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Posts Tagged ‘partenza’

BUIO
Mai tanto buio
mai quanto adesso
nemmeno un chiarore
muta intorno      la luna
un chiarore, nulla
nient’altro che buio      a essere.

Dove essere?
Come?
Fra cose distratte
dieta di quotidiano
oggetti che tentano identità      mentre
l’illusione tace i suoi neon:
Misero silenzio – silenzio
neanche rumori lontani porta
né lo sferragliare del treno.
Immobile      immenso globo,
sibilo tremendo,
sfera senza coda,
increduli spalanca      occhi d’acciaio.
Cerca il posto…
il posto dell’appuntamento
ma lei è andata, fuggita…
e con quei sussurri di voilà
difficili equilibri
acquieta la notte,
rincorrersi diVersi
mescolarsi di vuoti e ombre
quasi giustificazione
del tempo

scorre lento come lenta
la corrente spegne il rancore.

E chi non ha nulla
sceglie un dio
in cui credere.

E chi non crede in se
di se stesso i canti canta

mentre al suo corpo
usa violenza
e i suoi oggetti violenta
oppure
avvinghiato
a loro s’accoppia.

Ma chi si teme
d’altri parla
e balbetta.

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VIII. dal tempo in cui
di tempo in tempo
giaceva ai suoi respiri
con folle di trucidi ciclopi
nel tempo esauriva se stesso.
Unica follia, unico rancore
e schegge infisse nelle pupille vuote:
per riflettere
e solo per riflettere
cantò alla luna quel quinto verso d’Europa,
levigati chiaroscuri battevano alle porte
e batté girando le case
sui cieli in se      a mutarsi;
battere e suonare squilli brevi
e narrare la diagnosi
vendendo nel plico
la consumata ricetta dell’immortalità.
Ma
come non credere al tempo
se

e cuore
di te mi chiamano poeta.

NB oppure è impazzito, allora
per non ritrovarsi più

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VII. Lettere, lettere ed altre lettere
mio caro amico. Verrà mai domani?

“Infelice vagabondo”
attenta scorre la mano
(pietosa)
armonie consumate
e
AMORE: CAVO
(Ricchezza d’ebri incensi
similitudini
o vocazioni perse), quieta
ascoltavi di lontano.
Ed è nudo e muto
vagabondo senza tempo
in quartieri-residenza.
Lingua teneva in sé
colma di parole
che di parole languiva;
lingua tradita, non lingua
trafitta
in partecipe (estranea) al (del) vicino.
Aguzza accusa e cura
atto rovente rivolto al cuore
o cronometro
a misurarsi il sole;
lingua tradotta
giace, favella e in sé si piace
e dietro / Rifacimenti
e sei piccioni, da messaggi,
6; con ali di voilà
rapide che scostano i soffi dell’immagine
(passiva dolcezza) per ricomporre
un senso d’infinito
di sé negato
e la sua ombra,
lunga proiezione del caldo afoso,
nella quiete affoga e dello stagno
insegue il sasso: clinch
cerchi su cerchi s’ingoiano
come un eco lontana

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VI. Ora il treno ti passa in testa
grida in silenzio il dolore,
(di lieve gioia il dolore)
sferragliando ti passa in testa
quel treno senza stazione,
un merci, grigio pur’esso;
salta, salta se non vuoi
se non vuoi trovarti sempre
qui seduto a parlare d’altro
mentre il rumore ti impazzisce
e nemmeno ti odi, anche se non serve
salta, salta giù.

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V. Spazi bianchi quando
il narrato è interrotto
da squarci di parete
dopo i confini delle
ombre sull’intonaco
l’uomo è quasi a confronto
tagliato netto eppure infisso
è una macchia violenta
si tortura le mani
è una macchia persino violenta
sfigura nell’immagine e
le parole lo dibattono
“sono stato in prigione trent’anni
e prigioniero di me stesso
e quale illusione
bevevo la luce del mattino
di lei mi bagnavo, quasi un ricordo
e frugavo in me, frugavo
bevevo la luce del mattino,
troppa luce la luce del mattino,
e i ragni sul muro giocavo
e le ombre allungavo
e non erano ombre come queste
e non erano…”

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IV. Occhi di piccole belve, le persiane
si giocano ignare la luna
in miti antichi d’acciaio e ululati
poiché urlano le ombre silenzi immensi,
inauditi.
Giace, come un freddo giaciglio, la strada
fra riccioli di verde incupitosi      e fradicio
quando di fatti in amore
è piena la tua memoria      e la fantasia
dolce      eterno      OIDIO.
Hai tratto di tasca le tue parole
e più amare
quelle ti consumano gl’occhi.
Il prestigiatore della notte
nasconde quegl’occhi       e il volto:
taciuta balbuzie.
E’ buio.

Dal vento freddo
fuggono i gabbiani il mare
ebri di riflessi, di storie

ed emigrano in terraFERMA¹.


1] 21 agosto 1973

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Ciottolato fumoso

Giuseppe partì,
raccolta la sua roba
maledetto ordine. Quale
illusione fuggire da sé
dai propri panni
dai propri drammi:
e partì
sorretto ad un bastone
il cielo di cartone
sopra e sotto
un ciottolato nero,
fra sterpi secchi, nero
come il carbone      nero
quel cielo era          un grido enorme
silenzio e senso di morte
le pietre                    presaghe compagnie
dove i passi risuonavano
strusciate odi echi infranti
sogni taciuti, traditi
quel grido di bimbo
(leggero pigolare) una speranza?
una vergogna?
una menzogna?
quale fragoroso silenzio cela la notte.

Lo sorpresero sotto la volta della grotta celeste
(se c’era un senso nelle cose
egli lo ignorava)
e ancora le cianfrusaglie gli ricadevano
qua e là
tintinnando      sgraziatamente
(suono discordato
stonato) lo sorprese un grido
fra quelle grida della notte
e così subì
e poi migrò      tacito
con la testa china; pensoso forse?
con pagine messianiche in tasca
mai lette, mai dette
giammai tradite, ma mai tradotte
ma notte – pianse e pregò –
in te continuò ramingo
lasciandosi dietro spesso
cose affascinanti       e fuggevoli,
la fortuna,
calori e gesti, le
vele candide di gabbiani gonfie in volo,
la schiuma amara sull’onde,
le corde madide e tese
ma tese come un arco appena palpabile
percepibile il sussurro tenue e leggero
delle frasche appena sporche di
primavera
– si fermò alla ferrovia di Kalda –
(non aveva biglietto né destinazione)
ma vi raccolse solo malinconia amara
mentre il silenzio s’era fatto denso
soffocante      quanto la parola
prima di riandava gravido di umori
raccolti qua e là      anch’essi
come a Pisa      un’estate secca
in case buie e soffocate
redasse un manifesto
(quale estate?) che minacciò –
ostentò per tutta Nuova Delhi.
Tutto era terribilmente inutile,
la stanza sempre affollata
e pur sempre vuota
così restò teso un attimo      impotente
e mentre provò a rintracciare il senso
tutto tornò alla mente;
si sentì annegare,
un grido gli assalì la gola,
quel grido, quale dolore
ma si chinò a pregare
e tacque.¹


1] Qui è proprio finita questa raccolta poetica del ricordo. A chi mi ha amato e a chi ho amato… ora come allora…

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