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Posts Tagged ‘pensiero unico’

Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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