasi certo. Lei si fece vicina senza fare un fiato e gli mise un dito sulle labbra per far tacere anche lui. Non aveva più la gonna né il corsetto né nient’altro addosso. Aveva sentito il fruscio degli abiti che scendevano quando era stata vicina al letto ma non lo aveva identificato o non ci aveva pensato. Ancora un po’ stava dormendo e un po’ si stava interrogando. Non fu capace di ubbidire del tutto a quella donna ed esclamò solo sorpreso, seppure piano: “Corpo di Bacco”.
Nel buio le donne non sono né belle né brutte, sono solo donne. E un po’ di ciccia in più non da fastidio, anzi. E’ tutta abbondanza e calore e morbidità. I tempi cambiano ma gli uomini no, e nemmeno le donne. Era meglio non pensarci e non pensare al dopo, limitarsi solo al presente. E allora di quei seni larghi e appiattiti nella posa se ne riempì le mani con entusiasmo e cominciò a impastarli come si fa per fare il pane. Lei gli regalò un risolino sottile e silenzioso e allegro. Gli domandò cosa lo avesse spinto là, da loro. Gli chiese se gradiva vederla e si interessò per le sue preferenze. Lui rispose a tutto con dei silenzi disponibili e accondiscendenti. Allora lei lo cercò senza mettere a lui né a sé fretta né ansia. Gli disse piano che era piccolo poi gli sussurrò con ammirazione che era grande. Lo abbracciò stretto affogandolo in sé e… Proprio in quel preciso istante, prima ancora che veramente cominciasse a consumarsi il fattaccio, spalancò la porta e irruppe nella stanza e accese la luce accecante lo sposo della donna, il grande e grosso albergatore sbraitando: “Te l’avevo detto o no? Ti avevo avvertita. Non ci si può mai fidare dei forestieri”.
Lei balzò seduta cercando di coprirsi per quanto potesse con le mani le tette: “Non è come credi”.
Lui si rintanò sotto le coperte che si tirò fin quasi agli occhi cercando di farsi piccolo e cercò di spiegare mentre gli passava all’istante la voglia: “Stavo trattando con la qui presente signora sua moglie, la quale mi aveva assicurato d’esser d’accordo con lei, un buon affare per due pecore e un agnello allor quando la signora ha avuto un mancamento e allora… solo per farla respi”…
Voleva spiegare che lui non aveva assolutamente nessuna colpa e che non era successo niente. Preferì non continuare e tacere seguitando a cercare di nascondersi. L’omone doveva sentirsi esser preso per stupido e si infuriò ancor di più anche se il contadino non era convinto che quella fosse la prima volta che il marito si trovava in quelle circostanze. Gli occhi della moglie non riuscivano ad interpretare bene e in modo convincente almeno una parvenza minima di vergogna, anzi lei sembrava sul punto di scoppiare a ridere. L’ospite temeva potesse finire a legnate. Il gigante non riuscì a trattenersi e si vide costretto a ricorrere ad essere scurrile e volgare Rivolgendosi prima alla donna e poi all’uomo pagante: “Questa volta è l’ultima volta. E tu, nel cartello c’era scritto chiaro, chi la munge si prende anche la vacca”. Lui avrebbe voluto solo obbiettare che non serviva prendersela così tanto e che certe parole non stavano bene nella bocca di un galantuomo né tantomeno davanti ad una donna poiché potevano giustamente offendere le sue orecchie; ma l’oste se n’era già andato.
Lui e lei si guardarono negli occhi e finalmente poterono liberare la risata che covavano da tempo. Quando si fu ricomposta lei gli chiese senza darsi pena ne preoccupazione: “Dove si va? Pazienza. Quando si va? Ero stanca di rifare il letto degli altri. Dove stai mio bel principe? Quante pecore hai? Ce l’hai qualche coniglio”? Lui pensò che forse aveva sbagliato a pagare tutto in anticipo. Lui pensò a cosa avrebbe potuto raccontare al suo ritorno che non aveva concluso nessun affare e si portava dietro quella donna una spanna più alta di lui. Cercò di consolarsi pensando che l’ostessa poteva valere anche come un intero gregge ben nutrito di pecore e che potesse fruttare ben più della lana che lui poteva tosare, anche se non l’aveva nemmeno assaggiata, e che in più sapeva anche far da mangiare. Lui e lei si rintanarono sotto le coperte e tornarono a spegnere la luce rimandando il resto al mattino. In fondo forse si sarebbe reso conto di aver fatto un buon commercio e spense la luce.
Tutto ciò che avvenne dopo i fatti narrati non è dato sapere e il pudore comunque consiglierebbe se non proprio proibirebbe di raccontarlo. Si sa solo che nella notte si sentì tuonare e una piccola frana scorticò sette pini e scosse un casolare là sul crinale. Che il viandante si trovò sul lunotto una multa per divieto di sosta. Che il nome della piccola pensione cambiò dall’irriverente «Il montone impazzito; carne di cinghiale» al più sintetico e meno tronfio «Al cervo reale» e che venne sostituita la cuoca. Che non si trovavano più monaci disposti a incarcerarsi al convento. Che il cartello alla fine del paese era lo stesso anche per l’inizio e che il ritorno fu meno faticoso e noioso del viaggio di andata tenendosi per mano e guardandosi negli occhi sognanti. Che invece gli occhi che li avevano guardati partire erano curiosi ma già pregustavano come raccontare quella nuova storia. Che la nerina per quell’anno non avrebbe partorito un agnello, ma che la casa sarebbe stata rallegrata presto da un pargoletto. Il qui presente autore si ferma e tace sulla probabile non certa origine del padre del nascituro. A volte quando si chiude una porta si apre un portone.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Rabelais
(François Rabelais, Gargantua, Libro primo, capitolo XLV)
L’immagine di campanile col significato di fallo è l’ultima: «anche soltanto l’ombra del campanile di un’abbazia è feconda».

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