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Posts Tagged ‘personalità’

Le donne sono sempre state affascinate dagli artisti, soprattutto dai pittori. I loro occhi restano incatenati alla mano che sta tracciando il disegno, come se fosse una sorta di magia. Trattengono persino il respiro. Aveva detto di essere di fretta, tutta trafelata, e di chiamarsi Veronica. Nemmeno il tempo di reagire e lei era già dentro a guardarsi intorno. Ho provato a spiegarle che non sono quel genere di pittore, ma lei si era già spogliata nuda a chiedermi dove e come si doveva mettere. Gran bella donna e son rimasto senza parole. Non ho potuto che munirmi di carte e penna e scarabocchiare il foglio cercando di assumere un aria credibile. Le ho fatto anche un centinaio di foto digitali, precisamente centosettantatre, giustificandole col fatto che volevo fare degli altri “Bozzetti”. Proprio così le dissi perché quello mi venne e non è che fossi proprio completamente padrone delle mie facoltà. Mi sentivo confuso ed ero molto incantato. Alla fine cercai di giustificare quel mio immenso pressappochismo, alla fine sarebbe venuto bene; non si può giudicare un opera dai primi tratti preparatori. Avrei dovuto aspettarmelo, dopo lei volle mostrarmi tutta la sua riconoscenza. Non dovette troppo insistere ma penso che voleva dimostrarmi anche tutta la sua vanità. Devo dire che avere da ridere sarebbe uno sproposito. Certo è stato un fastidio tutt’altro che meno ingombrante e sicuramente minore di quello di tale Alvisia che mi è venuta a trovare con il suo gatto per fargli fare da me un ritratto. Anche lei, alla sua bella età, dopo voleva darmi tangibile testimonianza della sua riconoscenza. In quel caso pietoso riuscii a inventarmi una scusa plausibile senza troppo deluderla. Poveretta, sta ancora aspettando una mia telefonata. Con Veronica invece sarebbe andato tutto liscio, ma prima che uscisse temo d’essermi tradito perché mi sono offerto di rinfrescarle la cucina. Spero non se la sia presa e che richiami, quando il marito è fuori. Non posso nemmeno darmi la colpa di aver approfittato di un equivoco, ha fatto tutto lei e tutto così in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo di parlare. Comunque mi son rimaste le sue foto che rigiro tra le dita: proprio una gran bella donna.

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Nonostante il mio titolo di studio, il mio passato di lavoro e le mie referenze, mi ero dovuto accontentate; è imbarazzante lo so. Eppure si sa come vanno le cose oggi giorno quando si ha bisogno e allora dovevo pur mangiare anch’io e far mangiare la mia famiglia, perché io tenevo famiglia. Così mi presentai per quell’annuncio; certo sostai a lungo davanti a quella porta col dubbio che il campanello non avesse neanche suonato e anche se in verità cercavano una collaboratrice domestica, nel senso di una domestica di sesso femminile, se cioè si aspettavano di vedersi presentare una donna, e la signora me lo disse senza riguardi, nonostante le parole che si imbrogliavano, ma alla fine mi assunse; e così presi servizio.
Il lavoro in quella casa, anche se completamente nuovo per me, non dimostrava particolari difficoltà e a dispetto di qualche impaccio iniziale riuscii ben presto a prendere in mano completamente la situazione. I padroni erano esigenti ma ne ero contento perché era un modo per riconoscere il mio lavoro e ben presto furono completamente soddisfatti di me. La casa era grande ma poco alla volta imparai e riuscii a fare tutto anche senza affannarmi.
Erano spesso fuori: il signore per lavoro, doveva essere bravo in quel suo lavoro, la signora (era una donna bella ed elegante, molto fine) probabilmente perché odiava starsene seduta in casa con le mani in mano semplicemente ad aspettare. Certo i consigli di mia moglie mi erano stati preziosi sia per quanto riguardava le pulizie, sia per il lavare e stirare (quello che all’inizio mi chiedeva di più), sia soprattutto per il mangiare; e ancora ricorrevo ai suoi suggerimenti. Godevo di grandi libertà e presero a fidarsi completamente di me. Dopo un paio di settimane la signora mi disse che aveva voluto anche vedere come me la cavavo in caso di improvvise necessità e che quelli non erano certo compiti miei. Da allora cominciò a venire la cuoca tutti i giorni e una donna per le pulizie, e per lavare e stirare, tre giorni alla settimana.
Questo mi alleviò dei lavori forse fin troppo ma dovevo controllare quel personale e poi provai come mi avessero sottratto una parte di me. Ma bene o male mi ci abituai anche a quelle estranee, più difficile per me era dar loro le direttive; non ero proprio abituato e forse non era nemmeno nella mia indole. Dopo un certo periodo la signora cominciò a rientrare in compagnia e, a volte, quando non doveva aspettarsi il ritorno del marito quegli uomini si fermavano anche per la notte. Ma questo durò poco, fu una cosa passeggera perché dopo alcuni incontri non permise più agli uomini di fermarsi a dormire in casa. Forse all’inizio poteva essersi fatta riguardo di me; questo mi sembrava un poco sciocco.
La cosa non mi riguardava ed io, vinto il primo imbarazzo, cercavo di non farci caso e mi comportavo come se niente fosse. Lei d’altronde era molto naturale e spontanea durante quelle visite e loro erano sempre uomini eleganti, certo del suo ambiente. Naturalmente non ne feci cenno neanche a mia moglie con la quale ormai avevo sempre meno tempo per stare assieme. Una sera, dopo che alcuni di questi uomini si erano susseguiti, la signora cominciò a sentire il bisogno dapprima quasi di giustificarsi (anche se non era proprio il caso) e poi di mettermi in confidenza dei suoi pensieri. Mi disse anche che lo faceva da quando aveva scoperto che il marito la tradiva e sprecava i loro soldi con una specie di ballerina. Eppure quando erano assieme sembrava proprio che si amassero di un tenero sentimento. C’erano romanzi erotici nella libreria e a volte trovavo riviste di quel genere, dovevano essere certo del marito, e allora i miei occhi vi si soffermavano e non riuscivano a staccarsene.
Mi era anche capitato di sorprenderla inavvertitamente mentre si stava cambiando o comunque in libertà, era veramente una bella signora, elegante e con un corpo stupendo. Dopo i primi imbarazzi Lei prese a sentirsi completamente a proprio agio in mia presenza. Io andavo e venivo e Lei non faceva più caso a me. A volte anzi si metteva in libertà, come è giusto in casa propria, senza badare assolutamente a me. E col tempo prese a non farsi molti riguardi di me neanche se non era sola. Un bacio o un gesto di tenerezza non doveva essere interrotto dalla mia invadenza. Una sera trovai alcune di quelle riviste sul comodino; non mi spiegavo come erano arrivate. Il giorno dopo negli occhi della padrona brillava una stana malizia. Avevamo spesso gente per casa; ricordo una volta una donna che venne a far visita con un bimba che per qualcosa che non mi era chiaro sembrava una vecchia nana.
La signora aveva avuto modo di incontrare mia moglie una sola volta quando quest’ultima mi era venuta a cercare sul lavoro perché il piccolo aveva contratto il morbillo. Mi ero scusato di quella colpevole invadenza ed intromissione, non perdonabile nemmeno con le esagerate apprensioni di madre, e le avevo presentate. La signora era stata anche gentile e comprensiva. Le due donne dovevano avere circa la stessa età o almeno non molti anni di differenza eppure com’erano diverse. La signora sarebbe risultata elegante con qualsiasi cosa addosso e poi sembrava che gl’anni avessero contato il doppio su mia moglie la quale capì da sola e non tornò più a disturbarmi sul lavoro. La signora mi chiese poi di mia moglie. Io amavo mia moglie e non avrei saputo dirle mai di no soprattutto quando brillava nei suoi occhi quella strana luce.
Io provvedevo ad aver cura della mia persona il mattino molto presto o la sera molto tardi e lo facevo giù, dove c’era la lavanderia, il garage e le altre stanze di disbrigo, per non disturbare. Una volta, il marito era fuori ed eravamo soli in casa, Lei venne mentre mi stavo lavando, si scusò ma anche disse che non dovevamo imbarazzarci perché infondo anch’io l’avevo vista quasi nuda e che non dovevamo farci caso fra noi. Io pensai che però non era la stessa cosa, ma non lo dissi. Mi spiegò che io facevo completamente parte di quella casa e che Lei non poteva essere imbarazzata con me più di quello che poteva esserlo con qualsiasi altro oggetto di quella sua casa. Lei restò lì a parlare anche mentre mi facevo la barba e aggiunse che avevo un buon profumo e che infondo era giusto, anzi normale, per lei conoscere completamente che persona si era messa in casa. Fece altri complimenti su di me, credo per cortesia. Uscì solo quando ebbi finito di prepararmi e di vestirmi.
Una sera lui rientrò inaspettatamente e Lei non ebbe il tempo nemmeno di uscire del letto; lui se ne andò e non lo avrei rivisto più. La signora non sembrò rammaricarsene molto, sembrò invece quasi risollevata. Le nostre confidenze si facevano sempre un po’ più personali e, anche se non ci feci caso, questo si accompagnò al fatto che sempre più spesso Lei tornava sola e se ne rimaneva a casa a parlare o a godersi la solitudine in tranquillità. Una volta mi disse anche che aveva resistito a stento all’istinto, e alla voglia, di licenziarlo quello stupido; e parlava del marito. Anche se per un brevissimo istante avevo temuto che si riferisse a me e comunque avevo tremato al pensiero che potesse un giorno farlo nei miei confronti.
Se aveva qualcuno per la sera capitava che dovessi fermarmi anche per la notte e allora dormivo in una piccola cameretta che col tempo aveva cominciato a mostrare la mia impronta; lì avevo le cose che mi potevano servire. Lei me lo chiedeva sempre con la massima gentilezza ed ero ben retribuito per questo. C’era ormai familiarità fra noi: Lei era molto gentile e io sapevo stare bene al mio posto: e non mi chiedeva mai qualcosa che non fosse parte dei miei compiti. Lentamente e quasi senza accorgermene portai in quella cameretta quasi tutte le mie cose. Una sera cacciò l’ospite e poi mi raccontò che si era fatto troppo intraprendente, addirittura sfacciato; eppure non era più una ragazzina, e queste cose doveva saperle ma a volte mi pareva di non capirla. Si soffermò persino su alcuni particolari e io cercai di tranquillizzarla.
In quei tempi le mie mansioni erano pian piano aumentate ed ero anche diventato una specie di tutore, se mi è permesso usare questo termine, della signora. Successe che mi chiedesse di aiutarla nello stendere qualche lettera, nella maggior parte dei casi a uomini, e anche che mi chiedesse consiglio su come vestirsi: su come stava meglio o su come apparire più affascinante o, per così dire, più provocante. Non che Lei ne avesse proprio la necessità, lo era naturalmente.
Io amavo la fiducia e la familiarità che mi dimostrava. Una sera, come altre, mi chiese di fermarmi perché aveva ospiti. Lo feci di buon grado, ormai quella era più casa mia di dove abitavo con mia moglie e mia moglie si era ormai talmente abituata alle mie assenze che non mi chiedeva più nemmeno niente. Servii gli aperitivi e una ragazza venuta opportunamente provvide per servire la cena. Non c’erano molti invitati e la serata riuscì a meraviglia. Quella ragazza se ne andò senza curarsi nemmeno di riordinare mentre stavo servendo i liquori, ma mi sentii più tranquillo senza la sua presenza. Alla fine si fermò solo una giovane donna ed io stavo andando a coricarmi quando la signora mi chiamò per un caffè.
L’ora era decisamente tarda; si scusò per ciò. Erano a letto, Lei e quella sua amica intendo, e avevano un atteggiamento molto confidenziale ed erano molto allegre. Chiesi se aveva bisogno d’altro e feci per accomiatarmi. Lei mi disse che forse avevano bisogno d’altro anzi che certo avrebbero avuto bisogno d’altro, e lo dissero con una malizia che fece perdere alla cosa la sua naturalezza per acquistare un significato con non riuscivo a cogliere, e risero entrambe d’un riso grasso e contagioso. Rimasi un po’ imbarazzato e il mio sorriso dovette sembrare leggermente forzato. Erano due splendide donne.
Mi era già capitato di vederla con uomini e questo mi aveva sempre messo enormemente a disagio, nonostante fossi sempre riuscito a nasconderlo; ma con una donna mai. Riportai le tazze in cucina e misi rapidamente in ordine perché non sapevo sopportare di vedere le cose fuori dal loro posto. Ma quella notte sembrava non dovesse riservarmi ancora pace. Venni nuovamente chiamato dalla signora o almeno così mi sembrò. Quando rientrai erano nude entrambe sopra le coperte e si stavano baciando.
Fu l’amica a farle notare la mia presenza. Non ebbero un attimo d’imbarazzo ma Lei parve, per un breve momento, volermi rimproverare: come mi ero permesso di entrare senza essere chiamato e senza bussare? Eppure io avevo bussato ma non mi dovevano aver sentito. Comunque smise quasi subito il broncio che si trasformò rapidamente in allegria e mi chiese ridendo perché non facevo loro compagnia. E maggiormente risero quando chiesi scusa del permesso che mi prendevo e dell’imbarazzo che continuava in me.
Mi dissero che stavano solo giocando. Mi sentii tanto uno sciocco e loro erano due creature eccezionali piene di calore e di curve pericolose. Si rubavano continuamente le mie attenzioni. Alla fine dormii con loro in quel letto ma non ebbi il tempo di dormire molto. Il mattino mi alzai che loro erano ancora immerse nel sonno, dormivano di un sonno sereno e preparai una abbondante colazione. Non potei evitare di rimproverarmi di essermi preso la libertà di addormentarmi in quel letto.
I nostri rapporti non furono assolutamente intaccati da quella notte, io continuavo a stare al mio posto e a mostrare il massimo rispetto verso di Lei. Lei continuava ad essere una padrona comprensiva e gentile e a apprezzare il mio lavoro. Non parlammo mai di quella sera e non ce ne fu motivo. Lei si mostrava molto contenta di me e sebbene non rividi per molto l’altra, l’amica, le serate come quella si ripeterono con un’altra amica. Io ormai non tornavo praticamente più a casa, mandavo a mia moglie tutti i soldi e lei non mi chiedeva altro.
Quegli incontri finirono dopo che un giorno le dissi che quella sua amica era passata a cercarla mentre Lei non c’era. Quella fu la prima volta che la sentii esprimersi in modo volgare e lo fece nei confronti di quella sua amica. Parlò anche della sua ingratitudine e accennò alla mia ma rifiutai energicamente quell’accusa. Infondo avevo sempre fatto il mio dovere e non avrei mai voluto fare nulla che avesse potuto contrariare la mia signora.
In una delle sue tante confidenze la signora mi disse che non poteva continuare così e che aveva fatto tutto quello per me ma che io avevo sempre mostrato di non rendermene conto, quasi come se non fossi interessato a Lei; a Lei come donna, mi precisò. Ma come poteva essere possibile, Lei era una bellissima e gentilissima signora, le spiegai, e il mio unico pensiero era di servirla nel miglior modo possibile. Non volevo altro che Lei fosse contenta di me.
Mi disse che non era proprio quella la parola che aveva sperato che usassi ma fu soddisfatta comunque della mia risposta e anzi si scusò con me di aver potuto dubitare della mia piena fedeltà. Nel frattempo avevo imparato completamente ad accudire a quella casa e la mia piccola stanza era diventata solo mia. Lei ebbe ancora alcuni uomini che voleva farmi credere che dormivano nella stanza degli ospiti. Ma ormai non riusciva ad avere più segreti per me ed era così goffa in quelle sue bugie inutili nei miei confronti. Sapevo benissimo che loro dormivano con Lei anche sé con suo fare più che mentirmi sembrava volermi insospettire. E poi i loro atteggiamenti prima non potevano lasciare alcun dubbio. Ma che motivo avrebbe avuto per giustificarsi così con me? Io non ero che il suo domestico. E non poteva interessarmi nulla la sua vita privata. Inoltre Lei era ormai una donna completamente libera. Non capii perché sostenesse che io non avevo avuto a ridire quasi fosse un rimprovero.
Dopo un po’ mi resi conto come ormai non c’erano più ne uomini ne donne nella sua vita. Certo, alcune sere Lei si fermava fuori fino a tardi e certamente in quelle occasioni aveva i suoi incontri, diciamo così, amorosi; non sarebbe stato possibile diversamente, era ancora una donna bella e giovane e sana e doveva aver ancora il fuoco in corpo e sete d’amore e amore da dare. Allora quando tornava mi diceva che era affaticata e mi pregava di prepararle il bagno e di aiutarla a spogliarsi.
Una sera dopo la televisione mi disse che non aveva sonno, che le sembrava presto per andare a dormire. Mi disse che aveva voglia di fare all’amore, anzi mi disse che desiderava scopare. Io la accontentai non senza protestare. Lei fu stizzita dalle mie rimostranze seppure modeste. Ma poi fu soddisfatta di me e mi perdonò anche quello. Mi guardò con simpatia anche dopo, quando gli dissi, naturalmente con tutta la delicatezza possibile, che mi doveva scusare ma che io non ero, per così dire, uno stallone; che ero un domestico.
Da quella sera Lei non si fermò più fuori, rientrava presto e rimaneva sempre in casa tranne che in occasioni veramente eccezionale che Lei credeva di dover comunque giustificare con me nonostante le avessi specificatamente fatto capire che non lo trovavo ne necessario ne conveniente. Quando desiderava qualcosa mi chiedeva come sempre per cortesia e se si trattava di fare l’amore mi chiedeva anche prima se ne avevo voglia. Come avrei potuto avere mai la minima incertezza nel servirla?
Seppure Lei fosse molto bella, o forse proprio per questo, doveva avere una vera e propria paura di poter essere respinta. Un giorno dovette avere l’impressione che io lo facessi solo per cortesia o ancora peggio per dovere: mi domandò all’ora se desideravo dell’altra compagnia. Forse la mia risposta non le parve completamente sincera, Le avevo spiegato che a me andava bene tutto quello che Lei desiderava, e forse pensò che avevo bisogno di distrarmi perché ormai non uscivo praticamente mai, e fece tornare quella sua amica della prima volta. Decisamente era la più bella delle sue amiche che io avessi conosciuto, era bella quasi quanto Lei. Avevo sempre mantenuto l’impegno preso con me stesso quella prima volta e non mi ero più permesso di dormire dopo nel suo letto.
Quando fu il momento del commiato lo feci esclamando compostamente: “Se non c’è altro Le chiedo umilmente il permesso di potermi ritirare”. Io ci tengo al mio lavoro e alla forma; non mi permetterei mai di mancare di rispetto alla signora ne di prendermi delle libertà che non mi competono. Successe anche che una sera, mi chiedo ancora veramente perché, mi lasciò solo con quella sua amica nella stanza per gli ospiti; anzi quasi ci incoraggiò. Il giorno seguente era molto allegra e mi fece un discorso confuso sul fatto che Lei capiva che per un uomo, soprattutto nella mia posizione, è giusto cambiare per evitare la noia di una minestra riscaldata, sul fatto che non dovevo credere che lei pensasse di avermi comprato e mi chiese se ero stato soddisfatto. Capii dalle sue parole che ci aveva spiati. Mi disse anche che non dovevo lasciarla ma io non avevo mai avuto intenzione di farlo.
Il mio lavoro di domestico è continuato sempre uguale, non uscivo mai ma avevo acquistato molta padronanza di ogni segreto di questo lavoro. In quella casa grande ed elegante, come avrei potuto solo sognarla, non mi mancava nulla: c’era musica, una grande televisione con il videoregistratore, molti libri, anche se io non ho mai letto molto, e poi ero al servizio di una vera signora; della migliore delle padrone. Era a volte proprio la televisione, a volte qualche libro, ad essere un po’ intrigante e un po’ complice tra noi: è successo che mi ha chiesto di sedermi accanto a Lei e che, provocata dal film, la sua bocca ha fatto all’amore con me. Televisione e libri stuzzicavano le sue fantasie.
Qualche sera, quando ne ha voglia, mi chiede per cortesia e sempre che ne abbia voglia anch’io, ma non è mai successo che mi sia sentito di dirle no di fare all’amore. Altre sere mi chiede se ho voglia di compagnia e allora telefona a qualche amica, sempre diversa. A volte lo facciamo assieme tutt’e tre. Altre volte Lei ci lascia soli ma so che ci sta spiando mentre noi lo facciamo e sembra completamente soddisfatta anche di ciò.
Mi chiese molto cortesemente se ero contento veramente di essere al suo servizio, che capiva che per un uomo questo doveva essere un po’, come dire? imbarazzante, e se avevo mai avuto modo di pentirmi per quella scelta. Io mi affrettai a rassicurarla: mi trovavo bene al suo servizio e dopo i primi giorni mi sembrava di non aver mai fatto altro e di non essermi mai trovato così bene come con Lei. Mi chiese di mio figlio. Non potevo che ringraziarla perché era merito suo se alla mia famiglia non mancava più niente.¹


1] scritto il 16 dicembre 2000

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A parlare con lui era ormai come cercare di districarsi a farsi sentire da una folla. Quando si erano conosciuti era solo Gabriele. A dire il vero anche un poco timido e impacciato. Era stata la sua discrezione che le era piaciuta. Si ricordava che aveva rischiato, anzi, di spazientirsi per la sua indecisione, ma alla fine le era piaciuto imparare ad aspettare. Poi, senza un vera ragione, s’era fatto un blog. A tutti veniva la puzza di farsi il proprio blog e così se l’era fatto anche lui. Nella rete s’era presentato come FantaForma. Era conciso e puntuale, con una vena di sarcasmo. I loro primi screzi erano apparsi a quel punto. Non sopportava le precisazioni della sua identità virtuale. E, poi, quando commentava i commenti era persino arrogante. A volte anche con lei. Poi s’era appassionato di chat. Il suo nick era ScatenaToro (c’era già un ToroScatenato in rete). In quella veste era mellifluo. Aveva scoperto una attenzione particolare per le sue forme e per tutte le forme o meglio per il culo; quasi una ossessione. Stava diventando un vero casino. Ora doveva parlare anche col grande ego del suo avatar e con quello non c’erano proprio possibilità di capirsi.

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Dopo venticinque anni di matrimonio i loro rapporti si erano, per così dire, intiepiditi. Non prestava certo molte attenzioni nei confronti della moglie. Qualche volta lei si era lagnata di questo. Sarebbe bastato poco, qualche gesto carino.
Per essere onesti lo aiutava nel suo lavoro e lui gliene era molto riconoscente, apprezzava quel suo aiuto divenuto col tempo insostituibile. Questo glielo riconosceva ad ogni momento. Si poteva dire che aveva ormai preso completamente in mano l’azienda. Era sempre stata energica e volitiva, ma forse con il tempo lo era diventata ancora più.
Anche il suo camminare aveva un incedere militaresco. Ed era da tanto che non la guardava ormai più, come donna. Ma si sa che con l’abitudine si stempera e poi muore inavvertitamente ogni magia, anche quella malia dei primi tempi; se mai c’era stata. Eppure, a pensarci bene, aveva un gran bel corpo allora. E ancora oggi, sotto gli abiti, sembrava non temere troppo l’età.
Il fatto era che forse si sentiva anche un poco intimidito da lei, sempre così decisa, sempre così sicura. Non ricordava da quanto tempo aveva accorciato i capelli e ora aveva un taglio molto corto, cortissimo; molto maschile. Chissà per quale sorta di curiosità osservò sua moglie mentre camminava, come sempre frettolosamente, di spalle? Aveva ancora un bel culo.
A volte le cose succedono senza annunciarsi prima. Ricominciò a osservare quella donna che durante gli ultimi anni, con lui distratto, gli era stata tanto vicina e tanto lontana. Aveva certo ancora una bella figura per una donna di quarantacinque anni e più. In tuta coi pantaloncini corti aveva ancora belle gambe, forse addirittura le stesse gambe.
Ormai lei non aveva più tempo per loro: il mattino partiva prima e la sera rincasava più tardi. Non che si sentisse colpevole, forse solo un po’ inutile e vuoto. Notò controluce che una leggera peluria le segnava il volto; un impressione avvertibile solo in controluce. Sopra le labbra sembrava avere dei baffi, ma è una cosa di molte donne, forse dipende dalla forma del naso e dall’ombra che proietta.
Qualcosa certo era cambiato: i tratti si erano fatti leggermente più duri. Lei con gonne (poteva ancora portarle corte senza sfiorare il ridicolo) o pantaloni vestiva sempre in giacca. Questo le allargava le già larghe spalle. Cercò di riavvicinarla, una sera, infondo avevano vissuto tanto assieme, ma lei trovò una giustificazione rapida.
Quando rientrò lui aveva già cenato e stava davanti alla televisione. Gli propose di prendersi entrambi qualche giorno di riposo, tanto il lavoro sarebbe certamente andato avanti lo stesso. Lo disse distrattamente ma aggiunse che sarebbe stato bello stare ancora assieme; assieme come una volta. Scordare per un po’ tutti gli appuntamenti, gli impegni, le rogne. Senza fretta e senza figli, tanto anche loro ormai erano grandi e avrebbero saputo badare per un po’ a sé stessi.
Forse andare in qualche parte. Fare un viaggietto. Disse anche che forse si sentiva un poco colpevole nei suoi confronti, si! che forse ultimamente l’aveva trascurata. Lo disse anche se non lo pensava, ma la cosa suonava carina. E continuò a guardare la televisione.
Lei rispose che quella settimana non sarebbe stato certamente possibile ma che ci avrebbe pensato. Sembrava non aver preso la cosa troppo sul serio; a lui questo bastava. Invece organizzò tutto, si liberò e partirono di pomeriggio e lei parlò durante tutto il viaggio dell’ufficio ma arrivati si ritrovarono soli; completamente soli.
La casa era vuota. Fuori era meno freddo di quanto avesse potuto immaginare. Quant’era che non avevano un minuto per stare da soli? Ora notava maggiormente certi cambiamenti, si era molto irrobustita. Ma non poteva dire che si fosse appesantita, questo no. Ma poi neanche lui doveva essere quello dei primi anni. E poi una moglie è una moglie.
Aveva disfatto le valigie, vuotato le borse e riposto tutto; e preparato da mangiare. Lei si era occupata a controllare alcuni conti giurando che per tutta una settimana sarebbero stati gli ultimi. Ma ora che erano veramente soli nella casa in montagna era un poco preoccupato e aveva una certa repulsione ma era stato lui a provocare la cosa. La baciò pensando che non era poi un grande sacrificio e che era ingiusto con lei. Quanti uomini avrebbero voluto avere a quarantacinque anni una donna così? Pensò mentre lei cercava di essere carina ma non aveva molte lusinghe.
Si erano tenuti per mano e dopo cena era stata lei a trascinarlo a letto lasciando i piatti da lavare. Ma aveva dovuto pazientare il tempo di una doccia e finché non finì di sbarbarsi. Quanto tempo era con non facevano più all’amore? forse mesi; e forse di più. Lei aveva sempre curato molto sia il proprio modo di vestire che il proprio corpo. Il seno era ancora abbastanza sodo. Solitamente, nelle donne, è il seno per primo a pagare l’età. Poi aveva finito di togliersi la biancheria sotto le coperte.
Solo allora lui si accorse che non avrebbe mai creduto che fosse cambiata tanto. Quei peli sul volto erano ispidi, per quanto avesse avuto cura di cercare di toglierli o nasconderli, pungevano leggermente; e l’ombra sotto il naso era setosa. La robustezza delle braccia di lei lo guidavano nell’amore e decidevano per lui. Ma non era tanto questo che lo preoccupava quanto il fatto che questa volta era lei che aveva preso l’iniziativa. E ora che aveva risvegliato tutto il suo desiderio di uomo era lei a volerlo possedere.
Ormai non poteva più sottrarsi. Pensò che questo non poteva capitare proprio a lui. Pensò anche di fuggire. Ma venticinque anni non si possono cancellare in un minuto. Lei era stata al suo fianco tanto tempo. Ed era stata una buona madre: severa ma giusta. Imparziale con i loro figli. Mai aveva mostrato di propendere verso il maschio o verso la femmina. Ed erano cresciuti bene. Cosa avrebbero pensato vedendoli tornare così presto? Cosa avrebbero pensato di lui se solo avessero saputo? Lo aveva sostituito e poco a poco si era sostituita a lui. L’azienda avrebbe potuto rinunciare a lui ma non a lei, certamente, ormai.
Si! in realtà forse non capita tutti i giorni di fare l’amore così con la propria moglie. Forse non capita nemmeno a tutti. Ma una cosa del genere, per quanto possa apparire inusuale, non è poi la fine del mondo quando c’è l’amore. Che fosse l’amore a non essere sufficiente ad aiutarlo in quel passo? Certo è un po’ strano non poter vedere in volto la donna con cui si sta facendo l’amore. Ma a pensarci bene neanche questo è poi così infrequente. E lei si preoccupava anche del suo piacere. La sua mano virile non si scordava di lui. E infondo fa solo un po’ male al primo momento.¹


1] 10 novembre 1994

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La pioggia scendeva senza interruzioni, con gocce prima sottili ma insistenti, poi grosse e ugualmente fitte. Roberto D. gettò il giornale fradicio con cui aveva cercato inutilmente di ripararsi e rasentando i muri si approssimò alla fermata e si preparò, in disparte, ad aspettare l’autobus che naturalmente tardava.
Il volto sotto la pioggia prese lentamente via via a scolorare e a colare giù. Una confusa macchia che sì insegue sul soprabito. Una macchia che prende corpo e si lava da sé. Poi più nulla. La pioggia la trascinava inesorabilmente a cercare di perdersi fra le altre pozzanghere che cercavano di contribuire al fiotto d’acqua che sfiorava il marciapiede.
La strada era tutta una pozzanghera e ogni goccia vi si infrangeva disegnando cerchi sottili e vi annegava. Lui guardava gli altri passeggeri che distratti aspettavano come lui; li guardava cercandone e fuggendone lo sguardo. Poi scrutava in ansia la strada con la speranza e la paura che arrivasse la corriera. I suoi occhi frugavano nel piano opaco della pioggia che rumoreggiava. Non c’era un riparo per nessuno a quella serata di settembre e le prime luci si sbriciolavano incerte sull’asfalto madido. Pian piano non rimaneva niente di ciò che era stato, niente di ciò che avrebbe voluto essere o diventare. Ebbe solo la sensazione di quello che stava avvenendo ma non riuscì che a guardarsi attorno attonito.¹


1] ‎domenica ‎12 ‎febbraio ‎1995

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Testa di statua di Giulio Cesare. E' già troppo la testa, figuriamoci la statua interaVicino a noi si siede Felice. Solo lui è condannato, dal nome, ad essere Felice. In realtà non lo è. Non è felice ed è anche taciturno. Da alcuni giorni anche un po’ di più. Noi sorbiamo il caffè. Lei mi guarda e sorride. Anche lui sorride, al tavolo acconto. Sorride verso il vuoto. Un sorriso suo solo per sé. Dipinto in faccia per certe giornate. Forzato. Quasi buttato per l’occasione. Quando si spegne torna al suo volto doloroso. Non c’è bisogno di alcuna parola. Una sola parola direbbe anche troppo. Lui non fa nemmeno cenno di conoscerci.
Nessuno si prenderebbe la briga di raccontarne la storia, non lo troverebbe di alcuna utilità. Sono solo i pazzi che amano le imprese impossibili. Mi è stato spesso detto che un po’ di pazzia c’è, da sempre, in me. Forse per causa ereditaria; un nonno? Forse semplicemente me la sono cercata, in tutta autonomia. Forse per camminare nel mondo che vivo. Lo guardo senza farmi notare. Ha ancora quella maschera di un sorriso. Decido in quel momento di scriverne. Lei osserva che è impossibile. Non si può parlare di qualcosa che non c’è. Bisogna poter amare il personaggio e anche l’amore ha le sue esigenze. Eppure anche lei ci prova (ammetto e ricordo che il copywriter di Spinola è suo). E poi a me piacciono le sfide impossibili.
Infondo Felice è nell’aria. C’è un po’ di Felice in ognuno di noi. Quel dovere che ci chiama di cui faremmo a meno. Quelle volte che vorremmo sparire perché esserci ci scoccia; non è il momento giusto per un posto sbagliato. Quella volta che non ci siamo proprio perché la testa s’è assentata. A volte solo per un attimo di comprensibile stanchezza. E come accade crede d’essere un altro. E dura per convincerti. Insiste come insisterebbe che in quel preciso momento in verità lui è da tutt’altra parte.
Ciò che sorprende è che lui ha sempre una sua opinione, anche se non sa quale e nessuno la sa. Anche se magari e solo la tua. Ma lui la comincia dal preambolo. Come mai espressa. La fa sua. La fa nuova. Se la gode. Lui è di sinistra ma né con questi, né di quelli, tanto meno con quelli passati dall’altra parte. E naturalmente non si può fidare di quello che gli hanno raccontato, eppure piuttosto che fare preferisce aspettare. Veramente non è certo di potersi fidare nemmeno di sé. Lui è pronto a dare ragione ma ha sempre pronto un però. Potesse metterebbe una scarpa per colore, e la farebbe apparire come non fosse distrazione.
Dimenticavo: naturalmente veste casual, ovvero con cura in modo casuale. Matto non è, avrebbe una qualche giustificazione. Del titolo della canzone basta limitarsi al sottotitolo, tra parentesi. E sua moglie, cioè la sua nuova compagna, s’è lasciata sfuggire in confidenza che tiene una cartina in tasca per sapere dov’è e dove andare e due sassi per restare per terra.

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Si chiamava Antonio. Fin da bambino era diventato Toni o Totonno tra divergenze geografiche. Da ciò naturalmente, dandosi che era allora un soldo di cacio, senza fatica si era trovato ad essere per i primi Tonino e per quegli altri Titino. Il passo era diventato breve e, seppure qualcuno non avesse voluto cambiare le proprie abitudini ormai consolidate, in alcuni casi era divenuto Santo, in altri Totò, in altri ancora Antonino e infine, ma solo per la ragazza del momento, Antonello. Tra tutte quelle persone si sentiva perdersi e non sapeva chi essere. Non riconobbe la voce al telefono e si limitò a riferire: “Non sono in casa”.

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