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Posts Tagged ‘peccato’

Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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Oggi, 4 settembre 2009
bustaLe cose, a volte, si sanno solo dopo; nel tempo. Il tempo di quando non si ha più tempo. Nel tempo fuggito. Nel tempo rimpianto. Quella lettera mai scritta, o l’altra lettera, arriva da lontano. Porta sapori lontani. Porta persone lontane. Forse nemmeno persone, solo ricordi. E, a tratti, persino vaghi. Ragazzi. Bastano poche parole. Anche meno. E’ facile avere 20anni. E’ difficile vivere e correre, a 20anni. Sapevo solo di non sapere. Niente era ancora definitivo. Ora so cosa non sapevo allora. Nessun peccato. Se c’era un appuntamento nessuno l’ha tradito. Se c’era un appuntamento credevo fosse con la vita; con la storia.
Un mondo che corre. Il fiato corto da ragazzi. Non ero pronto ad amare. Credevo di non esserlo. Non lo eri tu. Eppure guardarti è sempre stato un’emozione. Forse, col senno del poi, non ti avrei fatto quegli auguri. Forse ti avrei dedicato una canzone¹. Un’altra canzone da ricordare. Ho una canzone per ogni occasione. Non potevo farlo. Non c’era ancora, quella canzone. Avevamo già una canzone². Una canzone per noi. Diceva quello che non potevamo capire. Diceva che avevamo un appuntamento. Che non era un addio ma un lungo arrivederci. E quella canzone è rimasta. Un messaggio a cui non abbiamo prestato abbastanza orecchie. Una canzone che si sarebbe fatta ricordare. Una canzone come un ammonimento. Una canzone e un dolore. Come una sofferente nostalgia. Come una ribellione agli anni. La pazza idea di restare quello che eravamo. Di poter non invecchiare. E non ho imparato a non amarti. Ci sono parole talmente difficili da dire. Così dolorose. Quasi impossibili. Tanto varrebbe non dirle. Ma questo è già stato detto. E cos’è un bacio? Del resto poco importa.
Michele


1] E’ sempre più difficile postare musica con Youtube, poi te la rimuovono. Non penso sia pirateria ma promozione. Comunque sostituisco il video di Youtube:
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/AmoreCheVieni.mp3”%5D
2] Patty Pravo: Se perdo te.

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fulmineBella associazione. Non sapeva chi era peggio. Secondo Lui il problema era nato da subito. Non si capacitava ancora, probabilmente erano stati quei quattro, cioè Michele, Gabriele, Raffaele e Uriele; tanto per non far nomi. Chissà cosa gli avevano portato. Tanta fatica per nulla. E ora pareva solo colpa sua. Lo aveva già detto che gli sembravano degli incapaci. E lasciavano piume da per tutto. Se n’era trovata una a letto che gli aveva fatto passare male la notte. Non aveva fatto che rigirarsi prima di capire la causa di quel prurito.

Stava pensando che un’altra volta la sua storia sarebbe stato meglio se la scrivesse da sé. Comunque sulla Creazione era meglio che ci parlasse, con quelli. E anche con quelli altri; soprattutto. E che la smettessero di tessere le proprie lodi. Di farsi belli con nulla. Cos’era ‘sto periodo geometrico? Della cosa era certo, ma con quelli… Continuava a rimandare. Restiamo nel seminato. Era solo che… tutti lo fanno acciglioso, altero, incazzoso. Niente di meno vero. Lui, invece, avrebbe piacere ci fossero occasioni per poter ridere; per un po’ di leggera e sana allegria. Ma più ci pensava meno trovava qualcosa di cui stare allegro o, almeno, qualcosa di buffo.
Le cose si possono anche capire. A volte non si possono proprio giustificare. Il pomo non era più là. Ma non era tanto per una mela. Era una questione di principio. E poi non era nemmeno una mela. Mica stava parlando con dei ragazzini. In quel caso avrebbe usato una favoletta del cavolo. Aveva cercato di fare piano. Non c’era riuscito. Aveva quel passo pesante. Va bene che era puro spirito, ma mica era un fuscello, Lui. Avevano fatto a tempo a nascondersi, ma non ci si può nascondere per l’eternità. A Dio. “Venite fuori”. Era stanco di quel gioco prima ancora di cominciare. Che non facessero i bambini. Lui aveva da prima cercato di fare l’uomo. Scusa banale. Si parla di quel bell’imbusto di Adamo. Bello poi. Diciamo originale. Poi lui a dare la colpa a lei. Lei all’altro. C’era da aspettarselo. Anche se erano i primi sempre uomini erano. Uomini e serpente. Una coppia e un serpente. Non sapeva di chi fidarsi meno. Certo che a prendersi la responsabilità rode a tutti. E presuntuosi erano presuntuosi. Forse era umano. Erano sempre stati nudi e adesso facevano a meravigliasi di vederlo. Secondo Lui lo facevano apposta. L’aveva già detto. O almeno l’aveva pensato. Per Dio pensare e dire non rappresentava poi una grande differenza. Il suo era pensiero di Dio. La loro non era che una semplice scusa. Anche banale. E goffa.
Spiegarlo al serpente era l’impresa. Alla fine ci rinunciò. Come fai a parlare con uno così. Come quello. Ci provi chi vuole, a parlare con un servente. Standogli sempre ad una certa distanza. Perché fidarsi e bene. Meglio non farlo. Si chiese se s’era ricordato di dargli orecchie. Si chiese se serviva proprio il serpente. A che serve? Forse avrebbe fatto una lista. Magari più avanti. Non era l’unico, il serpente, che sarebbe stato bene rifare. Magari con le gambe. O al limite cancellare. A dire il vero sarebbe rimasto ben poco di tutto il suo lavoro. Ma per il serpente una soluzione si sarebbe trovata. Per il momento lo lasciava a strisciare senza gambe. Poi qualcuno sarebbe venuto. Meglio una donna. Quello aveva rincitrullito Eva. La storia del potere. Quella dell’intelligenza. Pensò che sarebbe stata una donna a fargliela pagare. Si sarebbe organizzato. Certo che a trovarne una adatta non era cosa facile.
* Comunque ad Adamo fischiavano le orecchie per quella storia che era stato il serpente a sedurre Eva.
Non gli era proprio venuto in mente che si potesse trattare di uno dei soliti travestimenti. Il serpente o faceva perfettamente lo grorri o non aveva capito che stava succedendo o. Adamo non se ne dava completamente pace. Dio nemmeno sapeva perché continuava a tornare a pensare a quella storia. Che si arrangiassero da soli. Non avevano voluto ascoltarlo. Che se le faticassero le cose. Tutti son buoni a nascere da una costola di re. Fare i figli di Papà. Prendi quello. E poi quello. Si erano trovati le cose già bell’e fatte. Proprio come quei due. Mica come Lui. Lui aveva fatto tutto da sé. Persino sé stesso.
Ma in fondo Lui non era come lo descrivono. A vederli nudi gli metteva pena. Provvide loro anche per quello. Il tempo si stava facendo pungente. C’era una certa arietta quel giorno che non prometteva niente di buono. Alla fine si scocciò anche Lui, preferì non pensarci più. Andò al bar con gli amici, ora che li aveva; naturalmente al bar da Clara, a prendersi un caffè e a parlare. Sapeva ancor prima di partire che non sarebbe riuscito ad evitare l’argomento. Meglio affrontarli subito i pettegolezzi. E poi meglio che star lì a piangersi addosso. Perché le lacrime di Dio creano disastri. Quando piangeva Lui piangeva tutto il cielo. Altro che quello che lava le botti.


Fai attenzione, caro lettore, e lettrice, che qui fa capolino, per la prima volta la Madonna.

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