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Posts Tagged ‘passione’

Ormai sono passati due anni. Precari siamo ancora entrambi precari. Solitamente possiamo vederci solo il fine settimana. Da me o da lei. Dov’è libero. Da chi dei due riesce a convincere i compagni di corso a togliersi dai piedi almeno per un paio d’ore. Io Diletta, la mia compagna, l’ho incontrata ad una festa. Doveva essere il compleanno di Alvise o di Mattia. Comunque era un compleanno. Qualcuno aveva cercato un po’ di tranquillità. Qualcuno stava limonando. Gli altri si stavano annoiando, e liquirizia Akpan si stava preparandosi una spada. Era una promessa del beach soccer prima di scoprire la roba. E di imparare che poteva guadagnarci di più. Insomma tutto andava a rilento e l’ambiente era stanco, come succede sovente in occasioni simili. Chi aveva il compito di mettere la musica lo faceva stancamente con pause infinite.
Non che me ne dispiacesse, non ho mai imparato bene a ballare. Ero come spesso mi succede solo a disagio. Fuori posto. Mi sento un po’ diverso e lo sono anche per gli altri. Ho passato l’infanzia e ho fatto la maturità all’estero. Sono cresciuto in quello che oggi mi appare come un nido di bambagia. In un sogno. Poi papà è stato rispedito qui, e tutti noi con lui. Sono piombato in questa crisi. Al nostro vecchio indirizzo. Ma la città sembra non esistere più. Molte attività sono chiuse. Ho ritrovato un mondo diverso. C’è persino meno voglia di divertirsi. E più spinta agli eccessi. Così alla festa c’ero andato perché tampinato da Ambra, un’amica. Poi lei aveva trovato quello che cercava, ed era sparita con quelli che avevano trovato un buco in cui stare da soli. Così ero da solo. Stavo per alzarmi, e salutare tutti con un silenzioso addio, quando l’ho vista. Con mia sorpresa anche lei era da sola. Seduta davanti ad una bibita. Con i jeans stinti e quella canotta generosa, di quel verdino indeciso, che sembrava interessante. Capelli lunghissimi; castani. Bella era bella. Triste pareva triste. Gli occhi suggerivano che avesse anche qualcosa da raccontare. Che non fosse solo guscio.
Non è da me ma forse in quel caso ha vinto la noia. L’ho fissata finché non mi sono accorto che anche lei s’era accorta di me. Le ho sorriso e lei ha risposto al mio sorriso che un sorriso. Sì, era bella. E giovane. Mi sono alzato e sono andato a sedermisi accanto. Lei ha alzato le spalle con un gesto di rassegnazione che non ho capito. “Volevi restare sola”? le ho chiesto. Mi ha fissato come un marziano aggiungendo solo, in un soffio, un laconico Diletta. “Non volevo disturbare.” le ho precisato. Mi sono un poco perso in quel momento. Mi sono scordato di presentarmi o altre cavolate simili, tipo che trovavo che avesse un bel nome. Mi aveva colpito maggiormente la scollatura. Se n’era accorta e aveva pudicamente cercato di coprirsi almeno un po’. Era scoppiata all’improvviso a ridere. Mi aveva fissato curiosa e mi aveva lasciato esterrefatto: “Cosa vorresti fare?… mi stai corteggiando”?
Devo essere arrossito. Fortuna che non c’era tanta luce. Ero stato preso in contropiede. In fallo; cioè… Insomma, debbo aver bofonchiato qualcosa di incomprensibile prima di trovare parole con un senso quasi compiuto: “No!… cioè… in un certo senso… Insomma sì!”
Lei mi aveva osservato. Squadrato. Sembrava avessi superato l’esame. Ci aveva pensato. Poi aveva deciso facendosi seria: “Non c’è più tempo per queste cose. Dove stai”?
In via degli specchi”.
A quel punto si stava già alzando. “Andiamo”.
Non è possibile. C’è mamma”.
Faccia schifata. Poi faccia di chi a cui crolla il mondo addosso, e cerca di scansarsi. Poi di chi stenta a capire o si trova davanti a uno un poco lento. Mi chiede perché allora ho certato l’approccio. Si pente della sua durezza guardando la delusione nella mia faccia. Cerca di darmi una seconda occasione: “Avrai pure una camera tutta tua. Capirà”.
Non è l’occasione né il momento per mentire: “Lei no”.
Resta in piedi: “Allora perché ti sei seduto? Vuoi o non vuoi”?
Mi faccio piccolo e misero: “Vorrei”.
Lei è sempre stata una donna riflessiva, ma anche decisa. Anche in quel momento ha avuto bisogno di un solo attimo. “Ce l’hai una macchina”?
Certo”.
Andiamo”.
Mi dice che lei sarebbe sempre stata una donna all’antica. Legata alla tradizioni. Illibatezza. Matrimonio. Abito bianco. I fiori all’altare. Tutte quelle cose lì; insomma. Ma i tempi cambiano e i tempi ci cambiano. Non c’era nulla da fare. Mi spiega che c’è sempre tempo dopo per il romanticismo. Mi dice tutto in quei due minuti poi la guarda e sale. Mi da le indicazioni per trovare posto nel garage del condominio. Quello che non capisco è perché si è messa la cintura per fare una semplice rampa in discesa. E perché non appoggia il cellulare. Mi guardo intorno ma non è abbastanza buio. “Non ci badare. Di questi tempi tutti si devono arrangiare”. E poi si piega, verso di me. Non sapeva ancora il mio nome e già mi concedeva quella intimità.
Né io né lei c’eravamo chiesti se e quanto sarebbe durata. Stiamo ancora assieme. Solo dopo avermi conosciuto meglio aveva potuto interpretare la mia aria di diffidenza e sbigottimento. Senza che glielo chiedessi mi ha spiegato i suoi perché. La sua filosofia aggiungendo che, obtorto collo, non poteva che essere la filosofia di tutti. Di una intera generazione. I nuovi tempi, con la loro precarietà, e la loro provvisorietà, hanno cambiato le persone. Hanno ucciso il corteggiamento. Non c’è tempo perché è il tempo ad inseguirti. Se dopo la cosa funziona allora si può cercare di trovare il tempo. Anche quello dell’innamoramento. Ma è sempre difficile essere in due. E oggi siamo qua e domani chissà. E adesso poteva dirlo di amarmi.
Ogni tanto ride al ricordo di quant’ero buffo quel giorno, in quella macchina. E della mia faccia quando mi ha detto: “Puoi anche chiamarlo per nome. Non mi offendo mica”. Racconto di lei piano perché sono tranquillo e lei sta riposando. Ambra è impegnata in un fine settimana di sci e di sesso. Ci ha lascito sogghignando le chiavi della stanza. Le parole di Diletta mi hanno fatto capire molto. Ma io non sono di questo mondo; o almeno non ancora. Cercano un apprendista con una buona esperienza. Incrocio le dita. Speriamo bene.

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cappella-sistina_650x447Siamo poi andati a Norcia? Certo che sì. Lì e anche in tanti altri posti, tutti bellissimi. Abbiamo solo avuto bisogno dei nostri tempi per accettare la verità. E il viaggiare non è stato il più bel regalo del nostro nuovo rapporto. Lui, quello che qui chiamo Alberto, mi ha cambiato la vita. Mi ha trasformata in una donna vera. Consapevole di sé. Non lesina consigli su come vestirmi. Come abbinare gli accessori e i colori. Mi aiuta a truccarmi e in mille altre cose. Persino in cucina. Ha un gran bel gusto. Mi ha reso più disinvolta. E spesso insiste per pagare lui. E ora ho un guardaroba che mi invidia anche Ornella.
Ha sempre un pensiero gentile. Mi dice che sono la sua dea. Mi spiega come fare ad essere più civetta. Più maliziosa. Più enigmatica. A rendermi preziosa. Come mostrare e cosa non mostrare. Come usare le posate e quando usare le mani. In compenso io l’ho introdotto in quei locali dove si mangia veramente bene, le cose genuine, e in abbondanza. E si beve un buon gotto di vino. Anche se non è imbottigliato con la sua bella etichetta. In caraffa. Anche se si infastidisce ancora se il cameriere esagera e si prende confidenza con una pacca sulle spalle.
Per quanto detto e non detto in quel mio vecchio post ora so che fa l’assicuratore. In verità l’agenzia è sua. E so che in quel ristorante non avrei potuto permettermi di pagare. E so anche che quel Caravaggio era un pittore del seicento. E mi piacciono anche le sue opere. Mi ha portato a vederne alcune che sembrano veramente magnifiche. Incredibili. Nella Basilica di Santa Maria del Popolo e alla Galleria Borghese. Persino alla National Gallery. Mi ha fatto notare l’uso della luce e delle ombre, come se tutti i personaggi si muovessero di vita propria in un fantastico paesaggio teatrale. Sembrano proprio veri. E sono incredibili tutte le cose che sa. Ha sempre pazienza con me.
Quella che però mi ha impressionato di più è stata la Cappella Sistina. Sono rimasta proprio senza fiato. Per la grandiosità dell’opera. E sapeva i nomi di tutti i personaggi e le loro storie. Sarei rimasta, col naso all’insù, a guardare e ad ascoltarlo, per giornate intere. Ma ad un certo punto ero così stanca che non mi reggevo sui tacchi e siamo finiti ad ingozzarci a Trastevere. Questa è stata un’idea mia e lui ha apprezzato abbondantemente, anche se è molto attento alla linea, di entrambi. Non vuole che mi riduca a diventare come la povera Ornella.
Anche Ornella è stata fortunata. Contenta lei? Ha trovato il suo principe azzurro; Ercole. Un nome e un programma. Non l’ho visto che un paio di volte. Non si può dire che sia una persona colta. Lei dice che è sempre fuori. Che lui ama andare in balera, la sera del sabato. Anche qualche altra sera. Credo faccia il muratore. Quante cose possono cambiare in due anni. Ora lei porta due taglie più di me e ha due gemelli. Tutt’e due maschi. Uno non sta mai fermo, l’altro è una vera peste. Ha il suo da fare, poveretta. Ci vediamo meno, qualche volta ci si sente per telefono. Anche l’ultima volta aveva il labbro spaccato e il trucco non nascondeva un occhio tumefatto. Dice che è felice e che si amano moltissimo. Follemente. Sospetto che il suo Ercole beva. Non vorrei che finisse per farlo anche lei. Sospetto che non mi dica tutto.
Alberto invece non lesina certo i complimenti. Mi dice quando, dove e perché non debbo esagerare, ma anche che una bella scollatura, profonda quanto basta, quando ci vuole ci vuole, mi dona. Anche se ha riso tanto quando, a Fabriano, nel bel mezzo di una degustazione di vini, me n’è inavvertitamente uscita una. Lui divertito ed io a lottare col mio imbarazzo tentando di passare inosservata. E poi inorgoglita della sua allegria. E poi divertita anch’io dei suoi commenti per il mio gesto maldestro di rimetterla velocemente al suo posto subito. Reggendo con l’altra mano tremante il calice mezzo pieno. E degli occhi strabuzzati degli altri. Dei pochi che se ne sono accorti. Come dice lui: dei fortunati. E cosa mettermi al collo per renderla ancora più irresistibile. Dice che molte donne, quasi tutte, dovrebbero essere invidiose di un seno come il mio. Secondo me lui ha una vera passione per il mio seno, una venerazione. Io gli invidio mille altre cose.
Per la prima volta mi ha fatto assaggiare le ostriche e, incredibile, sono squisite e funzionano veramente. Non ci avrei mai creduto. Ne sono diventata ghiotta. Ostriche e champagne. In un letto di ghiaccio. O anche con del buon prosecco. Forse mi sto facendo confusione, salto di qua e di là, ma è l’entusiasmo. Tutto per dire che con lui sono felice. E pensare quanto son stata stupida. A volte la fortuna è proprio dietro l’angolo. Magari davanti al banco degli affettati, come nel caso nostro. Basta saperla riconoscere. Basta saperla cogliere.
Però ora il prosciutto lo pigliamo intero. Sì! sto da lui. Una casa magnifica che basterebbe per due coppie più una nidiata di bambini. Ai bambini non ci penso quasi mai, ma mai porre limiti alla provvidenza. E tuttora mi chiedo come fa ad affettarlo col coltello; il prosciutto. Ma per i lavori di casa fa quasi tutto lui. Io ho ancora tutto da imparare. Non mi ci proverei più a stirarmi una camicetta. E non ha mai sbagliato una lavatrice. Ora tutti i capi sono del loro colore originale. Ora tutto, nella mia vita, mi sembra perfetto.
Per quanto riguarda la nostra intimità preferisco non parlarne. E’ stato imbarazzante solo all’inizio. Forse un po’ stupido. Com’è sempre davanti alle cose nuove. Dirò solo che a lui piace stare a destra e io ho sempre preferito dormire dalla parte sinistra; e poco altro. Lui legge molto, anche la sera prima di spegnere la luce. Io preferirei passare più tempo davanti alla televisione, quando stiamo in casa e non abbiamo ospiti. Brandendo il nostro grosso telecomando. Accoccolata come un gatto. Sì! mi manca il mio gatto.
Ho del pudore a raccontarlo, ma quello che ha richiesto più tempo è stato il nostro primo bacio. Poi pian piano ha cominciato ad andare tutto a meraviglia. Certo che la nostra unione è una vita piena. Io lo amo come uomo e anche come donna. E non siamo gelosi del nostro rapporto. Mi capita di incontrare tipi interessanti. Insomma ho le mie scappatelle, con uomini, come tutte le donne. I miei flirt. Anche lui ha raramente degli incontri con uomini, ma sono la sua unica donna. Quando mi capita un’avventura galante poi vuole che gli racconti tutto per filo e per segno. E mi sta attento ad ascoltare. Non ci sono segreti tra noi.
Gli altri uomini? Quando ci sono, e capita sempre di meno, cerco di non fare mai tardi. Solitamente so già dall’inizio come finirà e che finirà quasi subito. Sono sempre storie brevissime e comunque mi vengono presto a noia. Non ci si può credere, ma dopo un attimo ho già solo voglia di tornare da lui. Tra le sue braccia. Dentro il nido delle sue carezze. A piangere per farmi consolare. Persino per farmi perdonare; senza colpe. Per farmi dissetare di baci. Ce ne fossero di più di uomini come lui.

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Donna rossa affascinante appoggiata ad un grosso tronco in inverno.Nel paese di Scarparotta tutti erano abituati a vederci come una sola persona, se arrivava lui subito dopo comparivo io, e viceversa. Come se uno fosse l’ombra dell’altro. Avevamo fatto le scuole assieme, la comunione assieme, giocato assieme nella stessa squadretta, ma io ero in panchina, fumato assieme la prima cicca e insieme ci eravamo ubriacati per la prima volta, a casa di Gaetano Sambuca.
Io e Doriano Soffice il fornaio eravamo amici da sempre. Eravamo stati bambini assieme, ragazzini inseparabili e ancora come fratelli da ragazzi; almeno finché non avevamo raggiunto quell’età di passaggio. Quell’età quando un ragazzo comincia a farsi uomo, e a pensare come crede che pensi un uomo. O meglio fino a quando Rosina Chiappa non s’era fatta proprio carina.
Fino al giorno prima a Rosina nessuno aveva dedicato nemmeno uno sputo, poi da un momento all’altro era sbocciata. Aveva messo quelle cose sotto la maglietta e si era pittata gli occhi. All’improvviso tutti si erano accorti di lei e aveva fatto la sua comparsa nelle chiacchiere di tutti. Anche nei discorsi tra me e Doriano si infilava spesso quella bellezza. Ma la nostra era ancora sorpresa e ci chiedevamo perché.
Un po’ alla volta quelle chiacchiere alle sue spalle cominciarono a crearmi fastidio, così mi accorsi che la mia, per lei, era vera passione. Fu la fine di quella nostra indissolubile amicizia. Non facevamo che parlare di lei, non avevamo che lei in testa, non cercavamo che di incontrarla, con una scusa, nella nostra strada. E in silenzio conobbi la sfida e la rabbia. L’avevo vista prima io, le avevo parlato per primo, l’avevo baciata per primo. Lei aveva sorriso prima a lui, si era tolta la paglia dai capelli con lui e gli aveva lavato e stirato la camicia.
Odiavo quel suo sguardo un po’ asimmetrico da cui non riuscivo a liberarmi. E i lazzi che si facevano in paese sul suo nome. E i pettegolezzi dei più grandicelli che nascondevano solo invidia. E gli occhi di rimprovero e di biasimo di quelle brave madri di famiglia. La verità era che non passava una notte senza che la sognassi, né un a sola ora senza che le dedicassi un sonetto. Avrei finito per ammalarmi. Mi stavo dimagrendo a vista d’occhio.
La credevo una bella cosa, invece si rivelò uno sbaglio. Ero andato con un progetto scolastico di Erasmus quattro mesi in Islanda. Quattro mesi e avevo imparato solo cosa vuol dire non avere nessun altro con cui parlare che con se stesso. Avevo masticato solo freddo, e vento e avevo guardato neve e ghiaccio dietro ai vetri; ma non l’avevo dimenticata. E quando sono tornato per il paese e da Luigi il barbiere non si parlava che del loro imminente fidanzamento. Doriano e Rosina di qua, Rosina e Doriano di là. Lui non s’era nemmeno fatto vivo, e lei non si vedeva se non a mano del suo spasimante.
Non stavano nemmeno bene insieme: lui così lungo e secco, lei così poco alta e formosa. Non sapevo cosa fare e quando non si sa cosa fare si rischia sempre di fare stupidaggini. Così cercai consiglio da Armanda la fattucchiera. La gente diceva che con le mani guariva le bestie, ma anche che ne sapeva di filtri. Non che ci credessi ma avevo esaurito le mie idee, e poi tentare è meglio che restare ad aspettare. Mi aveva guardato dentro una tazzina dopo aver succhiato il caffè. Aveva scosso la testa e mi aveva spiegato che era tardi per un filtro d’amore.
Non mi ero dato per vinto e la giovane megera mi aveva chiesto di portarle qualcosa di lui; dello stronzo. Non ricordavo di aver conservato niente. Forse delle figurine, ma non ero certo che fossero proprio sue. Gironzolai la sera attorno all’orto del rivale e scappai con un collare e una medaglietta. Solo che sotto la trebbiatrice ci finì il gatto. Ad Armanda dissi solo che la fattura, in un certo senso, non aveva del tutto funzionato. Lei parlò ancora con i fondi del caffè restando per un po’ disorientata. Mi chiese se ero in grado di fare un ritratto dell’antagonista. Ho alzato le spalle, non ho mai saputo tenere in mano bene nemmeno una matita, e lei si era rassegnata.
Allora mi invitò a riprovare, ma di accertarmi che quello che le portavo era proprio e solo di Doriano. Ho rubato una sua maglietta dal filo della biancheria, poi per essere certo ho ritrovato in un cassetto una vecchia foto di scuola e ho ritagliato la sua faccia. Lei, quella maga di paese, aveva appuntato la foto alla maglietta con una spilla da balia vecchia di cent’anni. Mi aveva chiesto se ero proprio sicuro di quello che volevo. Mi aveva guardato con rimprovero e consigliato di mettere quel trofeo nascosto in soffitta. Secondo lei tanto la maglietta avrebbe sofferto l’usura del tempo e nella foto Doriano sarebbe ringiovanito e diventato più identificabile, tanto ne avrebbe sofferto la sua salute. In quel momento avevo riconosciuto la sua pazzia.
Ad essere onesti di dubbi non ne avevo pochi e avevo creduto che l’aspirante strega avesse solo pensato di aver incontrato il solito allocco. Insomma non ne ero del tutto convinto. Comunque per stipulare quel nostro orrendo quanto insensato patto mi aveva chiesto una parcella ben poco onerosa; ma aveva preteso che giacessi con lei; sembrava necessario. Fosse stata almeno un po’ più pulita, e avesse assomigliato meno ad una zingara… Alla fine mi convinsi in quella stamberga fumosa e maleodorante. Non sapevo bene come fare, ma lei mi dimostrò pazienza e mi spiegò bene tutto. Alla fine mi invitò solo a fidarmi e ad avere calma.
Ad Armanda smisi di pensare, o meglio cercai di scacciarla dalla mia testa. Di pazienza invece me ne restava ormai poca. Ero stanco di vederli passare mano nella mano, e occhi negli occhi. Lei sorridermi e salutarmi con quella sfaccia che sembrava sfidarmi nel gesto di ostentare quella loro felicità. Lei non poteva certo sapere quello che io sapevo e l’infermo che mi ardeva dentro. Riuscii ad attendere solo un paio di giorni poi salii in soffitta a guardare quel cimelio. Restai allibito: era normale che la maglietta avesse incominciato a riempirsi di polvere, ma lo era meno che mi sembrasse che la foto stesse diventando più nitida.
Chiesi di lui e sembrava che si fosse malamente scottato nell’informare l’ultimo pane. Chiesi di lei e la madre, che non mi aveva mai avuto in simpatia, mi spiegò, con un sorriso largo come la piazza del comune, che era vicina al fidanzato per prestargli le cure necessarie. Me la vedevo applicare pezzuole sulle ustioni che spandevano suppurazione; anzi non me la immaginavo proprio. Anche Lisetta, la zia della canaglia, mi aveva confermato che quella gentilissima ragazza non si muoveva mai da quel letto. Sembrava nemmeno per fare i propri bisogni. Non mi sentivo meglio, anzi in me cresceva rabbia e rancore. La chiamai al cellulare, due parole e poi mi disse che aveva fretta perché lui aveva bisogno delle sue cure.
Non volevo ancora crederci, ma non volevo lasciare niente in mano al caso. Cominciai ad aiutare lo sporco ad accanirsi su quella maglietta. La strofinai per terra, gli versai sopra anche del tè e ne strappai una manica. La maglietta stava diventando un cencio puzzolente e nella foto i suoi denti si erano allineati e non portava più quell’orribile aggeggio; persino il suo naso s’era raddrizzato. Incredibilmente i dottori erano stati costretti ad amputargli quel braccio. Era una cosa che non s’era mai vista. Non sapevano proprio cosa fare. La salute del vecchio amico, di Doriano, andava assurdamente progressivamente peggiorando. Lei ormai non si allontanava più dal suo letto e lo ricopriva di attenzioni. Era pazzesco ma invidiavo l’infermo.
L’infezione si stava inesorabilmente diffondendo. Ormai la maglietta era ridotta ad un brandello di fango attorno all’ago di sicurezza, e nella foto lui aveva messo qualche chilo e un po’ di carne nelle guance tanto da sembrare quasi bello. Non potevo essere certo che quella della foto non fosse puramente mia immaginazione. Ma mi chiamò Lisetta piangendo per comunicarmi l’incredibile decesso, di quel nipote ancora così giovane, e partecipandomi delle esequie che si sarebbero tenute quel venerdì, in mattinata. La zia mi chiese se per caso, visto che eravamo tanto amici, avevo una foto di lui da mettere su quel marmo. Mentii e sostenni di non avere nessuna foto di Doriano.
Per un attimo avevo avuto terrore; mi facevo paura da solo. Ero certo che la colpa si potesse imputare solo ad un infelice quanto tragico caso, ma corsi giù in orto e sotterrai quello che era rimasto di quel raccapricciante cimelio. Tra i dubbi decisi di partecipare al funerale dell’amico. Non eravamo in molti a dire il vero a vedere scendere la bara nella fossa, non erano intervenuti nemmeno i genitori di lei, ma tutti avevano gli occhi arrossati. Il prete lo aveva ricordato sprecando solo poche parole. Non sapevo se piangere, ma le lacrime mi venivano da sole. Aspettai verso la fine per avvicinarmi alla vedovella disperata e inconsolabile. Ci allontanammo sotto gli occhi di tutti. Cercammo un posto dove non ci potessero guardare.
Le misi un braccio sulle spalle. Cercai di consolare quel suo dolore. La strinsi a me, ma solo come si stringe l’angoscia di una sorella e la tristezza di un amico. Lei alzò gli occhi e mi chiese pietà. Si schiacciò nel mio abbraccio disperata. Era stato tutto sbagliato. Tra i presenti avevo notato in disparte la partecipazione di Armanda che mi aveva guardato con occhi malevoli. Provavo a non pensarci. Cercai di spiegare a Rosina che nella vita c’è sempre un po’ di speranza. Che Doriano continuava a vivere nei cuori di chi lo aveva amato. Che lei poteva sempre contare su di me e sulla nostra amicizia. E la sentivo singhiozzare contro il mio petto.
La stringevo a me. Le accarezzai i capelli, le alzai il mento e la guardai negli occhi affranti. Mi faceva una pena infinita, ma mi sembrava non fosse mai stata così bella. Lo so che non era rispettoso, che era stupido, ma in quel mentre pensai che Rosina di quelle del cognome ne aveva almeno due. Ne fui tentato, fu difficile resistere. Le dissi che io ci sarei sempre stato. Non riuscivo a scacciare dai miei occhi il volto di Armanda. L’Armanda al funerale era un’altra Armanda; era pulita e pettinata, troppo lontana per sentire se si era anche profumata. Finalmente non c’era nessuno tra noi. Rosina profumava di lavanda e di arance. Mi resi conto che avevo paura di Armanda.
Cercai di spiegare come non mi era mai stato facile non pensare a lei. Che lei per me era la più grande delle amiche. Più di un’amica. Mi sentivo falso, non ci eravamo mai detti più che un paio di parole. Io avevo soprattutto parlato in silenzio. Mi ricordavo di quel bacio, speravo se ne ricordasse anche lei. I miei occhi dovevano solo essere una supplica. Ora era lei a rimproverarmi. Perché quando l’avevo baciata mi ero solo lasciato baciare? Perché non le avevo detto nulla? Perché non l’avevo lasciata fare? Perché me n’ero andato? Perché l’avevo lasciata sola con lui?
Credevo veramente che fossimo soli. Da distante ci osservava Armanda. Capivo che ci avrebbe continuato a guardare e che non avrebbe mai distratto i suoi occhi da noi due; da me. Quella ragazza mi faceva paura, ma non mi faceva solo paura. Cercai di ricordare se avevo dato due mandate alla porta. Consigliai a Rosina di stendere il suo bucato solo in casa, pregandola di non chiedermi perché. Di non appendere fuori nemmeno un reggiseno. Mi spiegò che non portava il reggiseno, che non ne aveva bisogno. La guardai con tenerezza e vidi che Armanda la fattucchiera si era finalmente allontanata. Sapevo che non poteva aver udito le nostre parole, ma sapevo anche che quella sera sarei andato da lei.

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tazzina di caffèAvevo strappato i giorni. Uno ad uno. Lentamente, ma deciso. Un foglio al giorno. E ne restavano sempre meno. Ma sono gli anni quelli che contano. Quelli che pesano. Questo pensava il vecchio Piero. Certo, anche l’età è una consuetudine, un pensiero, solo un concetto. C’era ancora chi pensava all’amore e chi si abbandonava alla rassegnazione, chi si lavava spesso e chi era incontinente, chi teneva i denti nel bicchiere e chi ghignava con l’ultimo traballante, chi aveva ancora voglia di leggere e chi nemmeno cambiava canale. Certo la tele era il più frequente motivo per litigare. Piccola umanità. C’era chi riceveva spesso visite e chi, come la vecchia Elvira, guardava assorta sempre la stessa foto. Chi si cantava in silenzio una vecchia canzone muovendo solo le labbra. Ci avrebbe seppellito tutti la vecchia Elvira. E le si girava distanti per non sentire ancora quella storia. Lui, a volte si faceva rapire dai ricordi o rapinare da essi. Restava muto con lo sguardo fisso davanti a sé perso nel nulla. C’erano spesso attimi di mutismo assoluto, dove bastava una mosca a fare un rumore assordante. Non durava mai molto. Poi si alzava un brusio. O esplodeva la confusione, persino le baruffe, improvvise. Nemmeno si ricordava perché se l’era presa l’ultima volta. Qual era il motivo. Poi la sua acqua l’aveva ritrovata. L’aveva solo scambiata di posto.
Guardò l’orologio, il vecchio Piero, anche se non aspettava nessuno. Che poi doveva saperlo perché in quel momento c’era il giro delle pastiglie. Le mise nella scatoletta, ogni pillola nella sua cella. Riusciva a distinguerle per colore e dimensione. Gli occhi non l’aiutavano più molto. Quando iniziava il giro Gilberto diceva sempre: «Ecco l’elisir per l’eternità.» e poi rideva da solo. Ma il povero Gilberto se n’era andato in silenzio due giorni prima. Non era di grande compagnia e non aveva il senso della battuta, il povero Gilberto. Aveva lasciato solo le sue ciabatte e i suoi ultimi odori. Il suo letto era rimasto vuoto per poche ore. Era ancora caldo. Con quello nuovo il vecchio Piero non era ancora riuscito a parlarci. Quasi sempre i primi giorni si fatica a trovare un argomento, anche una sola parola. Era stato così anche per lui. Tanto tempo che non cercava di ricordarsi nemmeno quanto.
«Viene a prendere un caffè»?
«Sai che non posso. Sai… le ragadi».
La macchinetta, come il solito, era fuori servizio. E l’uomo non si vedeva. Che poi faceva un caffè che te lo raccomando. Era una sciacquatura che nemmeno ai morti. No! non l’avresti servita nemmeno al tuo peggior nemico in un momento di completo odio. Era solo per fare due passi. Possibile che a Marchesini glielo dovesse sempre precisare. Che si poteva prendere anche un bicchiere di niente; e senza limone. Aveva bisogno di andare al bagno.

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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