Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘paura’

crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

Read Full Post »

Era la terza sera che passavo di là. Inutilmente. Me ne stavo già andando. Butto la sigaretta lontano. Faville scoppiano nell’urto. Forse mi andrebbe un caffè. Non c’è niente di aperto intorno. Potrei arrivare fino al centro. Troppa strada. Sono solo stanco. E ho freddo nelle ossa. Certo che qualcuno ci dovrebbe pensare. E tempo di finirla. Non ho nulla dentro. Forse un po’ di noia. E delusione. Dura poca. E’ la sera giusta; finalmente. Sento chiamare “compagno”. Non mi giro. In un primo momento tiro diritto e non mi giro. Non ci casco. Son venuto fin qui apposta.
Me la tiro sul viso, la mia Kefiah. Cerco di contare il rumore dei passi. Devono essere quattro o cinque. Scesi dalla macchina che ha sgommato. Trieste è chiusa nel silenzio. Un silenzio assoluto. Non c’è altro che notte. E quella stessa voce “Ehi! palestina”. Non hanno voluto ascoltarmi. Sarebbe stato bello ma sono solo. E’ facile a parole. E dire che la violenza non è mai giusta. Che non si può rispondere alla violenza con la violenza. Sono forti solo quando sono in piazza. Quando sono una folla. Intanto i fasci non cercano che il minimo pretesto. E sono sessant’anni che non dovrebbero più esserci. Schiavi di schiavi. Ma come si può scegliere di servire. E forse vorrei aver avuto torto. Ma non c’è più tempo.
E da troppo che ho smesso di cercare di capire. Mi giro e ce l’ho già in mano. L’ho comprata dall’Albania. Non gli lascio nemmeno il tempo di avere paura. Il più grosso, al centro, stavolta dice “Ehi!…” con un tono diverso. Non lo lascio finire. E’ la stessa voce. Faccio fuoco. Gli altri scappano alla macchina. Lui resta per terra. E intorno si allarga una pozza scura. Sangue, che si confonde all’ombra nell’ombra. La macchina parte con la stessa fretta con cui è arrivata. Abbasso la Kefiah. Con calma vado verso la stazione. Ho il biglietto chilometrico in tasca. Ero stanco di aver paura. Paura anche di girare con la mia Kefiah. L’ho comprata quando ho visitato il Marocco. E poi il deserto. E’ originale palestinese. Almeno su questo avevano ragione. Penso che anche lui era solo un ragazzo. Penso che era solo stupido. Lo dovevo fare. Uno in meno.

Read Full Post »

Il mare quel giorno era guasto. Nemmeno lui sarebbe salpato se non per una ricompensa come quella. Inoltre c’era il fatto che Santa non lo stava aspettando. Con uno sforzo si scostò dalla riva. Da allora non aveva bisogno di mettere coraggio nell’affondare il remo in quell’acqua che pareva di melma. Sapeva che un dio o qualcuno dei suoi angeli era curiosamente interessato alla sua vita molto più di quanto lui l’avesse a cuore. Per quei soldi era salpato ma non aveva ormai motivi per tornare. Lo straniero guardava avanti ed era silenzioso. Comunque gli sembrava una pazzia. Pensò che dovesse avere degli altri soldi quando lo spinse fuori dalla barca ma si sbagliava. Gli rimase quella valigia con dentro poveri panni di una misura anche troppo piccola. Allontanandosi dal posto e guardando verso il fondo si trovò a chiedersi che strana malattia e vizio avrebbe dovuto essere il rimorso. Non era una lingua che lui parlava. Santa l’aveva lasciata su quel letto in una posa da sgualdrina ma lei era una sgualdrina eppure era stata lei a condannarlo per sempre. Persino quel mare aveva mostrato di rifiutarlo. In realtà avrebbe fatto bene a non tornare ma non avrebbe saputo in che altro porto andare. Prima ancora di legare la corda vide i carabinieri che interrogavano le persone. Mica era duro come voleva far credere, solo che anche lui doveva sopravvivere.

Read Full Post »

Lo condusse per la passeggiata del mattino. La giornata era fresca ma meravigliosa ed entrambi non avevano fretta e volevano godersela. IlgrandeBleck si mostrava stranamente irrequieto. A suo modo aveva delimitato il territorio. Poi qualcosa di diverso doveva aver attratto la sua attenzione. Lui sapeva che non era più buono per la caccia. Era un gran bel cane ma uno dei suoi precedenti padroni lo aveva inavvertitamente impallinato. Da quella volta aveva sempre avuto più di una paura anche durante i temporali. I tuoni lo facevano letteralmente tremare e andava a nascondersi sotto il letto, però il comportamento quella mattina lo sorprese. Gli passò una mano sul corto pelo e sulla testa senza risultato evidente. Continuava a gironzolare intorno come preso da un’enorme eccitazione. Allora l’uomo si chinò per parlargli. Si accorse sul terreno di alcune orme di lepre. Di lato, vicino ad un ciuffo d’erba, scoprì anche le cacche dell’animale. Le saggiò e le annusò: erano fresche. Alzò gli occhi e lo vide tranquillo e quello curioso guardava lui; senza nessuna intenzione di scappare. Il cane si mise a guaire e sembrava il suo un vero e proprio pianto.

Read Full Post »

Dove sono andati i bambini?
Gli abbiamo rubato gli occhi
e loro son rimasti bambini
e non hanno tradito quel sorriso
ma s’era fatto diafano
e intorno s’era sparsa la sera.
E noi lo sappiamo che la sera si rintanano nel ventre delle ombre.

Gli abbiamo rubato le mani
e loro non si sono ribellati
perché non avevano più perché
né più tane dove nascondersi
né un cerchio da inseguire.
Le loro biciclette non avevano più pedali né ruote né un posto da inseguire.

Gli abbiamo rubato la voce
ma quelli non avevano già più parole
e le campanelle ai polsi s’erano rotte,
muti hanno cercato eppure di gridare
ma nessuno li ha riconosciuti.
Hanno pianto per noi perché noi non avevamo più lacrime.

Gli abbiamo rubato l’innocenza
e allora loro più nulla hanno potuto,
non gli è restato che sparire nel vuoto,
rassegnati, nessun monito era bastato
e solo allora abbiamo capito.
Nel silenzio niente e nessuno cantava più per noi quel riso antico.

Read Full Post »

Tecnica mista su cartoncinoE’ un mondo di lupi. Le strade sono una giungla. Non si può girare tranquille nemmeno di giorno per quelle del centro. Una donna è sempre più esposta. Anche se non sono bella. E cerco di non essere bella. Di non attrarre la loro attenzione. Di tenere gli occhi bassi. Basta essere una donna. Ed essere donna è essere preda.
Certo non capisco ancora tutto. Non è facile. Non è la mia lingua. Questo sembra farmi ancora più puttana. Ma afferro quasi sempre, il senso. Non è poi così difficile. Ma a che serve cercare di spiegare. Nessuno vuole capire. E poi non è comunque mai facile essere donna. Tanto più per quelle come me.
Quelle parole le ho imparate prima dal suono. Prima di capirle. Spesso mi restano indifferenti. A volte mi danno anche una inutile soddisfazioni. Quasi sempre mi feriscono. Mi sono sputate contro. E’ il senso. La ragione per cui sono lanciate. Come sassi. E a volte sono accompagnate dai gesti. Per essere certi. Per non lasciare nessuno spazio al dubbio. Nemmeno essere accompagnate ormai dà la sicurezza. E per accompagnate intendo uno del posto; ben inteso. Non sono così stupida. Degli altri nessuno si cura. Né si fida. Anzi è anche peggio. E la cosa peggiore è quell’arroganza. Siamo solo carne. Siamo vizio. Siamo desiderio. Era quello che volevo? Certo ne avevo bisogno. Ma questo prima.
Era così tanto che non venivo stretta tra le braccia di un uomo. Troppo per essere tollerabile. Era così tanto che non sentivo l’odore della sua pelle. Tanto da non ricordare più quanto. Che non mi sentivo veramente desiderata. Quasi da impazzire. Che non è mai abbastanza. E una donna ha anche solo bisogno di tornare a sentirsi donna. Anche di quello. Di perdersi nel piacere. Di solo piacere. Di una birra e di una notte da ricordare. Di un posto caldo da dove fuggire appena fa giorno. E dio solo sa se non me lo sogno anche di notte. Se non sia straziante il solo pensarci.
E’ sempre così. Almeno prima. Ma veramente, quello che mi manca è affetto. Ancora. E’ amore. Lasciarmi semplicemente coccolare. Chiudere gli occhi e ascoltare le sue parole. Sperare e credere in qualcosa. Assettata e soffocata di baci. Fare tutto e farlo solo per lui. Dimenticarmi. Liberarmi di me. Di questa miseria. Delle lenzuola fredde. Di questa vita aspra. Avara. Chiedere e mendicare una favola. Risvegliarmi nello stesso letto. Sentirlo mio. Tra le mie braccia. Sentire che lo posso proteggere. E che lui si preoccupa di me. Che mi chiede com’è andata. Sentirmi le gambe molli per il suo sorriso. Ma bisogna sopravvivere. E di sogni non si vive.
Dopo tanto tempo lui. Lui non era male. Ma forse a spingermi era stata proprio la voglia di uscire di sera. O un attimo di noia. E poi ne avevo proprio bisogno. Un uomo. Nemmeno brutto. Ben rasato. Ben vestito. Riassaporare quel piccolo gusto di libertà. Ed era stato gentile e galante. Corretto. Aveva pagato la cena lui. Non mi aveva fatto sentire fretta. Come se fossi la sua donna da sempre. Con un che di attenta cortesia. Forse pensava ad un’altra. O inseguiva una illusione. Non poteva avere meno importanza. Avevo voglia di lui. E lui di me. Bastava questo. E’ finito quel tempo.
I suoi baci in macchina erano appassionati. La sua guida distratta. L’ho pregato di pazientare ancora un po’. Mi ha capito. Ha riso ironico. Un paio di battute. Per rendere tutto meno teso. L’ho tenuto calmo. E ha fatto lui anche la stanza; naturalmente. In quel posto dovevano conoscerlo. Certo c’era già stato. Forse con la sua lei. Forse con una come me. Con una preda facile. Con un’altra disperata. In fondo l’uomo è cacciatore. E poi cosa andavo a pensare? Non mi doveva niente. Non pretendevo niente. Mi bastava che non cercasse una scusa. Che non volesse delle giustificazioni. Che non si mettesse in testa di spiegarmi. E che non volesse piangermi le sue sfortune. Invece è stato anche bello.
Si è anche impegnato. Ce l’ha messa tutta. Avrei potuto anche illudermi. E’ passato troppo tempo da quel tempo. Ma quando ha aspirato l’odore dei miei capelli mi è parso appagante. Sono stata generosa. So come ricompensare chi lo merita. Per un attimo gli ho dato un attimo d’amore. Forse era proprio quello che cercava. Forse la sua miseria non era tanto diversa dalla mia. Quei suoi baci erano così… disperati. E non era per niente male. Proprio per niente male. Sapeva come si tratta una donna. Peccato. Comunque dovrebbe essermene grato per sempre. Già! per quel suo breve attimo di per sempre. Non è stato facile nemmeno per me.
Mi spiace solo per le calze. I suoi occhi si erano persi dove non so. Non se n’è neppure accorto. Ho preso lo stilo dalla borsa. E’ stato un attimo. Tra le ombre della stanza non s’è accorto di nulla. Ha sentito solo quell’improvvisa fitta. Gliel’ho infilato in gola. Quasi non ha sofferto. Eppure i suoi occhi sembravano chiedermi perché. Eppure lo dovrebbe sapere: nella giungla è questione di vita o di morte.
Ho raccolto le mie cose. Ho preso i soldi per il taxi. Non potevo attraversare la città di notte. E poi mi son presa anche gli altri. Quelli che rimanevano. Non erano molti. A lui non servivano più. E la stanza era pagata.

Read Full Post »

Era uscito spinto da un violento proposito. Avrebbe voluto cambiare gli altri. Il mondo. Tutto. Ne era passato di tempo. Non voleva credere di non essere capace di cambiare nemmeno se stesso. E, quello che era peggio, non aveva avuto rispetto di lei. Ora pagava quella colpa con i pugni stretti affossati in tasca. Rabbuiato. Le cose si pagano, sempre. Perché si è costretti ad essere così stupidi nel fare le cose già sapendo che si dovranno scontare? La serata non sarebbe stata la stessa. E’ facile dire. Il difficile è fare. Nelle parole tutti sono in grado. Ma la città metteva ormai paura. Il buio era un altro buio. Non aveva più quelle certezze. E lui non riusciva a cancellare quei pensieri. Non gli sembravano nemmeno suoi. Non avrebbe mai creduto di incontrali. Si cambia fino a diventare un altro. Ora sapeva che era possibile. Il nonno era stato in Belgio, da giovane. Uno zio da parte di sua madre si era spinto più lontano; non era più tornato. Non era la stessa cosa. Erano gente perbene. Andavano per lavorare. Ed era proprio lui a dirlo. Lui che ascoltava Guccini, e De Andrè. Cercava di cacciare quei pensieri. Quelli tornavano. Come fantasmi sottili. Si intromettevano. Avrebbe fatto bene a rimettere sul piatto quei dischi. Faticava a canticchiarli ormai. Cancellati nel tempo. Ne aveva perso le parole. No! non era perché era diverso. Era solo questione di memoria. Ma diverso lo era diventato. Si fermò a darsi coraggio in un bicchiere di vino. Era in ritardo ma sapeva che sarebbero stati in ritardo tutti. E poi non aveva un posto dove tornare.

La paura dei venditori immigrati abusivi

Read Full Post »

Era seduto sui gradini e finalmente stava riprendendo colore e ritrovando il ritmo normale del suo respiro. Ormai era solo leggermente preda di quell’affanno. Tutto stava passando. La prova era stata superata o quasi. Si poteva dire al sicuro o quasi. Ancora qualche minuto. Poi, ritrovato completamente il ritmo del suo cuore, si sarebbe avviato verso il ritorno. E se tutto fosse finito bene gli avrebbe fatto vedere. Lui che si era sempre sentito goffo e, senza alcun dubbio, lo era. Si chiedeva ancora perché avesse scelto proprio quello. Più che farlo scivolare nello zaino l’aveva infilato a forza. Era certo che non si potesse non notare quell’enorme rigonfiamento. Come era certo che non si potesse non aver notato l’impacciato lavorio che aveva dovuto eseguire per infilarcelo dentro cercando di mostrarsi disinvolto.
Si era sentito morire. Soffocare. Le forze gli mancavano. Si era aspettato le peggiori cose. Di non poter superare l’uscita. Di sentire suonare un campanello. Di essere richiamato da una voce. Di sentirsi afferrare all’improvviso al braccio. Qualcosa come “Dove pensi di andare”? Oppure “Cos’hai lì dentro, mi fai vedere”? Oppure “Credi che non ti abbia visto”? O ancora “Sei solo un piccolo ladro”. Se le gridava da solo nella testa tutte quelle terribili frasi che temeva e che lo incolpavano. Non era successo nulla. Eppure era incapace di quelle cose. La sua fronte era grondante di sudore. Le ascelle odoravano per il nervosismo che non riusciva a controllare. Le sue mani tremavano. Portò le dita al naso. Continuavano a tremare ancora mentre si puliva gli occhiali. Gli sembrava già arrivato l’estate anche se faceva ancora piuttosto freddo. L’appuntamento era al solito bar dal Pirata. Ma le gambe erano ancora molli. E si guardava ancora intorno con sospetto. E col timore che gli si potesse leggere in viso. E nei pensieri.
Perché proprio quello? Perché se l’era trovato davanti. In realtà non era interessato ai libri. Né a quello né a nessun altro. Nemmeno a quelli di scuola. Tanto meno a quelli. Anzi la scuola per lui era una sorta di immeritato castigo. Una sofferenza. Un suplizio. Una tortura. Stare dentro era essere rinchiuso in una prigione. E lo era ancor più quando si trovava davanti a tutti i compagni; interrogato. E forse era anche per questo che i suoi risultati erano sempre stati mediocri. I suoi dicevano che era perché si applicava poco. Che colpa ne aveva se faticava a memorizzare? Cioè se faceva fatica? Insomma la scuola non era per lui. Tanto avrebbe fatto il meccanico. Con i suoi voti c’era il rischio di dover tornare a settembre se non di dover ripetere quella maledetta prima media. E lo aveva scelto, quel libro, anche proprio perché era il più grosso. Nella fretta non ne aveva nemmeno letto il titolo, non avrebbe cambiato nulla. L’aveva preso e basta. Era monumentale e questo era sufficiente. Per quanto gli interessava poteva anche gettarlo in una cassetta per la posta. No! forse lì non c’entrava. Dentro la porta della prima chiesa. In un cassonetto. Liberarsene. E forse l’avrebbe fatto. Ma non prima di farlo vedere a quegli stronzi. Non aveva fatto quella fatica per niente. Avrebbe mostrato ai compagni che non solo non era un incapace, ma che anzi era anche migliore di loro. Era il più grosso e perciò la preda più difficile.
Non aveva mai rubato. Non lo avrebbe fatto. Perché allora? Per non sentirsi diverso. Perché avrebbero continuato a prendersi gioco di lui. Perché avrebbero seguitato a dire che lui era una donnicciola. Un fifone. Un vigliacco. E lui non voleva essere un vigliacco. Essere messo da parte. Essere invitato a starsene con le ragazzine. Voleva essere come gli altri. Voleva andare anche lui ai compleanni degli amici. Che lo rispettassero. Ma aveva avuto paura. Non l’avrebbe confidato a nessuno ma aveva avuto paura. E la paura è una gran brutta bestia. Ma sentiva dentro qualcosa di strano. Si sentiva ancora scosso. Anche un poco in rimorso. Se avesse potuto sarebbe tornato per pagarlo. Non aveva i soldi. Non poteva farlo. Non era la stessa cosa prenderlo e poi andare a pagarlo. O forse sì? E poi cosa avrebbe detto la cassiera? Comunque non ne aveva i soldi. Certo avrebbe potuto chiederli. E si sentiva anche orgoglioso. Aveva superato la prova. C’era riuscito.
Se l’avessero preso cosa avrebbe raccontato a casa? Spiando intorno sbirciò nello zaino senza particolare interesse. Senza farlo uscire lesse la copertina. Poteva intitolarsi in qualsiasi modo o Mondo senza fine quel maledetto libro. Poteva parlare di qualsiasi argomento. Per quando ne sapeva poteva essere uno stupido libro di matematica. O di geografia. Era ancora solo un libro. Un grosso e stupido libro. Poteva essere anche un libro di tutte pagine bianche rilegate. Il peso, il volume delle pagine era impressionante. Gli sembrava sciocco ma gli venne naturale pensarlo: non credeva esistessero in tutto l’universo talmente tante parole da poter riempire un libro come quello. Poi pensò che dentro molte parole erano ripetute. Comparivano più volte. Per questo il numero complessivo era minore. Gli sembrarono comunque tante. Certo più di quelle che conosceva. Ma esisteva in tutto il mondo qualcuno che potesse conoscere tutte quelle parole? Non sapeva ancora come e quanto quel libro avrebbe cambiato tutta la sua vita.

Read Full Post »

Era un uomo alto dai muscoli tesi dalle fatiche e dagli orgogli, un uomo straniero in un paese straniero che non voleva esserlo, straniero, con una moglie piccola e dolce che lo accudivano più che un bambino ora che i loro erano diventati uomini. Col piede rovistò tra le erbe spontanee e subito sentì quel fitto dolore ma non ebbe il tempo di vedere la serpe che già quella se n’era sparita. Immediatamente la caviglia gli si gonfiò torno quei due fori nitidi di denti. Lui si massaggiava e fingeva nulla, era orgoglioso ed era più forte in lui il pudore di qualsiasi paura e poi non ci pensava. In realtà temeva l’ospedale più che la vita e per nulla si sarebbe lasciato vedere da una donna che non era nemmeno la sua donna. Eugenia usò pazienza e poi finì la pazienza e allora gli parlò nel suo dialetto e lui non aveva potuto capire nulla di quei suoni ma il tono e gli occhi risoluti di lei non gli lasciarono scampo e lo disarmarono. Davanti alla moglie fu costretto ad abbassare i pantaloni e ad accettare quella vergogna.

Read Full Post »

Irma non aveva idee politiche, non sue, non così chiare. Tutto quello le sarebbe stato completamente estraneo, non era vita, ma sapeva come Augusto, Scintilla, la pensava. E lui era ancora il suo uomo. Se n’era dovuto scappare per quelli. Ma quello che importava era che quelli erano solo ragazzi. Stava andando a legna. Li aveva visti lì, intirizziti, da farle pena, proprio ragazzini. La barba lunga, gli occhi enormi della paura. Le avevano colpito il cuore. La fame è una gran brutta bestia, la peggiore, di più insieme a quella paura. L’avrebbe fatto per chiunque. Forse anche per quelli altri. No! forse per quelli proprio no. Non ci sarebbe riuscita. Non erano ragazzi uguali. La pensavano troppo diverso da lei. Avevano occhi piccoli da belve. E non gli era mai piaciuto il nero; la faceva triste. Era il colore del dolore. Ed erano stati loro che gli erano corsi dietro, al suo Scintilla. Loro a farlo scappare. Ancora loro che avevano picchiato Attila, e tutti quegli altri. Non sapeva di politica ma sapeva chi aveva ragione. Quale era la parte. Sapeva distinguere le mele marce in un canestro di buone. Non aveva molto, erano tempi veramente grami, ma di quello che aveva ne portava, lo divideva. Non ci pensava: la cosa andava fatta. Era un atto di pietà cristiana. E lei era una che credeva. Era certa che quella era la parte; che anche lui, Cristo, sarebbe stato da quella parte. Non lo diceva forse proprio lui che bisogna sfamare gli affamati? Si arrampicava su con la sua gerla. Fin che c’era strada la faceva in bicicletta. Poi a piedi. In mezzo ai boschi. A volte cominciava ad imbrunire. A volte era buio quando tornava. Gli avevano fatto paura; ma solo all’inizio. Non sai mai cosa fa la paura. E un po’ alla volta aveva imparato a voler bene, a quei ragazzi. Soprattutto a quel biondino che aveva ancora la barba sottile come una lanugine e a cui colava sempre il naso. Sì! c’erano volte in cui si fermava, con qualcuno di loro. Non si vive di solo pane. Aveva creduto di non poterlo fare. Era stato invece tutto così semplice. Anche Scintilla avrebbe capito; meglio però non dirglielo quando tornava, se tornava. Non era nemmeno amore, era solo disperazione la loro. Bisogno di stringere una donna tra le braccia, di calore, di scappare per quel poco. Non era stato difficile ma solo un po’. Non faceva ancora così freddo, quella prima volta. Sotto una luna piena che sembrava arrogante e curiosa. Aveva chiuso gli occhi e per un attimo aveva creduto che fosse lui. Forse era stato l’unico attimo in cui l’aveva tradito. No! non li aiutava: lei li sfamava. Per quel poco. Con quel poco. Aveva anche rubato quel pezzo d’agnello per loro. Lo avevano divorato. Bisognava vederli. Lo sapeva da sola che sarebbe stato poco. Ma con un po’ di polenta. Con quel pane raffermo. Avevano buoni denti. E poi sempre meglio quel poco che il niente. Non poteva di più. Il parroco avrebbe potuto, ma non ci si poteva fidare di quello. Uno era stato soldato, persino tenente. Il biondino era salito prima ancora di poterlo diventare, soldato. Aveva quelle mani; delicate e da studente. Si vedeva che era uno di città. Aveva paura che la Nora potesse capire che quella farina non era solo per le galline. Una cosa aveva imparato: non si poteva fidare che di se. Sarebbe stato orgoglioso di lei, il suo Scintilla. Anche se lei non lo faceva per una idea, e nemmeno per lui. Lo faceva solo… perché sì! Ma quella sera non era una sera come le altre. Si sentì chiamare: “Dove vai Irma che viene giù sera”? Era quello stupido, il Nevio. Ma lo voleva capire, una per tutte, che lei era troppo vecchia per lui, e che era impegnata? Eppure lo sapeva di Scintilla, e che poi il suo uomo non gliel’avrebbe perdonata. Forse il Nevio l’aveva denunciato proprio per lei. Forse perché ci credeva. Le sembrava impossibile che si potesse credere anche nella cosa sbagliata. Eppure doveva essere così. Poi lo vide arrivare, Davide, il biondino. In silenzio. Lo vide scivolare tra i pini, nel bosco. Era come se avessero avuto un appuntamento. E’ così che devono andare le cose. L’altro, il Nevio, scherzava e le sorrideva. Cercava di essere simpatico, e carino. Lo sapeva bene lei cosa cercava, quello. La trattava come una ragazza libera, e come se intorno non ci fosse tutto quello scempio. E fossero ancora quello che erano stati. E le spiegava che le voleva bene veramente. E che con lui sarebbe stata bene. Non si può stare bene con uno se non si ha un sentimento. Gli si mise davanti perché quello, il Nevio, desse le spalle al biondino. E quando risuonò lo sparo fu solo un attimo, ma le sembrò che avesse risuonato in tutto il bosco.
Cazzo! Irma, ti sei lasciata seguire”.
Anche se era solo uno studente lei sapeva che lo doveva fare. Non potevano rischiare. Lo sapeva appena l’aveva visto. Quella morte non era poi così brutta, ma non lo poteva guardare, al Nevio. Non lo voleva vedere mentre la camicia nera diventava rossa. Aveva fatto quello che doveva fare. C’erano anche gli altri. Non era un uomo, ma era un mondo che stava morendo. Forse ne stava per nascere uno nuovo. Chi lo poteva dire? Lo chiamavano libertà. Lei mica lo sapeva che cosa era. Cosa volevano dire. E quel ragazzo non sarebbe più stato ragazzo. Lo salutò per l’ultima volta. Si ricordò che non gli aveva mai chiesto nemmeno come si chiamava. Cercò di liberarsi anche di quella tenerezza.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: