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Posts Tagged ‘paure’

Non potendo prenderlo sulle ginocchia fu lui a accomodarsi su quelle del padre. Non l’aveva mai fatto salire quand’era piccolo e non si sentiva più un piccolo. Cercò la novella che ricordava. Voleva dedicargliela e dedicargli la lettura. Sapeva che non avrebbe capito ma ci voleva sperare. Avrebbe dovuto ascoltarlo. Non aveva altra risorsa che quella di illudersi. Le parole dirette gli costavano fatica. E lui non le avrebbe accettate. E temeva se ne potesse sentire offeso. Son così strani i grandi. Aveva sempre cercato di camminare con delicatezza sui sentimenti degli altri. Che poi per capire non serve essere studiati. Si accorse che l’emozione gioca scherzi ingiusti. Il suono di quelle parole incespicava come per ulteriore pudore. Improvvisamente persino quel piccolo contatto divenne imbarazzo. E la novella era… banale, c’entrava meno dei cavoli. Forse la scelta era stata una scelta affrettata. Ed è così complicato il gioco delle parti. Quel libro parlava di ombre e della paura del buio e di amori della sera. L’ombra che lo seguiva e perseguitava era grande e grossa. Quell’uomo, suo padre, aveva sempre detto che più erano grossi e con più soddisfazione se li sarebbe mangiati a colazione. Che era un motivo in più per abbatterli e che la loro caduta avrebbe fatto più rumore. Anche lui era stato grande e grosso ed era stato giovane. Si accorse che i suoi occhi si erano abbassati e che si era abbandonato ad un sonno tranquillo.

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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Michele sorride. “Questo posto mi piace proprio”.
Silenzio. A volte il silenzio dice tutto. Lui non è mai stato bravo, a stare in silenzio. Non era bravo nemmeno con le parole, dette. Per quello nemmeno a raccontare bugie. Mai stato bravo. Ed era come se gli mancasse qualcosa. Non c’era mai stato, ma era come se conoscesse quei posti. Forse perché quei posti, in fondo, son tutti uguali. Forse solo perché erano quei fantasmi che sfioravano quelle foglie, in quel leggero rumore come di sciabordio; quel fantasma. Forse più semplicemente perché lei ne aveva parlato. E scritto. Ma lui non era bravo, e a volte le parole gli scappavano.
Cercava parole gentili. Per questo l’aveva detto. Solo per compiacerla. Come una carezza. Il posto non aveva nessuna colpa. Il posto era bello. Gli piaceva veramente. Lui era felice. Felice di stringerla tra le braccia. Di cercarla in un bacio. Di essere finalmente con lei. Ma c’era un passato a rimestargli nello stomaco. Avrebbe voluto gridare: “Pazza”! Gridare: “Fermati”! Gridare con tutto il fiato che aveva in corpo; nei polmoni. Come se avesse il potere di tornare indietro. Di cambiare il passato. Come un pazzo mago del tempo. Ma era tardi. Irrimediabilmente tardi. Non puoi gridare ieri. Quale leggerezza? Nel momento che era lì avrebbe voluto esserci sempre stato. Liberarla di sé. Che lei non fosse sola. No! non era sola. Peggio. Era solo sola con le sue paure. Col suo segreto che non voleva uscire dalle sue labbra. Con quel rancore a cui non aveva mai trovato tregua. Con la sua incapacità di perdonare. Chissà se ne sarebbe mai stata capace? Il dopo cambia le cose. Troppo facile guardarle così. Ma forse lui sapeva solo sbagliare. Non poteva capire. E questo serviva solo a rendere ancora più difficile tutto.
Certo che era una pazzia. Certo che era inutile. Lo sapeva da sé. Lo avrebbe capito chiunque. Non poteva farci niente. Non in quel momento. E le ferite restavano aperte. E non riusciva a perdonarsi nemmeno le colpe che non aveva. I pugni in tasca. Già! i pugni in tasca. Esserci. Gli anni di mezzo. Strana generazione la loro. Avevano vissuto una rivoluzione che non c’era mai stata. Avevano sognato e trovato la paura dei sogni. Tutto cambiava intorno, ma troppo in fretta. Loro erano incapaci di cambiare così in fretta; di cambiare comunque. Ma loro non erano più. Semplici sopravvissuti aggrappati a gravidi rimpianti. E non lo voleva più. Non voleva essere che se. Che il proprio passato. Non era onesto ricordare quei ricordi. Ricordi non suoi. Gli occhi a scivolare su quegli spazi. Solo per fuggire i suoi. Stringerla con quella tenerezza che non aveva potuto. Che poi ognuno decide per se. E decide per tutti. E condanna anche gli altri; incolpevoli.
Mica lo puoi sapere, prima. Sei sballottato in mezzo. Tra sensazioni e sentimenti e, appunto, rabbie. Credi di possedere le cose. Di, appunto, poter decidere. Tu sola sei (ed eri) il mondo. Nemmeno gli amici più cari ti possono portare via da te. Ti possono fare compagnia. Gli regali solo la tua apprensione. E loro a soffrire con te la tua sofferenza. Senza poter intervenire nelle cose. Perché sono amici. Perché se vuoi sentirti dire un “auguri” non possono dirti “mi dispiace”. Non possono chiederti “sai cosa fai”? Perché non lo puoi sapere. Mica ti è mai successo. Lo credeva facile. Cominciava a capire quanto è doloroso. Avrebbe voluto cambiare e cominciava a capire che non si può. Anche lui non poteva essere che lui. Non sarebbe stato mai nulla di diverso. Lo era già in quel primo bacio. E gli amici non possono che mostrarsi felici della tua finta felicità. Che darti quel senso di vicinanza. Che cercare di renderti tranquilla. In fondo la vita va anche sfidata.
Già allora. Quell’uomo, allora. Già la prima volta. La loro prima volta. Succede. Non era stato bello; ma mica lo puoi raccontare. Niente era stato bello. Non come avrebbe voluto. Non come aveva pensato. Forse non lo è mai, bello. Forse è così la vita. Forse è questo amare. Forse perché ci si aspetta di più; troppo. E lei si aspettava. Almeno quello lo sapeva: non lo avrebbe rifatto. Ma non poteva tornare indietro. Un uomo può anche farsi perdonare. Certo non lo aveva fatto. Non era più in tempo. Ormai. Ma quanti no avrebbe dovuto dirle? Certo che le cose le doveva fare lei. La vita era la sua. 33 anni e non sentirli. Pessima età. Chiedetelo al cristo. Era veramente finita. In quel momento. Poi sarebbe ricominciata. E Michele avrebbe voluto gridare “Basta”! Anche per quello era tardi. Mica era colpa del posto.
Questo posto mi piace proprio”.

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BUIO
Mai tanto buio
mai quanto adesso
nemmeno un chiarore
muta intorno      la luna
un chiarore, nulla
nient’altro che buio      a essere.

Dove essere?
Come?
Fra cose distratte
dieta di quotidiano
oggetti che tentano identità      mentre
l’illusione tace i suoi neon:
Misero silenzio – silenzio
neanche rumori lontani porta
né lo sferragliare del treno.
Immobile      immenso globo,
sibilo tremendo,
sfera senza coda,
increduli spalanca      occhi d’acciaio.
Cerca il posto…
il posto dell’appuntamento
ma lei è andata, fuggita…
e con quei sussurri di voilà
difficili equilibri
acquieta la notte,
rincorrersi diVersi
mescolarsi di vuoti e ombre
quasi giustificazione
del tempo

scorre lento come lenta
la corrente spegne il rancore.

E chi non ha nulla
sceglie un dio
in cui credere.

E chi non crede in se
di se stesso i canti canta

mentre al suo corpo
usa violenza
e i suoi oggetti violenta
oppure
avvinghiato
a loro s’accoppia.

Ma chi si teme
d’altri parla
e balbetta.

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luna, castello, uccello e personaggiAveva insistito tanto “Mamma! mammina cara! raccontami una favola. Dai raccontamela; anche piccola.” –che lei non aveva più potuto sottrarsi. D’altronde non capitava spesso ed era passato molto dall’ultima e purché non diventasse un’abitudine… si stese a fianco del figlio, sollevò il cuscino verso la testiera, lasciò accesa solo la luce notturna e dopo che si furono messi comodi e accoccolati incominciò a raccontare una di quelle sue fiabe che, dovendole inventare lì per lì, riuscivano incerte, confuse e perché no certo anche un poco stupide.
Non che il bimbo non se ne rendesse conto ma tanto lui ormai conosceva i suoi limiti e si accontentava entusiasta e poi forse non erano altro che un pretesto. “Dunque… vediamo un po’… c’era una volta –perché tutte le favole cominciano così e anche semplicemente perché questa formuletta monotona da il tempo di frugare nella fantasia o nella memoria un ragazzino– circa della tua età di nome Antonio. Antonio era un bambino intelligente, si impegnava a scuola, ubbidiva ai suoi genitori ed era un bimbo felice perché la mamma gli voleva bene”.
Come nella pubblicità dei biscotti”?
Come nella pubblicità dei biscotti”.
Ma che storia è se non succede mai niente“?
La madre si sentì stretta alle corde, col fiato alle spalle ed ebbe paura di perdersi “Abbi pazienza e non essere impaziente. Ecco… insomma… vestiva in modo un poco… inadatto.” che parola scema ma pazienza, non le era venuto niente di meglio; rifletté.
Anch’io mamma vesto come uno scemo”?
No! Tu no caro”.
In quel momento pensò al piccolo Andrea “Ma lui si. Aveva di quei cappelli sai e poi magari anche la sciapa sulla bocca e quelle cose goffe che ti fanno sembrare un salame”.
Il bimbo rise. “Si! era certo così. L’hai proprio fotografato”.
Ma i suoi genitori non si accorgevano? Non potevano dirglielo”?
Il fatto era che lui era grosso”.
Ma grosso quanto”?
Grosso tanto. Ma se mi interrompi continuamente non riesco a proseguire”.
E perché”?
Beh! perché mangiava tanta troppa pastasciutta”.
E la verdura, mangiava la verdura”?
Questo la storia non lo dice”.
Ma il dindi non fa mica male”.
Lui amava la pastasciutta e allora i suoi compagni di classe lo prendevano in giro”.
Proprio come Andrea”?
Si! proprio come Andrea bravo. Ma adesso fammi continuare”.
Si! mamma: noi bambini siamo così ma non lo fanno per cattiveria”.
Lo so! lo so”!
Ma lo sai che Michele aveva trovato Baggio e l’ha scambiato per Gullit”?
Ma non volevi che ti raccontassi una fiaba”?
Ma allora erano cattivi, quei compagni di classe; vero mamma”?
No caro! I bambini non sono mai cattivi”.
Neanche quando bruciano i topolini dentro le loro tane”?
No! neanche quando bruciano i topolini”.
Perché sono sporchi e portano le malattie; vero? e quando tirano agli uccelletti”?
Nemmeno allora”.
E quando fanno i capricci e fanno arrabbiare la mamma o il papà”?
No caro! perché i bambini non sanno essere cattivi. Forse solo qualche volta un poco monelli; vivaci. Non per niente dicono dei bambini che sono innocenti”. e sorrise al figlio nel buio.
Il figlio vide quel sorriso e sorrise anche lui e si strinse alla madre con tenerezza “Ma la maestra dice che Carlo è proprio cattivo; anzi dice che è… è… crudele ma io dico che non è vero perché Samantha è peggio e ieri gli ha sputato sul cibo e poi le bambine sono sempre più dispettose dei maschi”.
Fai il bravo e ascolta la favola. Giuseppe era”…
Ma chi è mamma questo Giuseppe? Non avevi detto Antonio”?
Mi ero sbagliata prima –e sospirò “accidenti!”– e poi Antonio o Giuseppe è la stessa medesima cosa e questo non e importante”.
No mamma? Guarda che questo è importante e poi guarda che Giuseppe è quello che non si soffia mai e ha sempre il moccio”.
Allora Antonio”.
Ecco, Antonio è meglio e poi mi fa già simpatia”.
Allora questo benedetto bambino Antonio preferiva giocare solo e un poco per le canzonature e un poco per la sua indole, –cercò di prevedere la naturale curiosità del figlio– cioè del carattere, fatto è che diventava sempre più silenzioso e coltivava fin troppo i suoi sogni. Sognava e la sua mente vagava fra le fantasie più assurde. Lui aveva una cameretta tutta per sé e molti molti giocattoli”.
Come me”?
Proprio come te. Solo che lui si ritirava troppo in sé stesso e non parlava molto con i genitori come facciamo noi e le sue fantasie nella sua mente sembravano prendere corpo e allora viaggiava viaggi fantastici come nei libri che leggeva ed era sempre distratto anche con i compiti”.
Ma se avevi detto che era bravo? e poi i compiti sono tanto noiosi”.
Era diventato distratto dopo perché aveva la testa sempre per aria sui suoi eroi. Ma poi alla sera, quando andava a letto e la mamma spegneva la luce e restava solo, lui fra le ombre credeva di vedere mostri orribili; e anche di sentirli”.
Come il Babau”?
No! sai che il Babau non esiste”.
Ma sai che Cristiano ci crede ancora? Allora come l’uomo nero”?
No! neanche quello c’è”.
Allora come il vigile che viene e porta via i bambini disubbidienti dalle loro mamme”?
Nemmeno come quello perché anche quello l’hanno inventato genitori sciocchi per bambini sciocchi. Non ti ho spiegato che sono solo storie stupide? e poi… il vigile… e perché no lo spazzino”?
Per quello, mamma, anche lo spazzino fa un po’ paura con quella sua scopa lunga lunga”.
Sono scemenze, lui fa solo il suo lavoro per la strada”.
E non può andare da un’altra parte”?
No! questa è la strada che gli hanno detto di pulire. Non esistono gli uomini cattivi”.
Allora come quello di ieri pomeriggio?” –disse il bimbo e capì mentre ancora lo stava dicendo che si stava per tradire ma non riuscì a trattenere le parole e arrossì.
La madre finse di non sentire o non sentì per una semplice e veniale distrazione “Vedeva mostri giganteschi e bruttissimi”…
Dev’essere stato bruttissimo”.
No! era solo la sua fantasia”.
Vedeva mostri con gli occhi di fuori e il fiato di fiamma e tante braccia che tutte cercano di prenderti e degli artigli che solo quelli bastano a ucciderti e a darti una fifa merdosa”?
Si! proprio di quelli ma sai che non mi piacciono quelle parole. Ma chi te le insegna”?
Quali parole; mammina”?
Lasciamo stare che e meglio e torniamo ai mostri”.
Cos’è mamma quella cosa che si sporge e ci vuole afferrare”?
Sciocco! è solo Bibo. Ti ho anche detto che ormai sei troppo grande e che lo dovevamo regalare o almeno riporre che tanto non ci giochi più e m’impiccia”.
E erano anche puzzolenti”?
Si! e anche puzzolenti. E allora si nascondeva sotto le coperte e tremava tutto e sentiva un freddo che lo scuoteva”.
Perché si nascondeva sotto le coperte”?
Perché aveva paura”.
Ma le coperte non tengono lontano i mostri; vero mamma? e poi il puzzo, quello arriva anche là sotto; è come quando fai una bombetta, insomma quando ti scappa. Sai che Elena ha sempre quell’odore ma proprio quello nell’alito”?
Tutto questo non è importante ma prova a pensare, questo povero bambino nascondeva gl’occhi spalancati dietro il buio della coperta e invece di dormire tremava dalla paura, poi tornava a sbirciare ma loro erano sempre là e sempre più vicini e il mattino gl’occhi erano arrossati e lui era come se non avesse riposato. Questo succede anche a quelli che guardano quelle cose che guardi anche tu e che sai che io non voglio e che non ne ho piacere e i suoi genitori non capivano perché il bambino fosse sempre stanco e cominciasse anche ad andare male a scuola perché adesso cominciava a portare anche qualche nota e così i genitori davano la colpa agli insegnati e quelli viceversa”.
Ma allora era proprio disgraziato? Come quelli che non hanno neanche da mangiare”?
Quasi. Era quasi così! poveretto e invece di accendere la luce la sua paura cresceva e quell’esercito di ombre si affollava sempre più da presso e si sentiva come soffocare“…
La voce progressivamente si spense. La fiaba era diventata un borbottio confuso e poi improvvisamente solo silenzio ed era rimasta a metà. La madre aveva preso il sonno, come succedeva sempre, e lui se ne era reso conto subito.
Cercò di scuoterla inutilmente. Si guardò intorno fra le ombre delle cose della sua stanzetta e allora capì che la favola si era solo interrotta per un attimo e ora stava continuando per conto proprio, senza sua madre. Ma lui no! non avrebbe nascosto la testa perché sapeva che ora era solo davanti all’avventura e che avrebbe dovuto lottare anche per lei. Si strinse più presso alla mamma per difenderla perché lui ormai era proprio un ometto coraggioso; glielo diceva sempre anche il suo papà che era sempre via.¹


1] 1 marzo 1995

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Cuore spezzatoCosa aveva Kuki? Cosa aveva che tutti… ma perché gli uomini sono tutti… tutti… tutti… così? così… stronzi? Ma quanto era stata stupida. Certo che vedi sempre gli altri e magari non ti accorgi di quello che ti capita sotto il naso. Non ci voleva molto. Era che lei non ci riusciva proprio. Non ci metteva cattiveria. Ma ora che ci pensava… certo… la guardava con due occhi; lo stronzo. E non glieli toglieva da lì. Ecco cosa aveva, aveva che era una troia. Lei e gli uomini… cioè lei i suoi ragazzini. Se li cercava giovani; la zoccola. Non che lui… ma lei era sempre lì a sbattertele davanti. Anche se un paio di tette non sono che un paio di tette. Solo che ne aveva di più. Un po’, poi. Cosa avevano le sue? Non avrebbe mai pensato… che anche Luca fosse così… così mammone. Forse non aveva voluto vederlo. Aveva degli occhi. Sembrava vedesse la madonna. E aveva un bel dire, l’aveva capito subito. Lei non si faceva fare stupida. Con quella faccia: “Ma ti figuri. Ma cosa vai a pensare. Io”. Se non bastasse erano gli occhi di lei che avevano quell’aria soddisfatta. E Virginia li aveva visti. Ma proprio visti; altro che balle. Come da qua a là. Proprio mentre si baciavano. Come due ragazzini, aveva detto quella serpe. Sì! perché anche quella… ne avrebbe avute da raccontare. Meglio lasciare perdere.
Una promessa è una promessa. Gliel’avrebbe fatta vedere. A lei, a Elena, nessuno si può permettere di mettere le corna. E con una sciacquetta qualunque, come Kuki, per giunta. Una che c’ha il culo che pulisce i marciapiedi. E che appena si sa soffiare il naso. Quella sa solo togliersi le mutande; la sgualdrina. Manco fosse la Selen. Ma chi si credeva quella. E lui. Che avrebbe dovuto ringraziare. Ma perché per lei era sempre così? Perché perdeva sempre la testa per quello sbagliato? Perché non aveva mai trovato uno… uno come Giulio, per esempio? Certo che lui era un vero amico. Certo che, si rendeva conto, era furibonda. E chi non lo sarebbe stato? Chi al posto suo? E si era anche fatto aspettare. Certo che… povero Giulio, gli aveva scaricato addosso tutta la sua rabbia. Ma Giulio era Giulio. Lui le voleva bene, ed era paziente. E aveva capito. E poi anche lei l’avrebbe fatto per lui. Caro, aveva preso subito il treno. Non sapeva perché ma con lui riusciva a ritrovare sempre la tranquillità. Lui riusciva a renderla serena. A lui riusciva a dire tutto. Ma proprio tutto. Sapeva che non l’avrebbe mai tradita.
Non valeva certo la pena. Nemmeno rovinare il trucco. Doveva prepararsi. Non voleva farsi trovare così. Non poteva. Aveva deciso di andargli incontro, alla stazione. Non fosse stato Giulio… ma con lui proprio non poteva. Non ci riusciva. Non sentiva quella cosa. Quella scossa. Eppure quella volta… dopo quell’altro stronzo. Ma era stata solo stupida. Certo che se lo sarebbe fatto. Solo che lui sembrava proprio non vederla. Come sempre. Eppure era mancato solo un attimo. Che con lui, con Giulio, glieli avrebbe fatti volentieri. Gli avrebbe reso la pariglia. Perché lei non era una di quelle. Non era una facile. Ma forse sarebbe stato meno difficile. Eppure non poteva fargliela passare liscia; pan per polenta. E quella volta, con Giulio, le aveva anche provate. Sarebbe bastato un attimo. Capita a tutti, un momento di debolezza. E lei era proprio depressa. Si può capire: era un’altra storia finita male. Che andava a farsi fottere. Veramente gliel’aveva proprio sbattuta in faccia. Eppure credeva che non ci sarebbe ricascata. E adesso era d’accapo. Tutto di nuovo come sempre. Fuori uno ed ecco che te ne trovi un altro, di stronzo.
Certo che quando Giulio la teneva tra le braccia… ma era una sensazione diversa. Una donna lo sente. Una donna lo capisce. Un amico è un amico. Cioè era un’altra cosa. Lui era tranquillità. Lui era sicurezza. Non c’erano rischi con lui. Forse era stato perché era ancora con Valentina. Aveva sbagliato. Quella ragazza era giusta per lui. Stavano bene assieme. Ma forse ne era stata la causa. Era gelosa, Valentina. Eppure alla fine non era successo niente. Proprio niente. Non poteva sentirsi in colpa per niente. E poi lo sapeva, Valentina, che erano amici. Che con lui… Solo una debolezza. Non che fosse una vera bellezza; ma era giusta. Ne era ancora convinta. Se li vedeva già. Ora erano nuovamente liberi entrambi. Lui sarebbe stato paziente. Forse avrebbe dovuto ascoltarlo anche lei. E’ che ognuno capisce quello che sente. E in quel momento lei non aveva che quello, nel cuore, nella testa. Quella rabbia. Era furibonda. Lo odiava proprio. Luca l’aveva proprio delusa. Proprio perché lui pareva diverso. Vai a fidarti. Anche con lei sembrava uno che non si fa prendere troppo dalle cose. Sì! era un poco distaccato. Non certo uno che non sai come tenerti le mani distanti. Era più lei; nei limiti, certo. Sembrava sempre padrone di sé.
Potevano tornare in quel localino. In quello dell’ultima volta. Si mangiava bene. E non era nemmeno troppo caro. E stavolta non avrebbe dovuto permettergli di pagare. In fondo l’aveva chiamato lei. Era meglio se preparava il letto. E se partiva. Ormai doveva essere quasi arrivato. Che cretina: s’era scordata di dirgli dove. Ma lui sapeva dove abitava. Vista l’ora quasi quasi le conveniva non muoversi. Rischiavano di incrociarsi senza trovarsi. E’ stato in quel preciso momento che compose il numero per chiamarlo, per sentire dov’era, e che decise che, fanculo tutto ma, quella sera non ci sarebbero stati santi: amico o non amico… Non si può restare stupide tutta la vita. Lo sapeva anche lui che non reggeva il vino. E che sarebbero bastati due bicchieri. E dopo…

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DiogenePuò finire così, una storia come questa? Una storia che non è nemmeno una storia? Devo essere pazza. Se lo sono lo sono sempre stata. Dovevo pensarci prima. Matteo sembra proprio un ometto. Dovrei farlo almeno per lui. Cuore di mamma. Ma lui ne aveva bisogno allora. Non sembra importargli. Cosa gli posso dare ora? Che senso ha, ora? Avrei creduto che sarebbe stato diverso. Più bello. Semplicemente bello. Stupida. Che succede? Ne hai Paura? Ora? Che senso ha? Esci da questa vasca. Non puoi restartene sempre qui; rintanata. Ti aspettano. Tutti ti aspettano. E lui è di la. Ma vorrei crederci. Non vorrei lo facesse solo per me. Ma chi sono io, per lui? Ancora a farmi queste domande. Lui è qui. Per un caso. Per la pioggia. Ma lui è qui. No! non pioveva. E’ la nostra storia. Forse non una bella storia. Forse me ne dovrei vergognare, ma è la nostra storia. No! è la sua storia. E’ solo mia. Che c’entra lui? E’ quello che hai voluto. Stupida. No! non credevo fosse così… così… poco. Infondo non me ne importa. Credevo fosse importante. Se lo è stato adesso non conta. Non ho bisogno di promesse. Di un’altra promessa. Lui non sa mantenere le promesse. Ma forse questa volta… La vita può essere diversa. E anche Matteo… Lui è mio figlio. Il mio bambino. E’ solo mio. Non voglio che lo sappia. Forse sono stata crudele. Cosa potevo fare. Non si può sempre tacere. Ora lo sai che è tuo. Come mi puoi capire? Come ti posso capire? Tu appartieni al tuo mondo. Io ero ragazza e tu già un uomo. Non sono gli anni a cambiarci. Sono gli anni ad essere cambiati. Ma a cosa servono tante parole. Non uscirò. Non uscirò mai. Vorrei tornare indietro. E sono stata io. Perché l’ho fatto. Perché glielo hai chiesto? E c’è anche mio padre ad aspettarmi. No! non mi importa nemmeno di lui. Mai un gesto. Sempre chiuso in sé. Nel suo ruolo. Lui era un padre. Anche lui, Michele, pare un padre. Non certo il mio. Era già padre. Un padre che non vuole essere padre. E allora perché? A che serve? E’ tardi? Quale favola ci raccontiamo? Ho perso le favole. Sei stata solo una stronza. Era finito. Il suo era un amore già finito. Ora ama me. Come fai a dirlo? Non dico nulla. Non ho più voglia di nulla. Non di parole. E’ passato tanto tempo. Nemmeno lo ricordo quel tempo. Se penso alle cose belle non ricordo cose belle. Sempre solo a farci del male. Perché? Povera stupida. Povera illusa. E’ questa la vita. L’amore non esiste. E allora perché non gli so dire di no? Perché non l’ho fatto? Non posso rimproverargli nulla. Infondo anche Matteo… è solo figlio mio. Io l’ho voluto. Ricordo ancora bene. Purtroppo ricordo tutto. Vorrei poter scordare. E quella passeggiata nel bosco. Non ci riesco. Ci devo provare. Chi può capire quanto è stato duro. E difficile. E chi può sapere quanto lo sarà, ancora. Perché siamo fatti di noi. Vorrei non essere. Vorrei assentarmi da me. Forse sono io che sono fatta male. Forse perché non ho voluto mai crescere. Ma è questo essere donna? Perché nessun addio è stato un vero addio? Rossana, svegliati. Lo senti che ti chiamano? No! non lo sento. Non lo voglio sentire. Non sento niente. Sento solo il tempo che si è fermato. Che non vuole passare. Ti prego, non entrare. E se immergessi la testa; nell’acqua? Tutto finirebbe presto. Sposa. Non mi vedo sposa. Moglie. Lui ce l’ha già una moglie. Cioè l’aveva. Non lo è. Ma non mi sento più. Non sento le braccia. Come dovrei farmi chiamare? Chiamami Rossana. Ma chiamami come non mi hai mai chiamata. Non usare quel tono che usi con tutto. E con le altre. Vorrei essere qualcuna. Ma non basta un vestito per cambiarsi. Per crescere. Non sono altro che una ragazzina. Ma non ne ho più l’età. E abbiamo già un figlio. Io ho un figlio. Lui poteva continuare a fregarsene. Chissà se lo fa per me o per lui. Perché non allora? Forse per paura. Perché non ci credeva più. Non avrò mai le risposte, ma non uscirò mai di qua. Cosa dicono? Cosa gridano? Hanno solo voci. Non ho bisogno di nessuno. Io basto a me. A me e a Matteo. Forse avrebbe meritato di più. Ho cercato di essere madre e padre. Ho cercato. Sono stata stupida. Ancora una volta, stupida. Per l’ultima volta. Non sarò ancora stupida. L’acqua si sta freddando. E’ così dolce starsene qua. Vorrei poter non pensarci. Vorrei non essere qua. Dove? Che ne so. Non ho pensieri.
Lo so che non posso scappare. Non ci sono mai riuscita. Rossana, esci da quella vasca. E’ facile solo da dire. Lui infondo è migliore di sé. No! non entrare. E fuori c’è il sole. Dovrei essere felice. Non so se ne sono capace. Cosa vuol dire: essere felice? Sembra facile da dire. So solo che non avrei mai pensato che sarebbe stato tutto così… Così… So solo che sono solo una stupida. Ha ragione. Hai ragione Michele. Ma cosa ne sai tu, di me. Ancora un attimo. Un attimo e per sempre. Si! scusami. E’ solo colpa mia. Come ti posso guardare? Questo è amore? Non ho bisogno di nulla. Mi basto. Per piacere, vattene. Non sono pronta. Non sarò mai pronta. Non c’è nessun sogno. Cosa fai qui, tutto vestito? Come fosse una festa. Quale festa. Non è la mia festa. Lasciami stare. Dov’è quel vestitino di velluto bianco, o panna? E la pelliccia bianca? A cosa pensi stupida? Avevo scordato tutto. Tutto è così lontano, diverso. E il velo in testa, ricamato a fiori? E le calze di merlo, e scarpette baby, anche quelle bianche? Non è più tempo di sognare. E il bouquet di bucaneve, o roselline, o mughetti, o non-ti-scordar-di-me, legati dal nastro di velluto? E i miei guantini bianchi? Tutto è così distante; perduto. Tutto. E il bianco è un colore accecante. Ero solo una stupida ragazzina, allora. Lo sei ancora. Niente è mai come te l’aspetti. E ci arrivo già donna. Già mamma. Cosa vai a pensare, a ricordare? Non hai più tempo. E’ finito. Non sono mai stata così nuda. In questa vasca. Nel nostro giorno. Nel giorno più bello. Pazza, sono solo pazza. Non è forse questo che hai sempre voluto? No! non sapevo. Non è questo quello che volevo. Che tutto fosse come un sogno. Forse non so più sognare. Non ho mai saputo quello che voglio. Sì! è vero, gliel’ho chiesto io. Lo so che lo voleva. Però. Nemmeno questo. Nemmeno questo ha fatto. Non ho avuto. Non ho dato. Questa è la verità. Arriva sempre il momento dei conti. Niente è stato come dovrebbe. Vorrei avere una vita. Vorrei indietro la mia vita. E le mie lacrime. Tutte. Dimmi almeno: grazie. Il male l’ho pagato col male. Siamo pari. Lo siamo mai stati? Vattene. Per piacere, vattene. Diodiodio! Non guardare i miei occhi con i tuoi occhi. Non dire niente. Ti prego.
“Esci da là, stupida; perché ti amo”.
(finalmente l’ha detto)

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franca1Michele. La vita è proprio solo frammenti. Michele! ma lui è un uomo. Perché dovrebbe accorgersi di me? Di una ragazza come me? Hai visto come lo guarda Enrica? E come lui la guarda? Ma lui le guarda tutte. E tutte lo guardano. Ma io sono solo una ragazza. Non ho conosciuto che ragazzi. Chissà come mi giudicherà? Sarei una pazza a chiederlo. Eppure ha pazienza. Ed è bello parlarci. In fondo mi sembra quasi di capirlo. E poi non è nulla. Sono solo io che mi invento le cose. Siamo solo colleghi. Amici. Niente di diverso. Mi fa sentire donna. Importante. Ha attenzioni per me. Quando parlo pare ascoltarmi. E lui è un uomo; non come me. Forse vorrei non esserci. In fondo non è la prima volta. Ma perché ci vengo? E perché con me? E’ che… Come facevo a dirgli di no? E poi perché? Sono solo fisime. Una volta come le altre. Semplicemente una volta ancora. In più. E’ in me se c’è qualcosa che non va. Forse è perché non so nemmeno io ancora cosa sono. Cosa voglio. Eppure cos’ho che va? E cos’ho che non va? Dai che lo sai. Un poco, lui, ti incuriosisce. Perché è di quel mondo che vorresti diventasse il tuo mondo. Degli altri infondo, non mi importa. Dei commenti. Certo che la cosa mi imbarazza. Vorrei che non fosse. Ma forse anche lui mi vede bella. Casa vuol dire essere bella? Cresci ragazzina. Le cose non vanno mai come vorresti. E’ tempo di lasciare i sogni. Prima che siano loro a lasciarti. Infondo hai lasciato tante cose. E prima di lasciarle non te lo sei chiesto. Sono solo cose. Dopo non sono che passato. Cosa rimane? E poi quali sogni? Cosa t’hanno dato; i sogni? Come bolle. Si son dissolti al mattino. Non ero pronta ad essere grande, allora; con lui. Non lo sono ancora. Quella paura. Non era quello che volevo. O forse non con lui. Certo che io la volevo, quella libertà. Era un prezzo troppo alto. Sentirsi soffocare e nemmeno sapere di cosa. Cosa dice?
Posso darti un bacio”?
Continua a guidare. Perché? Ti sembrano domande? Vorrei non l’avesse fatta. Sei proprio una stupida. Cosa ti aspetti? Rispondigli. Non serve. Lo capisce da solo. Perché dovrebbe fare differenza. Parla già il mio silenzio. Miodio, gl’occhi. Vorrei non glielo dicessero, gli occhi. Che non capisse che ormai lo voglio anch’io. In fondo che cos’è? Solo mostrarsi una stupida ragazzina? Che sarà mai? E poi sono di quelle domande. Lui la sa già la risposta. Forse le donne rispondono. Forse lui si aspetta… Non ha bisogno. Non aspetta. Gli anni passano anche per te, bella mia. Però sa un buon odore. Vorrei sentirmi le sue mani addosso. Devi esserti impazzita. Non può essere così; senza nemmeno una promessa. Quasi solo curiosità. Spero finisca subito. E ha quel distacco. Quasi una indifferenza. Se non fosse lui me ne sentirei colpita, offesa. Che senso ha un bacio che non è un bacio. Un bacio come questo. E’ solo cercarsi le labbra. Frugare distrattamente nell’altro, pensando ad altro. Vorrei fuggire. Essere adulti è essere uguali. Non può essere imbarazzato. Sono io, quella. Scusami, conosco solo un ragazzo. Ma non era diverso. E non lo conosco più, quel ragazzo. Non so nemmeno se lo conoscevo. Non lo voglio ricordare. Nemmeno ha più un nome. Era tutto sbagliato. E’ stato meglio così. Non mi va di pensarci. Hai ragione, Michele: era tronfio con la sua divisa. E con quella sua aria. La sua arroganza. Un piccolo padreterno. Ad aspettare fuori. Eppure non lo dovresti dire. Non tu. Forse tu non puoi sapere cos’è essere ragazzi; giovani. Tu sei di un’altra generazione. Forse gli uomini sono uomini così. E che il mondo gli aspetti; gli uomini. Eppure mi sono sentita distaccata. Come se non mi appartenesse. Come fosse un’altra. Ti prego, metti in moto. Torniamo. Mi sento confusa. Non sono nemmeno riuscita ad abbandonarmi, tra le sue braccia. Che si sia accorto che ero imbarazzata? In fondo non lo può sapere che per me è importante. Ma è importante; veramente? Non è stato diverso dalle altre volte.
Per te cosa vuol dire”?
Gli devo essere sembrata proprio una sciocca. Ti sembrano domande da fare? Eppure vorrei che mi rispondesse. Mi imbarazza questo silenzio. E questa strada che sembra non finire mai. E vorrei essere già a casa. Che senso ha tutto questo? Ma domani è un altro giorno. Ci si ritrova come sempre. Ci si ritrova in ufficio. Sarà un giorno come un altro. In fondo che cos’è un bacio? Un semplice bacio? Le cose le complico io. Cosa può essere per uno come lui? Non molto più di nulla. Certo che era una domanda proprio stupida. Tanto per farsi riconoscere. E lui è un uomo, e un uomo sposato. Meglio così. Almeno resta niente. E mi sento più libera. Non ho nemmeno il dubbio per sognare. Pare così sicuro di sé. Dovrei sentirmi in colpa? Però avrei creduto fosse più bello. In fondo non è stato che un bacio. Uno stupido bacio. Anche distratto. Frettoloso. Senza trasporto. Forse curiosità di sapere se sapevo baciare. Ma cos’è un bacio? Io non so se so baciare. L’ho mai imparato veramente a fare? In fondo non mi ha dato niente. Eppure lo avrei pensato migliore. Credo ci possa essere di più. E questa strada non è che una stupida strada. Ma non si può continuare a baciare cercando di trovare il bacio. Quello che ti fa sognare. E forse le cose sono solo così. E un bacio non è nient’altro che un bacio. Ma dev’essere bello fidarsi della sua fiducia. Sentirsi sicure. Perché lui è sicuro. Eppure, in quel momento, non lo sembrava. Sembrava anche lui come lui. Quasi come me. E’ solo un attimo. Quasi senza sapore. Eppure tutto questo silenzio. Il frastuono di questo silenzio. Non sono certa di capire i suoi gusti. Forse è solo che non sono il suo tipo. Lui è così maturo. Io non lo sarò mai. Io con le mie stupide letture. Il mondo è reale. E’ quello che ti trovi davanti. E’ quello che ti mettono di fronte. Non so se sono mai stata quella ragazzina. Non ci voglio pensare. E non mi posso legare, come non lo potevo fare. Niente torna indietro. Ho bisogno ancora di vita. Però vorrei che mi dicesse una cosa carina. Anche solo almeno: ci vediamo domani? Certo che ci si vede. Ci si vede tutti i giorni; stupida.

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