Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘passione’

Donna rossa affascinante appoggiata ad un grosso tronco in inverno.Nel paese di Scarparotta tutti erano abituati a vederci come una sola persona, se arrivava lui subito dopo comparivo io, e viceversa. Come se uno fosse l’ombra dell’altro. Avevamo fatto le scuole assieme, la comunione assieme, giocato assieme nella stessa squadretta, ma io ero in panchina, fumato assieme la prima cicca e insieme ci eravamo ubriacati per la prima volta, a casa di Gaetano Sambuca.
Io e Doriano Soffice il fornaio eravamo amici da sempre. Eravamo stati bambini assieme, ragazzini inseparabili e ancora come fratelli da ragazzi; almeno finché non avevamo raggiunto quell’età di passaggio. Quell’età quando un ragazzo comincia a farsi uomo, e a pensare come crede che pensi un uomo. O meglio fino a quando Rosina Chiappa non s’era fatta proprio carina.
Fino al giorno prima a Rosina nessuno aveva dedicato nemmeno uno sputo, poi da un momento all’altro era sbocciata. Aveva messo quelle cose sotto la maglietta e si era pittata gli occhi. All’improvviso tutti si erano accorti di lei e aveva fatto la sua comparsa nelle chiacchiere di tutti. Anche nei discorsi tra me e Doriano si infilava spesso quella bellezza. Ma la nostra era ancora sorpresa e ci chiedevamo perché.
Un po’ alla volta quelle chiacchiere alle sue spalle cominciarono a crearmi fastidio, così mi accorsi che la mia, per lei, era vera passione. Fu la fine di quella nostra indissolubile amicizia. Non facevamo che parlare di lei, non avevamo che lei in testa, non cercavamo che di incontrarla, con una scusa, nella nostra strada. E in silenzio conobbi la sfida e la rabbia. L’avevo vista prima io, le avevo parlato per primo, l’avevo baciata per primo. Lei aveva sorriso prima a lui, si era tolta la paglia dai capelli con lui e gli aveva lavato e stirato la camicia.
Odiavo quel suo sguardo un po’ asimmetrico da cui non riuscivo a liberarmi. E i lazzi che si facevano in paese sul suo nome. E i pettegolezzi dei più grandicelli che nascondevano solo invidia. E gli occhi di rimprovero e di biasimo di quelle brave madri di famiglia. La verità era che non passava una notte senza che la sognassi, né un a sola ora senza che le dedicassi un sonetto. Avrei finito per ammalarmi. Mi stavo dimagrendo a vista d’occhio.
La credevo una bella cosa, invece si rivelò uno sbaglio. Ero andato con un progetto scolastico di Erasmus quattro mesi in Islanda. Quattro mesi e avevo imparato solo cosa vuol dire non avere nessun altro con cui parlare che con se stesso. Avevo masticato solo freddo, e vento e avevo guardato neve e ghiaccio dietro ai vetri; ma non l’avevo dimenticata. E quando sono tornato per il paese e da Luigi il barbiere non si parlava che del loro imminente fidanzamento. Doriano e Rosina di qua, Rosina e Doriano di là. Lui non s’era nemmeno fatto vivo, e lei non si vedeva se non a mano del suo spasimante.
Non stavano nemmeno bene insieme: lui così lungo e secco, lei così poco alta e formosa. Non sapevo cosa fare e quando non si sa cosa fare si rischia sempre di fare stupidaggini. Così cercai consiglio da Armanda la fattucchiera. La gente diceva che con le mani guariva le bestie, ma anche che ne sapeva di filtri. Non che ci credessi ma avevo esaurito le mie idee, e poi tentare è meglio che restare ad aspettare. Mi aveva guardato dentro una tazzina dopo aver succhiato il caffè. Aveva scosso la testa e mi aveva spiegato che era tardi per un filtro d’amore.
Non mi ero dato per vinto e la giovane megera mi aveva chiesto di portarle qualcosa di lui; dello stronzo. Non ricordavo di aver conservato niente. Forse delle figurine, ma non ero certo che fossero proprio sue. Gironzolai la sera attorno all’orto del rivale e scappai con un collare e una medaglietta. Solo che sotto la trebbiatrice ci finì il gatto. Ad Armanda dissi solo che la fattura, in un certo senso, non aveva del tutto funzionato. Lei parlò ancora con i fondi del caffè restando per un po’ disorientata. Mi chiese se ero in grado di fare un ritratto dell’antagonista. Ho alzato le spalle, non ho mai saputo tenere in mano bene nemmeno una matita, e lei si era rassegnata.
Allora mi invitò a riprovare, ma di accertarmi che quello che le portavo era proprio e solo di Doriano. Ho rubato una sua maglietta dal filo della biancheria, poi per essere certo ho ritrovato in un cassetto una vecchia foto di scuola e ho ritagliato la sua faccia. Lei, quella maga di paese, aveva appuntato la foto alla maglietta con una spilla da balia vecchia di cent’anni. Mi aveva chiesto se ero proprio sicuro di quello che volevo. Mi aveva guardato con rimprovero e consigliato di mettere quel trofeo nascosto in soffitta. Secondo lei tanto la maglietta avrebbe sofferto l’usura del tempo e nella foto Doriano sarebbe ringiovanito e diventato più identificabile, tanto ne avrebbe sofferto la sua salute. In quel momento avevo riconosciuto la sua pazzia.
Ad essere onesti di dubbi non ne avevo pochi e avevo creduto che l’aspirante strega avesse solo pensato di aver incontrato il solito allocco. Insomma non ne ero del tutto convinto. Comunque per stipulare quel nostro orrendo quanto insensato patto mi aveva chiesto una parcella ben poco onerosa; ma aveva preteso che giacessi con lei; sembrava necessario. Fosse stata almeno un po’ più pulita, e avesse assomigliato meno ad una zingara… Alla fine mi convinsi in quella stamberga fumosa e maleodorante. Non sapevo bene come fare, ma lei mi dimostrò pazienza e mi spiegò bene tutto. Alla fine mi invitò solo a fidarmi e ad avere calma.
Ad Armanda smisi di pensare, o meglio cercai di scacciarla dalla mia testa. Di pazienza invece me ne restava ormai poca. Ero stanco di vederli passare mano nella mano, e occhi negli occhi. Lei sorridermi e salutarmi con quella sfaccia che sembrava sfidarmi nel gesto di ostentare quella loro felicità. Lei non poteva certo sapere quello che io sapevo e l’infermo che mi ardeva dentro. Riuscii ad attendere solo un paio di giorni poi salii in soffitta a guardare quel cimelio. Restai allibito: era normale che la maglietta avesse incominciato a riempirsi di polvere, ma lo era meno che mi sembrasse che la foto stesse diventando più nitida.
Chiesi di lui e sembrava che si fosse malamente scottato nell’informare l’ultimo pane. Chiesi di lei e la madre, che non mi aveva mai avuto in simpatia, mi spiegò, con un sorriso largo come la piazza del comune, che era vicina al fidanzato per prestargli le cure necessarie. Me la vedevo applicare pezzuole sulle ustioni che spandevano suppurazione; anzi non me la immaginavo proprio. Anche Lisetta, la zia della canaglia, mi aveva confermato che quella gentilissima ragazza non si muoveva mai da quel letto. Sembrava nemmeno per fare i propri bisogni. Non mi sentivo meglio, anzi in me cresceva rabbia e rancore. La chiamai al cellulare, due parole e poi mi disse che aveva fretta perché lui aveva bisogno delle sue cure.
Non volevo ancora crederci, ma non volevo lasciare niente in mano al caso. Cominciai ad aiutare lo sporco ad accanirsi su quella maglietta. La strofinai per terra, gli versai sopra anche del tè e ne strappai una manica. La maglietta stava diventando un cencio puzzolente e nella foto i suoi denti si erano allineati e non portava più quell’orribile aggeggio; persino il suo naso s’era raddrizzato. Incredibilmente i dottori erano stati costretti ad amputargli quel braccio. Era una cosa che non s’era mai vista. Non sapevano proprio cosa fare. La salute del vecchio amico, di Doriano, andava assurdamente progressivamente peggiorando. Lei ormai non si allontanava più dal suo letto e lo ricopriva di attenzioni. Era pazzesco ma invidiavo l’infermo.
L’infezione si stava inesorabilmente diffondendo. Ormai la maglietta era ridotta ad un brandello di fango attorno all’ago di sicurezza, e nella foto lui aveva messo qualche chilo e un po’ di carne nelle guance tanto da sembrare quasi bello. Non potevo essere certo che quella della foto non fosse puramente mia immaginazione. Ma mi chiamò Lisetta piangendo per comunicarmi l’incredibile decesso, di quel nipote ancora così giovane, e partecipandomi delle esequie che si sarebbero tenute quel venerdì, in mattinata. La zia mi chiese se per caso, visto che eravamo tanto amici, avevo una foto di lui da mettere su quel marmo. Mentii e sostenni di non avere nessuna foto di Doriano.
Per un attimo avevo avuto terrore; mi facevo paura da solo. Ero certo che la colpa si potesse imputare solo ad un infelice quanto tragico caso, ma corsi giù in orto e sotterrai quello che era rimasto di quel raccapricciante cimelio. Tra i dubbi decisi di partecipare al funerale dell’amico. Non eravamo in molti a dire il vero a vedere scendere la bara nella fossa, non erano intervenuti nemmeno i genitori di lei, ma tutti avevano gli occhi arrossati. Il prete lo aveva ricordato sprecando solo poche parole. Non sapevo se piangere, ma le lacrime mi venivano da sole. Aspettai verso la fine per avvicinarmi alla vedovella disperata e inconsolabile. Ci allontanammo sotto gli occhi di tutti. Cercammo un posto dove non ci potessero guardare.
Le misi un braccio sulle spalle. Cercai di consolare quel suo dolore. La strinsi a me, ma solo come si stringe l’angoscia di una sorella e la tristezza di un amico. Lei alzò gli occhi e mi chiese pietà. Si schiacciò nel mio abbraccio disperata. Era stato tutto sbagliato. Tra i presenti avevo notato in disparte la partecipazione di Armanda che mi aveva guardato con occhi malevoli. Provavo a non pensarci. Cercai di spiegare a Rosina che nella vita c’è sempre un po’ di speranza. Che Doriano continuava a vivere nei cuori di chi lo aveva amato. Che lei poteva sempre contare su di me e sulla nostra amicizia. E la sentivo singhiozzare contro il mio petto.
La stringevo a me. Le accarezzai i capelli, le alzai il mento e la guardai negli occhi affranti. Mi faceva una pena infinita, ma mi sembrava non fosse mai stata così bella. Lo so che non era rispettoso, che era stupido, ma in quel mentre pensai che Rosina di quelle del cognome ne aveva almeno due. Ne fui tentato, fu difficile resistere. Le dissi che io ci sarei sempre stato. Non riuscivo a scacciare dai miei occhi il volto di Armanda. L’Armanda al funerale era un’altra Armanda; era pulita e pettinata, troppo lontana per sentire se si era anche profumata. Finalmente non c’era nessuno tra noi. Rosina profumava di lavanda e di arance. Mi resi conto che avevo paura di Armanda.
Cercai di spiegare come non mi era mai stato facile non pensare a lei. Che lei per me era la più grande delle amiche. Più di un’amica. Mi sentivo falso, non ci eravamo mai detti più che un paio di parole. Io avevo soprattutto parlato in silenzio. Mi ricordavo di quel bacio, speravo se ne ricordasse anche lei. I miei occhi dovevano solo essere una supplica. Ora era lei a rimproverarmi. Perché quando l’avevo baciata mi ero solo lasciato baciare? Perché non le avevo detto nulla? Perché non l’avevo lasciata fare? Perché me n’ero andato? Perché l’avevo lasciata sola con lui?
Credevo veramente che fossimo soli. Da distante ci osservava Armanda. Capivo che ci avrebbe continuato a guardare e che non avrebbe mai distratto i suoi occhi da noi due; da me. Quella ragazza mi faceva paura, ma non mi faceva solo paura. Cercai di ricordare se avevo dato due mandate alla porta. Consigliai a Rosina di stendere il suo bucato solo in casa, pregandola di non chiedermi perché. Di non appendere fuori nemmeno un reggiseno. Mi spiegò che non portava il reggiseno, che non ne aveva bisogno. La guardai con tenerezza e vidi che Armanda la fattucchiera si era finalmente allontanata. Sapevo che non poteva aver udito le nostre parole, ma sapevo anche che quella sera sarei andato da lei.

Read Full Post »

tazzina di caffèAvevo strappato i giorni. Uno ad uno. Lentamente, ma deciso. Un foglio al giorno. E ne restavano sempre meno. Ma sono gli anni quelli che contano. Quelli che pesano. Questo pensava il vecchio Piero. Certo, anche l’età è una consuetudine, un pensiero, solo un concetto. C’era ancora chi pensava all’amore e chi si abbandonava alla rassegnazione, chi si lavava spesso e chi era incontinente, chi teneva i denti nel bicchiere e chi ghignava con l’ultimo traballante, chi aveva ancora voglia di leggere e chi nemmeno cambiava canale. Certo la tele era il più frequente motivo per litigare. Piccola umanità. C’era chi riceveva spesso visite e chi, come la vecchia Elvira, guardava assorta sempre la stessa foto. Chi si cantava in silenzio una vecchia canzone muovendo solo le labbra. Ci avrebbe seppellito tutti la vecchia Elvira. E le si girava distanti per non sentire ancora quella storia. Lui, a volte si faceva rapire dai ricordi o rapinare da essi. Restava muto con lo sguardo fisso davanti a sé perso nel nulla. C’erano spesso attimi di mutismo assoluto, dove bastava una mosca a fare un rumore assordante. Non durava mai molto. Poi si alzava un brusio. O esplodeva la confusione, persino le baruffe, improvvise. Nemmeno si ricordava perché se l’era presa l’ultima volta. Qual era il motivo. Poi la sua acqua l’aveva ritrovata. L’aveva solo scambiata di posto.
Guardò l’orologio, il vecchio Piero, anche se non aspettava nessuno. Che poi doveva saperlo perché in quel momento c’era il giro delle pastiglie. Le mise nella scatoletta, ogni pillola nella sua cella. Riusciva a distinguerle per colore e dimensione. Gli occhi non l’aiutavano più molto. Quando iniziava il giro Gilberto diceva sempre: «Ecco l’elisir per l’eternità.» e poi rideva da solo. Ma il povero Gilberto se n’era andato in silenzio due giorni prima. Non era di grande compagnia e non aveva il senso della battuta, il povero Gilberto. Aveva lasciato solo le sue ciabatte e i suoi ultimi odori. Il suo letto era rimasto vuoto per poche ore. Era ancora caldo. Con quello nuovo il vecchio Piero non era ancora riuscito a parlarci. Quasi sempre i primi giorni si fatica a trovare un argomento, anche una sola parola. Era stato così anche per lui. Tanto tempo che non cercava di ricordarsi nemmeno quanto.
«Viene a prendere un caffè»?
«Sai che non posso. Sai… le ragadi».
La macchinetta, come il solito, era fuori servizio. E l’uomo non si vedeva. Che poi faceva un caffè che te lo raccomando. Era una sciacquatura che nemmeno ai morti. No! non l’avresti servita nemmeno al tuo peggior nemico in un momento di completo odio. Era solo per fare due passi. Possibile che a Marchesini glielo dovesse sempre precisare. Che si poteva prendere anche un bicchiere di niente; e senza limone. Aveva bisogno di andare al bagno.

Read Full Post »

Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

Read Full Post »

Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

Read Full Post »

Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

Read Full Post »

Foto di una scollatura con collanaSi chiamava Erika. Ma perché devo essere sempre così laconico? Si chiamava Erika, sì! con la Kappa. Cioè si chiama Erika e la conoscono tutti. Di un rosso vivo e falso ha sempre un sorriso e una battuta per ognuno. Ma forse quella kappa era stata solo un suo vezzo, una delle sue tante civetterie, che poi si è trovata addosso. Sposata con due figli ormai grandicelli, maschio e femmina, pare non volersi liberare di quella patina da ragazza impertinente.
Erika doveva essere stata una bella donna, certamente lo era stata ma gli anni non perdonano nessuna distrazione, ma è ancora oggi una donna con un suo intrigante fascino, un sorriso malizioso sempre pronto e una sua grande sicurezza, insomma è simpatica e divertente. E’ così con tutti ovvero ogni suo gesto è colmo di quella provocazione femminile e le sue parole piene di più o meno sfacciati e sfaccettati sottintesi. Provocare le è naturale come tante cose che entrano dentro nella pelle e si fanno come parte di te senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Le è facile entrare in confidenza e giocare con senso di complicità e di intimità.
Avevo sentito delle chiacchiere nei suoi confronti ma io non sono tipo da dar retta alle chiacchiere e avevo sempre pensato che il suo era solo tanto fumo; fumo senza arrosto. Lei cura ancora molto la sua persona e anche il suo vestire che spesso sembra studiato ad attirare la curiosità maschile e soprattutto ad imbarazzare e provocare; a mostrare magari quanto più si può senza raggiungere la sconvenienza ma esaltando le sue grazie. Magari cose corte e/o attillate, bottoni che sono rimasti come casualmente slacciati, malizie tutte al femminile anche un po’ inadatte alla sua età, ma non è raro trovare nelle donne vanità simili. Lei è sempre al centro di ogni occasione così come in queste parole che girano su loro stesse. Pareva allora inoltre divertirsi particolarmente con me. Per dirla tutta spesso avevo avuto l’impressione che si spingesse anche un po’ oltre, ma alla sua allegria viene perdonato quasi tutto. Ne avevo parlato in varie occasioni, ora non più, con Vittoria, mia moglie, certo glissando su alcune cose o senza scendere troppo nei particolari; parlarne non mi sarebbe stato comunque facile, soprattutto con una donna e ancora di più con una moglie, ma i miei dubbi restavano. Non era insolito che le sentissi fare apprezzamenti pesanti, allusioni a prestazione e cose di questo genere, con quell’espressione soddisfatta in volto, quasi in una sfida. Ma perché parlare tanto, troppo, di lei quando nella realtà lei è sempre una che va direttamente al nocciolo delle cose, pronta a dire pane al pane, eccetera? Perché per lunghi tratti del nostro lavorare nella stessa sede lei mi è stata parecchie volte di vero imbarazzo e non solo se restavamo un attimo da soli. Come quando sembrava fantasticare proprio su di me o mi provocava chiedendomi “non vuoi vedere cosa ho indossato sotto? son certa ti piacerebbe.” o altre amenità simili come quando mi assicurava che lei era rossa naturale e mi chiedeva se non le credevo e se volevo controllare.
Non che fosse mai successo molto anzi nulla perché il suo sembrava restare un gioco e il suo divertimento non chiedere altro e non andare oltre. Infatti se si accorgeva che soffermavo troppo il mio sguardo dentro la sua scollatura o sulle sue gambe, invero un po’ massicce, o, che ne so? sulle natiche di quel suo sedere abbondante, non le sfuggivano certo le cose, o se nei miei occhi appariva, come diceva dopo lei, quell’interesse che sfiorava la libidine, lei non perdonava mai una virgola, prima ancora che completassi un gesto di allungare le mani o che ne so ma anche subito a ridosso delle sue più ardite provocazioni, lei scivolava via soddisfatta ridendo con quel suo singhiozzo cantilenante un po’ sguaiato canzonandomi dopo il suo solito “dimmi cosa mi faresti”?
Scappava; ed io restavo lì come un imbecille; questa è la sacrosanta assoluta verità. Un imbecille come un sedicenne e questo doveva divertirla molto. Mi son sempre chiesto se il mio atteggiamento partecipasse a quello che era lei, se in qualche modo collaboravo, magari inconsapevolmente, a quel suo gioco e se era quel rossore che riusciva a darmi a renderla così spavalda, persino sfacciata, perché le sue domande potevano diventare delle vere e proprie staffilate come quando mostrava curiosità indiscreta e spudorata delle mie intimità. Io non cerco casini perché di quelli ne ho già abbastanza ma mi sembra ancora che con gli altri non si spingesse a tanto, ma questa può essere solo una mia confortante considerazione. E’ per tutto questo e anche per quello che non ho ricordato di rammentare che sono restato di sasso ieri mattina quando le mie solite attenzioni su di lei, la scollatura era veramente generosa anche se il suo seno abbondante comincia a mostrare segni di cedevolezza, non hanno provocato la solita fuga. Tutto poteva rimanere in quell’atmosfera di eccitato solito cameratismo un po’ spinto invece… Me ne vergogno a raccontarlo perché io sono un uomo assolutamente discreto e del tutto diversamente da lei, ma tanta è stata la mia sorpresa quando è andata come al solito alla porta ma stavolta diversamente ha fatto girare la chiave nella toppa chiudendoci soli all’interno e stavolta non ha detto la solita frase lasciandomi allibito. Il suo sorriso era diverso ieri, in quel momento, era solo ammiccante e sembrava seriamente curiosa e dalle sue labbra è uscita come una promessa e una sfida stavolta una frase nuova il cui suono non le avevo mai sentito: “dimmi cosa mi farai!”. A dare ascolto le chiacchiere di prima avrebbe dovuto saperne una più del diavolo…

Read Full Post »

Franca a Spigone (RE)Quelle parole uscivano direttamente strappate dal cuore, brandelli sanguinolenti. E non erano distanti nello spazio né nel tempo. Erano oggi. Erano vive. Banchettavano sulla loro pelle. Il passato si faceva presente. Strani paesaggi i ricordi. Scelgono; lo possono fare. Scelgono in tutta autonomia. Annebbiano certi luoghi, stendono una foschia fino a quasi renderli fusi e confusi, cancellano altri indirizzi. Erano molte le cose che lui lottava ma non riusciva a ricordare. Ma altri li rendono, improvvisamente o per sempre, vividi; crudeli, affascinanti, dolorosi. E lui lo sapeva, Lei non poteva farci nulla, era indifesa. E Lei era tutto; ma lui avrebbe potuto essere il suo presente, non avrebbe potuto cambiare il suo passato. E si trovò confuso, disorientato. Non era mai stato geloso, nemmeno delle piccole cose. Il suo modo di dire liberava semplicemente le cose dall’estraneità. Non sapeva possedere, tanto meno una persona. Era incapace di egoismo, di invidia. Era lui cioè quello che sapeva essere. Tutto quello era troppo poco per trasformarsi in una ferita destinata a non guarire. Lui aveva avuto solo un grande amore. Certo, altri amori; ma quello era stato uno solo: il grande amore. Quello per sempre. Il segreto mal custodito. Il compagno di viaggio. Il suo rifugio. La sua serenità. La sua allegrezza. Per Lei non era così. Tutto ciò lui lo provava stupito, lo sapeva, non poteva farci nulla. L’uomo è un animale stupido. Avrebbe voluto essere là, in quel posto che non aveva mai visto, tranne che nei films. Avrebbe voluto lottare, ma non si lotta contro il passato. Avrebbe voluto gridare. Non c’è fiato abbastanza per assordare l’assenza. C’erano solo loro: come avrebbe detto allora: “quelle parole, massimo asprore”. Perché si sentiva colpevole anche di quelle che non aveva visto la sua presenza? Perché tutto quello? Era sempre stato così. Eppure nessuno può cambiare le case veramente, può cambiare il disfarsi del tempo. E certamente Lei avrebbe negato, trovato un motivo valido, non era così. Lui non aveva strumenti per capire, aveva amato solo così, con tutto sé stesso. Con le sue paure, con i suoi timori, nei dubbi, nelle speranze, gettandosi in quella storia; storia che ancora gli sembrava troppo grande. Ma allora cosa rimane alla fine di un amore. Si infilò le mani in tasca. Gli faceva orrore quella parola, fine. Gli faceva terrore. Non voleva arrendersi. La voleva lì, subito, e per sempre. Si versò del the. Aprì la finestra. Era un automa. Si accorse che i suoi occhi erano umidi. Si accorse di non poter decidere delle proprio decisioni. Nemmeno delle proprie emozioni. Anche se non lo voleva era arrabbiato, era deluso, era sconfitto. Guardò dove volavano i gabbiani. Ricordò uno spazio largo, all’improvviso, un paesaggio marino, una spiaggia, una giornata uggiosa. Un silenzio pieno di parole. Un sussurro del vento. Ricordò con testardaggine, quello che voleva ricordare, quello che gli serviva, cercando di fuggire, di guarire di sé. Eppure era una storia che conosceva, Lei non gli aveva mai nascosto nulla. Sapeva che avrebbe trovato pronto in tavola come sapeva che sarebbe tornato di cattivo umore. Entrò in un bar solo per perdere tempo, la cena si sarebbe freddata nel piatto ma almeno avrebbero avuto altro di cui discutere che non della sua stupidità.

Read Full Post »

Older Posts »