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Posts Tagged ‘persone’

Mi lascio cadere sulla sedia sfatto. Ho deciso: prendo un caffè e poi me ne torno a casa e mi infilo sotto le coperte. Cosa le racconto? Ho accettato questo lavoro perché non ho trovato altro: cacciatore di vampiri. Non che ci credessi molto. Non volevo farle vedere che me ne stavo semplicemente a ciondolare in casa senza cercare di reagire. Come uno scansafatiche qualsiasi. Ho girato tutta la notte. Naturalmente senza risultato. Niente che assomigliasse minimamente a quello che cercavo. Mi sono infilato in feste, in balere e discoteche, nei locali più sordidi, per le vie più buie. Mi sono spinto fimo al cimitero. Ne ho viste molte e ne avrei di storie da raccontare. In tasca non ho una lira. Non è con le storie che si mangia e ho accettato di farlo a cottimo: un tot, che non ho capito come si quantifica, ad ogni cattura. Potevo trovarmi un lavoro più assurdo? Rigiro fra le dita il mio cuneo di frassino. Lo infilo in tasca. Puzzo anche di fumo, alcool e un po’ di vomito. Ho bisogno di una doccia. Gli occhi mi bruciano. Una notte insonne per nulla.
Sono bravo a lasciarmi tutto dietro le spalle. Mi si avvicina un tizio, dice “Posso?” e s’è già seduto. “Sono Giuseppe”. Lo guardo senza attenzione: “Anch’io”. Ho scelto questa strategia per non dare confidenza ai perdigiorno. Non si lascia nemmeno sfiorare dalla sorpresa. Aspetto che arrivi il cameriere. Lui mi confida come fosse un segreto: “E’ il tuo giorno fortunato. Se cerchi lavoro hai trovato la persona giusta”. Viene il cameriere. Lui, Giuseppe, per sé lo ordina macchiato con poca schiuma. Aspetto. Arriva l’ordinazione. Esagera con lo zucchero e sembra volerlo mescolare per tutta la mattina. Cerca di destare il mio interesse. “Si tratta di raccogliere patate. La paga è buona”. Gli spiego che sono ingegnere e che non è quasi l’alba. Di rimando mi precisa che lui è uno onesto, si prende solo non venti percento; non come quelli. “Guarda, –gli dico senza degnarlo di uno sguardo– non ho chiuso occhio e questo film non so se vorrò vederlo nemmeno in seconda serata”. Resta deluso. Mi borbotta che non so cosa mi perdo e se ne va senza pagare. Abbandono al vento un sospiro di sopportazione. Si allontana verso un camion parcheggiato sopra il marciapiede. Dev’essere la mancanza di sonno e devo avere un aspetto orribile, da extra. La città non ha ancora cominciato a riprendere vita. In verità comincio ad avere il sospetto di non essere tagliato per il lavoro.
Il giorno non è ancora molto popolato. Solo i primi rumori. Uno si avvicina. Mi guarda bene. Scuote la testa e se ne va verso un altro camion. Dev’essere la camicia. Mai saputo dei giorni delle raccolte. Mi rendo conto di come la notte sia fatta di tante ore. Quel tizio mi ha versato addosso del merlot rosso. Speravo che si notasse appena. Forse questa gente ha occhi da gatto. Il caffè s’è freddato. Richiamo il cameriere per farmene portare un altro. Mi conto i soldi in tasca. Non sono così disperato. Laura mi ha lasciato quelli per passare in lavanderia. I pantaloni possono aspettare. Avrei voglia di prendere anche un cornetto. Ho lo stomaco sottosopra. E mi accorgo che un altro tizio ha sostituito al mio tavolo quello delle patate. Mi fa: “Se hai cinquecento euro in ventotto minuti li raddoppiamo”. Se li avessi non sarei seduto a questo tavolo. Gli rispondo in silenzio osservandolo in viso attentamente. “Si può fare anche con duecento ma allora ci vuole più tempo”. Gli domando se vuole vedere il tesserino. Si alza immediatamente spiegandomi che si trattava solo di uno scherzo.
La sedia non resta vuota per molto. Viene a accomodarsi una donna, anzi anche lei vi si lascia cadere. Sputa un sospiro di liberazione dalla fatica. “Notte dura… eh”? “”! “Ne offri uno anche a me”? Le avvicino la mia tazzina. “E’ stata lunga e inutile. E per te”? Ho il sospetto che mi abbia scambiato per un lavoratore della notte. Per uno che fa il suo stesso mestiere. Non mi interessa di deluderla: “Anche per me”. Cerca le parole e poi infine le trova: “Bel ragazzo, andiamo a divertirci”. Rifaccio i conti in tasca. Il risultato non cambia. “Temo di doverti dire di no”. Mi invento che sono uno studente. Mi guarda con gli occhi stanchi e arrossati, palesando un po’ di delusione. “Peccato. Credimi, mi dispiace. Fosse per me… ma lui non me lo permetterebbe”. Ha voglia di parlare. Comincia a raccontarmi la sua storia. Del figlio. Di lui, il protettore, che la picchia, ma solo qualche volta. “Ma poi è gentile”. Dei genitori anziani: “Naturalmente non sanno”. Loro, i genitori, se ne stanno in campagna. Lei non era tagliata per quella vita. Che lei lo fa proprio per bisogno. Che le piacerei molto. Prova un’ultima volta a tentarmi spiegandomi che è brava. Mi ripete che le spiace perché le piaccio veramente, ma che proprio non può. Vorrebbe continuare. Forse si accorge che l’interesse che le riservo non è il massimo. All’improvviso si interrompe. Mi ringrazia del caffè e si allontana lasciandomi un vago appuntamento: “Ci vediamo”. La sua figura è appesantita. Il passo un po’ trascinato, ma gli occhi non erano brutti. Temo che avendoli avrei rischiato di spendere i miei soldi per nulla, per deluderla. Non so se quelle signore possono provare delusione. Forse la mia è stata anche carina, non saprei valutare quanto tempo fa.
Non resto per molto da solo. Viene al mio tavolo un quarantino in cravatta. Profuma di dopobarba cosparso da poco. Anch’esso invadente. Dopo un po’ si presenta con un “Buongiorno!” e mi spiega che è la mia “Giornata fortunata”. La fortuna sembra accanirmisi contro. “Offriamo un’assicurazione che copre tutto, ma proprio tutto, al venticinque per cento meno della più economica della concorrenza. Sarebbe criminale non approfittarne”. Lo guardo e mi chiedo che idea si possa essere fatto di me. Controllo le mie scarpe e vi è rimasto del fango. Trattengo l’istinto di pulirle contro la gamba dei pantaloni. Forse ha ragione lui: sono criminale. L’istinto cerca di sopraffarmi. Avessi raggiunto subito casa non mi troverei tanta plebe tra i piedi. Possibile che non esista più un angolo di intimità? Vorrei pensare solo ai mei pensieri. Gli rispondo annoiato: “Non ho la macchina”. Dico sempre così per togliermi dai piedi questo tipo di guaritori e santoni. La città è sempre più una giungla piena di trattole. Devo avere l’aspetto della facile preda. “E’ l’occasione perfetta per farsela”. Per istinto mi verrebbe da spiegargli chi mi farei. Soprassiedo.
Mi si avvicina un barbone mentre sto ancora mentalmente lasciando i miei saluti alla signora. Forse si chiede se pietire almeno il solito caffè. Non lo devo aver convinto. Inizia la sua preghiera ma si ferma subito. S’accomiata immediatamente con un: “Buona fortuna, amico” –e si allontana senza girarsi. Non ho ancora trovato la forza di alzarmi. Il letto può attendere. E’ il tragitto a spaventarmi. Non mi sento le forze. Credo di essermi anche appisolato, ma solo per poco. Sono sospeso tra il bisogno di riposo e un fanculo. Incapace di decidermi. Inoltre ho lasciato la macchina a mia moglie. Dovrei comunque farla a piedi. Non è molto ma quanto basta. Intanto i negozi si sono aperti. Una donna esce per le spese. Cerco di immaginare l’occupazione di quei passanti. Verso quale tipo di ufficio si stanno incamminando. Guardo se in qualche tavolo c’è un giornale. La stanchezza ormai è diventata torpore. Credo che faticherei a prendere sonno. Mi faccio portare il terzo caffè per me. Sferraglia il tram. Uno corre per non perderlo. C’è un senso di già visto e di quotidianità in tutto. Non so com’è andata a finire la formula uno.
Vengo distratto dal tavolino all’angolo. Indubbiamente è un bel vedere. Mi osserva per un lungo attimo poi prende il suo amaro e viene a sedersi al mio tavolo. Sembra che tutto il mondo stamattina sia curioso di me. E con me voglia scambiare due chiacchiere. Ho un gesto di disgusto: mi rendo conto di non averlo zuccherato. Le chiedo scusa. La guardo senza prestarle troppa attenzione. E’ una vera signora. Bella è bella. Elegante è dir poco. Il trucco: perfetto. Solo gli occhi leggermente arrossati ma subito li nasconde dietro un enorme paio di occhiali scuri. Ha l’aria di una attrice del cinema e ne assume anche la posa. Rigiro la tazzina. “Divertito”? “No”! “Nemmeno io, per quello… E poi… un vera noia”.
Quando accavalla le gambe lo fa con la consapevolezza che quel gesto può fare impazzire il mondo. Ha preso i miei occhi. Cerco senza riuscirci di mettermi comodo. La stanchezza ha smesso di blandirmi. Insiste: “Nemmeno tu sembri uno che s’è divertito molto”. Temo che il suo tempo non sia dedicato a me. Per un attimo fa scorrere il suo sguardo intorno: “Bella giornata”… Sembra avere altro da dire, ma non lo dice. Allunga un attimo di silenzio. Mi chiedo molti perché. Eppure c’è. Eppure è al mio tavolo. Seduta davanti a me. Attenta ancora a studiarmi. Caldo o meno bevo il caffè com’è. Mi richiama alla realtà: “Cerchi un lavoro”? “Non so”. “Sai guidare”? “Naturalmente”. Pare che oggi abbiano tutti un lavoro da offrire. Ha un sorriso complice: “Cerco giusto un autista. E’ una cosa semplice. Il mio s’è… licenziato, diciamo così, pochi minuti fa”. Desta in me un po’ di interesse ulteriore. Sicura di sé. Sembra poco interessata a qualsiasi mia risposta. Decisa. Mi dice che “Posso provare”. Il “se voglio.” che aggiunge alla fine mi sembra avere il gusto della presa in giro. Persino il tono con cui lo dice sembra porre fine al nostro dialogo. Si alza e va verso la sua lunghissima macchina argentata.
Certamente non ha la preoccupazione di passare inosservata. Io la guardo brevemente allontanarsi e poi pago le consumazioni e velocemente la seguo non distogliendo il mio interessa da lei. Mi scodinzola davanti ch’è una meraviglia. Mi sento molti altri sguardi addosso. Mi metto al posto di guida. Sistemo il sedile e lo specchietto. E’ lei ad indicarmi dove andare. Cerco di guardare solo la strada e di seguire le sue indicazioni sufficientemente precise. Imbocchiamo il corso e poi a destra. Poi rincorro solo la sua voce. Cerco di darmi un atteggiamento disinvolto, se non professionale. Penso che forse è la mia occasione. L’ho cercata tanto e poi è stata lei a trovare me: “Non che non mi spetterebbe il titolo di contessa. Non bado a queste cose. Tu puoi chiamarmi signora Elisabetta”. Un po’ mi distraggo nei miei pensieri. Cerco di respirare il suo profumo garbato. Sembra quasi non fare caso a me: “Credo tu abbia il bisogno di… darti una ripulita”. Annuso l’aria in ansia. L’aria di quell’abitacolo che sa di fumo. Per fortuna non impieghiamo molto ad arrivare.
Mi fa entrare nel suo regno magico aspettando davanti ad ogni porta perché io gliela apra. E’ tutto luce e spazio. Tutto toglie il fiato. Non ho visto nulla di simile nemmeno al cinema. Non riesco a distrarre gli occhi da lei e ho modo di ammirarla tutta con attenzione. Stanza dopo stanza mi perdo seguendola in un alveare di stanze finché raggiungiamo la nostra meta. Come entriamo una musica si diffonde nell’ambiente da sola. La camera da letto è enorme ed enorme è anche il letto che sta al centro sormontato da un soffitto di specchi: “Questa è la mia”. Mi sorride garbatamente mentre le dita affusolate scorrono ad invitare lo sguardo del visitatore, poi ridacchia di pancia. I suoi gesti sono lenti ma sicuri. Intanto è scesa dai sottilissimi tacchi sfilandosi le scarpe. Mi indica il bagno: “Fai pure”.
Non sono riuscito a trovare il suo invito offensivo, mi è anzi parso gentile. Solitamente sono tra quelli che preferiscono infilarsi nella vasca. Magari restando a poltrire immerso di schiuma. Non che abbia fretta ma cerco di fare presto. Dopo mi controllo allo specchio e mi sistemo i capelli. Annuso uno tra i tanti deodoranti che fanno bella mostra di sé sulla mensola e lo rimetto dov’era. Mi passo senza sapere perché i denti con un dito. La stanchezza si fa sentire in sottofondo. I miei pensieri sono un’unica confusione. Non so cosa sta succedendo intorno. Ho solo voglia di annullare ogni domanda. Mi concedo un attimo di tregua; una pausa. Torno dentro ad un accappatoio completamente imbarazzato. Convinto che fuori mi aspetti con una divisa. Invece è rimasta in piedi davanti alla porta e mi guarda ridendo: “Dovresti cambiarti. Dopo guardo se ho qualcosa che ti può andare bene”. Mi sento un verme. In realtà avevo solo bisogno di una ripulita. Magari ne avrebbero bisogno anche i miei abiti; Lungi da me negarlo. Anche solo di una rinfrescata. E di lavarmi i denti.
Mi dice di fare come se fossi a casa mia. Mi guardo torno cercando qualcosa che assomigli a casa mia senza trovarlo. La presenza del letto mi imbarazza. E le impalpabili mutandine di pizzo sulla poltrona. L’aria di intimità che pervade la stanza. La stessa di ogni camera da letto; penso. La musica. Tutto è una ruffianeria. Un’alcova da fiaba in una bolla di sapone. A lei non mancano gli argomenti. “Faccio anch’io una doccia. Mettiti comodo”. Fatico ad immaginarmi comodo.
Mi siedo ad aspettare sul bordo di una sedia fissando la stessa porta dietro la quale è sparita. Sento lo scrosciare nell’acqua. Mi ricordo di aver lasciato la mia biancheria per terra. Non vorrei fare nessun gesto che possa deluderla. Fatico a non immaginare lei sotto il getto. Guardo quel letto. Ho la tentazione di avvicinarmi e accostare l’occhio a quella serratura. Resisto e resisto al tempo che scorre lento. Credo che in circostanze simili molti sarebbero felici di pagare per questo lavoro. Non mi arrendo ad un attimo di panico. Sono certo che presto mi sveglierò dal sogno. La musica è una carezza. Conto mentalmente gli spiccioli che ho in tasca. Non penso sia il caso di andarmene. Torna mentre sono ancora immerso tra le mie stupidità. E’ fasciata da un velo impalpabile: “In certi momenti… capiscimi… di confidenza… va bene anche Elisabetta”.
Avrei dovuto ricordarmi di quello che si dice dei Bátorai quando ho letto quel nome alla targhetta della porta dell’immensa villa? E poi sono proprio io a spiegare a mia figlia perché non ci si dovrebbe mai fidare degli sconosciuti. Cerco di distrarmi un attimo di lei. Gli chiedo titubante delle origini di quel nome. Mi sembra non le vada molto di parlarne. E mi risponde anche leggermente infastidita. Mi conferma che lontanamente, ma molto lontanamente, affondano in Ungheria. “Sai… preferisco che sia tu a togliermelo”. Non avrei bisogno di quell’invito. Sono disposto a perdermi in quell’universo. Non accosta nemmeno le tende: “Magari dopo ti faccio vedere la piscina”. In pieno giorno mi butta sul letto. Le parole le sospira: “Ora non c’è tempo per queste cose”. Capisco che non uscirò più dalle sue braccia. I suoi occhi luccicano di una luce sinistra; colma di lussuria. Ingoia un prolungato sospiro osceno: “Sei proprio un diavolo”. Ha unghie iridescenti lunghe e affilate, e le affonda nella mia carne con voluttà. Mi squarciano la pelle facendola sanguinare. Le sue labbra rosse raggiungono subito quelle ferite e prendono a succhiare avidamente il sangue che cola.

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Augusto aveva sempre fatto per intero il suo dovere. Tranne una eccezione: solo lui sapeva perché quella cartolina da Agatti¹ non l’aveva mai consegnata. Quell’incarico sembrava fatto su misura per lui. Conosceva tutti e con tutti trovava un sorriso e spesso anche qualcosa di più. Incontrava persone che si facevano prendere dalla sorpresa e altre che aspettavano impazienti le notizie, gente di tutti i tipi. Ormai conosceva tutti. Per tutti aveva una lettera, della corrispondenza, e una parola. Ormai l’intero quartiere non aveva segreti e aveva stabilito amicizie e conoscenze. Ma non c’è un altro modo di fare quel mestiere. Un postino e uguale a tutti gli altri postini. C’è chi ti lascia sulla porta e chi ti scarica addosso ogni suo patema. Si deve prendere le persone per quello che sono.
Aveva dovuto imparare anche gli orari più opportuni per il recapito. E spesso dietro quelle porte si nascondevano dei veri drammi umani. A Teresa erano tre anni che il figlio dall’Argentina non dava notizie. A Sante era venuto a mancare un fratello di quarantacinque anni. Veronica era a letto con una brutta bronchite. E via discorrendo così. Poi c’erano i poveri e i nuovi poveri. Era per lui spiacevole portare alla signora Giuseppina le bollette, ed era così anche per altri. A volte con la vecchia signora le riconsegnava dopo che aveva ricevuto la pensione, ma non era una soluzione, era solo per sentirsi bene con sé. Alla Gabriella, che aveva finito il contratto di progetto, aveva cercato di mostrarsi comprensivo e l’aveva consolata, non poteva fare di più. Non poteva certo assumersi la spesa con quella miseria che riceveva dalle poste e ad essere onesti la giovane aveva virtù per le quali era di piacevole consolazione.
In quel mestiere c’è anche quello. Con alcune aveva ormai un appuntamento fisso. Non aspettavano la posta, aspettavano lui. Doveva stabilire questo particolare giro minuziosamente perché non voleva deludere le sue sposine e nemmeno il suo amor proprio. Elisabetta, ad esempio, era una vera furia scatenata ma aveva argomenti a cui è impossibile dire di no. Quelle di Augusta erano una vera arma impropria, sode ed enormi, avrebbe dovuto assicurarle. Vincenza lo faceva per mestiere ma con lui lo faceva per simpatia. Caterina faceva degli ottimi agnolotti al sugo di cinghiale ma lui lo sapeva solo per sentito dire. Aveva avuto dei piccoli problemi con Ester, e con… al momento non gli veniva il nome, che diceva di essersi innamorata. Altre avevano avuto solo un attimo di, come la chiamavano loro, debolezza; o dolcezza. Altre ancora, ma queste si potevano proprio contare sulle dita, s’erano limitate a festeggiare con lui la buona notizia. Una volta sola. Insomma, erano donne.
Ma non era sempre così piacevole. Il ragioniere del quinto era scappato all’estero nottetempo prima dell’arrivo della finanza. Il tapino aveva lasciato senza notizie una moglie e una giovane amante e la vecchia madre. Per contrappasso il meccanico dietro il distributore gli faceva sempre un prezzo speciale quando doveva ricorrere a lui. Per questo anche il veterinario. Poi c’erano i casi indelicati che avrebbe pagato per non trovarseli buttati addosso. Il martedì aveva dovuto raccogliere la disperazione di Filippo che aveva trovato la moglie intimamente abbracciata nuda con il garzone della macelleria nel loro stesso letto; nudo anche lo stesso garzone che era un ragazzotto alto e robusto. Cosa poteva dire al pover’uomo? cosa gli poteva consigliare? La sposina non riusciva a resistere alla presenza di un paio di pantaloni. Ne andava proprio di testa e se ne vedeva un paio non aveva altro pensiero che sfilarglieli. Lo sapevano tutti, tutti tranne naturalmente il povero cornuto. E lui avrebbe potuto ben testimoniare che la mogliettina sapeva cosa fare dopo, messo un uomo a suo agio senza calzoni e mutande. Ma lui portava la posta alla signora Vittori il mercoledì.
Ne avrebbe avute di storia da raccontare. Perché si incontrano quelle cotte e quelle da cucinare, di storie. Aveva interrotto Cosimo sul più bello mentre si sollazzava con l’amichetto. Non l’avrebbe mai immaginato. Come può un uomo essere uomo e no a seconda del momento del giorno? Magari nemmeno lo avrebbe capito se non si fosse presentato alla porta impacciato e sudato in accappatoio e voglia evidente e l’altro non avesse messo fuori la testa dalla porta della camera. La padrona di casa era ignara in vacanza o forse era disinteressata. Con la Albrigi era stato invece fortunato e l’aveva amaramente cancellata dalla lista. Il marito era rientrato all’improvviso senza preavviso. Per fortuna lui stava ancora prendendo il caffè e l’uomo aveva trovato tutto in ordine e nulla da ridire. Un postino in casa, se seduto in cucina davanti ad una tazza fumante, non desta sospetti, anche se la donna è il vestaglia e sotto non porta nulla. E poi anche l’abbigliamento si può capire alle dieci del mattino quando la poveretta non ha impegni di lavoro e l’obbligo di lasciare troppo presto il letto. Erano quelle le sue storie e il suo segreto. Gli amici gli chiedevano sempre meno fiduciosi, ma lui non aveva mai raccontato nulla, era come un parroco nel confessionale.
Quel dieci di giugno, la data l’avrebbe ricordata per un pezzo, quella busta l’aveva lasciata per ultima. Cosa poteva volere un avvocato da lui? L’aprì con precisione chirurgica. Adriana gli faceva scrivere e gli chiedeva la separazione. Così, all’improvviso e senza nessuna spiegazione. Passò per casa e si preparò la valigia, era meglio che lei fosse al lavoro, tanto sarebbero state inutili stupide spiegazioni. In fondo non aveva nemmeno molte cose da mettere in valigia né molte cose dietro che valesse ricordare. Avvertì la vecchia madre e richiuse la raccomandata con precisione, e la rispedì al mittente perché il destinatario non era reperibile all’indirizzo indicato.


1] Isola con aeroporto nelle Laccadive.

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La paura dei venditori immigrati abusiviSubisco una sorta di richiamo da un blog amico. Almeno io così lo prendo e il subirlo, in realtà, mi fa bene. Siamo davanti ad una complessità politica straordinaria e probabilmente alla crisi della politica. Degli strumenti del fare politica. Di come li conoscevamo. E, a fianco di tante belle parole, ci si trova confusi e frastornati. Si fatica a capire. Ma questa è una osservazione quasi ovvia di parte. La gestione delle cose pare non darsi pena della mancanza di un progetto alternativo, di superamento. La finanza non abbisogna di sentimenti. Infatti a fianco e in corrispondenza di tutto ciò siamo davanti ad una profonda crisi economica. Le cose non credo siano tra loro indipendenti. Ci si trova spesso ad osservare i risultati di tale crisi nei loro effetti generali. Ma questi effetti hanno sempre ripercussioni sulle persone; sulla persona. Quando si chiude una fabbrica sappiamo tutti che non si chiude semplicemente una luogo ma si creano dei disoccupati. Si mettono in “difficoltà” persone e famiglie. Non so agli altri ma a me succede sempre che mi sento un po’ colpevole e responsabile perché, in un certo senso, quelle storie vorrei conoscerle nome per nome, volto per volto. Perché hanno sempre un volto. Mi imbarazza: credo di aver delle difficoltà a spiegare il disagio che provo.
Cosa posso farci se non posseggo le virtù di un Marchionne? Gli amici che mi hanno spinto a questa riflessione stanno cercando di parlare di questi volti. Entrano nella carne del problema. Per quanto possono cercano di raccontare queste persone. La cosa è assolutamente meritoria. Non aiuta certo una soluzione ma ricorda la carne del dramma. E non è, come detto da loro, contro-vento. Credo che anche di questo sia stata la manifestazione di cui stiamo parlando in questi giorni. In assenza di burattinai quello spontaneo incontrarsi e stato di storie, di persone, di problemi, del loro insieme. E stato di mille voci, anzi milioni. In piazza ognuno con il suo personale e il suo vissuto. Lì c’erano voci per tutti.
C’è il bisogno di un progetto politico che torni a mettere in primo piano la persona. E scusatemi se oggi non ho un semplice raccontino da darvi. Volendo lo avrei, anche. E mi avrebbe fatto meno male postare un po’ di fantasia. Ma di tanto in tanto dobbiamo guardare negli occhi la realtà nella sua crudezza, per comprendere che non siamo in uno spot pubblicitario, ma nelle strade della vita. Per riaffermare che il dolore degli altri non mi fa star meglio ma anzi è anche mio. E non ho che parole davanti alle quali Rosa Giancola, operaia della Tacconi Sud, si vedrà costretta a continuare a dire ai figli “la mamma non dorme a casa stanotte”.

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A quell’ora insolita una ragazza si lascia assopire dal moto della corsa. Porta un grosso anello di materiale plastico verde e trasparente all’indice della destra.
Una donna obesa cerca inutilmente di interpretare la tabella esplicativa dei prezzi a seconda delle tratte di percorso. Forse appare più vecchia. Nella sinistra, libera, tiene la copia sgualcita di un romanzo dal titolo. “PENE D’AMORE” (o forse: “PANE D’AMORE”?). Dato il precario equilibrio e la gente non tenta nemmeno di leggerlo.
Tutti eseguono un lento dondolio, di lei dondola ogni parte del tutto e ogni parte in via del tutto autonoma, in un’autonomia come dettata da un differenziato ritmo.
Da dietro qualcuno protesta per i negozi chiusi di domenica e per mille altri motivi. Come in risposta da un’altra voce nitido un frammento: “…adesso che lavorino i giovani!”
I giovani lo stanno facendo o vorrebbero farlo, ma in quell’istante quell’invito non li aiuta nel modo più assoluto.
Poco più avanti l’uomo elegante sbianca, si sente venir meno e nell’aggrapparsi versa i numerosi quotidiani che portava e questi si spargono a lui intorno.¹


1] scritto il 17 maggio 1991

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1. Quella storia non poteva continuare ancora. Quella sera era come inquieto. In un primo momento aveva cercato una scusa qualsiasi. Il risultato fu deprimente. Eppure doveva esserci una via di uscita. Invece tutto gli era riuscito così poco convincente e imbarazzato e goffo che lei fu quasi costretta ad insistere e così non aveva saputo dirle di no. In più, nemmeno gli amici si erano fatti vivi. E non davano niente neanche a pagare. In verità, a modo suo, a un certo punto, l’aveva detto, farfugliando e balbettando quel “E’ meglio di no. Non ci possiamo proprio vedere”. Ma lei non lo aveva neanche sentito.
A dirla tutta non aveva trovato mai un motivo per stare con lei ma allo stesso tempo non aveva avuto niente di meglio da fare. Eppure ci deve pur sempre essere un motivo per fare. Ma è poi così? Si vestì allora quasi con dispetto e si avviò senza entusiasmi; quasi annoiato.
Per strada ebbe il tempo di prendersela ancor più con sé stesso. Pensò alla propria arrendevolezza, a quell’indeterminazione, ai propri inutili timori, alla propria vigliaccaggine –come definirla ancora e più precisamente– e ciò non contribuiva affatto a rendere l’incontro più semplice. Gli sembrava che stare o no con lei avesse lo stesso valore ma ogni volta che sembrava ormai determinato a dare un taglio, questo suo ritornare continuamente su decisioni che gli parevano giuste anche se scomode, ecco… questo era ciò che non si sapeva perdonare. Una delle cose per cui perdeva rispetto di sé. Un uomo, ma che uomo? incapace di dire di no.
A volte le storie diventano importanti solo per il tempo. Si fanno importanti lentamente senza che nessuno se ne accorga. Diventano ingombranti. Imbarazzanti. No! non era quello il caso. Il loro caso. Forse non gli era facile lasciarla proprio perché non c’era mai stato un vero motivo per stare assieme.
A quell’età, in cui tutto può apparire facile e tutto è invece maledettamente complicato, le parole acquistano uno spessore metallico. E poi lasciarsi è sempre dannatamente semplice e allo stesso tempo così impossibile. Trovare le parole per uscire silenziosamente, in punta di piedi. Misurarle, sillaba per sillaba, senza far rumore.
Almeno gli avesse dato un pretesto come attraverso uno scatto d’ira in cui lui potesse perdere il controllo. Ma perché continuava a stare con lui? Gli sembrava di dargli tanto poco e così palesemente senza entusiasmi, quasi malvolentieri. Aveva tentato un’interminabile sequenza di addii che erano quasi sempre naufragati in balbettanti fughe. Era praticamente incapace di lasciare. Non poteva neanche dire che si erano persi lentamente, come succede, senza voler rendersene conto. Perché non c’era stato il tempo. E poi perché si consuma solo qualcosa che c’è o c’è stato. Qualcosa.
Così quando l’aveva veduta, persino l’allegria di Emma, che avrebbe dovuto fargli piacere, almeno per contagio, l’aveva infastidito. E lui era ancora là. Là invece di provare a chiamare Giulia. Là quasi controvoglia. Poi tutto era precipitato. Un’idea di penombra non aveva avuto il tempo di confondersi alle loro ombre che Emma l’aveva preso per mano. Si era così, semplicemente, trovato a baciare la sua bocca. Si era così trovato ad accarezzare quel seno. Aveva dimenticato tutto, e improvvisamente.
I giovani prima che dagl’altri si nascondono da sé stessi. Avevano cercato il buio. Si erano trascinati in quel buio respirando entrambi lo stesso respiro. E nel buio ruffiano Emma gli aveva quasi imposto che la frugasse; fra gl’abiti. Che frugasse in quel corpo di ragazza.

2. Chi era Emma? Emma era stata fino allora una storia esile. Fragile e breve. Una storia che doveva rimanere breve. Una storia che sarebbe già dovuta finire. Forse nemmeno cominciare. Ma quale storia. Emma era una distrazione. Emma era solo isolarsi. Forse neanche crescere. Guardarsi in un’altra persona. Cercarsi in un’altra persona. Sfidarsi in un’altra persona. Sottrarsi. Era il destino e il pudore.
Certo non era bella ma non si poteva nemmeno definire brutta; non almeno nel modo che si usa normalmente. Cosa c’era allora che lo… lo… ripugnava? Aveva una voce roca piena di rumori e di rancori, grossolana, sferragliante; tradita da suoni popolani, per così dire, gutturali. Una voce che ci si può aspettare in un amico di bisbocce; ma non in una ragazza. Portava sempre scarpe basse. E aveva di quelle caviglie che senza un po’ di tacco non prendono slancio e si schiacciano al suolo. Ad esser eccessivamente pignoli si poteva dire che il sedere era un po’ basso e le spalle forse troppo ampie. La figura ne sembrava appesantita; niente più. Anzi, lo si poteva dire solo dopo un’indagine meticolosamente crudele. Ma poi quel nome.
Poteva avere sedici o diciassette anni; forse. Non se ne era mai interessato minimamente. Non era mai stato interessato a nulla di lei. Il volto era di quelli che invecchiano prima di subito; frettolosamente. Per i quali è sempre difficile esprimersi. Azzeccarla. Vestiva con qualche anno in più. Per così dire, in modo privo di carattere. La giovane età salvava quel corpo e ne rassodava la pienezza ma era un corpo che corrispondeva con una esattezza incredibile all’immagine di quella voce. Una somiglianza come forse non se ne trovano altre. Si! in modo incredibilmente fedele. Era il corpo di quella voce.
Un corpo, anche a causa della stagione, pieno di indumenti. Eppure era un corpo di donna. Un corpo che incuriosiva le sue mani. Attraverso i trabocchetti di quel corpo lei lo guidava. E lo invitava. E lo indirizzava nella, solo propria, ricerca del piacere. Era come se Emma si amasse attraverso le sue mani.
Era sempre così quando potevano stare assieme. Soli. Quando, col favore del buio, potevano in quel ventre nascondere i loro sentimenti. Sentimenti? forse pulsioni. Forse curiosità. E lei si immergeva in quei baci abbandonandosi al piacere. Si abbandonava all’essere così infantilmente desiderata. Eppure lui non gli aveva mai dato nessun’altra attenzione ne sentimento. Ma forse questo, e solo questo a lei bastava.
Quei baci erano impazienti, numerosi e gonfi. Le labbra si aprivano per aspettarlo e lei chiudeva gl’occhi per abbandonarsi ancora di più. E si lasciava baciare ma non baciava. Eppure… La bocca ansimava delicatamente; forse prima del dovuto. Eppure… La lingua si offriva grossa e morbidamente umida. Eppure… Quei baci erano febbricitanti e numerosi nel rincorrersi, e poi ancora gonfi come colmi in un vuoto.
E lui, ancora una volta, sembrava perdersi in grandi spazi. Ma l’arte passiva di quei baci non era una grande cosa. Anche se non distratta da altra partecipazione quell’arte sembrava modesta. Questo lo sapeva anche lui. Forse perché ancora una volta Emma si atteneva scrupolosamente, ed esclusivamente, al proprio piacere.
Era semplice come lei attirasse in alcune parti del proprio corpo le sue attenzioni impacciate. Le attenzioni del maschio. Con quale semplicità, poi, lo faceva. In modo così spudoratamente diretto. E lui a sentirsi semplicemente stupido. E forse osava sempre meno di quello che Emma si aspettava e avrebbe voluto.
Quando si ritrovava da solo, dopo, ne era convinto. Ma con lei era sempre e comunque circospetto. Timoroso; almeno quanto lei sembrava sfrontata. Si! sfrontata. Lei lo guidava imperiosamente. Gli sussurrava come e dove gli piaceva essere baciata. Non si muoveva tanto a causa della carezza quanto per guidarla da sé.

3. Non ricordava che lei si fosse mai sottratta, che gli avesse mai negato quella conoscenza di se. Di una parte di se. Una parte del proprio corpo. Non ricordava un gesto di pudore. Neanche al loro primo incontro. Un incontro, per altro, già, rapidamente, sbiadito.
Come era iniziata? si erano incontrati così. Forse per noia o per una di quelle solitudini passeggere. Quelle solitudini che si cercano e si fuggono continuamente. Quelle giovani solitudini che ti fanno incontrare. E forse per noia erano entrati lì.
Certo il buio, certo il film, certo il cinema con la gente intorno; non più distante di un sospiro. Eppure il film era un film qualunque. Era un film solo perché quello davano. Era un film che nemmeno ricordava quale.
E lui che era stato così cauto. Così tenero. Così delicato. Lui che aveva temuto di poter morire del proprio coraggio e del proprio impaccio. Allora le aveva circondato col braccio le spalle. E dopo un’eternità la sua mano era lentamente scesa fino a sfiorarle il seno.
Lei non gli aveva detto un no. Non un cenno, neanche il più fragile, neanche il più esile. Neanche allora, neanche scostandosi o allontanandolo. Neanche con uno sguardo. Anzi lei lo aveva ricompensato con un sorriso distratto. Aveva guardato quella mano senza la minima disapprovazione, anzi con simpatia. Aveva continuato a guardare lo schermo finché nessuno dei due era stato più capace di trattenere quello che urlava loro dentro. E si erano dati il loro primo bacio.
Ma lei era quasi annoiata. E lui cretino neanche il nome le aveva chiesto. Era stata lei. Come sempre, lei, a ritrovarlo. Eppure, già da allora la mano gli era parsa come una sorta di protesi insensibile. E quel corpo di ragazza come un terreno ricco di asperità eppure arido e avaro di sé.
Da allora era stata sempre la mano di lei a guidare la sua al seno. Imperiosamente; appunto. Un seno che per la verità ancora lui non conosceva bene, che non gli dava confidenza. Che forse non avrebbe conosciuto mai. Un corpo intero che si lasciava cercare senza dargli confidenza. Colpa forse di quelle mani impacciate. Quelle mani sembravano prive di sensibilità. Sentiva contorni, non calore. Un tatto confuso. Febbrile, impaziente ma confuso.
Lo spingeva solo la curiosità. Curiosità selvatica. Certo conosceva più le forme che quella pelle. Il calore era quasi sempre nascosto nel nailon, nel cotone, nella lana; attutito nelle calze, nella biancheria, negli abiti. Non c’era stato quasi mai vero contatto. Solo ammiccamenti furtivi anche se presi a tutte mani. Gli sembrava di agguantare il niente. Si riempiva le mani di oggetti sterilizzati. Di pure forme. Della stessa idea. Solo brandelli di epidermide si denudavano, qua e là, furtivamente quanto casualmente, alle sue carezze; fugacemente. Allora sì, solo in quei momenti fin troppo rapidi, quel calore lo faceva impazzire. Lo costringeva a sensazioni forti.
Forse erano proprio quelle mani impacciate, inesperte, ad aumentare il piacere di Emma. Chi può capire le donne? Forse a lei bastava. Ma chi può mai sapere? E se invece lei capiva? Forse si divertiva di lui. Forse aveva capito subito che per lui non c’era amore. Ma allora che cosa era il suo? desiderio? Forse lei si accontentava di questo. Di essere per lui solo quello.
Forse a lei bastava perché sapeva che lui non sapeva dare di più. E non chiedeva di più. Forse perché quella storia era una storia di noia. Solo di noia. Una storia senza storia. Una storia di silenzi. Un trovarsi per ignorarsi. O forse sapeva bene perché ogni volta era una prima volta. Forse pensava che per lui fosse così perché era quasi la prima volta. E anche questo non poteva non disturbarlo.
Ma almeno quello lo esigeva. Voleva essere toccata di quel contatto e gli imponeva di toccarla, senza però concedere nient’altro di sé. Voleva essere amata quanto rifiutava di amare. Rifiutava di assumere una vera parte attiva durante quei baci; nel gioco di quelle mani. Lei apriva il gioco e poi lo lasciava giocare indisturbato. E sembrava semplicemente fiera di sé.
Quando non si limitavano a pendere inermi lungo i fianchi le sue mani lo trattenevano semplicemente e morbidamente a lei. Solo i fianchi si spingevano verso di lui come ad affrontarlo; con forza; quasi con violenza. Il gesto, in verità, gli sembrava più che privo di pudore. Quasi sconveniente. Questo lo confondeva ad ogni loro incontro. E sempre più.
I giovani si cercano e si sfiorano con quella curiosità a quella fugacità tipica di certi animali sospettosi. L’amore non è tutto o, se vogliamo chiamarlo amore, spesso non è molto. O meglio, all’inizio, è il loro meravigliosamente tragico goffo mistero. E vanno a tentoni. Semplice desiderio di qualcosa. Ferito da turbamenti, paure, dubbi. Un grande viaggio verso l’ignoto nel quale ogni pausa interroga, ma serve anche per ritrovare coraggio.
Lui, e se ne vergognava un poco, non conosceva molto più che quei baci. E loro non avevano un posto che non fosse un angolo di strada poco illuminato dove essere interrotti continuamente, non tanto da eventuali passanti, quanto dai rumori che forse solo si crede di sentire. E lui sarebbe morto senza il coraggio dell’amore.
Ma forse lei era la donna che avrebbe potuto guidarlo a conoscere le donne, aprirgli la porta, aiutarlo. Ne aveva la speranza non confessata. Ma anche il sospetto. Per quel suo spingere il bacino contro il suo. Cercava di immaginarla nuda. Avrebbe voluto almeno vederla. Sapeva già che non si sarebbe accontentato. Il desiderio corre; corre sempre più avanti. E poi… poi? La scossa elettrica della scia della saliva sul corpo. Allora era solo violenta la forza delle parole e l’immagine che esse inventavano. Di più. Tutto. Tutto cosa?
Gli bastavano quei pensieri a confonderlo. Ma del loro nascondersi restava quel non avere una stanza, un angolo, un posto solo per loro. Forse era una causa? e le sue timidezze. Forse non era quello che lei voleva. E poi già un paio di volte, quando aveva trovato un briciolo di coraggio di cui subito si era pentito e vergognato, lei gli aveva detto che lui era il primo. Ma si dice sempre così? E poi forse non era anche quello che lui voleva? Lui che aveva ogni timore e ogni paura di sé?
Quando si separavano non tutto gli pareva chiaro e quelle e altre domande gli ronzavano in testa. Ma oltre al sentirsi confuso era come se in lui qualcosa si ribellasse. Un’inquietudine fisica affondava fin nel suo stomaco. Un dolore sordamente lancinante lo prendeva da sotto il ventre. Il sonno dopo era agitato e quello era ancora il niente davanti alla vergogna del mattino successivo.
A tutto questo ripensava a volte anche mentre la baciava e anche fra un bacio e l’altro mentre, ormai autonomamente, le dita continuavano in quei percorsi che si facevano monotoni. A gratificare di loro quel corpo esangue. E quando, come una condanna, si avviava a riaccompagnarla a casa proprio quando, come sempre, ormai aveva deciso di chiederle perché lei non cercasse lui con lo stesso trasporto, con lo stesso piacere che pretendeva, e esigeva; con cui voleva essere cercata? perché non lo guidava oltre quel niente, quei confini? se anche lei era turbata quanto lo era lui?

4. E stava quasi per chiederle– “Senti Emma, mi sembra quasi impossibile, inverosimile, beh! ecco… che tu…” –e balbettava anche nei suoi pensieri– “ma infondo cosa siamo noi? Intendo noi… uno per l’altro. dove andiamo? Non siamo più bambini; ne io ne tu. Cosa vuol dire? amarsi… e… amarsi… come?” –quando eccoli lì i suoi amici. Quelli che lui aveva, come sempre, cercato di evitare attraverso percorsi insoliti e ore insolite e insolite scuse. Trascinandosi sospettoso lungo i muri di vicoli bui.
E lei lo teneva per mano con allegria imbarazzante. E non fecero nemmeno finta di non vederlo. Lo chiamarono a voce alta; tra una risata e l’altra. Si senti morire e l’inferno gli avvampò il viso, e gli andarono incontro con quel loro fare eternamente canzonatorio, e continuavano i loro discorsi senza interrompersi, e guardavano solo loro e di loro due si lasciavano distrarre.
Allora non poté che presentare loro Emma. Avrebbe voluto sparire, morire; –“si è questa Emma”– invece la sua voce lo tradì. Non fu capace di dire che lei non era poi molto per lui. Disse che era un’amica con uno sforzo che caricava di importanza quella ragazzina, che denunciava l’imbarazzo in cui era stato smascherato, di cui si pentiva già mentre ogni sillaba gli usciva di bocca.
E loro si divertivano e scherzavano che avevano scoperto dove spariva le sere nelle quali non restava, lo sapevano, nemmeno in casa. Smascherate così tutte le sue arzigogolate scuse, le riunioni, i cicli di films, i malori, le stanchezze. Avevano tanta meno pietà quanto più lui era nudo davanti loro. E lo ferivano anche quando tentavano di mostrarsi indifferenti.
E giravano intorno a lei con curiosità. E sembravano prendersi gioco di entrambi. E lei sembrava divertita; –“Eri poi tu a portarcelo via”– quasi inorgoglita. E la guardavano bene, e la pesavano, e la misuravano, e le guardavano il culo. E lei sembrava a suo agio come li avesse sempre conosciuti. Le loro parole si erano fatte subito confidenziali e amichevoli. Come si ricomponesse una vecchia amicizia mai venuta meno. E i giovani maschi guardavano il suo corpo con disprezzo o come un felino una preda? avrebbe voluto capirli. E si muovevano come ogni maschio giovane nella stagione degli amori; con rarefatta goffaggine. E forse i loro sguardi si soffermavano sul culo. O annusavano persino i suoi più piccoli sapori?
La voce di Emma era solo leggermente più stridula. Il suo profumo era fra loro. Come una cosa perfettamente visibile. Anche fra le loro parole. Ora era uno, ora era l’altro a parlare con lei. Tutti le prestavano attenzione, tutti si rivolgevano a lei. Tutti erano cortesi. Sembrava quasi uno di loro. E ognuno aveva qualcosa da chiederle, da dirle. Una nuova forma di cameratismo perché lei era il centro della loro compagnia. L’elemento di novità e di rottura. Perché erano curiosi di lei.
Veramente era la prima volta che andava con lei a bere qualcosa in un bar. Anzi no! una volta era successo perché lei aveva bisogno. Poi tutto il gruppo, finalmente riunito, aveva accompagnato quella donna fin nei pressi di casa. Parevano tutti sinceramente dispiaciuti che se ne dovesse andare, così presto. Davanti alla porta, prima che lei si allontanasse, si erano salutati. Lui, nel salutarla, aveva cercato i suoi occhi ma erano distratti. Non aveva certo pensato ad un ultimo momento di intimità per loro due. Non a un gesto. Anzi, forse, fra i risolini, era stato più furtivo del solito. Forse la sua era stata una rapida evasione. Forse era fuggito. Ma era ormai più tranquillo. Il suo piccolo segreto era finito e non si sentiva tradito.
Non ricordava più ora le battute scivolate via come arrivederci ne il commiato di Antonio che, pure, aveva scatenato l’allegria di tutti. Dante l’aveva solo guardata negl’occhi. Lei aveva guardato negl’occhi di Dante. Infine si era voltata ancora una volta e aveva fatto un cenno. E aveva sorriso. Sorriso verso loro. Allora l’aveva confuso per un gesto d’intesa, rivolto a lui. Ancora ora non si crede in grado di interpretare quel loro sguardo.

5. Tutti avevano atteso che al citofono la madre chiedesse e lei rispondesse con il suo nome. Fra i due istanti vi era stato un momento sospeso nel nulla. Avevano aspettato che la porta si aprisse subito dopo un suono secco. Avevano aspettato che lei sparisse dietro quella porta pesante. Rapida e senza più voltarsi indietro; scacciando il rimpianto. Poi la porta si era chiusa. E ancora un istante. Poi non era rimasta che quella porta. Allora si erano allontanati tutti allegramente. E lo avevano trattato a pacche dietro le spalle. Ed erano finiti a fare quelle piccole al bar.
Gli successe spesso nei giorni seguenti di ritrovarsi solo senza la voglia di uscire per andare intorno a fare niente con gli amici. Ne quella di ridere di niente, fumare e poi bere qualcosa e sentire la sete aumentare. O sprecare benzina attorno ad un’autoradio che perde continuamente la stazione e che grida troppo. O solo a cercare un locale ancora aperto; come solo vagabondi. Non aveva più la voglia del branco. Gli era così estraneo fare, per così dire, baldoria. Poi una sera la sua mano si era stretta attorno all’asciugamano e aveva riconosciuto la stoffa della maglietta, e sotto quel reggiseno e dentro il seno che la riempiva. Ne era rimasto sorpreso; con nel pugno uno straccio vuoto. Solo allora si era reso conto che i giorni erano passati così, senza Emma. Lei non lo aveva cercato. Non lo aveva chiamato. Restava l’immagine di quella porta. Quella porta per sempre.
Non c’era più stata Emma. Il tempo era continuato a passare vuoto e distratto tra altro e altre e Emma che ogni tanto tornava a visitare confusi ricordi, ma senza invadenze. Senza che lui ci pensasse più di tanto. Ma ora se ne rendeva conto: non aveva più telefonato. Aveva smesso di telefonare. Solo allora si era accorto come però il suo profumo gli era rimasto indelebilmente impresso, penetrato per sempre nella memoria. E solo allora si era chiesto a chi aveva sorriso quella sera. E solo allora non aveva resistito e l’aveva cercata; ma non c’era. La madre disse che no! era dovuta uscire. E a lui non restò che scusarsi.
Non chiedeva nulla a sé ma voleva solo accertarsi che lei stesse bene, di sapere come se la passava; salutarla. Fare due chiacchiere. Gli sembrava una cosa normale. Una carineria. Il minimo fra… gli era restata solo la sensazione precisa di quel profumo di cui non avrebbe mai potuto ricordare il nome. E poi non era per lei ma se l’era ritrovata tra in piedi. In quell’asciugamano.
Una sera era venuta al telefono ma le sue parole erano sembrate distratte e contate. Da allora molte volte ancora l’aveva cercata senza trovarla e le poche volte che l’aveva trovata o lei aveva molta fretta o era stanca o era assente. Infine era stato allora lui a chiederle, sorprendendosi, di rivederla. Lei stranamente imbarazzata aveva borbottato che non poteva, di un impegno preso a cui non poteva, o non voleva, rinunciare.
In seguito, trovandosi dalle sue parti, come un coglione, era andato lui da lei. L’aveva aspettata davanti a casa. Non proprio davanti, un po’ in disparte, quel tanto perché la sua presenza potesse essere notata e essere nascosta; ignorata. O ancora in modo di poter eventualmente giustificare, per estrema necessità, la sua presenza accidentale. Lei uscì frettolosamente e non lo vide. Non avrebbe visto nessuno. Corse a gettarsi fra le braccia di Dante che si avvicinava dalla fermata dell’autobus.
Dopo quella sera c’era stata Luciana, e Paola. E poi la Titti e Roberta; quale delle due? E poi… era inutile ricordare. Ancora amoretti fugaci; storie da ragazzi. E il tanto tempo passato e passato lentamente. Adesso c’era Adriana. E ancora ma che cos’era stata Emma per lui? C’era una risposta fra le mille che si era posto che più delle altre potesse imporre un senso? Certo non era stata molto più, e molto altro, che uno degli amoretti distratti. Anche lei. E non era bella. Non era niente. E poi c’era stata Luciana, e Paola. E poi la Titti e una delle due Michele, e… e poi basta. Adriana… e il tempo. E in verità nulla era cambiato.
Ma loro due dovevano pure essere cambiati. E d’altro non sapeva che dire. Con lei non ricordava nemmeno di aver veramente mai parlato, almeno una volta. Gl’occhi, quelli sì, erano vivi; e parlavano e ti piegavano. Infondo non avevano che vissuto insieme alcune piccole cose. Cose prive di vera importanza. Solo alcune canzoni. Qualche film. Cose da ragazzi.

6. E i ragazzi crescono. Ma i ragazzi crescono? Questa mattina ha riconosciuto subito la sua voce. La voce di Emma. Anche se meno sicura, anche se avvilita; è stata subito completamente la sua voce. Come la ricordava; così bene da non crederlo possibile. Era nei guai. Per un eterno istante aveva tenuto di esserne la causa. Aveva tenuto o desiderato? Anche se sapeva che non era possibile. Eppure quell’istante gli aveva spezzato il respiro. Gli aveva devastato ogni pensiero. In un istante si era sentito morire e poi vivere. “Mi capisci? –chiese– non pensare male di me”.
Altre parole disse lei, rapide rapide. Già! a volte il suo parlare correva rapido. Rapide come avesse paura di perderle. Non per pudore; solo rapide. Parole che si confondevano nella sua testa.
In quei mesi aveva pensato a lei solo qualche volta, distrattamente, fra una cosa e l’altra; quanto si può cercare di non ascoltare qualcosa che piano ti fruga dentro. E lei è ancora lei e come può ora dirle di no? Come può farlo quando non ne è mai stato capace? Come può ora riuscire a dirlo quel no? Come le può ora rifiutare qualcosa? Ora come allora ci si può solo provare senza nemmeno crederci. Biascicando delle giustificazioni imbarazzate. Vergognandosene già mentre si dicono. E soffocandole in una rapido moto di scuse. Ma come fare? non sa dove andare a sbattere. Soldi poi! quelli che non ha mai avuto; sempre quelli. Non sa proprio come fare, ma un no è uno schiaffo che non sa dare. Che non ha mai imparato a dare. Che non le può dare; non a lei. Non ora e poi proprio ora che è nei guai. E Dante l’ha lasciata. Proprio per questo l’ha lasciata. Quel figlio d’un cane.

E non è bello quello che gli passa per la testa. Dai Emma! lascia stare. E non è certo per quello che lei è stata per lui e per quello che lui è stato per lei. Perché poi non sono stati molto l’uno per l’altra, e questo lo sanno entrambi. Almeno su questo non si possono mentire. Si! lui era sempre stato dolce con lei; carino. Solo si è sentita disperata, persa, spaventata, e non sapeva proprio a chi rivolgersi. In quei casi gli amici scappano a mettersi al sicuro delle loro tranquille noie. Non gli era venuto alla mente nessun altro da cui andare che a lui.
Sa che forse lo ha deluso e che forse ha sbagliato e che forse… ma poi lui non è obbligato. Ma lui è sempre stato così dolce, carino, gentile. E sa pure che lui è condannato. Come poi lei sappia leggere in lui così distante nel tempo e nello spazio questo è un mistero che gli lascia. E non si chiede come lei sappia quello che lui stesso non sa. Cioè che non le può dire di no. E perché non lo può fare. E non pensa che Adriana potrebbe non capire questa storia che lui stesso non sa capire. Non sa a chi rivolgersi né dove andare. Adriana, già, in un baleno si era scordato di Adriana. Ma Adriana può aspettare. Ci sono sempre cose più importante di una Adriana. Nulla gli può dare più gioia di quella voce che nel momento del bisogno è tornata da un ricordo già lontano e si è ricordata di lui.¹


1] 2 ottobre 1994 (il racconto non è mai stato riletto)

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linguacciaEra una settimana che a quella linea, in quell’orario, era stato destinato un nuovo autista. Un volto fiero nella sua divisa blu. Una divisa impeccabile coi bottoni dorati. Ingualcibile. Ma tutto era infondo anonimamente abituale. Un volto non significativo. Anzi un non volto. Nessuno lo avrebbe saputo descrivere. Un autista come tutti gl’altri. Non fosse che… L’autobus non li aspettava più al solito posto.
Da quando lui aveva preso servizio il mezzo restava lì; dietro l’angolo. Si fermava fuori fermata. Solo seminascosto da quella grande costruzione che costringeva a una curva. E spiava da quella curva che la via era costretta a fare. Ne spuntava solo una fetta del muso; ghignante.
Forse a scaldare il motore. Forse erano state nuove disposizioni dell’azienda. Più probabilmente per meriti propri dell’autista. Non era stato possibile stabilirlo. Ogn’uno aveva tenuto per sé le proprie congetture. Il fatto certo era solo che il pullman non sostava più alla stazione.
Loro, quella gente che ormai si conosceva e si annusava. Quella gente che sembrava non riconoscersi. Quella gente che divideva l’ultimo briciolo di sonno. Che lottava per distrarre quel sonno dai loro occhi. Che divideva le prime notizie del mattino. Quel popolo che annusava di caffè o della prima sigaretta. Quel popolo di viaggiatori del mattino non poteva prendere via via il proprio posto. Rubarsi simpaticamente la sedia. Giocare sui minuti e sui secondi. Coltivare le proprie abitudini.
L’autobus dell’azienda municipalizzata attendeva fino all’ultimo minuto e poi, all’ultimo minuto, non un istante prima, ne uno dopo naturalmente, si portava lentamente nel piazzale. Accostava con perizia sulla piazzola contrassegnata e dopo un attimo spalancava, con un sibilo, le portiere.
Forse amava vederli accalcarsi e accapigliarsi per salire per primi e prendere i posti. A conquistare quelli migliori. Ognuno con le proprie preferenze. Impegnarsi per arrivare. Lottare per un qualche cosa che valeva. Esprimere tutte le loro ambizioni, intatte e a lungo represse.
Veramente c’erano posti per tutti essendo quello, come detto, il capolinea. A quell’ora il sole non poteva disturbare un lato e rendere più agevole il viaggio dal lato opposto. A quell’ora non c’erano quasi mai sedili bagnati da una pulizia sommaria. Veramente non c’erano posti migliori o peggiori se non nelle abitudini di quei viaggiatori. E per i giovani che conservavano quello vicino per l’amico e per l’amica.
Forse era per spirito di emulazione. Forse per una tacita forma di collaborazione. Forse per pura arte della competizione. Il fatto era che la gente si gettava su quella preda crudelmente. Che quella gente aveva preso ad affollarsi verso le porte spingendosi senza riguardi. Conquistava posti che magari poco dopo, con la partenza, era disposta a cambiare.
I ragazzini cercavano di scivolare fra le persone. Di approfittare delle loro dimensioni ridotte. Della loro agilità. Ma quando non ci riuscivano restavano tagliati fuori. Dovevano aspettare che la fine della coda fosse stata inghiottita dalla grande macchina. E poi affrettarsi. E accadeva spesso che una madre venisse separata dal figlio. E sembrava nemmeno avvedersene.
I ragazzi si muovevano impacciati dagli enormi zaini che si aggrappavano alle loro schiene. Si muovevano trattenuti da quel carico che li ingombrava. E spintonavano non smettendo di chiacchierare chiocci. E scrollavano da loro la gente che li pressava.
Gli uomini fingevano di lasciar posto alle donne. Mimavano cavalleria sorpassata. Era una delle beffe più frequenti. Poi, all’ultimo istante, con riso beffardo, prendevano una antica rivincita. Alzavano gli occhi al cielo e li cacciavano dentro alla corriera. Allora rapidamente salivano tagliandosi la strada.
Tutti spingevano, scalciavano, vociavano, usavano ogni mezzo, compresi i gomiti. Gli sconfitti erano disposti ad arrivare agli insulti. Ma erano le donne ad utilizzare più magistralmente tutti quei mezzi; anche il più subdolo. Compreso ogni colpo, anche il più basso. A farsi, alla fine, beffa di tutti.
E le madri non smettevano di essere donne, tanto i figli le avrebbero raggiunge. E se serviva imprecavano. E si sa, le donne hanno in ciò una lunga esperienza. Anni consumati in luoghi pubblici. A conquistare uno spazio, una panchina.
Anni passati per gli uffici. Ad approfittare di ogni occasione. Ad arrivare da un’altra fila che non c’è. Da un appuntamento precedente. Per un ritardo di cui nessuno è colpevole. O in casi estremi a fingere un malore.
Anni trascorsi davanti a bancarelle o nei negozi. Rubando il posto ai bimbi e ai timidi. Profittando di ogni gentilezza. Cercando un conoscente fra i primi della fila. Forzando gerarchie e ordini che comunque le facilitano. Sgusciando e strisciando. Anni a rifiutarsi di fare la fila. Per principio.
Una lunga esperienza fatta nascondendosi eventualmente dietro scuse improbabili. Con i loro sfacciati: “Dovrebbe toccare anche a me”. Con i loro umoristici: “Sono dopo di lei! Vero”? Con i loro subdoli: “Fatti avanti bambino o non te ne vai più”. Con le più geniali trovate. Con la pura arte dell’inganno. Con le espressioni più spudoratamente false.
Forse qualcuno approfittava della calca. Ma nessuno ci faceva caso. Non c’era donna disposta a perdere per questo una sola posizione in quella competizione. A volte, qualche maschio, per difendersi, era costretto ad aggrapparsi a una borsetta. Qualcuno che si credeva già salito, arrivato, si sentiva trascinare giù.
E si sprecavano scuse che avevano il suono più falso mai udito. La cosa era rapida, durava quello che si usa definire un istante. Eppure si sussurrava già, ma questo non è mai stato possibile provarlo, di persone che partivano prima o dopo pur di viaggiare su quel pullman. Che per questo avevano cambiato le loro abitudini. Magari disposte a scendere la fermata dopo. Magari un paio di fermate dopo per non essere palesemente scoperte e additate e chiacchierate.
Poi tutto si chetava. Tornava la calma di sempre. E lui era là, al suo posto. Così soddisfatto di sé che il viso che non c’era prendeva luce. E partiva, prima che gli ultimi a salire avessero potuto prendere posto; sballottandoli. Le braccia larghe sul voltante. L’impugnatura sicura e virile. Partiva come un quasiasi autista e come un qualsiasi autista guidava il suo mezzo.
Fermava un poco prima o un poco dopo dalle fermate. Osservava la gente velocemente raggiungere la salita. L’affannarsi per la paura di perderlo. I gesti di attesa che normalmente ignorava. E fra una fermata e l’altra portava il pulman con scatti solo a tratti addolciti. Rendendo tutte le curve secche.
Solo di rado si rivolgeva a qualche viaggiatore ed era quasi sempre per chiedergli di lasciargli visuale sulle porte. Si sa, il vizio peggiore dei viaggiatori è quello di affollarsi alle uscite. Di voler scendere per la salita. Oltre a quello di bloccarsi non appena scesi, intralciando la discesa degl’altri.
Non rispondeva alle richieste di informazioni sul percorso. Non lo faceva con chi cercava di rivolgergli la parola se non a monosillabi. D’altronde, nei mezzi pubblici, non è permesso parlare con il guidatore. Non dava confidenza lui. Guidava, più o meno, come ogni autista che si conosca. Come ogni autista di questo nostro benedetto mondo.
Mostrava la massima serietà per il suo servizio. Solo a volte fingeva di chiudere le porte mentre la gente stava ancora salendo o scendendo. O fingeva di non aver sentito il campanello di prenotazione della fermata. Ma erano solo piccole debolezze. Per il resto guidava sicuro e composto. Tutto preso dalla sua missione. La testa alta ma lo sguardo incurante, fiero, quasi annoiato. Il portamento di chi è conducente e non si può confondere con un semplice autista.
Ma, come non di rado accade, fu un momento di debolezza a dare la dimensione della sua importanza. Una mattina era là come al solito, dietro quell’angolo. Ma non si avvicinò alla partenza come al solito. Neanche all’ultimo istante. I minuti presero a scorrere inesorabili. Il tempo passava come una condanna. Qualcuno si accorse della sua testa abbandonata fra le mani. Appoggiata al grande volante.
Si portò sotto solo dopo sei minuti. Con sei lunghi minuti di ritardo e gl’occhi ancora corrosi dal sonno improvvisamente interrotto. E uno sbadiglio. Anche se solo pochi ebbero il coraggio di redarguirlo nello sguardo di tutti era ben visibile il rimprovero. Cocente era la delusione. Non era più in grado di sostenere un solo sguardo. Certo non cercò una scusa ma divenne persino affabile, quasi gentile.
Il mattino seguente il pullman stazionava con molto anticipo in mezzo al piazzale. La gente distrattamente prese a salire alla spicciolata. A salire e prendere posto man man che arrivava. E lui meticoloso rispettava tutto, persino le fermate. Per tre giorni continuò così.
Il quarto giorno avvenne il miracolo. Senza che nessuno in particolare prendesse l’iniziativa. Tutti, nessuno escluso, si misero a sostare sotto la pensilina; come se la corriera dovesse ancora arrivare. Tutti, nessuno escluso, restarono lì; fingendo di leggere il giornale o cercando in qualche altro modo di darsi un’aria di indifferenza.
Tutti, nessuno escluso, aspettarono pazientemente l’ultimo istante. E solo allora, quando lui cominciò a scaldare il motore, come in quei fin troppo brevi giorni, giù ad accalcarsi e spintonarsi e accapigliarsi per salire. Giù! botte da orbi.
Lui capì subito. Come ogni persona dotata di una intelligenza sopra il comune. Dotata di quell’intelligenza che permette di accedere ai posti di responsabilità. Si girò solo fugacemente verso i suoi passeggeri. Non ebbe nemmeno bisogno di un sorriso d’intesa. Di un ammiccamento. Di un segno di gratitudine.
Certo che ogn’uno aveva agito per il proprio egoismo. Questo non toglieva valore a quella sensibilità, che si potrebbe definire collettiva, di massa, che aveva permesso ad un popolo, spesso distratto e avaro di sentimenti, come quello dei viaggiatori di riconoscere il dramma di quell’uomo.
Lui tornò ad essere lui. Quel popolo di viaggiatori tornò ad essere il suo popolo. Per tutti loro fu un ritrovare una persona importante: il loro autista. Anzi! il loro conducente. Mai come allora avevano imparato l’importanza di quella figura. Era lui a condurli via dalla noia della notte. Verso il lavoro e la nuova giornata. Era lui a guidarli verso la città. Si ecco, quell’uomo era il loro guidatore.¹


1] 2 ottobre 1994

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Fate attenzione
c’è     un poeta tra voi
          che vi osserva
                continuamente;
egli     ridurrà le parole
la vostra vita
i vostri gesti,     voi     stessi
                                vi ritroverete parole.
Ridipingerà le scale
     e quelle che salgono
     sia le scale che scendono
parole diverranno     gli umori
                       / ancora fra le labbra, i sapori
e anche le sensazioni
parole          il paesaggio
aggettivi     i sentimenti,
imbratterà il cavo bipolare della vista
              immergendolo
              in acidi caleidoscopici
e poi    in soluzioni iridescenti
        e    tutto il processo
                               (fissato)
                              che     vi scuote
si ridurrà           ad aborto
                 o           in un aborto.

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