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Posts Tagged ‘partenza’

La pagina di aprile di un calendarioSe qualche ora vi sembra troppo provateci voi a starvene con le balle per aria quattro giorni al mare. E mentre c’è il giro d’Italia. C’è poco da fare, non lo sopporto più il mare. Un trasloco in piena regola. La ragazzina che frigna per tutto il viaggio. Odore di caldo e di gomma bruciata. L’estate improvvisa che poi va e viene. La sabbia che s’infila dappertutto e non si riesce nemmeno a leggere in pace la rosa. Quelli che prendono sul serio persino la partita di pallavolo. Una pozza d’acqua piatta che non finisce fatta di piscia e i soliti protagonisti. Ormai ci si conosce tutti e col tempo le facce mica migliorano. Nel fondo della scena, distante, una petroliera. Svanisce nell’orizzonte, la petroliera. Si scioglie contro il cielo. E ho dimenticato pure la schiuma da barba. E già mi manca Irene, la mia amica di chat. Con lei ne diciamo tante. Non sa proprio dove stia il pudore. Mi sa che le cose cercano di avvertire le persone. Cosa possono farci se quelle non le ascoltano?
Inutile mentirselo, a volte ho proprio pensieri fighi. Non so come mi vengono, ma mi vengono così. Anche mentre sto pensando ad altro. E d’altronde se non mi nascondo nella testa, io che ce l’ho, come farei a fuggire da questa noia. La cosa più emozionante è infilare la cicca nella sabbia. Io che cerco l’ombra e lei assetata di sole. Che poi ho sentito che non fa nemmeno bene. Le donne ne hanno proprio la smania. Marta con la sua mania dell’abbronzature e le sue creme. Odio anche spalmarle la crema che mi restano tutte le mani unte. E se cerco un po’ di gentilezza rischio che mi manda. Certo che a guardarsi in giro c’è anche un bel vedere, capita, e mi tocca guardare, caspita, e non guardare per non sentirla brontolare “Ma cosa guardi”? Certo che il mare era un’altra cosa una volta; senza la carceriera. Erano uno spasso le nostre gare di rutti. La sera era patatine fritte, wurstel e disco. E più di qualche drink. Il bagno di notte. E’ emozionate è mare sporcato di luna. Le avventure col pattino. Nelle cabine vuote. Ma forse anch’io ero un altro allora.
E poi diciamola tutta, era anche allora così bello solo nei racconti. Va bene per quelli a cui piace leggere. Ai pigri e agli sfaccendati. Per togliersi i bambini dai coglioni. Quelli, i bambini, al mare ci sguazzano. Sembra che la sabbia gli faccia sesso. Persino se la mangiano, la sabbia. A me manca la briscola. E Gualtiero e Ribecco. Insomma, gli amici. E’ stata utile solo per rimandare quei lavoretti che doveva fare in casa. Lavoro da uomini, li chiama Marta. Quali sono quelli da donne? Stronzate. E’ che da nessuna parte te ne vai. E’ come se rimanessi sempre allo stesso posto. Come se fosse questo stupido mare a raggiungerti in casa. Luana è sui manifesti ma anche lì sembra tale e quale quella Mariarosa. Perché i colpi di culo capitano solo agli altri? Invece dell’originale per la mia officina ci passa la copia e non è la stessa cosa. Non dico che… ma già il nome. E arriva con colpevole ritardo; inopportuno. Che a ben vedere s’è mai vista una donna puntuale? Marta è sempre stata in ritardo persino con le sue cose. Ogni mese un’ansia. Solo al matrimonio era là, prima che aprissero la porta, impaziente. Questa è un’altra di quelle cose che ti dovrebbero far pensare.
E poi da dove vengono questi barboni di negri? dal mare. Almeno si lavassero, bisognerebbe asfaltarlo. Potrei proporlo. Nel lettino nuoto già nella pozza del mio sudore. Ma è giusto fare agosto che non è ancora giugno? Meglio stendersi sulla sabbia. Sento come un buco alla pancia. Mi volto e cerco di rilassarmi. Quella bionda se la tira un po’ troppo, ma non è per niente male. Eccone un altro con le collanine. Aspetto che lei si giri. S’è accorta, la troia, che me la sto a guardare. A rimirare. Con questo mia fare indifferente. Sono un artista. E mi fa aspettare e penare. E poi si gira apposta per farmele ammirare. Cioè si alza ma solo un po’. Quelle dondolano dolcemente. Ne ha un paio belle sode proprio da competizione. Lo dico sempre a Marta perché non lo togli ma in fondo preferisco guardare quelle delle altre. Rubare l’immagine, come mi piace dire. Tanto le sue le conosco già e fin troppo bene. Magari non così troppo che non è mai abbastanza, ma lei è mia moglie. E se ci penso è anche meglio che me le guardi solo io. Che quando le guardo, come alla bionda, ma a lei le debbo solo sbirciare, mica solo le guardo. Se ne avessi io un paio del genere saprei che farne.
Devo girarmi ancora sulla sabbia calda e cercare di distrarmi perché altrimenti mi partono le fantasie. E lo pezzente non vuole togliersi dalle balle. Ma cos’hanno al posto del cervello ‘sti stronzi colorati? Non puoi startene in pace nemmeno qui. Insistenti come ai semafori. Non demordono nemmeno se li mandi insieme alla mamma. Avrei io qualche idea su come fare. Finisce che mi toglie il gusto per la bionda. Perché così mi distrae. E mi fa ombra; il maledetto. Perché Luana sarà anche la mia calendarietta preferita, ma in fondo quando sono vere è meglio. La ciccia è bella quand’è ciccia, mica li capisco gli stupidi che sanno apprezzare solo se sono stampate o in tele. Che nelle foto mi sistemano come vogliono. Le truccano e son tutte dive. Gli mettono i cerotti e gliele tirano su. Io le so queste cose. Poi le vedi… Mi alzo e le dico che vado a prendermi un chinotto, il sapore salato del mare mi fa sete e questo è proprio vero, intanto le passo vicino e quella sorride.
Aspetto un po’, anche troppo per i miei gusti, ma la bionda non si fa vedere. Il chinotto ha la stessa temperatura del tè e lo stesso gusto di quella piscia. E io ho di nuova la stessa bocca di merda. Mi viene su anche la parmigiana. Forse anche quella Luana è di Parma. Me la vedo come una di Parma. Da tortellini e dammi qua bel maschione. Una che con le tette ti fa toccare il paradiso. E lei le ha giuste per farti sbiellare. Mica ha bisogno dei cerotti, si vede. Il posto più giusto nella spiaggia è in prossimità delle docce. Con la scusa di sciacquarsi dalla sabbia e dal sudore le donne ti fanno vedere e non vedere. E’ il più bel vedere. Fanno le contorsioni per mostrarsi. E mostrano quello che vogliono. Poi, vigliacche te lo nascondono. Sonno come farti penare, e soffrire. Sanno che l’uomo così desidera anche di più. E’ sempre il frutto più in alto dei rami. Sono fatte così le donne, gli piace farsi guardare. Fare andar via di testa gli uomini. E sanno l’arte del fingere di non volerlo fare. E’ una questione di allenamento, l’hanno affinato in tutti questi secoli. Sono delle gran porche, le donne.
Certo però che la donna è una gran bella invenzione. Beh! non tutte ma abbastanza. Perché è anche vero che la carne è carne, ma qualcuna farebbe anche meglio a starsene a casa. Perché la spiaggia non mente. Anche la carne mica è tutta uguale, c’è il filetto e la trippa. Magari potrebbe scegliere la montagna che quella, alla sua età, ha poco da mostrare e quello è proprio scadente. Ma aspetto la seconda della fila. Ha occhi che ti guardano diritto dentro al costume. Con quella scusa si infila la mano sotto la coppa a insaponarsi la tetta. E’ lascivia pura, meglio che in quei film. Ché l’ultimo che mi ha passato Lorenzo era una vera fregata. Si vede quasi di meglio alla televisione. Soprattutto dopo la mezzanotte. Lei invece, la bagnante, anzi la docciante, è una vera figata. Piccolina è piccolina ma ha ogni cosa al posto giusto. E come si lava con cura dentro le mutandine. Non dovessi tornare me ne resterei qui in eterno, ma… ancora un altro po’. Qui va a finire che mi scappa un solitario e devo andarmene in cabina.
E la piccolina ammicca, forse s’è accorta che ho del movimento nel costume. Gira la testa. Fa la sdegnata. Sono così le donne. So che le dà gusto, ma deve fare quella faccia. Secondo me è una grande porcona. Ma perché le avventure al mare capitano solo agli altri. Fingo anch’io l’indifferenza e quella è già andata. Non la vedo più. Magari è tornata dal marito. E il cornuto se ne stava tranquillo a scottarsi al sole. Una così è meglio non mandarla in giro da sola. Almeno farla accompagnare dai carabinieri. Ma poi anche quelli dell’arma ce l’hanno nei pantaloni. Non c’è verso di stare tranquillo con una così. Se non li hai sei sicuro che prima o poi arriveranno. Come in quel film con le autostoppiste. Ma se una è bella è bella; non c’è niente da fare. E la bellezza è sintomo di porcaggine.
Per quanto guardi intorno… sparita. Magari era venuta con l’amico, o con un marito, o con chi cazzo vuole. Anche questa è una cosa di cattivo gusto: le donne al mare ci dovrebbero venire da sole. E in età da mare. Certo che allora sì che venire al mare sarebbe una completa goduria. Ma senza la Marta. Perché per quanto ha le sue parole crociate quella è sempre lì che controlla. Non posso nemmeno rifarmi gli occhi. Sono strane e stronze, le donne. Hanno la mania di questo è mio e quello è tuo. Poi se la fanno col prima. E’ tutto suo, delle donne, e loro sono di tutti. Certo Marta non è così, ma è raro trovarne. Che poi io quasi quasi la preferirei colà, che mi lasciasse un po’ di respiro. Magari i manifesti dicono che la Luana è in qualche locale. Se Marta mi lasciasse un po’ di spazio ci andrei di corsa. Ma al mare come faccio a trovare una scusa per tagliare, e lasciarla da solo in camper. Lei e la mostriciattola.
E poi ormai è iniziata la mia personale classifica. Il mare non ti dà altro. Non mi possono togliere anche questo. Due se ne vanno per mano vicino riva. Senza pudore. Come una coppia vera. Gli uomini hanno sempre fantasia per le lesbiche. E’ il segno di quello che non puoi. Ma magari piacerebbe anche a loro. Come possono dirlo? Bisognerebbe farglielo provare. Do un punteggio ad ognuna e conto su quella con il costume nero. E’ molto alta. E’ veramente striminzito, il due pezzi. Tanto vale starsene senza. Mi sembrerebbe un consiglio ragionevole. Che le si infila da per tutto. Sono sicuro che sarà lei ad essere eletta la miss doccia del giorno. So ben io cosa ci farei. Ho pensato: è meglio che me ne torni. Rischio di fare un macello. Certo che troverei da fare bene, ma con moglie al seguito si deve rinunciare a tutto. Meglio starsene a casa. Non le ho nemmeno chiesto se voleva che le portassi qualcosa. Che vada a farsi fottere. E’ lei la causa di tutte le mie disgrazie. Lo sapevo, non mi dovevo sposare. Io sono fatto per stare libero. Per una volta e via. Non sarà mica un caso se hanno pensato di chiamarmi Romeo. Ma Marta è Marta, è una donna, è solo una moglie, non ha fantasia. Io a volte c’è le avrei anche delle fantasie… poi mi trovo di fronte lei. E mi passano. A chi non passerebbero con una che ti chiama Ciccio? Mi sa che faccio meglio a passare per l’edicola. Così vedo chi è la star di questo mese. Ma io resterò sempre fedele alla mia Luana.

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La pagina di aprile di un calendarioQuesta è una storia non storia. Come un calendario senza giorni. E a proposito di giorni vorrei parlare di quei giorni. Ci sono giorni in cui tenersi alla larga è questione di sopravvivenza. Ci sono giorni in cui meglio “salvasela la vita”.
Uno di questi giorni è quando Marta fa le valigie. Che io mica la capisco tanta tensione per un weekend di pasqua al mare. Che neanche per un trasloco e invece sono solo quattro giorni al mare.
Si sa come sono le donne: quando c’è un viaggio da fare, e una valigia da preparare, diventano intrattabili. E’ fisiologico; una legge naturale. E poi per le donne il tempo è un valore relativo, che non è. Quattro giorni e tutta la vita sembrano durare lo stesso.
Quando ho finito di sacramentare io, che non amo farmi massacrare, prendo la porta e taglio. Per fortuna riesco sempre a trovare una scusa. Per fortuna lei se le beve facilmente anche se un po’ borbotta e la cosa non potrà durare all’infinito.
Stavolta le ho raccontato che avevo da fare con una miss che aveva sbiellato. Allo stesso prezzo ho esagerato e le ho parlato di una carrozzeria rosso fiammante metallizzata. Come mi vengono certe idee? Fosse stata una utilitaria sarebbe valsa lo stesso, ma avrei fatto una figura meschina. Con rischio che s’inventasse che una così poteva aspettare.
Comunque non fanno più le macchine di una volta. Quelle di oggi muoiono prima ancora di ammalarsi, o le cambi perché sono anche dure a morire. Pare non abbiano più né bielle né pistoni. E quando faranno quelle elettriche chissà cosa ci metteranno dentro. Pasta di grano duro? Vogliono la morte di tutti noi meccanici. E nemmeno si capisce se la colpa è dei sindacati o delle fabbriche o della congiunzione astrale. “Che dio se li pigli”!
Sono passato prima da Dario che è di strada. Mi son fatto uno spritz e due parole, poi sono andato da me. Così mi sono chiuso dentro tranquillo. Ho buttato un occhio alle bolle e le fatture. Aspettare aiuta la creatività. Poi mi son messo tranquillo tutto per la Luana del mese. Aprile, dolce dormire, ma con lei a tutto puoi pensare tranne a quello. Se c’è una cosa che mi fa impazzire sono le donne.
Io e lei da soli; finalmente. Lei mica ha pudore se ci sono. Io lì a guardala emozionato. Lei lì a guardarmi. A sorridermi. Ad ammiccare proprio a me. Una intesa perfetta. Sono costretto persino, in qualche attimo, a pensare ad altro. Alla fine mi ci vuole la sigaretta e non sarebbe male nemmeno un caffè. Magari dopo. Tornando.
Certo che farlo con la Luana è tutta un’altra storia. Anche se lei resta lì impassibile attaccata al muro. Ché è di quelle fortunate. Quando una nasce con un nome così fa prima a diventare famosa. Se non è culo quello; beh! a proposito di quello non ne ho mai visto uno di simile; nemmeno in certi mesi di agosto. Nemmeno in quelli dell’edizione americana. Che nemmeno la Pamela dei tempi d’oro.
A me solo il nome Luana mi fa impazzire. E venire le voglie. Mi mette le bave. Che a volte ci penso alla Luana quando sono con Marta e ci riesce meglio. Ma mica glielo dico.
Insomma fatto quello che dovevo fare e letta la gazzetta metto un po’ apposto che non è ancora ora. Ho fatto una previsione di ore quattro, ma è meglio un cinino abbondare che se la trovo ancora coi preparativi è stato tutto inutile. O anche mi vada bene mi mette a stare dietro alla piccolina. E quella tutto sa fare tranne che stare ferma. Che ascoltare.
Ho fatto tutto con tanta calma che rischio di essere in ritardo. Prima di tornare mi sporco le mani d’olio perché si sa mai, comincia come un sospetto, magari un’amica che ti mette una pulce in un orecchio, e non si sa dove va a finire. Se dovessi ascoltare i pettegolezzi cosa sarei andato a immaginare a proposito di Adalberto.
Sono sulla porta e si ferma una nuova fiammante. Scende una che è sputata e … insomma uguale alla mia Luana. Gira intorno alla macchina e mi potrebbe anche girare la testata. Le ho anche chiesto: “Ma lei come Ti chiami”? E non ci volevo credere quando mi ha detto Mariarosa. Ché un nome che non lo vorrebbe nemmeno una cameriera di un autogrill. Eppure giuro che parevano la stessa cosa. Anche gli stessi minishort, o come diavolo si scrivono, che aveva il mese scorso e ci aveva anche le sue belle allegre guanciotte bene in mostra, e le stesse gambe lunghe. Ma sono stato chiaro: “Se vuole le faccio benzina, ma sto chiudendo.” ché ormai andavo di fretta.
Lei, con quello stesso sorriso di dicembre e che mi fa dare di matto, e un dito tra le labbra, mi ha chiesto “Con quale pompa”? Nessuna si è mai potuta lamentare di Romeo, ma nemmeno io sono fatto d’acciaio. E poi che me lo dicesse chiaro. L’ho mandata alla quattro. Anche avesse voluto non ne avevo proprio più, anche fosse stata veramente la Luana. Ma doveva arrivare appena ero arrivato. Prima che mi lasciassi stregare dagli occhi che la vera Luana mi faceva da aprile. Ché sono fiacco come lo straccio che passo sui parabrezza.
Così mi dico “Romeo… Romeo… ma cosa ci fai tu alle donne”? Che mi piace anche di più quando me lo dicono anche al bar. Ma magari lei voleva veramente solo che le guardassi le candele. Certo che le gambe, e poi tutto il quanto, era un più bello guardare. E poi uno è uomo perché è uomo. E se c’è da guardare io guardo. Che male faccio? E se serve pure commento. Nessuna se n’è mai avuta a male. S’è potuta lagnare.
Mi sa che anche lei sta andando al mare. Peccato che sia solo arrivata dopo, troppo tardi. Ché Romeo è come Toscanini, non concede il bis. Una volta forse, ma comunque dopo un chinotto e almeno due ore di pausa. Per ricaricare la batteria. Tranne che non sia ubriaco e non poco. Ché me ne devo bere tanto. Solo che poi, il giorno dopo, sono pieno d’acidità nello stomaco, ho un cerchio alla testa e, quel ch’è peggio, non mi ricordo un fico. Lo so perché me l’hanno detto e mi sono trovato lì tutto arrossato.
Meglio non pensarci più ché le ombre si stanno facendo lunghe. Prendo la motoretta e vado. Ci vediamo.

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Benché gennaio fosse ormai alle porte la gente lo leggeva come in un giornale.
Con allegria ludica e sfacciataggine bambina la gente lo leggeva e ne parlava sopra. Anche il suo disagio leggeva e le sue balbuzie.
Non salutò nessuno, non portò rancore. Forse lui solo si chiese se sarebbe tornato.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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Matteo disse solo: “Sai? Parto.” La sua voce si accarezzava cercando indulgenza. Un sussurro che si riverbera. Alzò gl’occhi ma questi tentarono di fuggire. Poi tacque proprio come chi fruga in sé cercando le parole; chi deve eppure dire. Indugiava.
Fu Roberto a violare il silenzio: “Tutti ci portiamo dentro una grande speranza di disperazione e non come desiderio aneliamo nelle cose il pianto, per poterne dare sfogo. Per darne corpo; o più semplicemente ragione“. – particolare: gl’occhi. Opachi. Senza riflessi. – “Attraverso quasi impercettibili flash fatti di granate. Non la disperazione, certo, della tragicità ma solo quella dei piccoli gesti. Quasi smorfie nei bimbi. Cantilene. Sottili sfumature. Non come espiazione; tutt’altro. C’é un senso molto carnale in ciò anche se libero da eccitazione. Quando si lasca l’istinto; la forza del dolore diventa aspirazione. Come sogno. Sete. Tutto il resto é falso. Balle. Belle e buone“.
Gl’occhi tornarono a posarsi sul foglio. A chiedere una pausa. Il percorso degl’occhi seguì l’attenzione delle dita sulla carta. Le dita tracciarono lente simmetrie. La voce rispose bassa, di pancia; apparentemente composta: “E’ tempo di partire. Dispiace. Parlarne fa male. Ma faresti bene a seguirmi. Mi è costato molto decidere. Ehm! Si lascia… sempre… Anche se lacerante, non derogabile. Eppure non é questione di radici. Viticci. Edera. Non é questo. Non voglio. Non chiedo: Perché giustificare? Lenisce (o é utile a) qualcosa? Siamo eterotrofi. Viviamo di ciò; in ciò. Niente in realtà spezziamo. Come scia di lumache. Ci impastano la parola i linguaggi detti. Espropriazione; infondo. Quotidianità. Copione. Tutto il resto appare come eretismo. Ma in realtà non sono che piccoli, fragili fosfeni. Non siamo diversi; non siamo più maturi. Solo il tempo ci muta torno. Riflessi! Ricordi si compongono piano piano; solo come memoria. Così non si lascia mai. Addio é una parola troppo grossa. Non una sospensione ma una frattura definitiva. Appunto il frantumare realtà in ricordi. Forse anche un basta. Traslare. Di ciò può restare rammarico. Ma contrarietà non perdita. Io non giudico. Né questo chiedo, né questo chiedi. Siamo carne e la carne dolora. Le bugie del dubbio la ulcerano; la irritano. Ma nel piano reale (superficie asettica) contano in noi i gesti. Rifrazione“.
E disse questo ben sapendo che la vita altro non era che l’enorme ingranaggio della metafora. Così non erano ne ciò che mostravano, ne ciò che volevano mostrare; ormai, forse, nemmeno quello che si specchiavano. E quasi fingendo disprezzo lo vedeva già farsi poco più che un riverbero: disfarsi.
Non é una semplificazione. Forse non é neanche questo. Sono rimasto deluso. Per me é importante. In realtà non fuggo. Non sono mai fuggito. Per incapacità. Per vizio. Un guaito é un guaito. Se il bagaglio é pronto perché parlarne? Convenzione? Altri itinerari, con gl’occhi, ho seguito. Di più le parole avrebbero forse potuto? Petulanti. Niente saprà tradirci. Senza scelte. Senza giudizi. Senza rancori. Forse non si sceglie mai; in verità. Le strade altro non sono: percorsi. Da noi percosse. Analogie. Il mito ha un che di tragico; che non rifiutiamo. Pigrizia? Paura? Il viaggio. Io sono e così vivo. Ma perché io? Non temiamo tracce. Al di là di qualsiasi processo di lettura.”
Mentre rimase a fissare la luna Matteo si allontanò per fumare e si appartò a pisciare.¹


1] 10.04.1991

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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