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Posts Tagged ‘personale’

acrilico e tecnica mista su cartone telatoIo… Lei basta sdolcinature, basta rimpianti. Abbracciati avevamo bisogno di una nuova canzone. Non è mai stata la musica a mancare nella nostra vita. E allora… mi ripeto:
Gino Paoli: Averti addosso [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Avertiaddosso.mp3%5D

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Era bellaNo! non erano cambiati. Certo erano invecchiati. Più di quarant’anni non passano indolori. A Giovanni gli si inumidirono gli occhi. Quel piccolo uomo dalla voce bassa e roca era pieno di parole. Letteralmente straripavano. Anche se lui era un uomo di parole non aveva mai avuto bisogno di usarne così tante per così poco. Per parlare della sua meraviglia. Naturalmente Alvise taceva. Non è mai stato uno che ha un gran bisogno di parlare. Se ne stava in silenzio come troppo preso da chissà quali pensieri. Il suo bacio a Marinella non ha perso quella tenerezza. E poi tutti intorno a Rossana. E poi tutti intorno a me. Fino a farmi mancare il fiato.
Gabri non sa tacere, probabilmente aveva ancora la sua fantasia in testa. Eravamo tutti lì. Non proprio tutti. Mancava lui e qualcun altro. Nel suo caso semplicemente nessuno lo aveva invitato. Non per un riguardo a me, non ce ne sarebbe stato motivo. Tutti avevano il proprio motivo e tutti per quello che aveva fatto a Lei. Infondo tutti l’avevano amata Rossana. Tutti a modo loro e tutti nello stesso modo. Amata e ammirata. Forse ancora l’amavano. Ma per loro eravamo sempre stati noi la coppia. Ed eravamo tornati a sorridere in quel modo. In quel modo a guardarci negli occhi. “Giovanni, non per me”.
Per tutti noi eravamo restati noi. Non si stupivano. Ci tenevamo per mano, come due ragazzini, come allora. Non c’era stupore nei loro occhi. Ed eravamo rimasti gli stessi. Ancora tutti comunisti. Lui no; naturalmente. Lui si era fatto la barca. Aveva preso dell’idea quello che gli era tornato utile. Era l’unico ad averci guadagnato. Era l’unico che ora ci sputava. Un padano in più. Il coglione di sempre.
Allora chi l’avrebbe detto. Si mascherava che sembrava come gli altri. La mia copia ripulita. Lui. Il più amico tra gli amici. Quello che continuava a studiare. Quello che le bravate non le faceva. Che non faceva le cazzate. Quello che aveva promesso di stare vicino alla donna dell’amico. Quello che alla fine gli era stato fin troppo vicino. Per poi girare le spalle a tutti. Per poi, come sempre, sputare anche in quel piatto. Per me era stato solo passato. Eravamo ragazzi. Non avevo altre risposte. Non le avevo cercate. Adesso era diverso. A guardarla mi mancava nuovamente il fiato.
Non so perché”.
Certo non era più lei. Non sembrava più la stessa. Ingrassata. Invecchiata. Velatamente impigrita. Qualche filo bianco tra i capelli. Il colore ritrovato grazie al parrucchiere. Chiaramente intristita. Sudata. Il caldo è arrivato presto, quest’anno. Come sempre senza farsi preannunciare. Ma gli occhi avevano ancora quel fascino. La voce, dopo un primo momento, era la sua. Raccontava ancora le sue storie. Quelle emozioni. “Non ha nessuna importanza”.
Cose da ragazzi, avevo pensato. Continuavo a pensarlo. Non gli avevo mai dato importanza. Succede. E’ nelle cose. Ma quella ragazza rossa, la mia Rossana, non ero più riuscito a scordarla. Non ce n’era mai stato bisogno ma ora lo sapevo con certezza. Inutile cercare la ragione. Mi batteva il cuore. Si stringeva lo stomaco. Girava il soffitto. Ancora. Mi ero sempre portato con me quel ricordo dolce. E il suono dolce e amaro della nostra canzone. Di quelle parole. Di quel dolore. Dio com’era sempre stato difficile ascoltarla, quella canzone. E poi l’odore del profumo e un sapore di tenerezza. Perché non ho creduto abbastanza a quella canzone?
Era rimasta quello che era stata con me. Quello che era stata per me. Quella ragazza. In quell’amore da ragazzini. Un amore che non voleva trovare pace. Eppure una vita era passata. Una vita per tutti. Fatiche e prove. Gli altri erano rimasti assieme. Non succede spesso. Non succede quasi mai. Ma in fondo non avevo chiesto. In fondo non volevo sapere. A che mi sarebbe servito quel perché? Lei sembrava avere il bisogno di dirmelo. Di confessarlo. Si rendeva improvvisamente conto di doverlo fare. Di avere sempre sperato di poterlo fare. “Non mi ha lasciato ricordi. Non so perché. Ho scelto lui e pensavo a te. Continuavo a sognarti. Avrei voluto che restassimo almeno amici. Mi sei mancato”.
Non li aveva potuti conservare. Non li aveva voluti ricordare; i ricordi. Volevo crederle. Le credevo. Se non l’avesse fatto avrei sperato che me lo dicesse. C’è sempre il bisogno di credere in qualcosa. Non lo avrei mai immaginato. Non credevo che finisse così. “Lui non lo voleva né poteva e forse non ci saremmo riusciti”.
Avrei provato in qualsiasi istante la stessa voglia di baciarla. E i baci sarebbero stati la meraviglia che erano stati. Che sono. Che ricordavo. Mi sentivo colpevole. Colpevole per aver fatto di tutto perché loro potessero essere felici. Persino, povero stupido, perderla. Spingerla tra le sue braccia. Starle distante. Ora sembrava tutto così assurdo e lontano. Eppure tutto tornava. Anche quello che avevo ignorato. “Forse hai ragione. Lo so che è colpa mia. Sai, poi è diventato geloso. Si è mostrato presuntuoso. Le donne erano niente. Nessuno era come lui. Forse non gli importava di me. Tranne perché ero la tua donna. La donna di Michele. Mi ha tolto l’aria. Gli amici. Tutto. Alla fine anche i sogni. Mi ha lasciato solo la paura. E un grande vuota. E solo sfiducia. Sfiducia di me. E poi non poteva accettarlo. Accettare di essere lasciato. Proprio lui. Alla fine mi ha anche minacciata”.
Lui quella storia me l’aveva raccontata diversa. La sapevo diversa. Poi sapevo le altre storie. Anzi non le sapevo. Sapevo solo poche cose. E supponevo. La temevo triste. La speravo felice. Avevo cercato di liberarmi di lei. Non ne avevo più diritto. Avevo altre cose. Altri obblighi. Cristo se ne ho sempre avuto bisogno. Non si sa mai perché queste storie vanno così. Perché certe storie non finiscono mai. E poi, ora, quello che non avevo voluto vedere non potevo più ignorarlo. Improvvisamente avevo qualcosa da rimproverargli. E non potevo perdonarlo. “Non so perché. Me ne sono sempre sentita colpevole. Mi sono portata dietro un rimorso”.
Lo trovavo stupido. Trovavo stupido che si potesse rimproverare qualcosa. Io mi ero rimproverato tutto. Fin troppo. In modo che bastava per due. Ma lui allora era il mio più grande amico. Talmente grande da vederlo senza dubbio migliore di me. Più adatto a lei. A darle quello che si meritava. Non tornava più nessuna tessera di quel puzzle. Perché nessuno mi ha detto nulla? La verità era che nemmeno lei lo sapeva. Così mi sono reso conto che un poco, all’improvviso, mi infastidiva pensare che era stata tra le sue braccia. Gli altri naturalmente non avevano nessuna importanza. Era dopo una storia finita.
Di lui, irrazionalmente, provavo ora fastidio. Il male che le aveva fatto non si potrà mai cancellare. Mi promettevo in cuore di provare a farlo. Era stato meschino. Era solo un tipo meschino. Aveva presto scordato le promesse che mi aveva fatto. Allo stesso modo quelle fatte a lei. Era diventato quello che era sempre stato. Così diverso da noi. Così diverso da quello che si fingeva. Si può odiare con tanto ritardo?
Non so odiare. Provavo la cosa più simile che conoscevo a quel sentimento. Perché lui, l’amico, non se ne era innamorato. L’aveva corteggiata. Irretita. Illusa. Aveva recitato. E intanto mi raccontava di come lei mi amava. E di come lui era rispettoso di quel nostro sentimento. Si era fatto vittima. Aveva mosso e toccato l’animo di lei. Lui che non aveva conosciuto il vero amore. Perché le donne ci credono sempre a queste cose? Perché debbono correre in soccorso? Aveva cercato di cancellare in lei anche il ricordo di me. Ero solo un sognatore e sognare è stupido. Da stupidi. Comincio a nutrire qualche volta il sospetto che sia proprio vero che il migliore amico dell’uomo è il cane.
Glielo dico: “Ti amo”. Mi guarda come se non conoscesse quella parola.

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L’altro che viveva nel suo corpo si era guardato allo specchio senza notare alcuna differenza. Ancora non lo sapeva, oppure non si era reso completamente conto. Non voleva. Sarebbero bastati pochi attimi. Quando lo aveva messo alla porta si era sentito morire. Così aveva creduto. Proprio di morire. Aveva provato persino una specie di dolore fisico. Di mancanza di respiro. Prima di asfissia. Poi una pressione sul petto. E aveva ricordato. A pensarci tutto appariva così strano.
Si era svegliato il mattino seguente guardandosi intorno. Lo ricordava nitidamente. Ai muri erano appese brutte stampe, probabilmente ricavate da qualche rivista; sbiadite. Non c’erano i suoi quadri. Non c’erano nemmeno i suoi libri. A guardare meglio non c’era nemmeno la libreria. Al loro posto un intonaco screpolato e muffito, scandalosamente nudo. Assurdamente bianco, come un bagliore iridescente ed irriverente; che accecava. E c’era invece la televisione. Quel televisore piccolo senza telecomando che era rimasto acceso. Non avevano mai voluto il televisore in camera. Già! non era casa sua. Non ci voleva molto a capirlo. Solo che si era appena svegliato. Era ancora in precario equilibrio con la notte, anche se fuori il mattino di giugno era fin troppo chiaro. Ma lui era ancora in precario equilibrio con quell’onirico e con l’illusione. Non aveva fatto caso, quello no! che accanto al lui, nel letto, non c’era la sua presenza. Ma era da tempo, da molto tempo, da quando ancora c’era che non c’era. Non c’era veramente. Si rintanò comunque nel suo angolo. La cosa non funzionava più.
Si era acceso una sigaretta. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Niente gli impediva di fumare in quella stanza. Addirittura a letto. Stanza? Casa? Non lo era. Non la sentiva come una casa. Non certo sua. Era solo un buco. Un buco destinato inevitabilmente a stargli sulle palle, anche se provvisorio, perché gli avrebbe ricordato. E lui non voleva; non voleva ricordare. E cercava di mettere ordine nella sua mente. Aveva l’impressione di non riuscirci. Di non fare troppi progressi. Ma il peggio era stata la prima notte. Aveva rimandato il possibile prima di rientrare. Strano verbo per descrive il gesto di chiudersi dietro la porta di un appartamento nel quale era entrato per la prima volta solo quel pomeriggio di disperazione. Aveva preferito cenare fuori che mettersi ad improvvisare una cena senza voglia. Magari mettere due wurstel sul fuoco. Impanare un petto di pollo. Era rientrato e si era messo a letto credendo di dormire. Il buio gli aveva messo paura. Quel silenzio. Una strana paura. Continuava a dirsi che non aveva più l’età per temere il buio. Si ripeteva che lui non era mai stato il tipo da aver paura. O almeno non ricordava l’ultima volta. Era passato troppo tempo che rammentarsene. Si era alzato a farsi il tè ormai consapevole che sarebbe stata una notte lunga e senza riposo. Girando su e giù per quei pochi metri quadrati. Andando alla finestra. Eppure era stata una fortuna trovare almeno quello. Almeno aveva un letto; per quando duro ma un letto. Poi, dopo innumerevoli tentativi, s’era assopito che già faceva chiaro.
Da quei ricordi non erano passati che pochi giorni, ma sembravano una vita intera. Si era abituato presto a tutto. Fin troppo in fretta. Non gli sembrava vero. Era stato fin troppo occupato da tutte le cose che doveva fare. Tutto era un’emergenza. Aveva dovuto fissare le maniglie dell’armadio perché non gli rimanessero in mano. Quel mini arredato era privo di tutto. Persino dello scovolino da bagno. Persino dello stretto necessario. C’era una pentola invalida d’un manico, ma nemmeno un tegame. Due bicchieri due. La tazza per il caffelatte del mattino se l’era fatta prestare. Il calendario appeso risaliva a due anni prima. La luce del frigo era spenta, e quel frigo versava acqua su quel linoleum e c’era finito dentro. E poi, dal primo momento libero, si era tuffato negli acquisti. Metodicamente. E quello gli aveva impegnato la mente. Era per quello che non ci aveva pensato prima. Doveva ordinare i mobili per quell’altro mini; quello che sarebbe stato suo dopo il rogito. Certo non aveva capito quella fretta. Tanti anni assieme e poi anche un giorno in più era stato troppo. No! non la riusciva proprio a capire. Aveva dovuto ricomprare quasi tutto. Stoviglie, bicchieri, tovaglie, lenzuola; gli sembrava di non aver scordato nulla. Eppure, a pensarci, doveva ammettere che era stata anche generosa. A volte va anche peggio. Solitamente va anche molto peggio. Lei invece gli aveva dato la sua parte del loro vecchio appartamento. La sua parte di una stima fatta da lei. Gli era bastata assieme al mutuo. Cosa contava il resto. Era finalmente fuori. Fuori da quell’incubo. Eccola la verità. Davanti ai suoi occhi. All’improvviso. Un attimo prima si sentiva perso. Un attimo dopo, passata quella porta, aveva provato uno strano senso di liberazione. Come quello di un passato che si lasciava definitivamente alle spalle. Di cui si liberava. Che restava dietro quell’uscio che si chiudeva. Anche se ne restavano imprigionati tutti i suoi ricordi. Ma quelli, i ricordi, avevano smesso di fargli del male. E in quei giorni, in cui non aveva avuto il tempo di riflettere, si era occupato solo di sè. Aveva dovuto fare tutto da solo, come non faceva da quando era ragazzo, cioè da prima, forse da quando s’erano sposati. E aveva dovuto farlo facendo attenzione anche alla più piccola spesa.
Ora non aveva più nemmeno una foto, era come non fosse mai esistito prima di quel giorno. Come non fosse mai esistito nulla. Eppure si sentiva inaspettatamente bene. Assopito in un senso di leggerezza, di soffusa soddisfazione. Persino di appagamento. Le cose che aveva acquistato erano ancora imballate. Era vissuto tutti quegli anni sotto l’ala di lei. Protetto. Lasciandole le scelte, almeno quelle vere. Quello che era successo l’aveva costretto a riprendersi la sua vita. A fare. A decidere; da solo. Non era certo quello che lei forse aveva pensato, e nemmeno lui l’avrebbe creduto, ma quella donna, con quel gesto, gli aveva restituito la vita. Era rinato. Si affacciò alla finestra per ringraziare lei e il mattino. Poi si accese una sigaretta e si affrettò per tornare la lavoro.

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Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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Oggi, 4 settembre 2009
bustaLe cose, a volte, si sanno solo dopo; nel tempo. Il tempo di quando non si ha più tempo. Nel tempo fuggito. Nel tempo rimpianto. Quella lettera mai scritta, o l’altra lettera, arriva da lontano. Porta sapori lontani. Porta persone lontane. Forse nemmeno persone, solo ricordi. E, a tratti, persino vaghi. Ragazzi. Bastano poche parole. Anche meno. E’ facile avere 20anni. E’ difficile vivere e correre, a 20anni. Sapevo solo di non sapere. Niente era ancora definitivo. Ora so cosa non sapevo allora. Nessun peccato. Se c’era un appuntamento nessuno l’ha tradito. Se c’era un appuntamento credevo fosse con la vita; con la storia.
Un mondo che corre. Il fiato corto da ragazzi. Non ero pronto ad amare. Credevo di non esserlo. Non lo eri tu. Eppure guardarti è sempre stato un’emozione. Forse, col senno del poi, non ti avrei fatto quegli auguri. Forse ti avrei dedicato una canzone¹. Un’altra canzone da ricordare. Ho una canzone per ogni occasione. Non potevo farlo. Non c’era ancora, quella canzone. Avevamo già una canzone². Una canzone per noi. Diceva quello che non potevamo capire. Diceva che avevamo un appuntamento. Che non era un addio ma un lungo arrivederci. E quella canzone è rimasta. Un messaggio a cui non abbiamo prestato abbastanza orecchie. Una canzone che si sarebbe fatta ricordare. Una canzone come un ammonimento. Una canzone e un dolore. Come una sofferente nostalgia. Come una ribellione agli anni. La pazza idea di restare quello che eravamo. Di poter non invecchiare. E non ho imparato a non amarti. Ci sono parole talmente difficili da dire. Così dolorose. Quasi impossibili. Tanto varrebbe non dirle. Ma questo è già stato detto. E cos’è un bacio? Del resto poco importa.
Michele


1] E’ sempre più difficile postare musica con Youtube, poi te la rimuovono. Non penso sia pirateria ma promozione. Comunque sostituisco il video di Youtube:
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/AmoreCheVieni.mp3”%5D
2] Patty Pravo: Se perdo te.

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Anello18 maggio 1951. Allora non potevo sapere. Non potevo sapere che oggi ti avrei dedicato, ancora una volta, la stessa vecchia nuova canzone. Oggi lo so.

Gino Paoli: Averti addosso

PS

da una pagina di diario (ricordi di un compleanno):

Mastico lacrime e saliva, vorrei urlare ma non essere sentita.

Non sarà una notte facile questa.

… Patty Pravo cantava, L…… sorrideva con D……, e io e lui a perderci e ritrovarci, INinterrottamente, ed io e la mia maledetta paura di arrivare a casa, e a pigliarci disperatamente sempre più, senza la speranza di un domani, e sapere che viene anche l’ultimo minuto e sapere che arriva anche l’ultimo giorno, un ultimo bacio che non si vuole ricordare e un Ciao maledetto che mi lega a lui più di un “ti amo” mai detto.

Un “ti amo” detto da lui può produrre uno scatto di incredibilità da parte mia. Quando ricomincerà il mio futuro? sto aspettando il dono di un sorriso, ho voglia di vivere, ho voglia di piangere, di amare, di dare felicità, di essere felice.

18 maggio 1968

PPS

Oggi so. Oggi sai. Oggi non è più tempo per il pudore: TI AMO.

Ti siano leggeri i giorni come le carezze.

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